Oggi, girovagando tra le pagine dei miei libri, ho letto questa frase: «Morirai senza aver raggiunto il tuo ultimo obiettivo.»
All'inizio ho pensato «Ma anche no!» Ma poi, soffermandomi un istante, mi sono reso conto che è così, perché so che continuerò a inseguire quell’orizzonte lontano e, a ogni traguardo raggiunto, ne nascerà un altro, più distante, più importante che mi attirerà, di nuovo, come una calamita.
Sono fatto così.
Questo pensiero ha fatto riemergere in me la consapevolezza antica che spesso mi concentro troppo sull’obiettivo, sulla vetta da raggiungere, invece che sul presente. E spesso sacrifico la mia felicità, dedicandomi esclusivamente sul raggiungimento di quello scopo, invece che godere del sorriso di mia figlia, del profumo di soffritto, del calore del sole in faccia.
Crescendo, ho imparato che, più che la destinazione, conta il viaggio.
E più del viaggio, la compagnia.
È una rotta di consapevolezza la cui traiettoria punta... al presente. Perché cos’è il viaggio se non un momento di transizione tra passato e futuro? E cos’è «la compagnia» se non la somma degli istanti presenti di questo viaggio?
La felicità è uno stato dell’essere, come la solitudine. Non c'entra con la soddisfazione. Difatti, possiamo sentirci soli in mezzo alla folla e infelici in un presente in cui abbiamo tutto.
Come fare, allora, a non confondere felicità e soddisfazione? Con la semplice consapevolezza che la felicità non risiede nel successo, ma nel presente.
Possiamo essere felici e insoddisfatti. Mi spingerei a dire che dobbiamo esserlo.
Questo creato nel quale viviamo non è un’equazione risolvibile, ma un mistero con il quale convivere, una variabile costante nel suo essere imperscrutabile. Dobbiamo prendere atto della sua irrisolvibilità, e questo ci aiuta a spostare il peso dell'esistenza sul presente
Uno dei personaggi de Il Labirinto della Speranza, il protagonista, Erik, si trova a confrontarsi con «SaiJanda», un guru indiano, proprio davanti a questa questione. E non è la prima volta che mi succede come autore. Kato, ne La Divina Avventura, è anche lui «affetto» da questo esistenzialismo, da questa ricerca di senso.
In realtà, chi mi conosce sa bene che amo nuotare nell’oceano aperto, alimentando il ragionamento, la discussione, il pensiero creativo. Tenere accesa la scintilla girando come una trottola. Perché la bellezza è proprio lì, nella ricerca.
«Morì felice, ma insoddisfatto».
Si, non sarebbe poi tanto male come epitaffio.
Vedere l'invisibile
La prima volta che andai al Lucca Comics fu per il film di Genovese «Supereroi». Non la conoscevo.
Dovevo girare una scena nel Lucca Comics, una gigantesca fiera del fumetto, del manga e ora anche dei videogiochi: I posti dove si vedono gli otaku, Naruto, Ero Sennin, Dragon Ball.
Insomma, era lì che giravo la scena.
Mentre dei veri fumettisti firmavano delle copie davanti a me, io ero dietro di loro, e ho avuto la fortuna di vedere cosa fanno mentre aspettano di firmare un’altra copia: disegnano. Hanno il loro bloc-notes, e disegnano.
La cosa incredibile è stata quando l’autore davanti a me ha aperto il suo taccuino e si è fermato su una pagina. Era un’anatomia. Non ricordo di che parte del corpo, ma non era in stile fumettistico. Ma classico.
Il mio occhio inesperto è rimasto a bocca aperta davanti al dettaglio del disegno. Una precisione pazzesca, con la matita. Potevo sentire la fine tessitura dei muscoli, le vene. Ma lui si è messo a disegnarci sopra.
La mia prima reazione è stata di pensare: «Ma no, cosa fai! Sei pazzo! Rischi di rovinare tutto. È l’errore classico: uno continua quando dovrebbe fermarsi!»
Ma poi... stavo girando il film. Quindi, di tanto in tanto, mi toccava vedere se in mezzo al caos totale del Lucca Comics qualcuno avesse bisogno di me.
Non ve l’ho detto, ma il set — che già di suo è un bel casino — se lo mettete in mezzo a una fiera nazionale piena di altri creativi, vengono fuori i fuochi d’artificio.
Insomma, mi guardo in giro, sono ancora libero, e torno dall’autore per vedere che disastro ha combinato. Stava ancora disegnando sullo schizzo di prima. Lo copriva con la spalla, non riuscivo a vedere bene.
Poi ha indietreggiato un attimo e, appoggiando la schiena sulla sedia, mi ha permesso di vedere bene il suo disegno.
Era meglio di prima. Ancora più dettaglio, ancora più verità.
E continuava. Continuava.
L’arte, la tecnica, è una lente d’ingrandimento sulla realtà. Chi la usa, chi la pratica, vede peli nelle uova, spacca pietre col pensiero, ha un superpotere.
Quello di andare avanti.
Arriva un momento, credo per tutti, in cui scegliamo una strada. Diversa da quella che tutti hanno pensato per noi. Persino diversa da quella che noi abbiamo sempre pensato.
In quel momento, forse una bussola è la risposta a questa domanda: «Questa scelta mi permette di poter disegnare meglio la realtà?»
Proprio come quel fumettista che migliorava di tratto in tratto, avere la capacità di tornare una volta, dieci volte, mille volte su un tratto, una parola, un’espressione, un tono, una nota.
Fino a che l’intera nostra vita non è che una nota, un tono, un’espressione, una parola, un tratto. Un segno.
Scintilla di cristallo
Non fatevi intimidire.
Un’idea, quando nasce, ha bisogno di essere difesa.
Non si nasce sbagliati: al massimo lo si diventa.
È lo stesso per le idee: hanno bisogno di cure, di essere alimentate, come un essere vivente.
Le idee poi ci imitano.
Come ci comportiamo, così si comportano loro.
Le idee siamo noi.
La maggior parte delle volte, un’idea sarà considerata buona solo dopo aver dimostrato di funzionare nella realtà.
Ma un’idea non è la realtà, tanto quanto la mappa non è il territorio.
La sua realizzazione è quindi il naturale sviluppo dell’idea: il fare, il gestus.
E, dopo averla realizzata, bisogna pulirla e metterla al mondo.
Non possiamo sapere come andrà nella fase gestazionale; possiamo solo sentire.
Sentire che c’è qualcosa dentro di noi che freme, che brilla.
Una scintilla.
Su quella scintilla soffiate con la bellezza della conoscenza.
Fatene il riflesso della vostra anima, di voi.
Rubate ai più bravi, copiate, seguite il ritmo del momento.
Studiate ciò che vi circonda, scomponete gli atomi in parole, le parole in echi di emozioni che viaggiano dentro di voi.
L’emozione non è in un cassetto: è con voi, dentro di voi, lì.
Proprio lì.
E, come voi, la sentono milioni di altri.
Le emozioni ci uniscono sotto la stessa insegna, quella del mistero.
Tutti camminiamo verso una destinazione ignota.
Penso raramente al passato.
Ho la sensazione che non serva, che mi leghi a qualcosa che non c’è.
Eppure il fatto che io abbia sempre questa sensazione è forse la dimostrazione più evidente che c’è qualcosa che non riesco a lasciare andare.
Una parte di me si distanza sempre il giusto per evitare la sofferenza.
La paura di soffrire.
Ce l’avete anche voi?
Io non parlo del dolore di una puntura o di una caduta: parlo del sentire che, se fate un passo in più, il ritorno, se mai ci sarà, avverrà con il cuore rotto.
Nella mia vita non mi sono mai rotto niente, mai una frattura.
Ho le ossa di titanio.
Forse è per questo che ho il cuore di cristallo, perché la mia armatura è migliore di quella dei Cavalieri dello Zodiaco.
«Cuore di cristallo» è un’espressione che uso anche ne Il Labirinto della Speranza.
La cosa interessante è che non la uso per un solo personaggio, ma per diversi.
Chissà, forse per tutti.
Scrivo questo diario per scaldare i motori.
Ho finito la stesura del terzo volume.
Dopo alcuni commenti dei beta reader, ho cambiato il finale del secondo volume, ma è normale: la saga si sta scrivendo, e questo significa cambiare cose importanti: direzioni, finali, eventi.
Per fortuna, il faro che mi illumina in questo viaggio è luminoso come la luna.
O forse è proprio la luna.
La mia Jingle Bells
Ho appena letto la storia dell’uomo che ha scritto Jingle Bells: James Lord Pierpont, classe 1822.
Prima di tutto, ho scoperto che il brano non nasce come una canzone di Natale. Ma tutt’altro.
(E già lì, avrei dovuto capire che c’era qualcosa da scoprire, in quella storia.)
Quella che è una delle canzoni più famose di tutta la storia, e probabilmente la canzone di Natale più conosciuta di tutte, nasce come un brano che parla di corse di cavalli.
Ma non finisce qui: James ha avuto una vita tristissima.
Una vita all’insegna del fallimento e dell’insuccesso.
Da giovane partì per trovare l’oro verso il Klondike (la famosa corsa all’oro di Chaplin).
Poi però, al contrario di Charlot, tornò a mani vuote, senza aver trovato nulla, se non calli nelle mani e sogni infranti.
Perse presto la prima moglie, che lo lasciò solo a crescere i due figli.
Fu in quel momento che scrisse la canzone.
Quella canzone... così piena di campanellini e gioia, in realtà emerge dal lutto che l’uomo viveva al tempo.
Quanto è vero che l’arte lenisce il dolore.
Ma non è finita qui!
Lord Pierpont ebbe un rapporto terribile con il proprio fratello.
Durante la guerra, si ritrovarono su fronti opposti.
Che stupidaggine, la guerra.
E poi, ciliegina sulla torta: non ha mai guadagnato nulla da quella canzone.
Spesso, nel mondo della musica, si parla di Mariah Carey e della sua canzone di Natale, che le frutta probabilmente più di ogni altra canzone.
Pensate a Jingle Bells.
Pensate a quanto è importante quella canzone.
Come rappresenta il cuore della festa più amata da tutti, giovani e bambini.
Ma per James, niente.
Come Melville con Moby Dick, Kafka con i suoi testi, Lord Pierpont fa parte di quella infinita schiera di artisti che sono stati riconosciuti solo dopo la loro morte.
Perché questo aneddoto?
Perché mi chiedo se ne è valsa la pena.
Vale la pena fare una cosa che rimane nella cultura umana in cambio di una vita di frustrazione?
La fatica dell’impresa, la fatica dei sogni, del desiderio di lasciare un segno… fin dove ha senso?
Ora che ho scoperto questa storia, ci penserò.
Quando mi troverò davanti alla fatica dell’impresa, al momento in cui mi toccherà chiedermi:
«Ma ne vale davvero la pena?»
mi risponderò:
«Chi lo sa. Ma forse, tra vent’anni, avrai fatto la tua Jingle Bells.»
Siamo esseri multidimensionali
Il mondo, la realtà, sono dei misteri che mai si sveleranno. Come il velo di Maya: dietro al velo non vi è la verità, bensì un altro velo da svelare. La realtà, questa realtà, è determinata dai nostri sensi.
Ma i sensi, ci limitano.
Per fortuna c’è l’immaginazione. La creatività è la nostra chiave di trascendenza. Con lei che ci guida, possiamo volare lì dove i sensi non ci portano: nel mondo dell’intuizione, degli archetipi, dei sentimenti, delle emozioni.
Luoghi che non hanno colori, né temperature, non hanno spazio e nemmeno tempo. Luoghi non-luoghi, in cui la parola che determina i confini è: libertà.
Questo spesso ci spinge a immaginare che la realtà attorno a noi sia solo uno strato di un grande mosaico cangiante. Nell’Anello di Saturno, Luca parte alla ricerca di un anello magico, e questo lo porterà a scoprire la multidimensionalità della realtà, la riscrittura del destino.
Anche ne Il Labirinto della Speranza affronto questo tema, in maniera — vedrete — molto più ambigua. Rimango sul confine liminale tra percezione e realtà. Tra proiezione ed empirico. Lì dove «Ciò in cui credo definisce ciò che è».
Quindi lavoro sulla multidimensionalità del reale. A volte fantastico, a volte immaginato. Ma poi, a pensarci bene, che differenza c’è? Una fantasia è forse meno reale di una paura? Un sogno meno reale della realtà? E come mi piace dire: un fantasma è forse meno reale di un senso di colpa?
Siamo esseri multidimensionali perché, vivendo nel regno della percezione, creiamo — ognuno di noi — la nostra dimensione, in cui le regole condivise sono tante, ma ci sono anche regole subliminali, nascoste, non dette, che ci guidano.
Quanti non camminano sotto una scala? Quanti salutano le pecore sul lato della strada? Quanti ascoltano il proprio oroscopo o chiedono consiglio a veggenti?
Siamo esseri multidimensionali e non sappiamo di esserlo.
Pensate alla dimensione — ora tanto di moda — del digitale. Abbiamo un’identità che appartiene esclusivamente a quella dimensione. Amici che frequentiamo solo in quella dimensione. Informazioni, arte, curiosità.
Il digitale è una dimensione del reale. Isolante nei confronti della realtà «vera», ma poi, in quella realtà, tessiamo legami, ci emozioniamo, cresciamo. Quindi, come si fa a dire che è meno vera della realtà?
È diversa. Siamo esseri multidimensionali anche in questo.
Non sono il primo a dirlo, e non sarò l’ultimo. E chissà che un giorno la scienza non lo dimostri in maniera empirica: che questa realtà è condivisa con altre infinite realtà, in cui ogni cosa è diversa.
A quel punto, in quell’oceano di possibilità, la mia domanda principale rimane. La stessa domanda che mi pongo ne La Divina Avventura, ne L’Anello di Saturno, e anche ne Il Labirinto della Speranza.
In questo mosaico infinito, ricorsivo, frattale… L’anima è forse la costante?
Continuerò a cercare una risposta.
Nel frattempo,
Quando muore l'arte
Sapete cosa dicevano gli amanuensi e i copisti quando l’invenzione di Gutenberg (la stampa) arrivò a sconquassare l’industria dei libri scritti a mano?
«Scriptores pereunt, ars moritur.»
I copisti scompaiono, l’arte muore.
Molti ritenevano che i libri stampati fossero oggetti meccanici, privi di anima o di bellezza. Filippo di Strata, ad esempio, scriveva nel XV secolo: «Libri impressi sunt meretrices; scripti sunt virgines.»
I libri stampati sono meretrici, quelli scritti a mano, vergini.
Vi ricorda qualcosa? Le parole che vengono spese nei confronti dell’IA generativa sono spesso molto simili. Il disprezzo che generano (piccolo gioco di parole) può essere ridotto a questo: è un prodotto senz’anima, che sostituirà gli artisti.
Ma in realtà la stampa ha fatto esplodere la scrittura. Mai così tanti libri furono scritti, stampati e soprattutto letti dopo l’avvento di Gutenberg. A lui dobbiamo la letteratura moderna. A lui lo sviluppo esponenziale della conoscenza, che ha portato, nei secoli successivi, alla trasformazione radicale della società, del benessere, dell’uomo.
Il dibattito sull’arte e sull’intelligenza artificiale è spesso affrontato in maniera pregiudizievole, perché mette in discussione uno dei tasselli fondamentali dell’artista (proprio come la stampa): l’esecuzione.
Si dice che l’arte sia nel gesto, e che se il gesto viene sostituito dalla macchina, allora di arte non ve n’è più traccia.
Io oso pensare qualcosa di diverso. Qualcosa che cerca di andare oltre la coltre di nebbia davanti alla quale ci troviamo tutti.
L’arte non è nell’esecuzione di uno dei blocchi fondamentali, ma nell’intento, nell'idea, nell’esecuzione, nella distribuzione e nella consegna.
Mi spiego. Se una macchina può fare in pochi secondi ciò che un uomo può fare in mesi, allora il valore di quella cosa decade immediatamente. Ed è lì che nasce la paura dei concept artist, degli scrittori, e persino degli attori. Ormai ci siamo: la tecnologia è così avanzata che si potranno sostituire anche loro (nei prodotti digitali, il teatro, per ora, è intoccato).
Quindi siamo sostituibili? No. Perché è il processo nella sua interezza a produrre vero valore, non il singolo elemento all'interno del processo di creazione.
Questo pensiero è radicale, e richiede un cambio netto di prospettiva: È quello che viene chiamato un cambio di paradigma.
L’IA è qui. È come l’elettricità, il computer, la ruota. Ormai c’è.
Il mio scopo è capire come sopravvivere e, non solo, come prosperare, ora che il terreno è cambiato così grandemente.
Da artista, sono costretto a rivalutare cosa significa essere un artista.
Fare arte non si limita più alla produzione del singolo elemento dell'esecuzione (il testo, la canzone, il disegno, ecc., qualsiasi cosa che potrebbe essere riprodotto dalla IA).
C'è molto di più.
Quell’elemento deve essere parte di un intento più grande, che parta dall’anima dell’artista (l’intento), si propaghi nella risposta umana al mondo dell'artista (l'idea), passi attraverso la realizzazione di quella risposta (l'esecuzione) ma non finisce qui. Serve che l'artista incarni l’impatto che vuole avere sul mondo (la consegna).
In sostanza, si tratta di avere un’idea, di realizzarla e poi di far sapere che esiste. E poi ripetere questo processo, migliorando ogni passo, ogni volta.
L’artista diventa quindi il fautore del proprio successo, colui che viene chiamato non solo per la produzione artigianale degli elementi, ma per l’intera filiera artistica: dall’intento, all’idea, alla realizzazione, alla distribuzione e alla consegna.
L'artista è la manifestazione umana del processo di tutta la filiera.
E lì, l’intelligenza artificiale diventa un compagno di viaggio che permette - per la prima volta da sempre, proprio come la stampa - di aprire le porte, di dare all’artista che lo desidera, le ali per volare da solo.
Non sarà facile.
Ma se prima volare da soli, per gli artisti, era un sogno irrealizzabile, questa rivoluzione restituisce a coloro che hanno intento, idee, spirito critico e anima artistica la possibilità di farcela da soli.
Lo ripeto:
1. Intento (che si alimenta con cultura, lettura, incontri, cibo dell'anima)
2. Idea (hce nasce dall’ascolto di ciò che ci circonda e di ciò che abbiamo dentro)
3. Esecuzione (la nostra risposta, come artisti. Il nostro segno: scrittura, canto, recitazione, quello che vi piace di più.)
4. Distribuzione (marketing, piattaforme digitali, strategia per far conoscere la nostra risposta, per dare impatto.)
5. Discussione con il pubblico (interazioni, social network, un sito, un diario d’artista dove scambiarsi opinioni)
L'arte non è morta. Al contrario.
Stiamo per vivere un’esplosione di artisti indipendenti che riusciranno ad essere grandi quanto (o più) delle major, poiché detentori di ciò che conta e vale davvero all'interno della filiera: l’intento. Il fuoco primigeneo, la luce.
Il Cocktail perfetto
Ieri ho parlato con una scrittrice specializzata nella narrativa erotica (grazie Raffaella!). Le ho gentilmente chiesto di darmi un ritorno riguardo a una scena «spicy» del secondo volume de Il Labirinto della Speranza.
Non essendo io un lettore della narrativa erotica moderna, non sapevo dove mi collocassi, su una scala da 1 a 10.
Sono cresciuto con Manara, e chi mi conosce sa che l’eleganza verbale è un segno distintivo della mia poetica.
Senza troppo stupore, mi sono reso conto che il calore della scena si collocava intorno a un 5-6.
Con il generoso consiglio di «osare di più».
Ma in realtà — e qui scatta la tipicità del mio profilo di scrittore — a me 5-6 va benissimo!
Lo sapete: "il labirinto della speranza" è un thriller psicologico, un dark romance, ha un sapore paranormale, ma è narrativa moderna, con filosofia, citazioni colte e personaggi che mutano e si trasformano profondamente.
E ci sono scene spinte ("poco esplicite", e mi va alla grande 🙌).
Insomma, le mie saghe, proprio come L’Anello di Saturno, sono dei cocktail di generi.
Sono dei mojito, dei daiquiri alla fragola, delle pina colada, dei gin tonic.
Non sono un purista, non verso il whisky senza ghiaccio o il rum barricato 36 mesi in un bicchiere di cristallo direttamente da una botte di Cuba.
No.
Io faccio libri per tutti, che possano piacere a una varietà di persone, ognuna con la propria chiave di lettura.
È la mia forza, e anche la mia debolezza.
Questa mia scelta — derivata sia dal mio profilo personale artistico-psicologico, sia dal mio voler fare impresa — non è senza rischi.
Il primo rischio, quello preponderante che mi aspetta al varco, è di non piacere a nessuno.
Mi spiego.
Il lettore che cerca il thriller vuole subito la scena del cadavere che viene tirato via di notte nella foresta da un uomo affannato. Chi vuole l’erotico, pretende descrizioni più spinte. Chi cerca la psicologia approfondita magari disdegna la storia d’amore, et cetera…
Un cocktail rischia di scontentare tutti.
Ma chi mi sceglie, lo fa perché cerca qualcosa che non trova altrove: un cocktail fatto ad arte, con sapienza, equilibrio e sensibilità, può essere qualcosa di veramente esplosivo.
E ambizioso.
Poiché è proprio fondendo i generi tra loro, unendoli in un unico grande e nuovo sapore, che si può produrre un nuovo sapore: indistinto, morbido, unico, intenso e variegato, che lascia il desiderio di volerne ancora.
"L’Anello di Saturno" ne è un primo esempio embrionale, di questa mia ricerca.
Ho fuso il romance e il fantasy, con un tocco di filosofia, archeologia, avventura e thriller.
Io penso che il futuro della narrativa sia proprio lì, in questa strada di commistioni.
Non a caso esistono già parole che fanno la crasi dei generi (il romantasy).
E perché non crearne di nuove, e andare alla ricerca di nuovi sapori?
Eccomi, sono pronto.
Mettetevi al bancone, che vi servo un nuovo cocktail.
Se non mi avete già provato, ci sono sia La Divina Avventura (fantasy, fantascienza, spirituale, avventura) sia L’Anello di Saturno (romance, fantasy, avventura, archeologia) ad aspettarvi, nell’attesa di finire nel mio labirinto.
Effimeri come farfalle
Ho visto un video di Nadal, a cui viene dato l’onore, dopo aver vinto ben 14 Roland Garros, di avere una lastra incisa su uno dei campi ufficiali del torneo.
Questo mi ha fatto capire una cosa allo stesso tempo terribile e leggera, tragica ed effimera.
Nadal, tennista senza precedenti, me lo ricordo con i capelli lunghi e il braccio teso. La gamba lunga, il polsino giallo. Un gladiatore del campo, contro Federer, Djokovic, contro tutti.
Ora, davanti alla vista della sua impronta incisa nel marmo, sporca di terra battuta, rossa come il deserto al tramonto, davanti a una platea commossa quanto lui, scoppia a piangere. Accanto a lui, abbracci. Un momento che ha commosso anche me, ma che poi ha fatto emergere nel mio cuore una sensazione ambigua.
Siamo un battito d’ali,
e diventiamo una lastra
nel migliore dei casi.
Spesso l’artista si ritrova ad affrontare la sua mortalità. In realtà, l’arte è un piccolo sogno di immortalità, un desiderio di superare la soglia del tempo con un lascito, che anch’esso, prima o poi, diventerà, come dice tanto bene Rutger Hauer in Blade Runner: «lacrime nella pioggia».
Se non è ora, è tra cento anni. Se non sono cento saranno mille, o miliardi. Che importa il tempo, se confrontato con la nostra finitudine e l’immensità del creato?
Forse un giorno affronterò una «saga» che sia anche questo. Un procedere nel tempo, lasciando che i protagonisti di una pagina diventino un ricordo lontano pochi capitoli dopo, e infine, una statua, un’effigie, una frase, un pensiero a cui nessuno è più capace di collegare l’autore, ma che è ancora presente, che permea la coscienza.
La bellezza della vita è nel presente, nella scoperta dell’ignoto che ci circonderà sempre, sia nel tempo che nello spazio. L’arte è il simbolo della nostra finitudine: come farfalle estemporanee, voliamo d’idea in idea, verso una roccia stabile, che lanciamo tra le onde del tempo, sperando che qualcuno, dall’altra parte della soglia, continui il testimone.
Sì, un giorno affronterò questo tema con coraggio. Con una saga che avrà gli esseri umani come formiche, protagonisti di pagine nell’oceano del tempo. Non ne ho ancora i mezzi; è probabilmente qualcosa che mi richiederà tutta l’energia che ho, tutta la saggezza e la forza.
Perché, siamo onesti, affrontare «la leggerezza esistenziale» richiede un coraggio da leoni, la saggezza di Platone e una tecnica eccelsa.
Per ora, mi diletto nello strutturare il terzo volume de Il labirinto della speranza e mettere a posto il secondo volume. Che casino! Un castello intricato, pieno di trappole e illusioni, un labirinto di specchi dove vedo frammenti di me, di coloro che incontro.
Tra l’altro, mi rendo conto sempre di più che adoro ascoltare gli altri. Perché sono una continua fonte di ispirazione per i miei personaggi, le mie storie. Appena sento qualcosa di interessante, lo assorbo e lo inietto nel mio percorso.
E mi rendo conto che più tendo le orecchie e apro gli occhi, più il mondo mi regala perle da mettere alle mie collane.
La crisi interiore
La crisi arriva per tutti.
Come un appuntamento con noi stessi, arriva la ferita che non si rimargina, che ad ogni ciclo ci ricorda che abbiamo un conto in sospeso con noi stessi.
Ormai la sento, la riconosco, la vedo arrivare da lontano, eppure ancora mi coglie.
Mi coglie nelle parti più basse, più fragili del mio io. Quelle che sono aperte alla critica, che hanno un seme del dubbio che cresce insieme a loro. I miei lati fragili, se vogliamo.
Ma facendomi io sempre più acuto con l’età, sempre più consapevole di me stesso, la crisi si fa sfocata, quasi eterea.
C’è ma non si vede.
C’è ma non riesco a definirla.
E questo me la rende ancora più difficile da gestire.
Si dice che se a un problema c’è una soluzione, allora è inutile preoccuparsi.
E se a un problema la soluzione non c’è, è inutile anche in questo caso.
Insomma, è inutile preoccuparsi.
Ma se lo stato d’animo che sentiamo è nebbioso?
Se l’unica cosa che comprendiamo della nostra energia è la dimensione grigia, dominante come un cielo d’inverno?
Cosa fare? Aspettare il sole? Accettarla e basta? Oppure soffiare con tutte le forze che abbiamo per spazzarla via?
Non lo so.
Scrivo questa pagina un po’ per inerzia, un po’ perché so che scrivere i demoni li fa emergere e, in un certo senso, li scioglie sotto la luce del sole.
Oggi di sole ce n’è poco, ma chissà, magari funziona.
Ho due gatti.
Loro, devo dire, sono pazzeschi.
Sembra che tutti i giorni sia un giorno giusto per farmi le coccole, per starmi vicino.
Uno dei due, Bijou, ha un rapporto simbiotico con me.
Gli piace starmi sulla pancia.
E a me piace pensare che sia per curarmi, per assorbire energie, per essere gentile.
A volte temo che il silenzio sia una gabbia dorata.
Un luogo di ritrovo con me stesso che diventa torre d’avorio, dove mi isolo e perdo la nozione dello stare bene.
Mi crogiolo in uno stato d’animo, mi ci cullo, mi ci perdo.
Chi scrive lo sa: il rapporto con le parole è qualcosa che va oltre l’ortografia e la grammatica.
È una sfida con se stessi.
Giro, giro, ma non riesco ad acchiappare quel fantasma che s’insidia al risveglio.
Quel pensiero che «qualcosa» (cosa, chissà?) non sia esattamente al suo posto.
La vaghezza come crisi interiore, chi l’avrebbe mai detto.
A questo punto mi sorge il dubbio che, più che crisi, questa sia una manifestazione d’intento di crisi irrisolta.
Un folle desiderio che ho di stare così e, visto che non ho giustificazioni appropriate, la accetto per quello che è: indefinita.
Ed ecco che ritorno al mio eterno ritorno, fonte continua della mia poetica: la volontà.
La volontà di stare bene.
E quella di stare male.
Che sia davvero così?
Ora mi faccio una bella camminata e sono certo che, al ritorno, qualcosa sarà diverso.
Chissà, magari continuo la pagina dopo il ritorno.
—
La vita ha bussato proprio quando stavo per uscire di casa.
Elettra ha mal di pancia, devo andarla a prendere a scuola.
Sta bene ma deve riposare, quindi a letto.
Come sempre, lo stupore è dietro l’angolo.
A quanto pare basta aspettare per riprendere a correre…
Oggi non ho scritto
Oggi mi sono svegliato sul divano.
Ero così stanco, ieri, che non ho retto al film sul grande televisore del salone.
Ho sentito soltanto, verso notte inoltrata, una dolce coperta avvolgermi e una voce sussurrarmi la buonanotte con un bacio.
Mi sono svegliato verso le sette del mattino, la giornata era bella, già soleggiata di primo mattino.
In questi giorni mi sento più stanco del solito. Sarà per la cataratta.
Pensa te: ho 45 anni e ho la cataratta.
Non è rarissimo, ma normalmente arriva dopo i 60.
Che dire, mi piace essere in anticipo.
I miei occhi sono un macello, ci vedo molto poco.
Forse è per questo che ho così tanta immaginazione: il mondo, senza lenti, per me è tutto da immaginare (mi manca -5,25 e ora -7).
Insomma, dopo il risveglio e un caffè, ho passato una giornata splendida con amici e compagna, al lago di Bracciano.
Bello, vivo, con quel leggero ponentino che calma l’anima e la accende al contempo.
Abbiamo mangiato in riva al lago, tra risate, secondi di pesce (per me no, a me il pesce non piace) e contorni, crostata fatta in casa e un caffè.
Ho guidato anche al ritorno. Mi ha affaticato parecchio.
Con le mani sul volante pensavo al fatto che «oggi è uno di quei rari giorni in cui non ho acceso il computer».
Avevo bisogno di riposo.
Di tranquillità.
E quindi mi ero detto: «Oggi, non scrivo».
A fine pomeriggio siamo tornati verso Roma, con i finestrini aperti, tra le stradine statali, alberi, colline verdi e un miliardo di persone che avevano avuto la nostra stessa idea.
Arrivati tra le mura del focolaio domestico, la nonna ci ha riportato la bimba, e la famiglia si è riunita in un abbraccio, una serata, un dessert.
Che fortuna che ho, penso.
Che fortuna.
Ora sono le dieci di sera e già dormono tutti.
C’è silenzio in salotto.
Questa pagina la sto scrivendo seduto su una poltroncina, dal telefonino.
La aggiusterò domani sul computer.
Un flusso sincero, un getto di ricordi che voglio imprimere in parole.
Uno specchio che mi ricorda che, in fondo, sono un gran bugiardo.
Oggi, in realtà, ho scritto questo diario.
La scrittura erotica
Nella prossima saga, affronterò molti lati oscuri della nostra realtà. Come mi piace pensare, se L’Anello di Saturno è il sole, Il Labirinto della Speranza sarà la luna. Esoterismo, thriller psicologico, manipolazione, sette e anche erotismo. Una faccenda a dir poco delicata!
Non ho paura di affrontare questo lato della scrittura e della narrazione, anzi. Mi piace, mi diverte e, soprattutto, mi libera.
Voglio che questa prossima saga sia un’effige della libertà di espressione al servizio della storia. Ieri guardavo una bella intervista a Tarantino, in cui spiegava che il problema delle storie moderne del cinema di Hollywood è che sono prevedibili.
In realtà, gli devo proprio dare ragione: una buona storia si svela man mano che vai avanti, imprevedibile, come un labirinto.
Questa saga, nella quale ormai sono dentro con piedi e gambe, è prima di tutto un grande viaggio, proprio come L’Anello di Saturno.
Un viaggio dentro la psiche di Erik, il protagonista, ma anche nella mia.
Mi rendo conto che la scrittura, al servizio della storia, a volte rispecchia stati d’animo che sto vivendo inconsciamente: il desiderio di controllo, di decidere la cadenza dell’esistenza.
Problemi che, guarda caso, affronta anche Erik. Insomma, questa avventura si sta rivelando molto più profonda del previsto.
E pian piano, scendendo nei meandri del mio inconscio, affronto i luoghi tetri, oscuri e affascinanti che circondano la notte.
L’erotismo, appunto, è uno di essi.
Non voglio censurarmi, né essere volgare. Chi mi conosce lo sa: non scrivo a caso e di certo non sono volgare. Anzi, trovo che l’erotismo sia l’apice dell’eleganza.
È un contraltare alla pornografia, in cui tutto viene esposto.
L’erotismo, al contrario, è un’allusione, un lago di ambiguità nel quale far sognare il lettore.
Un’altra cosa molto importante: non deve essere gratuito. L’erotismo gratuito è volgare, povero. L’erotismo usato come una lama sottile, che delinea i confini dei rapporti tra i sessi, delle manipolazioni e dei non detti, è colmo di fascino e psicologia.
L’ambiguità. Torna sempre questa parola, e tornerà ancora per molto, in questo mio viaggio.
Un giorno mi hanno chiesto cosa mi sono portato dietro da Tancredi. Credo che l’ambiguità narrativa sia una di queste. Ho sempre lottato per darle un lato umano forte, un’empatia che la rendesse diversa dal solito cattivo. Un uomo con delle ferite, un cuore, ma capace di cose terribili. Questo lo ha reso ambiguo.
Sono rimasto affascinato dal contrasto che porta con sé. Così tanto da aver deciso di scrivere una storia che, come vorrebbe Tarantino, si svelerà nella sua ambiguità, tra corpi, seduzioni, illusioni e paure profonde.
A voi fa paura l’erotismo?
E l’esoterismo?
Spero di non “shockare” troppo coloro che mi leggeranno. Anzi, no. Spero proprio di farlo.
La parte più difficile
Qual è la parte più difficile di fare l’artista? Di fare il regista, l’attore, lo scrittore?
Io penso che potrei aprire una sezione del Diario d’artista dedicata solo a questa frase: «La parte più difficile.»
È difficile dare una risposta, perché affrontare questa domanda significa affrontare le nostre debolezze, i nostri pregiudizi.
A volte nascondiamo la parte più difficile a noi stessi. Siamo i primi a illuderci. Spesso, ci si ritrova davanti alla difficoltà e, invece di sormontarla, cambiamo rotta.
Quante volte abbiamo fatto scelte dettate dalla paura? E quante volte dettate dal desiderio?
Forse è lì che sta la parte più difficile per me: quando viene meno il desiderio. Sono vittima della fascinazione che desidero imprimere con l’arte. Voglio vivere affascinato, sono nel mio personalissimo labirinto della speranza.
Molti anni fa, un regista mio maestro mi insegnò che:
«Quando pensi ‘è troppo’, è proprio in quel momento che il lavoro inizia.»
Di questa filosofia ho fatto un mantra, spingendo la mia forza di volontà ben al di là di dove stava quando avevo vent’anni.
Appena uscito dalla scuola di recitazione, avevo recuperato qualcosa di me. Si era accesa una passione che mi ha messo in moto.
Eppure percepisco ancora la tendenza a mollare. Ma badate, non è vista come una resa, anzi. Più come un:
«È tempo di trovare altre erbe più verdi.»
Una sfida non raccolta mascherata da noia. Una fuga superba.
Sì, è proprio questo il mio punto debole: sono una farfalla, un’ape che vola di fiore in fiore.
Molti non lo sanno, ma nel corso della mia carriera d’attore ho fatto mille lavori: assistente alla regia, regista, tecnico attrezzista, produttore, montatore.
Tutto per poter continuare il mio sogno.
Ho cominciato per caso, se vogliamo, questa carriera. Uno spettacolo in TV mi ha attirato l’occhio. Gente che improvvisava. E da lì, scuola di recitazione, teatro, cinema, tv. Tutto liscio.
Ma forse proprio per questo ho continuato a coltivare il desiderio di altro. I miei “veri” sogni.
Dopo aver risparmiato con Distretto di Polizia e Un medico in famiglia, non ho comprato una macchina, né una casa. Ho investito in un sogno: quello di realizzare un videogioco per poter andare lì dove sognavo di andare da bambino. A Los Angeles, all’E3.
E lì ho avuto la gran fortuna di riuscirci e di aver trovato le persone giuste per quel viaggio.
La parte difficile è la fortuna, forse.
E ora sono nell’impresa delle imprese: produrre mondi, storie, sogni, pensieri, ragionamento attraverso delle saghe, dei romanzi lunghi. Dialogare con le anime degli altri, al di là del tempo presente.
Insomma,
Ho fatto tante cose, ma in realtà mi sento come se non avessi ancora fatto nulla.
È una strana sensazione, questa, no? Non vi capita mai?
Forse la parte più difficile è essere felici di quello che abbiamo.
Kato, nel finale de La Divina Avventura, si chiede cosa vorrebbe provare prima di morire, sapendo che quella sensazione lo accompagnerà per l’eternità.
Pensa alla gratitudine. Ma poi, quando si trova davanti alla morte, in quel momento decisivo, il suo pensiero tace, ed emerge la natura. Implacabile: il desiderio di vivere ancora un po'.
Andare avanti.
La parte più difficile è andare avanti.
Ma è anche quella più divertente.
La fatica dell'impresa
Oggi attraverso un momento di oscurità, sono stremato dalle mie avventure.
L’idea di scrivere un’altra saga mi pesa più degli altri giorni.
Capita, lo so, fa parte del gioco.
Gli americani lo chiamano “il grind”, quella cosa per cui ogni giorno, un sassolino dopo l’altro, si costruisce il grattacielo.
Con sudore, fatica e forza di volontà.
Lo diceva anche Paperon de’ Paperoni:
“Si diventa ricchi un centesimo alla volta.”
Ma che fatica.
Scrivere L’Anello è stata un’impresa mica da ridere.
In tutto, se dovessimo vedere la storia come un unico libro, parliamo di circa 280.000 parole, indicativamente 1.100-1.200 pagine.
E dalla scrittura alla pubblicazione sono passati circa 12 mesi.
Insomma, ho fatto uno sprint davvero intenso, e ora mi ritrovo un po’ sommerso da fatica, stupore e smarrimento.
Nonostante l’incredibile successo della saga, che si avvicina al traguardo ragguardevole di 10.000 copie vendute, non sono soddisfatto.
Chi mi conosce non penso si stupisca, ma in questo caso è una sensazione difficile da mandare giù.
Vorrei esserlo, davvero.
Ma l’impresa editoriale che sto costruendo, e che piano piano sta dando frutti, ancora non genera un raccolto sostenibile.
Vuoi perché ho appena iniziato, o perché ho scritto “solo” una saga, ma il cammino verso la famosa redditività è ancora lungo.
Potrei mollare tutto e accontentarmi.
Scrivere senza pretese, senza fretta, e lasciare che i miei testi vaghino liberamente, nelle mani di un editore terzo che ne possiede i diritti.
Ma non fa per me.
Ho raggiunto un’età in cui ho bisogno di sentire che lo sforzo che sto facendo elevi il mio operato.
Ho bisogno di sentire l’impresa scorrere nelle vene.
Chissà perché. Forse perché mio papà è un imprenditore.
E per osmosi, nonostante il mio percorso artistico, questo agente interno continua a desiderare maturità e successo.
L’imprenditore che c’è in me si è adoperato, negli anni, a saltare come una farfalla sui sogni dell’artista.
Con il desiderio di renderli grandi, unici, personali.
E ora, con davanti 4 volumi da scrivere della prossima saga, qualcosa in me è stanco.
C’è un Flavio, quello insoddisfatto, con le bretelle da magnate e il sigaro in bocca, che dice:
“No no. Ora tu ti fermi e vediamo come va questa cosa. Vediamo se questa saga dell’Anello è redditizia. Sennò, chiudiamo bottega.”
E poi c’è il Flavio con la barba lunga e le mani piene di inchiostro digitale, con idee a non finire, che si gratta il capo e dice:
“Ma no, vedrai, la prossima storia è quella giusta. Dammi retta, ce la faremo!”
Ecco, sono in mezzo a una trattativa tra le mie due anime.
Strappato tra sogno e concretezza, in bilico tra soldi e sogni.
I libri sono strani.
E penso che, come imprenditore, abbia ancora molto da imparare.
Per esempio, non so quanto resista l’interesse di un libro dopo la sua uscita.
Nel cinema e in molte altre industrie, il grosso delle vendite si fa nei primi giorni, poi arriva il crollo verticale, a causa della sovrapproduzione quotidiana.
Io sogno una crescita lenta e stabile.
Un modello di business sostenibile, in cui ogni saga raggiunga il proprio punto di redditività e non lo molli più.
Una proprietà intellettuale come un valore immobile.
Un “prodotto” che si autoalimenta, che resiste al tempo sia nei contenuti che nel modello imprenditoriale.
Questa è la più grande sfida che potessi accettare con me stesso.
Ancora non l’ho raggiunta, ma sono più vicino di quando ho cominciato.
E come diceva un tale:
“Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.”
La forza della vulnerabilità
Spesso la sensibilità, intesa come rimanere aperti — con il cuore di carne viva in mano — al mondo, viene fraintesa come debolezza.
Come se l’atto di darsi all’altro, di mostrarsi per ciò che si è, fosse un segno di instabilità emotiva.
Ovviamente non è così.
Ci vuole molto più coraggio ad ammettere le proprie fragilità, i propri difetti, che a nascondersi dietro una maschera, puntando il dito contro chi invece ha il coraggio di esporsi.
Nell’arte della recitazione, per esempio, ho imparato che ciò che dona al personaggio una dimensione empatica sono proprio le sue fragilità. Le sue crepe.
Nulla è più noioso di un personaggio onnipotente, onnisciente, privo di dubbi.
Sono proprio i dubbi a portarci verso il miglioramento. A elevarci.
In molti testi spirituali si ritrova l’idea che la forza stia nel donarsi, nel “porgere l’altra guancia”. Non tanto per spirito di sacrificio, quanto per una reale forza interiore.
Solo così ci mettiamo davvero davanti a noi stessi, e ci conosciamo.
La vera forza arriva dalla conoscenza e dall’accettazione di sé. Ma non solo.
Anche dalla consapevolezza che questo non è un percorso che finisce con un premio, perché “ce l’hai fatta”.
È un cammino. Uno di quelli che ci accompagna fino alla fine di questa vita.
E forse anche dopo. Chissà.
Qualche tempo fa, in un articolo, ho ricevuto un commento al vetriolo, mascherato da “onestà”, ma intriso di giudizi gratuiti, proiezioni e una certa superiorità morale.
Quella persona si arrogava il diritto di valutare il mio aspetto fisico e la mia carriera — senza alcun reale contesto — come se stesse elargendo una lezione di vita.
In realtà, la sua “franchezza” era solo una scusa per colpire.
Sono un attore.
E se c’è una cosa che gli attori imparano presto, è a incassare critiche che sembrano rivolte non al lavoro, ma alla persona.
Perché il nostro lavoro è la nostra persona.
L’attore incarna letteralmente l’arte che fa.
Ogni parola, ogni gesto, ogni espressione parte da dentro. E quindi ogni critica è difficilmente separabile dall’identità.
Per anni ho preso le critiche sul personale.
Magari rovinandomi un momento di pace solo perché Tizio o Caio aveva detto qualcosa di brutto su di me.
Poi, con gli anni, ho capito una cosa meravigliosa.
Siamo piccoli esseri umani, su un granello di sabbia, tra miliardi di galassie, anch’esse granelli di sabbia nello spazio infinito.
Non importa.
Non importa cosa dicono — nel bene o nel male.
Importa cosa sento.
Importa quanto mi adopero per elevarmi, migliorarmi, superarmi, conoscermi.
Questa vita che abbiamo è un percorso di conoscenza.
E non dovremmo mai permettere che la cattiveria altrui interferisca con questo cammino.
Come diceva la scritta sopra il tempio di Delfi:
“Conosci te stesso.”
La gabbia del genere
Il genere, questo mostro a sette teste.
Ogni autore deve affrontarlo. Bisogna nascere già categorizzati. Bisogna produrre con in mente un genere.
Roba tosta.
Soprattutto per chi ama viaggiare con la fantasia, per chi ama l’ignoto. Per chi non sa, all’inizio del cammino, come sarà il luogo di destinazione.
Si dice che il genere riguardi gli editori, il marketing.
Eppure, come sapete, io porto due cappelli: quello dello scrittore e quello di chi promuove l’opera. Ho quindi l’assurdo ruolo di far combaciare due elementi che dovrebbero essere scissi: la creazione e la vendita.
Così capita, a volte, di chiedermi:
"Ma questa mia creazione, che genere è?”
E capita di chiedermelo durante il processo creativo, come se, man mano che scrivo, cercassi una forma commerciale. Un intreccio di creatività e strategia. Un po’ quello che sono io.
Il Labirinto della Speranza: il dilemma del genere
Ho concluso la prima stesura del primo volume de Il Labirinto della Speranza. La seconda avverrà solo alla fine della saga, quando avrò completato tutti i volumi.
Ho ricevuto i primi commenti dei Beta Reader.
Uno su tutti mi ha messo in difficoltà: il genere.
Come sapete, io scrivo saghe evolutive, che mutano da volume a volume, non solo nella storia, ma addirittura nei generi.
Ne L’Anello di Saturno, si passa da un amore giovane a un amore drammatico, poi al thriller, fino al fantasy.
Anche Il Labirinto della Speranza segue questo principio. Dentro ci sono tanti generi:
Una delle critiche ricevute riguarda il primo volume: non è abbastanza “thriller”.
Gli amanti del thriller cercano pericolo, azione, urgenza.
Io, invece, in questo primo volume, gioco con un’angoscia sottile, con ferite profonde, ambiguità morali, risvolti psicologici e drammatici.
Dovrei quindi definirlo Dark Romance invece che Thriller Psicologico?
Oppure un Dramma Mystery?
Ma poi c’è anche l’ambiguità del paranormale… quindi?
“Un thriller psicologico mystery/noir drammatico, con uno slow burn dark romance.”
Si fa prima a leggere il libro che il genere
Come avrete capito, incasellare un’opera in un singolo genere non mi piace.
Esiste un solo genere autentico: Narrativa Contemporanea.
Il resto sono etichette per algoritmi e editori, strumenti per facilitare la ricerca del prossimo titolo, basati sull’assunto:
“Visto che ti piace il thriller, ecco altri 1000 thriller per te.”
Ma se fosse l’autore a piacerti?
Se vedessimo lo scrittore non come un mero esecutore di genere, ma come un esploratore dell’umanità?
Le storie contengono romanticismo, pericolo, poesia, crudezza.
Tutti noi abbiamo vissuto i generi, nella vita.
Dipende dal momento.
Il genere non è altro che il sapore di un momento.
È la fotografia della biodiversità delle energie che ci circondano.
Il mio compito? Esplorare l’anima, incarnarla e restituirvela, in una storia coinvolgente, entusiasmante, incalzante.
Il genere, lo lascio a voi.
La regia e la Scrittura
Chi ha letto i miei romanzi sa che dentro vi è la mia recitazione, il mio desiderio. Chi ha ascoltato gli audiolibri ancora di più, poiché do voce al mio scrivere. Dicitore e scrittore, una cosa rara tra gli autori.
Ma chi mi conosce da veramente tanto tempo sa bene che la mia passione, forse seconda solo alla scrittura, è sempre stata la regia. Ho prodotto e messo online ben tre prodotti audiovisivi. Il primo era un film di “animazione” denominato Sogno Farfalle Quantiche, in cui raccontavo con estrema creatività visiva la turbolenta estate di Matteo e Flavio. Un filmino dell’estate con funghetti allucinogeni.
Poi ci fu #bymyside, una specie di "Aspettando Godot" urbano, sempre con gli stessi attori e compagni di vita, che mi seguirono anche in quella che fu poi la mia ultima impresa audio-visiva: Days, un film interattivo in cui, come in Rashomon, era possibile per lo spettatore, scegliere “chi” seguire dei personaggi. Un’interazione in cui ciò che cambia non è la storia, bensì il punto di vista. Andò bene, ma non abbastanza.
Del perché forse ne parlerò più avanti. Ora voglio concentrarmi su ciò che queste esperienze mi hanno portato nella scrittura.
Prima di fare questi film, dovete sapere che avevo fatto 4 anni di regia al Teatro Stabile di Genova, e altrettanti a fare da assistente alla regia di Sciaccaluga, Langhoff, Nichetti.
Insomma, ho la regia nel sangue. Ho visto tutto Kubrick più di una volta, amo l’estetica essenziale, la forma pulita.
Quando leggerete le pagine dei miei libri, ci farete caso. La regia è presente, e ha un sapore fortemente cinematografico, ne sono consapevole.
Ora sto scrivendo Il Labirinto della Speranza, e ciò che faccio, nella prosa, non è scrivere, ma descrivere. Cerco di raccontare, attraverso la parola, l’oggettività dell’azione. Per lasciare poi che il processo creativo avvenga nella mente di chi mi legge. Scrivere e leggere sono legate da un rapporto armonico. Io non sono che la scintilla che accende l’anima, il resto, il lavoro di immaginazione, lo fa il lettore. Per questo ogni lettura è diversa. Perché ogni lettore ha una sua tonalità di rosso mattone, ogni lettore vede la montagna innevata che taglia le nuvole in modo diverso.
L’uomo non è un animale pensante, ma sognante.
Il sogno emerge dalla lettura che gli dà spago.
Sempre più mi piace perdermi nella prosa, per poi, in editing, tagliarne una buona fetta per mantenere il giusto equilibrio, quello fondamentale, quello del desiderio di continuare a leggere.
Ah, giusto, la regia nella scrittura!
Ora, sopresa, come piccola anticipazione di cosa vi aspetta, vi lascio un estratto del Labirinto della Speranza, ditemi voi dove vedete la regia. Se la vedete. Poi vi rispondo nei commenti.
Piccola premessa, questa è una prima stesura, che ho cercato di formalizzare come fosse finale, in questo modo, vi darà una previsione anche di sensazione. Il contenuto potrebbe variare alla pubblicazione. Zero spoiler.
Erik arriva davanti alla porta del suo appartamento.
Gira le chiavi nella serratura.
Apre.
L’odore di muffa lo travolge. Pesante. Umido. Vivo.
Si ferma sulla soglia.
Un respiro. Un altro. L’aria entra a fatica nei polmoni. Troppo densa di passato.
Entra e chiude la porta alle sue spalle.
Un clic soffocato.
La polvere aleggia tra i raggi di luna che filtrano dai vetri opachi. Gli spifferi sembrano parlare, sussurrando ricordi sepolti. In quel silenzio, cantano gli echi di una vita. La risata di Alice in cucina. Il suono di un cucchiaino di plastica che batte frenetico sul tavolo. Il profumo del caffè.
Erik volge lo sguardo al corridoio.
Si avvicina.
Si ferma davanti a una porta. Ha un adesivo scolorito al suo centro. Un cuore rosso, fissato con puntine colorate.
Una scritta.
(Non è quello che c’è scritto)
Il fantasma della coscienza
Siamo coscienza, siamo passione e nutriamo il desiderio di trasformazione e di vita.
Viviamo costantemente tra le altalene del tempo, tra i viaggi nell’io e nel mondo.
Sto affrontando i temi dell’occulto: inizi da quelli più blandi, come l’astrologia e la lettura dei tarocchi, per giungere alla divinazione e molto altro, il tutto all’interno di un thriller psicologico.
Mi direte: allora stai scrivendo un thriller paranormale?
No, non esattamente. Voglio mettere a fuoco l’ambiguità che regna nel mondo delle percezioni, dei fantasmi e della psicologia.
Psiche, per i Greci, era una dea: aveva un corpo, esisteva in quanto tale.
Ora, per noi, la psiche ha raggiunto una forma molto più astratta eppure altrettanto concreta – se non addirittura di più – di una dea nell’Olimpo.
Noi creiamo manifestazioni della realtà e, piano piano, ne scopriamo i dettagli, contribuendo a definirne il disegno.
Sono le nostre proiezioni a dare forma alla realtà, e questo vale anche nell’occulto.
Una cosa diventa vera se ci si crede abbastanza.
E, visto il mio amore per le parabole, le metafore e le storie fantastiche – che in realtà sono molto pragmatiche e reali – ho scelto di affrontare l’ambiguità del reale nel thriller psicologico.
Cosa, se non una manipolazione della realtà attraverso l’occulto, può incarnare il folle desiderio, la passione, l’amore?
In psicologia si parla spesso della rimozione, del dimenticare un evento tragico pur di sopravvivere alla quotidianità.
In realtà, cosa differenzia questo da un fantasma che torna ad abitare la realtà perché non è pronto a lasciarla andare?
Entrambe le cose sono eteree, inafferrabili eppure trasformano profondamente l’individuo che le vive.
In questa analogia, tra il fantasma e la coscienza, tra il senso di colpa e la visione, si svolge la mia storia.
Un luogo in cui le passioni travolgenti si infiammano senza resistenza, in cui le barriere crollano, i cuori esplodono e, forse, le anime guariscono.
Un’odissea nei generi dell’ambiguità e della tensione.
Un viaggio anche nell’erotismo, nella manipolazione, nell’occulto e nella magia.
Ma, soprattutto, un viaggio nell’anima dei miei personaggi, dei quali scopro, ogni giorno, sfaccettature che non avevo colto.
Ogni giorno diventano sempre più umani, sempre più sfumati e, in un certo senso, sempre più ambigui.
Il bello di scrivere, per me, risiede proprio nell’opportunità di esplorare campi dello scibile che altrimenti non avrei conosciuto.
È come viaggiare con la mente.
Scopro così che le dimensioni che mi circondano sono tante quante le persone che vivono questa realtà.
Anzi, molte di più, perché Erik, Morgana, Euridice, Paolo, Aurora sono, per me, persone che esistono, che pensano, che hanno una visione del bene e del male e problemi da risolvere.
Ho consegnato il primo volume alle beta reader e sto ricevendo i primi riscontri, molto utili soprattutto per comprendere se lo stile, la struttura verbale e il flusso degli eventi risultano efficaci.
Questa saga è un’avventura creativa davvero ricca, che mi ha messo alle corde già a partire dal secondo volume.
Tutto fluisce in modo più sottile, subdolo.
È un labirinto anche per me, del quale conosco “più o meno” il finale, ma che mi costringe, ogni volta, a riscrivere quello che pensavo sarebbe accaduto.
Filo unico o filo multiplo
Sono a un bivio.
Ho scritto il primo volume della mia prossima saga, “Il Labirinto della Speranza”. Ora mi sono fermato un attimo per respirare e pianificare il prossimo.
E nel frattempo, mi diletto in quella che potrebbe essere lo stile delle copertine. Immagino il progetto, non solo la storia. Mi conoscete, sono un vulcano.
Ma ora, quello che conta, più di ogni altra cosa, è la storia.
Ho già in testa cosa raccontare nei volumi successivi, ma devo strutturare la narrazione.
Cosa intendo per strutturare?
Voglio dire spezzare il racconto in piccoli pezzi, frammenti sempre più piccoli: capitoli, scene, momenti, frasi, parole…
E le possibilità sono due: posso frammentare aggiungendo altre linee narrative, oppure evitare di aggiungerne e seguire un filo unico.
In quale caso conviene l’una, e in quale l’altra?
Soprattutto quando si parla di una saga, non è una risposta semplice.
Il filo multiplo permette di immergere il lettore in un mondo complesso, favorisce lo sviluppo parallelo di molti personaggi, anche secondari, e crea varietà di ritmi.
Potrei passare da un registro tragico a uno leggero con un semplice cambio di “linea narrativa”, e questo vale anche per le tematiche.
Se la linea “giovane” parla di problematiche adolescenziali, la linea “adulti” potrà affrontare temi più affini alla fascia d’età dei protagonisti.
Come potete immaginare, la linea multipla è la più usata nella scrittura moderna, per via dell’influenza della serialità televisiva.
Ma ci sono vantaggi anche nel buon vecchio filo unico.
Se il protagonista è forte e il suo percorso è ciò che conta davvero, allora passare a linee multiple è addirittura dannoso, perché non solo diluisce la storia, ma allontana dal cuore pulsante della narrazione.
Inoltre, se le azioni avvengono in modo sequenziale e progressivo, il filo unico è più potente.
La linea unica ha anche un altro vantaggio incredibile: è più semplice da seguire e rende il ritmo più veloce.
Io sono del team “filo unico”, perché amo Amleto, Otello, Don Chisciotte e i miti greci.
Mi piace la storia che diventa parabola e metafora, che imprime in pochi personaggi la nostra umanità, diventando simbolo di qualcosa di fantastico, filosofico e metafisico che ci riguarda tutti.
Fare la scelta del filo unico per una saga è la più difficile, perché non avrò l’orpello della scelta multipla, ma sono certo che se la storia è buona, sarà la scelta vincente.
In generale, io sono sempre stato amante delle linee singole, e credo che se scegliessi di usare linee multiple, rispecchierei solo la mia paura di non andare al sodo, di non essere radicale nel pensiero e nell’esecuzione. Non voglio fare giri inutili, né aggiungere ciò che non serve solo per compensare il mio timore di non essere abbastanza.
Ho scelto:
“Il Labirinto della Speranza” sarà una saga psicologica e thriller in 5 volumi, con una linea narrativa singola.
Mai Abbastanza
Sono entrato alla Scuola del Teatro Stabile di Genova nel 2001.
Ho avuto la fortuna, nel saggio di fine triennio, di interpretare un personaggio storico realmente esistito: Évariste Galois, uno dei fondatori della matematica moderna, genio ribelle che partecipò ai movimenti rivoluzionari, alle barricate, agli amori e alle tragedie.
Se ne è andato troppo presto, eppure, nella sua breve vita, ha lasciato un segno indelebile nella conoscenza umana.
L’autore, Luca Viganò, aveva dato al personaggio una sfumatura tragica, quella del genio ribelle e incompreso, che contribuì al successo dello spettacolo.
Interpretare un personaggio lascia sempre qualcosa all’attore che lo incarna. Da una parte, regaliamo il nostro corpo alla poesia; dall’altra, arricchiamo la nostra anima di quella poesia, ce la portiamo dietro, oltre lo spettacolo, nella vita.
Di quel personaggio mi sono portato dietro l’urgenza.
La sensazione che la vita sia breve e che le cose da fare siano tante. Troppe.
Mi conoscete, non mi fermo mai. Finisco una cosa e sto già facendo la prossima.
In questo momento, per esempio, mentre faccio l’editing dell’ultimo volume de L’Anello di Saturno – eh già… ci siamo, sta per finire – sto già ragionando sul secondo volume della prossima saga.
La prima stesura del primo volume è già andata ai beta reader, un test per capire se la narrazione, i personaggi, i luoghie gli avvenimenti siano “a livello” per affrontare una saga in cinque volumi.
So già che riscriverò questi volumi, perché scrivendo la storia i personaggi diventeranno sempre più chiari, e questo mi costringerà a riscrivere battute, commenti e pensieri di ognuno di loro.
Tra l’altro, tra pochi mesi riprenderò Il Paradiso delle Signore, e il tempo a disposizione per scrivere si restringerà.
Devo quindi avere una mappa chiara e completa di come procedere nella scrittura durante le riprese. Devo occuparmi delle pagine, e meno della storia.
Non mi fermo mai, da quando ho cominciato a recitare, non mi fermo mai.
Perché? Non lo so.
Forse per paura della morte.
Per quella battuta, che Galois ripeteva così spesso:
“Non ho tempo.”
Ammetto che ancora ora, più di vent’anni dopo, sento di non avere tempo.
Vivo come se non mi rimanesse molto, nella speranza di incidere con la mia anima il tempo.
Una visione, tutto sommato, tragica della mia realtà, che allo stesso tempo mi spinge a realizzare, a fare, anche a scapito, ahimè, di salute e società.
Questo pensiero di voler “fare”, “realizzare” mi ossessiona a tal punto che preferisco scrivere piuttosto che uscire con gli amici.
L’arte è una passione, ma anche un’ossessione, che mi spinge, mi muove e, a volte, mi consuma.
Ormai sono grande, non so quanto riuscirò a mitigare questo mio motore.
Ma il fuoco è sempre lì, e se non lo curo, se non lo alimento, in me cresce la paura di scomparire senza aver lasciato un segno.
Chissà se un giorno supererò questo mio desiderio e mi assopirò sotto un salice, a godere del presente, del rumore del mare e degli uccellini.
Chissà.
Successo o Prestigio?
Come dice il caro Eraclito, noi vediamo il mondo in modalità binaria. Esiste questo o quello. La luce o le tenebre. La fame o la sazietà.
Tendiamo ad andare per esclusione logica e abbiamo costruito il mondo usando queste esclusioni per creare ordine: la porta, la scatola. Fuori o dentro.
Nella dimensione in cui mi sto muovendo (l’editoria), lo scrittore (io) è straziato da un’ambivalenza vecchia come il cucco:
Prestigio o successo commerciale?
A quanto sembra, uno esclude l’altro. Sia mai che i salotti intellettuali riconoscano in un’opera di successo popolare un merito letterario! E Dio non voglia che un’opera di eccelsa prosa e tematica venda centinaia di migliaia di copie.
No, non può essere. O l’uno, o l’altro.
Un esempio lampante sono i premi letterari. Lo Strega, per esempio. Ricordo un’immagine che mostrava il numero di copie vendute dei selezionati. Se ben ricordo, della dozzina, solo tre superavano le 10.000 copie.
Capirete quindi quanto sia presente nel cuore di ogni scrittore il dilemma: successo commerciale o prestigio?
A me piace pensare che uno non escluda l’altro. Non tanto perché oso immaginare uno scenario in cui un successo commerciale enorme vinca il Premio Strega – non sono così illuso – ma perché, per me, il prestigio autoriale è qualcosa che si ottiene, se si ottiene, a lavoro finito.
Il prestigio è la medaglia al valore del soldato morto tra le trincee d’inchiostro. Non la pacca sulla spalla dei suoi commilitoni.
Il prestigio sono i libri di storia.
Il successo, invece, come diceva il grande Carmelo Bene, “è già successo”, sta in un presente che è già passato.
Dovrei quindi chiedermi: cos’è il successo commerciale per me?
Quante copie? Quanto profitto?
Credo che il successo commerciale, per un artista, sia il momento in cui, con la propria arte, riesce ad essere autonomo. A camminare da solo.
Questo significa guadagnare abbastanza da dire:
“Sono felice? Mi basta?”
E rispondersi:
“Sì.”
Poi, se si eccede, è grasso che cola, ma se ho una qualità nascosta, è quella di essere grato per quello che ho.
Tornando alle mie paturnie d’autore: successo commerciale o prestigio?
Come spesso succede, questo diario mi permette, nel momento in cui espleto i miei pensieri, di fare chiarezza. Il testo è la fotografia di questa mia ricerca.
E la risposta la sento chiara dentro di me:
Se potessi scegliere, sceglierei il successo commerciale in vita, e il prestigio post mortem.
Ora che ho fatto chiarezza su questo punto, non mi resta che affrontare la fase successiva:
Scrittore per casa editrice media, casa editrice grande, o scrittore indipendente?
Come sapete, recito, ho poco tempo. Non riesco a dedicarmi alle faccende per le quali un autore dovrebbe investire tutto il suo tempo: incontri, salotti, presentazioni, firmacopie.
Sono tutti compiti ai quali non riesco ad adempiere come vorrei.
E quindi mi dico che forse dovrei andare al 100% da solo. Diventare un autopubblicato e rinunciare a quella parte di mondo e prestigio, per dedicarmi al 100% al sito, ai libri online e al successo commerciale personale.
I vantaggi sarebbero:
• Controllo totale sulle pubblicazioni
• Guadagno maggiore per copia venduta
• Controllo a lungo termine sulle opere e sui diritti
• Possibilità di scegliere la copertina e investire in marketing
L’altra opzione è continuare con la PaV con la prossima saga (Il Labirinto della Speranza, thriller psicologico), con le stesse modalità de L’Anello di Saturno.
Sembra aver funzionato. Un detto dice:
“Squadra che vince non si cambia.”
Chissà. Con la PaV mi sono trovato bene. Aurora e il suo team mi hanno appoggiato, aiutato e introdotto nel mondo della letteratura.
Abbiamo un contratto che giova a entrambi e che, se immutato, mi regala una libertà simile a quella di un indipendente “puro”.
La terza opzione sarebbe tentare con una grande casa editrice (Feltrinelli, Mondadori, Nave di Teseo).
Un altro tipo di gioco.
• Le percentuali sulle copie vendute calerebbero drasticamente
• I tempi di pubblicazione si allungherebbero
• Perderei il controllo su aspetti come copertina, impaginazione, tempistiche, diritti e persino il testo, che passerebbe sotto la lente di un editor della CE
In compenso, mi aprirebbe a un mercato più ampio, che garantirebbe volumi in grado di compensare le royalties inferiori.
Ma io chi sono?
Di queste tre scelte, quale mi rappresenta meglio?
L’ho detto in un’intervista, tempo fa, con Antonella su Instagram:
“Io non sono uno specialista di nulla. Un factotum sui generis.”
Vi lascio, e mi lascio, con un famoso proverbio inglese:
“Jack of all trades, master of none.”
(Chi sa fare un po’ di tutto non è maestro in nulla)
Ma pochi sanno che la frase continua:
“...But often times better than a master of one.”
(ma spesso è superiore di chi è maestro in una cosa sola.)
Giù le mani dal passato
Ho riletto il quinto volume de L’Anello di Saturno. La sua conclusione.
È un volume che ho scritto tempo addietro e, come sapete, ora sto lavorando su Il Labirinto della Speranza. Una saga del tutto diversa, con tempi, ritmi, personaggi e temi diametralmente opposti a quelli così morbidi de L’Anello.
Mi ritrovo quindi davanti a una vecchia fotografia di me. Non aggiornata al presente, mi rimanda a un me distante, diverso. Uno scrittore che cercava di espandere la sua prosa, di rallentare il ritmo del racconto, di indugiare nella descrizione, nella narrazione dell’umanità dei personaggi.
La tentazione di rimettere le mani sul testo per aggiornarlo al mio nuovo stile è forte, e devo resistere. Non tanto perché non sarebbe un miglioramento, quanto perché mi voglio imporre di rimanere fedele al me che ha voluto raccontare l’amore.
Rileggere il volume mi ha messo in una piccola crisi. Sono passati alcuni mesi, più di cinque, da quando l’avevo finito di scrivere, e il ricordo che avevo era diverso. Più forte, più intenso. Invece, ho trovato morbidezza, tranquillità.
In un certo senso, ne sono felice. È una piccola dimostrazione che la natura della saga de L’Anello di Saturno è autentica, genuina. Come può essere la risoluzione dell’amore vero, se non nella morbidezza tragica della nostra vita?
Come scoprirete, il quinto volume ha una sua natura particolare, intensa, autonoma quasi.
“Vive di vita propria”, si potrebbe dire.
Che bello rileggersi a distanza di tempo. Non tanto per osservare la prosa o la trama, ma per ricordare quel me che si struggeva nella scrittura delle parole. Per rivivere, in un certo senso, il Flavio d’un tempo.
La scrittura è un viaggio profondo, che non finisce con la fine del libro. Perché ogni libro è un eco di un frammento di me.
Un tuffo nel passato.
L’arte è uno specchio, davanti al quale l’artista ha l’opportunità non solo di esplorare il mondo attorno a sé o il proprio mondo interiore, ma ha la fortuna di vederne una manifestazione tangibile, reale.
Una proiezione in carne, che gli ricorda chi è, da dove viene, cosa ha fatto per arrivare al presente.
Può essere una prigione come un’opportunità.
Un mio maestro mi diceva spesso che “non bisogna affezionarsi alle proprie idee”. E questo vale anche per le parti di noi.
E rileggendomi, provo grande tenerezza per il me che ero, che sono e che, spero, sarò.
La chiave ambigua
Nella scrittura de Il Labirinto della Speranza, uno dei temi che affronto è quello dell’ambiguità. Se ci fate caso, lo affronto sempre. Per esempio, ne L’Anello, ho cercato di rimanere il più equilibrato possibile riguardo alla domanda: “Ma esiste o no?”.
Perché avevo la certezza che più fossi riuscito a mantenere questo delicato equilibrio, più avrei capitalizzato la storia, crescendo in aspettativa ed emozione.
Al contrario de L’Anello, l’ambiguità ne Il Labirinto sarà centrale, così come l’amore è centrale nella storia tra Luca e Anna. L’ambiguità in tutte le sue forme. Mi trovo quindi a confrontarmi con cosa sia per me l’ambiguità, a livello di storia, a livello psicologico, a livello di parole.
L’ambiguità è una delle grandi chiavi dell’arte, perché porta con sé il desiderio di essere compresa. Più si riesce a mantenere l’equilibrio, per esempio in relazione a un personaggio (“Ma è buono o è cattivo?”), più si potrà tenere compagnia il lettore, farlo navigare tra i dolori e le speranze del personaggio.
In un certo senso, è il lavoro che cerco di fare con Tancredi di Santerasmo. Un uomo ambiguo. Animato da amore e invidia, paura, dolore e fragilità.
Mi piace immaginare che tutti gli uomini siano così, ambigui. Ognuno di noi porta con sé più lati, alcuni in ombra, altri di luce. Ma siamo mille sfumature di grigio, e in base alla giornata, alle persone, ci comportiamo in un modo piuttosto che in un altro.
“Uno, nessuno, centomila”, come diceva Pirandello.
Siamo ambigui, lo siamo non solo con gli altri, ma anche con noi stessi, nascondendo persino a noi stessisegreti che non vogliamo ammettere, perché la voce dentro di noi ci dice che sono sbagliati, oppure irrilevanti.
Ma soprattutto, ed è lì che conto di esplorare a fondo l’argomento ne Il Labirinto della Speranza, siamo ambigui nei confronti della realtà.
Lo trovo un piccolo capolavoro umano, questo. La realtà, così concreta, pragmatica, reale, è in realtà una proiezionenella nostra mente. Siamo capaci di forzarla con la nostra volontà, di scriverla, o addirittura di crearla.
La realtà stessa è ambigua. La relatività ne è un esempio lampante. In base a dove sei e a che velocità ti sposti, il tempo cambia. Cosa c’è di più ambiguo?
Eppure ci spendiamo per creare ordine, per mettere regole e righelli, per confutare questa ambiguità con tutte le nostre forze.
E più ci proviamo, più ci rendiamo conto che non importa quanto grande sia lo spazio o quanto piccolo sia un bosone, l’ambiguità ci permea da cima a fondo.
La saga sarà incentrata proprio su questo concetto, perché non mi viene idea migliore per affrontare il genere del thriller psicologico paranormale.
Ho finito il primo volume dei cinque che completeranno la storia, e mi appresto a cominciare il secondo.
Ci vuole fegato ad affrontare una saga. Finisci un volume, e non hai fatto che 1/5 del lavoro.
Argh.
Flavio
La paura di non essere speciale
Lo ammetto.
Mi rendo conto che soffro terribilmente di una paura che finalmente credo di avere il coraggio di guardare in faccia.
La paura di essere normale.
Dawkins parla, nei suoi interessantissimi testi che stanno alla base del neo-evoluzionismo, della particolare abilità di tutto ciò che è vivo di avere un differenziale di temperatura con l’ambiente circostante.
Noi, per esempio, abbiamo una temperatura spesso più alta del nostro ambiente. Per questo mangiamo, consumiamo energia. Stessa cosa con il sudore, ci raffreddiamo.
Insomma, siamo macchine che si differenziano. E lo stesso vale per quasi tutti gli elementi della vita.
Sapete che, se mostro un foglio bianco a un essere umano, gli occhi viaggeranno caoticamente da lato a lato senza fermarsi, ma se invece metto un punto nero al centro, lo sguardo si soffermerà proprio su di esso.
Sapete perché?
Perché siamo nati per notare la differenza. Siamo cacciatori. Nella foresta, vediamo ciò che si muove. Percepiamo le differenze. Questo processo non solo è salvifico, ma è proprio al principio della nostra evoluzione.
Ecco, io sento di avere una spinta atavica a essere una differenza. A essere eccezionale nel senso stretto del termine.
Un’eccezione.
Ma cosa rende eccezionale qualcuno?
Un uomo, una donna, un artista?
La marcata differenza con il suo ambiente.
Sono quindi mosso da una propulsione siderale nel desiderare fare le cose diversamente. E ovviamente, la maggior parte delle volte, questo risulta solo in una terribile perdita di tempo.
“Ci sarà un motivo se una cosa si fa così da 100 anni, no?”
Sì, è così. Ma non riesco a farne a meno. E ora ho capito perché. Perché ho il terrore che, facendo le cose normalmente, risulterei – ai miei occhi – banale.
Farei parte dei punti bianchi del foglio.
Sarei la temperatura ambiente.
Indistinto. Felice, sì, accerchiato dal tepore del mondo. Ma non più eccezionale.
Oltre a scelte sbagliate e grandi perdite di tempo, un altro lato negativo è che si finisce per essere soli.
Perchè come può l'eccezione diventare regola?
"Perchè fare tutta questa fatica? Perché andare a sbattere lì dove mille prima di me hanno già sbattuto e trovato una soluzione funzionante?"
Perché?
Forse perché sono, come dicono a Roma, de coccio. Io le cose le comprendo solo quando le faccio. E c’è qualcosa nell’idea di essere un artigiano che si occupa di tutto il processo artistico che mi affascina.
Sto scrivendo questa nuova saga, e mi chiedo quale strada dovrei intraprendere.
La classica strada della casa editrice oppure quella dell’artista indipendente, solitario?
Voi mi conoscete. Io bramo l’indipendenza, l’impresa. E Non sono un animale sociale.
Vorrei andare da solo.
Ma un mio amico ieri mi ha fatto notare che “se nessuno mangia dalla tua torta, nessuno ti aiuterà.”
Quanto ha ragione.
Insomma, come avrete capito, a questo giro vige in me la confusione, la paura, l’arroganza e il timore della banalità.
Ma Piano piano cresco, imparo, miglioro.
C’è una frase di Carmelo Bene che echeggia in me e lo farà fino al mio ultimo battito.
“Non dovete fare dei capolavori. Dovete essere dei capolavori.”
E l’essere, come insegna la migliore narrativa, è nel fare, nell’agire.
La tragedia a lieto fine
L’autore deve confrontarsi con il genere. Ma perché?
Perché il genere classifica la storia, la impacchetta in modo che si possa spiegare più in fretta.
• “È un libro per bambini” (Il piccolo principe).
• “È un romance ottocentesco” (Jane Eyre).
• “È un documentario marino d’avventura” (Moby Dick).
Che piccolezza!
Ma le riduzioni sono effettivamente molto utili, perché grazie alle categorie possiamo scegliere il nostro gusto preferito, come i gelati dal gelataio. Una carta del menù.
All’epoca dei Greci, avevamo la tragedia e la commedia. Ora abbiamo il gusto puffo.
Sta di fatto che mi sono chiesto a quale genere io appartenga, come scrittore.
Chi mi conosce può capire la mia avversione all’etichettatura. La odio.
Io non voglio appartenere. Non fa per me. Figuriamoci l’auto-etichettatura. Il peggio del peggio.
Vi svelo questo piccolo segreto:
da piccolo, quando ero in Francia, dicevo di essere italiano, e viceversa in Italia, dicevo di essere francese.
Sono bastian contrario nel cuore. Un tifoso del no.
Ma visto che porto il cappello da venditore e faccio pubblicità ai miei libri, confrontandomi anche con il lato mercantile dell’arte, ho deciso di scavare, anche in maniera creativa, tra le varie specie di genere, per capire in quali mi vorrei riconoscere.
Niente nicchie.
Mi piace viaggiare. Variare nell’offerta.
Non scrivo commedie. Nemmeno tragedie, almeno, non del tutto.
Amo pensare che la mia storia abbia curato i miei personaggi, e anche i miei lettori.
Il percorso narrativo deve essere un cammino sui carboni ardenti. Un rito di passaggio.
Vorrei che ci fosse un prima e un dopo.
(Soprattutto per i miei personaggi, quindi anche per me che me li vivo, ma se fortuna vuole che riesca a farlo fare anche a chi mi legge, sarebbe bellissimo).
E vorrei che, finita l’ultima pagina del libro, il lettore stesse davvero meglio.
Meglio con sé stesso, con il mondo, con il passato, il futuro.
Meglio con le sue paure.
Della tragedia, mi piace l’intensità, la potenza, l’ineluttabilità.
Mi piace l’altezza a cui parla, l’ampiezza della sua voce, la profondità dei suoi personaggi.
Ma della commedia, mi piace il lieto fine.
Da lettore/spettatore, voglio finire più felice di quando ho cominciato.
Ma questo non vuol dire ridere, anzi.
Voglio patire le pene dei personaggi, comprenderli. Voglio vederli splendere, crollare e risalire, come fenici.
Voglio tragedie a lieto fine.
Peccato che su Amazon la categoria non ci sia. 😂
La rivoluzione in corso
In questi giorni, finito Il Paradiso delle Signore, ho approfittato per recuperare un po’ di contatti con la mia famiglia, sparsa tra Italia e Francia.
Sono andato da mia sorella. Lei fa un lavoro incredibile, è un’infermiera. Di quelle che stavano in prima linea durante il Covid, alle quali tutti inneggiavano balletti e promesse di aumento. Potete immaginare come sia andata a finire.
Ma non è questo il punto.
Parlando con lei, è venuto fuori l’argomento dell’intelligenza artificiale. Come sapete, ci lavoro da ormai più di quattro anni. Il mio approccio è prettamente artistico, cerco di comprenderne le potenzialità, i limiti.
Lei lo ha usato per organizzare il suo viaggio: “Voglio andare lì, organizza qualcosa che sia X, Y, Z.”
E ovviamente ChatGPT ha organizzato tutto perfettamente, come un bravo assistente.
E mi sono detto: “Pensa, il suo lavoro, che è a stretto contatto con gli esseri umani, è uno dei pochi che non ha un reale vantaggio se viene coadiuvato dall’implementazione di ChatGPT.”
Questo vuol dire che il suo settore non verrà segnato così tanto dalla rivoluzione in corso.
Non è un discorso nuovo, ma è bene ribadirlo: i lavori che richiedono il tocco umano, che sono i lavori di prossimità tra esseri umani, non saranno in crisi, anzi.
Se posso fare una previsione personale, penso che nei prossimi 5-10 anni ci sarà la fila per fare questi lavori, perché saranno meglio remunerati e più ambiti. Insomma, il panorama cambierà nettamente.
Ma per quanto riguarda i lavori intellettuali?
Quelli che richiedono conoscenza di regole, logica, insomma, quelle cose che l’IA sembra fare benissimo?
Cosa succederà a tutti questi lavori che beneficiano enormemente dell’apporto dell’IA?
Penso che in questo caso, come dice il CEO di Nvidia, non sarà l’IA a rubare il lavoro, ma le persone che la usano.
Come se, nell’arco di pochi anni, gli LLM fossero diventati qualcosa alla stregua del computer o dell’elettricità. Strumenti che ci aumentano.
Sarebbe facile pensare che il nozionismo, la conoscenza in generale siano diventati merce di poco valore, dato che si può accedere a tutto con un clic o una chat.
Ma non è così.
E vi spiego il perché.
L’IA non fa altro che restituire la risposta statisticamente più corretta alla vostra domanda, usando come bacino di informazione tutti i dati a disposizione.
Una specie di Internet in scatola.
Seguendo questo ragionamento, ciò che farà la differenza nell’output non è l’IA, ma la qualità della domanda.
Si ritorna all’uomo come cuore dell’intento.
Senza l’uomo, l’IA rimane ferma.
È l’intento umano, il desiderio di scoperta, di trasformazione, ad animarla.
E come si migliora una domanda?
Come si fa a fare domande e richieste sempre più specifiche, acute, profonde? Studiando. Studiando come non mai. Filosofia, lessico, ragionamento logico.
Tutto fa brodo.
Solo così sarà l’IA a lavorare per voi.
E non il contrario.
La mia nuova saga
Sto completando la primissima stesura del primo volume della saga "Il Labirinto Della Speranza".
Parliamo di un testo non coeso, pieno di errori e strafalcioni. Ma è giusto che sia così. Prima si rigurgita un prodotto informe che poi, con arte, sapienza e pazienza, verrà cucito di bellezza e diamanti.
Sono al piano terra del mio palazzo.
Le fondamenta le ho elaborate per sei mesi: ho scritto, riscritto e riscritto mille volte la “storia”, quello che poi sapevo di dover affrontare nella scrittura della pagina.
Ogni saga, ogni libro, è prima di tutto una storia.
Una storia “grande” che può essere raccontata fuori dalle pagine del libro.
La mappa, se vogliamo. Le pagine sono il territorio nel quale lo scrittore scopre e disegna i dettagli di un mondo immaginato.
Ora sono in questa fase.
Ed è una fase incredibile, emozionante e difficile.
•Incredibile, perché aperta allo stupore. Apro una porta ma non so cosa c’è dietro.
E sono io a dovermelo immaginare. È un confronto diretto con l’ignoto, una sorta di rincorsa verso qualcosa che non esiste ma che, nel momento in cui lo rincorriamo, si scrive, si crea.
•Emozionante, perché mi ritrovo a rivivere pezzi della mia vita, traslati nelle vesti del protagonista, o dell’amico, o di un personaggio secondario.
Mi specchio, piango, rido, vivo la scrittura come fosse un pezzo di vita surreale, immaginato ma tangibile.
•Difficile, perché la coesistenza di creatività e struttura dà adito a un dilemma che sa quasi di follia.
Vi spiego.
Ho una storia, che ha un inizio, un centro e una fine, come direbbe il buon vecchio Aristotele.
E fin qui, tutto bene. Facile. Sono in controllo. Certo, magari cambio una cosa piuttosto che un’altra, rimodello, invento.
Le idee a questo “livello” costano poco: sono cinque parole in più o in meno.
“Prende l’aereo e scappa” oppure “La bacia, rimane e si sposano”. Poche parole, un’infinita differenza.
Ma poi, arriva il momento in cui la storia è pronta ad essere distrutta dai personaggi.
Ah, i personaggi.
All’inizio sono qualcosa di ideale, che esiste appunto in quelle poche parole che definiscono la storia.
Per me, i personaggi sono definiti dalle azioni che prendono nella mia storia.
Ma poi, quando li scrivo, ecco che succede una specie di guerra tra il mio volere (la storia) e il loro volere!
Come anguille sgusciano, fuggono dalle mie redini, almeno ci provano.
E io, per non rompere il mio legame con loro, li assecondo.
Ma a volte tirano forte, fortissimo, verso un luogo in cui non possono andare!
E lì inizia un processo difficile, di compromesso tra il loro volere e il mio.
Più oscura, più occulta, più veloce. Un labirinto nel quale spero di farvi entrare, divertire e, chissà, uscire diversi.
Il valore della vita
Ieri, come ogni sera, vagavo per la rete alla ricerca di informazioni su quello che sta succedendo.
Sono un amante della tecnologia e della modernità. La temo, e quindi la frequento: per non perderla di vista, per immaginare il mio futuro.
Cosa mi succederà?
Chi mi legge conosce il mio interesse e timore per l’intelligenza artificiale. Siamo agli albori di qualcosa che sta già rivoluzionando i processi, sia industriali che creativi.
I grandi modelli di linguaggio, macchine pensanti e presto capaci anche di agire (Agentic AI, per chi fosse interessato), stanno prendendo possesso di ogni dimensione umana.
Siamo cresciuti con l’idea che “il lavoro nobilita” e che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”, ma se ciò che so fare può essere sostituito da una macchina, il mio futuro dov’è?
La macchina può scrivere, può persino recitare.
Può prendere il mio volto e metterlo su qualsiasi attore di qualsiasi film. Potrà, a breve, generare film con me, o voi, dentro. E sarà credibile.
La macchina lavora con i dati, tantissimi, e genera quello che si potrebbe definire, platonicamente, un ideale.
Se chiedete alla macchina di generare un albero, proporrà un’immagine che è la sintesi di tutte le immagini di alberi prodotte nel corso della nostra storia: fotografie, disegni, immagini di sintesi.
Se le chiederete di scrivere un libro, una serie o un film d’avventura, produrrà un prodotto perfetto, misurato al punto giusto, calibrato secondo gli archetipi che hanno colmato la nostra storia culturale.
Produrrà l’ideale.
Come posso lottare contro l’ideale? Io che sono fallibile, caduco, soggetto al tempo e alla morte?
Io che non so tutto, che non ho accesso a ogni pezzo di conoscenza umana. Io, ignorante, stupido e mortale.
Con la mia ignoranza, la mia stupidità e la mia mortalità.
Perché esse sono ciò che fanno di me un essere vivente, in continua trasformazione. Come voi.
I miei limiti, la fame di conoscenza, la consapevolezza della fine.
Sono queste imperfezioni, difetti, tratti—chiamateli come volete—a rendere la vita un percorso in divenire. Una “Divina Avventura”.
Perché chi “ignora”, rischia. Chi è “stupido”, sbaglia. Chi è “mortale”, corre.
Rischiare. Sbagliare. Correre.
I motori della vita.
E anche della mia arte, che spero sia la testimonianza autentica di questi miei “limiti”, dei miei sogni, della mia ambizione di comunicare e di emozionarvi.
Se c’è una cosa che la macchina non potrà mai essere, è essere umana.
Quindi abbracciamo questa nostra umanità, infiliamoci tra le pieghe della razionalità e sdraiamoci a sognare quello che non può esistere.
Ma che sicuramente esiste.
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Il seno della donna
Qualcuno mi ha chiesto come mai Anna copre il suo seno nella copertina del volume 4. Ne approfitto per fare un pensiero.
Il seno della donna e non dell’uomo… Infatti, c’è una disuguaglianza, ma è sensata? Perché esiste?
O piuttosto, a monte di una visione maschilista del mondo, ci sono ragioni logiche per cui il seno della donna è, se vogliamo, tabù? (Soprattutto nella società americana che, comunque, comanda le linee guida.)
Nella maggior parte delle società occidentali, il seno femminile è stato associato alla sessualità, mentre in molte altre culture è visto principalmente come simbolo di maternità e nutrimento. Questa sessualizzazione ha portato a considerare il seno femminile un aspetto privato o proibito, da nascondere in pubblico.
Le tradizioni religiose di molte culture hanno contribuito a normare il corpo femminile in modo più restrittivo rispetto a quello maschile. Ad esempio, in alcune interpretazioni di religioni abramitiche (cristianesimo, ebraismo, islam), il corpo femminile è stato percepito come un potenziale “strumento di tentazione”, e quindi soggetto a maggiore controllo.
La nostra società ha vissuto e sta vivendo una grande rivoluzione sessuale. L’Occidente, per quanto possa sembrare retrogrado a certi, è comunque il luogo dell’avanguardia su questo aspetto. Questo è un tema caldo, politico. E io non bazzico tali lande. A me piace la fantasia, la bellezza, le storie.
Poi, come Giuliana mi ha scritto, sono un artista-manager: ho due cappelli, quello del poeta e quello del commerciante. Quindi questa domanda, prima di tutto, va risposta con la concretezza inopinabile dei fatti.
La saga è una saga per ragazzi, 14+.
E mi direte: “Eh, vabbè, con tutto quello che vedono in TV o sul web”.
Sì, rispondo io. Ma non potrebbero. Lo fanno, ma non potrebbero. Ed è responsabilità mia, come genitore, tenere sotto controllo, dialogare e comprendere mia figlia, per evitare questo tipo di comportamento. Quindi, “tutto quello che vedono in TV e sul web” non è un argomento.
Per essere ancora più fattuale e mettere non solo il cappello del manager, ma proprio tutta la giacca e cravatta: Amazon è una società americana, e negli Stati Uniti il capezzolo femminile è tabù. Posizionarlo sulla copertina del libro avrebbe portato con sé il rischio di dover rifare la copertina, perdere il lancio e ritardare le vendite. Nulla di drammatico, per carità, ma sarebbe stato un peccato.
Quindi, davanti alla scelta se essere elegante e non esibire il seno direttamente sulla copertina, e farlo manifestando una libertà creativa che non era necessaria per me, ho preferito la prima.
Un giorno, forse persino per la prossima saga, potrei trovarmi di nuovo davanti al dilemma, e questa volta scegliere di mostrarlo. Perché quello che conta non è il gesto politico in se, ma quanto quella scelta sia in sintonia con la storia, con i lettori che desidero toccare.
Non sono le idee a comandarmi, a decidere per me. Sono io, con le mie idee, certo, ma non solo. Voglio raccontare storie, voglio farlo nel modo più ricco, fantasioso e semplice possibile. Il mio scopo è raggiungere il cuore dei più, perché nei testi che scrivo ci metto anche un messaggio. Un messaggio profondo, quella che chiamo “l’idea guida”, che porta con sé temi universali, umani. Temi che colpiscono la gente, perché cambiano una prospettiva e poi anni dopo, si ripercuotono nella politica, fatta da uomini, per gli uomini.
Un messaggio che viene svelato solo alla fine delle mie storie.
La buona scrittura
Si dice di Shakespeare che, anche se recitato male, sia interessante.
Sto ripensando a questo proprio ora: a come la potenza di una storia, una vera storia, trascenda da come viene eseguita.
Una buona storia funziona anche se girata male, letta sul treno con le pagine ingiallite o guardata su un piccolo televisore catodico.
Una buona storia funziona perché è lo scheletro dell’intrattenimento.
Non vi può essere sospensione della credulità senza una buona storia, credibile, forte, colma di trasformazione ed emozione.
Per questo spendo così tanto tempo a strutturare le mie storie.
Le definisco e costruisco una griglia, come il ferro armato per il cemento.
La storia, intesa come una struttura di avvenimenti che definisce personaggi, emozioni e significati, è l’anima di un libro, un film, un videogioco.
Ho in mente questa mia teoria della pizza. L'evoluzione da pasta a pizza, poi a prodotto farcito e cotto, come potrebbe essere vista un’opera d’arte: prima pensata, poi prodotta, farcita dal marketing e consegnata al consumatore.
E mi dico che mi sono fregato da solo.
La mia teoria della pizza, in realtà, è la teoria della pasta madre, che altro non è che una reazione chimica tra acqua, farina e sale.
Che altro non è che la vita.
Il ruolo dell’artista è mettere vita nelle sue opere.
Dare letteralmente vita: ecco la responsabilità che mi prefiggo.
Ho avuto un primo desiderio sei mesi fa: scrivere la storia di un uomo che trovava il potere di entrare nella mente della gente.
Uno psicanalista che riusciva a curare entrando fisicamente nella mente di chi voleva aiutare.
Un primo tema della paternità era presente, ma era solo l’inizio della ricerca.
L’inizio è un po’ come andare a scoprire “quello che si vuole scoprire”.
La ricerca della ricerca, in un certo senso.
In questi mesi ho lavorato sulla storia: un agglomerato di frasi, magari trenta.
Queste trenta frasi sono il frutto di strutturazione, modellazione e trasformazione, ma a livello alto.
“No, non in Francia, in Italia.”
Oppure: “No, non un fratello, ma un amico.”
Tutto muta come in una tempesta.
Ma lentamente un pezzo casca sulla carta. Poi un altro.
Ed emerge qualcosa di sfuocato, ma reale.
Si lascia riposare, così da guardarla un paio di mesi dopo con l’occhio di chi può dire:
“Ma tu davvero vuoi investire tutto questo tempo in questa roba?”
Oppure, più ottimista:
“Hm… sì, mi piace.”
E così, tra cinquanta idee cancellate e un paio sopravvissute, si passa alla seconda stesura “dell’idea”.
Poi, stesura dopo stesura, nell’ultimo mese ho concluso la prima “definizione a larghe trame della mia nuova saga in cinque volumi”.
E da un mesetto ho cominciato a scrivere le prime pagine.
Vomito generico, sfuocato anch’esso, ma piano piano comincio a vedere i personaggi, a conoscerli, a scoprirli.
Devo ammettere: poche cose nella vita mi danno tanta soddisfazione.
.
Il pudore di esistere
Mi chiedo cosa mi spinga a considerare continuamente ciò che faccio inferiore a ciò che vale.
Mi spiego. Non faccio assolutamente fatica ad attribuire a qualcuno il successo che ha. Anzi, riesco a trovare argomenti che magari quella persona non aveva neanche immaginato. Riesco ad essere convincente, molto. Riesco a vendere ghiaccio agli esquimesi, quando si tratta di dimostrare una tesi.
Ma solo quando non si tratta di me.
Quando ho a che fare con il mio specchio, quando mi devo chiedere, per esempio, come mai quasi il 60% delle mie vendite viene da quello che si chiama “traffico organico”, cioè persone che hanno incontrato il libro dopo aver incontrato me, ma anche persone che non sanno nulla di me, o altri che hanno sentito parlare del libro (il famoso passaparola), ecco che il mio castello di certezze crolla.
No, non può essere perché il libro piace.
“È perché non sono abbastanza bravo a pubblicizzarlo con i canali a pagamento! Oppure è perché c’è qualcosa che non ho capito, qualcosa di sepolto e nascosto che sicuramente spiega queste vendite.”
Non può essere che qualcosa che faccio venda perché piace.
Ecco, di fondo è proprio questo che penso. E per quanto io provi ad estirpare da me stesso questa idea, a lottare contro il demonio della sindrome dell’impostore, ecco che di nuovo mi ritrovo a vedermi sotto quelle vesti.
Pensate che per anni (a volte mi capita ancora ora) una parte di me diceva che avevo fatto carriera come attore solo perché ero caruccio. Mai e poi mai possa anche balenarmi lontanamente nel cervello l’idea che io, forse, sappia recitare! Ora questa sindrome, almeno nel reparto “recitazione”, si è sedata. Ma ora ho capito perché! Perché si è accesa quella dello scrittore.
“Lascia stare, ma chi ti credi di essere? Kerouac?”
“È solo una perdita di tempo, non ci riuscirai mai.”
Lo dico a me stesso perché davvero, non ne posso più di questo mio atteggiamento.
Come posso riuscire a scacciare via questo pensiero? Come posso fare ad amarmi un po’ di più? A guardarmi nell’anima con una tenerezza sufficiente a quietare quest’agitazione che mi prende?
Sapete come faccio? Mi annullo. Fuggo da me stesso. Ecco perché recito, dirigo, scrivo, gioco a scacchi. Per dimenticarmi di me.
E il naufragar m’è dolce, in questo mar.
C’è chi pensa che mollare tutto sia la soluzione. Che forse bisogna rilassarsi un attimo, dimenticare non se stessi, ma il mondo. Ma come si fa? La mia è fame di vita, di riconoscimento, desiderio di esistere, di urlare la mia presenza, fino a che le lacrime si ghiaccino, fino a che il mio eco tocchi i confini dell’universo. Io voglio essere. Altro che non essere, caro Amleto. Essere, essere, essere!
L’erba del vicino è sempre la più verde… questo vale per il vicino, ma anche per il mondo là fuori dai nostri cuori. Ci sembra più verde e sapete perché? Perché lo vediamo con gli occhi dell’entusiasmo di chi non sa, di chi sogna solo le cose belle, e dimentica il sudore, la fatica e il lavoro che richiede ogni impresa. Persino la più poetica.
Quindi, olio di gomito, perseveranza ed entusiasmo!
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La mia voce narrante
Il narratore, "la voce", come dicono. Colui che racconta la storia.
Si dice che una storia non sia soltanto la storia dei protagonisti, ma anche la relazione tra colui che narra e colui che legge.
Da qualche giorno mi sto impegnando a definire meglio il tipo di narratore che voglio avere nella prossima saga. Chi ha letto La Divina Avventura e L’Anellodi Saturno già conosce il mio amore per le prospettive originali.
Nella Divina Avventura, la storia viene narrata in una prospettiva di narratore limitato in terza persona al passato remoto, da Kato, l'antagonista.
Nell’Anello di Saturno, ancora in corso, ho invece optato per un narratore onnisciente in terza personaal passato remoto, nemmeno tanto limitato a Luca, visto che di tanto in tanto il Destino bazzica anche nelle anime di Anna, Ronnie, Geppo, Floyd e il resto della combriccola.
Penso che ogni storia debba avere il narratore giusto. Un po’ come le lenti in fotografia. Se si fa un primo piano, bisogna usare un teleobiettivo, in modo che la prospettiva della figura non sia troppo distorta; se invece si inquadrano luoghi architettonici, meglio usare lenti larghe, addirittura grandangolari. Poi si possono anche fare esperimenti (come inquadrare un volto con un grandangolare, creando una specie di mostro), ma per una saga in cinque volumi, la scelta deve essere ponderata ed equilibrata.
Questa volta non voglio usare un personaggio per narrare la storia; voglio fondermi del tutto con il racconto, senza creare un filtro esterno. Questo mi toglierà la possibilità di filosofeggiare, ma creerà sicuramente più immediatezza. E considerando che sarà un thriller psicologico paranormale, voglio stare il più vicino possibile ai miei personaggi.
L’opzione classica sarebbe usare un narratore onnisciente in terza persona con il passato remoto:
Erik si fermò davanti alla porta. Il silenzio lo avvolse, denso come una coperta troppo pesante, soffocandolo. La porta portava ancora i segni di una vita che non c’era più: un cuore di carta, rosso pennarello, consumato dal tempo. Tentò di respirare, ma l’aria gli sembrò improvvisamente irraggiungibile. Dalla finestra, la luce fioca della luna gettava riflessi argentati sulla scritta incisa nel legno ruvido: “Lea”. Erik serrò i pugni, sentendo le unghie scavargli nei palmi. Fece un passo. Uno solo, ma sufficiente a far scorrere un brivido gelido lungo la schiena quando la mano si posò sulla maniglia. «No, non ora, non ci riesco», mormorò, mentre il respiro gli si spezzava in gola.
Questa opzione è un evergreen, che però ha il “difetto”, se vogliamo, di perdere di immediatezza, poiché la storia è “già avvenuta”.
L’altra opzione, molto in voga in questo periodo, è il narratore limitato in prima persona al presente:
Mi fermo davanti alla porta. Il silenzio mi avvolge, denso, opprimente, come una coperta troppo pesante. La porta ha ancora quel segno, quel ricordo di un tempo che non c’è più: un cuore di carta, rosso pennarello, consumato dal tempo. Provo a respirare, ma l’aria sembra non arrivarmi ai polmoni. Dalla finestra, la luce fioca della luna riflette bagliori argentati sulla scritta incisa nel legno ruvido: “Lea”. Stringo i pugni. Le unghie mi scavano nei palmi, ma non mollo la presa. Faccio un passo avanti. Solo uno, e già sento il sangue gelarmi quando la mia mano si posa sulla maniglia. «No, non ora, non ci riesco», sussurro, con il respiro spezzato e la gola che brucia.
Interessante, ma ha un problema piuttosto enorme. Sono limitato ogni volta dal narratore. Non posso raccontare quello che passa nella testa di terzi se non cambiando del tutto prospettiva. Diventa molto, troppo limitante per i miei gusti.
Così, sono andato a cercare tra i miei romanzi in libreria se avessi qualcosa di ibrido. Niente… Mi metto quindi alla ricerca di una forma alternativa che mi possa dare la sensazione di immediatezza del presente, con la flessibilità della terza persona.
Ecco a voi il narratore limitato in terza persona al presente:
Erik si ferma davanti alla porta. Il silenzio lo avvolge, denso come una coperta troppo pesante, soffocandolo. La porta porta ancora i segni di una vita che non c’è più: un cuore di carta, rosso pennarello, consumato dal tempo. Tenta di respirare, ma l’aria gli sembra improvvisamente irraggiungibile. Dalla finestra, la luce fioca della luna getta riflessi argentati sulla scritta incisa nel legno ruvido: “Lea”. Erik serra i pugni, sentendo le unghie scavargli nei palmi. Fa un passo. Uno solo, ma sufficiente a far scorrere un brivido gelido lungo la schiena quando la mano si posa sulla maniglia. «No, non ora, non ci riesco», mormora, mentre il respiro gli si spezza in gola.
Scrivete nei commenti quale stile vi piace di più.
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Flavio
Chi siamo, artisti?
Oggi mi domando chi io sia. Per quale motivo sposto mari e monti per scrivere storie, al punto da rischiare tutto per farlo. Cosa mi spinge a consumare tempo e risorse in questa impresa? Diventare uno scrittore, riuscire a far adattare le mie storie sullo schermo: tutto questo è per vanità? Oppure è un atto di generosità, un desiderio di condividere? O forse puro egoismo, quello di voler viaggiare nell’immaginazione alla ricerca di quelle famose perle, pensando che questo tragitto valga il tempo e il denaro altrui.
È un lavoro difficile, quello del contastorie. Come tutti i lavori belli, ti illude che basti il processo creativo a dare vita alla storia. Ovviamente, non è così. Scrivere storie somiglia un po’ a suonare la chitarra: sembra facile, e tutti sono capaci di strimpellarla. Ma diventare un virtuoso della storia, della trama, è un’arte difficile da inquadrare.
A volte mi chiedo se io lo sia davvero o se semplicemente stia facendo di tutto per convincere gli altri (e me stesso) di esserlo. Fatico a trovare un motivo, una ragione per tutto questo. Penso e spero di non essere l’unico a vivere questo dilemma. Anzi, credo che questa paura si estenda ben al di là dei confini dei contastorie.
Questo “mal comune mezzo gaudio” lenisce solo in parte quella sensazione di fragilità che permea il mio fare. Spesso mi dico che “devo andare avanti e non pensare”, e a volte funziona. A volte mi ritrovo in un luogo buio solo perché ho scelto di chiudere gli occhi. E, in questi casi, la mia forza di volontà ha la meglio.
La forza di volontà… Ora che ho scritto più di una storia, mi sembra di vederla come un filo rosso della mia poetica. Ho un rispetto incredibile per essa, e penso che ciò derivi dal mio assoluto desiderio di indipendenza. Questo è il tema dell’Anello di Saturno: quanto siamo noi a scegliere il nostro destino e quanto, invece, sono le forze fuori dal nostro controllo?
L’artista è colui che fa della propria ricerca interiore bellezza. Scavare tra i demoni per forgiare diamanti. Per farlo, c’è chi canta, chi suona, chi scrive o costruisce. Tutti legati da questo impellente desiderio di ricerca interiore ed esplorazione del mondo attorno. Oggi ho fatto ricerche sulla Val di Non, che sarà il luogo in cui la mia prossima saga si svolgerà. Prima di andarci fisicamente, spinto da quel desiderio di scoperta che mi porta a testare e tentare cose nuove, ho fatto un giro con le mappe di Apple. Mi sono messo lì, sono entrato in quello che si chiama “streetview” e mi sono fatto “un giro virtuale” dei vari paesi che la popolano. Ho cercato di percepire le distanze, i paesaggi.
E mi dico che è davvero un periodo incredibile per coloro che vogliono raccontare storie. Vi è una conoscenza a disposizione che era impensabile anche solo dieci anni fa. Abbiamo mappe su mappe.
E mentre lo facevo, qualcosa in me mi ricordava che “la mappa non è il territorio” e che, per quanto ci si sforzi di conoscere qualcosa attraverso l’analisi e lo studio, è nel processo vivo e reale che avviene il mutamento, la sensazione, l’odore. È quando tutti i sensi vengono calibrati sull’esperienza che l’autore può davvero esprimere qualcosa di umano, colmo di un calore personale e unico, e non lo specchio di tutto ciò che altri hanno vissuto prima di lui.
La conoscenza indica la via, ma è l’esperienza a portarci a destinazione.
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Il nuovo anno non esiste
Quali saranno le mie risoluzioni per il nuovo anno?
Perché per il “nuovo anno”? Perché non decidere per “ora”? Perché non attivare sul momento qualcosa che penso possa migliorare la qualità della mia vita?
Gli anni stanno al tempo come le frontiere stanno allo spazio: linee immaginarie che servono a darci un riferimento, a imporci scadenze. Ma io, essere umano, anima in questa realtà, esisto al di là di queste imposizioni così sommarie. Non sono numeri, non sono quantificabile in minuti o chilometri percorsi. Sono più della somma delle mie parti.
Io sono io, ed è con me stesso che devo sviluppare una relazione costruttiva. Non con le imposizioni che mi vengono imposte o che, peggio, mi impongo per rientrare nella normalità.
Alla domanda: “Quali sono le mie risoluzioni per il nuovo anno?”, rispondo con un sagace: nessuna. Le risoluzioni voglio pensarle e applicarle subito, non aspettare il “momento giusto” per decidere di agire.
Nella vita ho sempre fretta. Sono fatto così, come il coniglio bianco che si porta dietro il ticchettio della vita, che mi urla di correre, di andare veloce, di non fermarmi mai.
Persino durante queste vacanze, mentre mi occupo della mia famiglia, dentro di me non c’è altro che la fame del successo. Il desiderio impellente di fare meglio, di riuscire in una nuova impresa, senza curarmi del tempo o dello spazio.
Sono successe tante cose quest’anno. Ho cominciato una saga in cinque volumi che sta avendo molto successo: ho superato ampiamente le 5.000 copie e ora punto alle 10.000, il traguardo iniziale che mi ero dato. Per alcuni sono numeri da fantascienza, ma per me non bastano. Mi conosco: non mi basta mai nulla.
C’è una poesia che ho scritto, Caos, che parla proprio di questo: un desiderio insaziabile, divoratore di mondi e interiora.
Ho finito di registrare l’audiolibro del quarto volume. Ogni audiolibro richiede moltissime ore di lavoro: una decina per la registrazione e 5-6 per l’editing. Faccio tutto io. Potrei delegare, ma non voglio. Voglio delegare solo quando sarò certo che la persona ingaggiata sarà pagata con i proventi dei libri, non di tasca mia.
Fare di propria mano mi permette di capire davvero il processo, di trovare soluzioni per migliorarlo, aumentarlo, automatizzarlo.
Il terzo volume aveva avuto un problema tecnico e non era disponibile su Audible. Ora, finalmente, dopo quasi due mesi dall’uscita, l’audiolibro è disponibile.
Con Antonello abbiamo lavorato alla copertina del prossimo volume, il quarto e penultimo della saga. Penso sia la più bella finora, subito dopo quella del primo volume, di cui sono innamorato come Luca lo è di Anna. Eccola qua:
Vi aspetto nei commenti per i vostri pareri a caldo!
A gennaio riprenderò Il Paradiso delle Signore per l’ultimo “rush” finale fino a fine mese. Poi, mi aspettano mesi di vuoto: la mia vera vacanza. In quel periodo intendo completare la saga de L’Anello di Saturno e arrivare al Salone del Libro di Torino nella miglior condizione possibile per presentare l’ultimo volume.
Sono tornato a dare al diario una dimensione intima e non didattica. Sono stufo di insegnare: non fa per me. Questo è un luogo di condivisione intima, fotografie in parole di stati d’animo, speranze e paure. Per conoscermi, per conoscerci.
Buon anno, e .
L'improvvisazione come esercizio creativo
Cosa differenzia un bravo attore da un grande attore? È una domanda che mi pongo spesso. La risposta che mi sono dato per tanto tempo è questa: "Un bravo attore, mentre reciti, dici 'che bravo!' mentre un grande attore, mentre recita, stai in silenzio, perso nel momento creatosi."
Ma ora questa risposta non mi basta. Mi sembra generica, facile.
Recitare è un mestiere che frequento ormai da più di vent'anni... vent'anni tra palco, cinema, serie TV. Sapete come ho cominciato? Con l'improvvisazione.
È stata l'improvvisazione a darmi il gusto della recitazione, del gioco. La Lega Italiana di Improvvisazione Teatrale è dove ho debuttato come giovanissimo attore, mentre frequentavo la Statale di Milano, a studiare informatica (perché volevo fare i videogiochi).
E ora, vuoi per caso, vuoi per destino, mi ritrovo a ragionare sulla qualità primordiale di un grande attore. O grande artista.
Ebbene, penso che sia la capacità di improvvisare all'interno di un dato terreno di gioco. Credo che sia la qualità effimera più fondamentale. Questo non vale solo per un attore, per i performer in generale, ma anche per gli atleti. Il gesto atletico è una fusione di grande tecnica ed estro. Proprio come l'improvvisazione.
Si vedono già in rete video di "attori virtuali" generati con l'intelligenza artificiale. Saranno sempre più credibili, sempre più bravi. Arriveranno anche ad improvvisare, ma mi piace pensare che l'estro dell'uomo, che coglie il momento – badate, non il momento "scenico" ma il momento vero, quello tangibile, che appartiene al mondo del reale – non potrà mai essere del tutto replicato.
Ecco, penso che l'artista che saprà cogliere il momento del reale avrà le porte sempre aperte.
Sta per finire quest’anno, se ne apre un altro, e davanti a noi abbiamo un futuro incerto, pieno di cambiamenti, minacce e paure. Ma ricordiamoci che siamo tutti – e dico tutti – animati da qualcosa di magico: uno spirito che si manifesta in noi e ci permette, quando siamo attraversati da uno stato di grazia, di ascoltare davvero la realtà, di trasmettere emozione, umanità, pathos.
Per improvvisare ci vuole coraggio. Spesso i registi vengono da me dicendomi: "Ottima, rifalla uguale!" e io rispondo: "Non lo so. Ma non credo." All’inizio mi guardano straniti: "Ma che dice Flavio?" e poi mi spiego.
Io non posso "rifarla uguale" perché una scena, un’opera, è il frutto di un afflato iniziale e di mutazioni dell’aria, del pensiero, del momento. Ogni volta è diverso. Ogni volta si rigenera.
In fondo, penso che fosse proprio quello che diceva Paganini con la sua frase spesso associata all'antipatia del personaggio, ma secondo me mal capita: "Paganini non ripete."
Una lettera di Natale particolare.
Il Diario di oggi è diverso dal solito perché gira intorno ad una lettera, molto particolare.
E’ un testo scritto da me, da voi e c’è di mezzo anche il caso, anzi chiamiamolo "Destino", che ci è più famigliare.
Forse ricorderete quando più o meno un mese fa (precisamente il 29 Novembre) vi avevo proposto un gioco sui social: vi ho chiesto di commentare il video con un numero da 1 a 269 con la promessa che vi avrei risposto con una frase tratta dalla pagina corrispondente de "L’Anello di Saturno: Volume Terzo"
Il gioco era nato senza un fine, ma poi leggendo le frasi concatenate una dopo l’altra ho percepito una strana alchimia, come se avessero assunto un significato criptico, ma reale.
E così è nata questa Lettera che a mio avviso racchiude l’essenza del Natale, la sua magia che è fatta di condivisioni e di quelle piccole cose che sono in grado di regalare un’emozione.
Questa lettera la dedico a voi che mi seguite e mi leggete con affetto. Per tutti i vostri commenti, qui, sul diario, su Facebook, Instagram, via mail. Non è solo uno scambio, spesso sono io il primo ad essere arricchito da quello che mi scrivete.
E quindi, Auguri di Buon Natale e...
PS: ecco anche il video!
La curiosità è il motore dei creativi
Nelle pagine precedenti ho spesso parlato di quanto sia importante il modus vivendi.
Come viviamo, cosa guardiamo, cosa leggiamo. Dimmi come vivi e ti dirò chi sei.
Per quanto mi riguarda, al centro di tutto vi è un’apertura nei confronti di ciò che non conosco. A volte forzata. Poi vi racconto. Sta di fatto che spesso ciò che mi spinge a continuare un processo creativo è proprio la curiosità che provoca in me.
La facoltà di poter andare a scoprire dimensioni che non conosco mi affascina.
C’è una frase che ho letto che in poche parole diceva questo: "Ci sono le cose che sappiamo di non conoscere. E poi ci sono quelle che non sappiamo di non conoscere."
Io sono drogato della seconda.
Quando ho la fortuna di trovare qualcosa o qualcuno che mi "apre una porta", ecco che io mi apro al mondo. E mi ci perdo.
Adoro perdermi in ciò che non conosco. La sfida di riuscire a far diventare queste pareti di geroglifici qualcosa che comprendo è irresistibile.
Mi è successo parecchi mesi fa con il marketing. Nulla di meno artistico, eppure sto cominciando a pensare che invece possa essere la manna dell’artista.
Almeno di quello indipendente.
Ma come potrebbe essere altrimenti l’artista? Può un artista essere dipendente? Non credo.
A me piace vederlo come un cavallo libero, folle, che sulle ali della sua volontà porta gli altri in un viaggio che solo lui poteva trovare, inventare, creare. Proprio perché libero.
Libero dalle imposizioni del mercato. Libero dalle scelte di altri.
Così, mi sono detto: Ma perché non studiare davvero il marketing e cercare di capire se attraverso di esso posso far vivere la mia arte?
Un po’ come mettersi le manette ai polsi da soli, mi direte, ma non è così.
Io pecco di solitudine, amo la libertà più di ogni altra cosa. Amo perdermi, liberamente, e poi trovare per caso qualcosa che è gemma.
Difficile farlo quando qualcuno ti dà delle scadenze.
Qualcuno che magari non ha la tua visione artistica, non ha i tuoi valori. Qualcuno che guarda al mercato, alla vendibilità.
Ma ora, e qui parlo a te artista, se fossi tu quello che si impone scelte legate al mercato? Alla vendibilità?
Non sarebbero scelte più in linea con te?
Se tu scegliessi volontariamente una strada, dopo aver analizzato le possibilità e averle allineate con i tuoi desideri, e cercassi di trovare una quadra, non sarebbe questo compromesso il migliore dei mondi?
E quindi mi sono messo a studiare come funziona la vendita di libri, l’autopubblicazione, i sistemi di email marketing, il podcast, la programmazione del sito, Javascript, CSS, PHP, HTML.
Ho cominciato a mettere in fila tutti gli strumenti che già conoscevo e quelli da imparare per provare a creare un sistema, una "macchina" che aiutasse le mie storie a funzionare.
Non posso dire che la macchina per ora sia stato un successo. Ma è anche vero che sono agli inizi e che, nel poco tempo da quando ho cominciato questa avventura (la Divina Avventura è il mio libro d’esordio, uscito nemmeno un anno e mezzo fa), le cose vanno sempre meglio.
Ma è un lavoro titanico, mostruoso, come costruire la bicicletta mentre si pedala.
E non solo: bisogna anche fare il giocoliere appena possibile.
Sono nate cose bellissime, tentativi diventati poi qualcosa di più, ma soprattutto sono cresciuto.
Mi sento più completo, più ricco di esperienze, di vita.
Ecco perché la curiosità è così importante. Perché ci porta in luoghi che ci procurano fatica, difficoltà, ma ci restituiscono qualcosa di molto più importante come premio per averla seguita: l’apertura mentale.
Solo la curiosità può farci conoscere ciò che non sappiamo di non conoscere.
L'Arte è l'editing di un'idea
Più volte vi ho parlato della mia tecnica della pizza.
L’ho chiamata così perché mi ricorda appunto la lievitazione della pasta madre. In generale, si può dire che un’opera d’arte è come un piatto: ha una sua ricetta, una certa dose di improvvisazione.
L’opera d’arte è lei stessa una storia.
E questo è valido anche per le storie. Ovviamente, andare a scavare su tutte le luci e ombre del processo creativo è un abisso nel quale non voglio sprofondare oggi.
Quindi, per mantenermi sano, affronterò la mia tecnica: quella cosa tangibile, limitata, che ci dà tante certezze e, a volte, ci impedisce di trovare il nostro cuore. Ma spesso ci aiuta a volare.
Per me, tutto parte da un’intuizione, un’idea, che è fermentata dentro di me. Come lo abbia fatto è un mistero, ma è un misto di fisiologia e intellettualità.
È un processo passivo, in cui la parte attiva è proprio il "come vivere": cosa leggere, cosa mangiare, chi frequentare, a cosa dare attenzione.
Tutte queste cose sono i fertilizzanti del nostro orto e, come ogni cuoco sa, un buon piatto è fatto all’80% di buoni ingredienti.
Dopo che l’idea fermentata si manifesta finalmente dentro di me, davanti a me, allora nasce un senso di responsabilità verso quell’afflato.
Mantenerlo vivo. Farne qualcosa. Usarlo. Creare.
E così me lo tengo stretto, ma lo lascio vagare dentro di me ancora libero. Non lo scrivo, non lo dico nemmeno.
Lo lascio lì. È troppo fragile per affrontare il mondo, meglio tenerlo tra le pieghe del pensiero.
Piano piano, anche a mia insaputa, cresce, diventa qualcosa di tangibile, non ancora definito, ma comincia a essere costellato di parole: parole alte.
Vecchiaia. Vendetta. Amore. Destino.
A quel punto so di avere qualcosa che devo cominciare a crescere e a formare con la mia volontà. La tecnica. L’imposizione della volontà sull’idea.
La tecnica serve a domare il caos.
Superato il Rubicone, i miei studi cominciano a venire ogni giorno a bussare: "Che cosa vuoi dire?" "Come lo vuoi dire?"
Ancora non lo so! urlo a me stesso, invano.
Non c’è nulla da fare, l’idea ormai è padrona del suo campo e mi urla una cosa sola: "Scrivimi! Buttami giù da qualche parte che sennò me ne vado e non mi rivedi mai più!"
E allora ecco che scrivo la prima frase, spesso in una cartella chiamata "Idee di storie".
Dopo aver ceduto al capriccio dell’idea, aspetto. Anche perché, a volte, c’è un’altra idea pronta a bussare alla mia porta nel frattempo.
Poi, però, arriva quel giorno in cui mi capita di ripensare di più a un’idea in particolare.
Proprio quella là.
Come mai mi torna in mente?
Forse perché mi è necessaria. Perché mi parla. Perché è interessante. Sì, è lei.
Ed ecco che comincia una fase più dimensionata, in cui decido che di quel blocco di marmo ne farò un’opera.
Ora non si scherza più.
Bisogna rientrare nei cardini: primo atto, secondo, terzo, quarto, quinto. Evento scatenante. Arco del personaggio. Debolezze, desideri. Chi, dove, come, quando e perché.
Risposte! Che prontamente mutano, perché l’atto creativo non è finito, anzi, si è semplicemente spostato verso altri livelli, più "alti", se vogliamo.
L’importante è mantenere vivo il fuoco che ha animato questo processo: quell’idea iniziale.
Quando ci riesco, l’idea iniziale diventa come una frase scolpita nel marmo.
A volte, quella frase è diversa dall’idea. Non può che essere così.
Un’idea è mutevole, non ha forma. Una frase è fatta di parole. Una frase è una definizione immutabile.
Ma grazie a questa frase immutabile, trovo la forza e la disciplina per andare avanti fino alla fine.
Cercando, con tutte le mie forze, di farla diventare bellezza, motivo di vanto e di sostentamento.
il potere della manifestazione del pensiero
La potenza del desiderio.
Mi sono avvicinato a questo pensiero durante la mia adolescenza, anzi, forse prima. Da piccolo, quando frequentavo le elementari, ricordo che riuscivo a cambiare il gusto dell’acqua con il pensiero.
Addirittura ora ricordo una discussione che ebbi con un amico della scuola elementare di viale Zara, a Milano – luogo dove ho imparato a parlare italiano. Gli dicevo che era semplice: basta convincersi che l’acqua sapeva di fragola, ed ecco che sapeva di fragola!
Una magia tutta mia. Chissà, forse avrà pensato che ero pazzo...
C’è una frase che ho letto che mi ha colpito pochi giorni fa: "Qual è la differenza tra un visionario e un pazzo? Il successo."
Che sia così.
È possibile che il successo non sia altro che il frutto del nostro desiderio, di quella potenza irrefrenabile che emaniamo quando il nostro pensiero tenta di manifestarsi al mondo?
Il potere della manifestazione.
Sarà il tema centrale della saga che sto preparando. Sta cucinando, anzi nemmeno. Ho gli ingredienti e li ho preparati. La ricetta la sto ancora pensando, ma diciamo che è stata scritta.
Si tratterà di un thriller. Psicologico. E paranormale.
Ecco quindi che la manifestazione del pensiero sembra essere il collante perfetto tra questi tre generi.
Cos’è l’ossessione se non la follia del desiderare qualcosa che la realtà ci nega?
L’incapacità di accettare la vacuità della nostra potenza. Psicologico, come la mente, come tutto ciò che dentro di noi alberga e ci guida, nonostante la nostra volontà.
Noi siamo il frutto di milioni di guide e scelte invisibili, dettate da ogni cellula del nostro organismo.
Siamo psiche.
"Psiche". Lo sapevate che è una parola davvero speciale? Psiche era una dea nell’antichità. Era manifesta. Esisteva.
E poi, piano piano, ce ne siamo appropriati. Ora la psiche è dentro di noi. Siamo diventati miliardi di deserti, ognuno con la propria psiche, ben collocata nel cervello.
E poi il paranormale. Certo, perché in fondo questa cosa che il nostro potere è capace di modellare la realtà non è forse del regno del paranormale?
Le mie letture, più avanti, mi hanno portato a scoprire che molti avevano prima di me pensato che la mente fosse un oggetto capace di plasmare il creato.
Persino Einstein disse che: "La teoria determina ciò che possiamo osservare."
La fisica quantistica non è da meno, portando avanti l’idea di indeterminazione. La realtà non esiste fino a che non viene osservata.
Insomma, per farla breve:
Una cosa funziona se ci si crede, altrimenti no.
È come se dentro di noi ci fosse un agente che tende a realizzare le nostre profezie, che siano buone o cattive.
Se penseremo che tutti gli uomini sono traditori, tenderemo a circondarci di persone che potranno riaffermare la correttezza di tale teoria. Perché in fondo, a chi non piace avere ragione? Anche su qualcosa di doloroso?
È per questo che è così difficile liberarsi dai nostri credo.
Perché ci crediamo.
Se invece riuscissimo a mantenere un equilibrio equidistante, tra i nostri credo e quelli degli altri, chissà cosa succederebbe? Andremmo ai matti.
Esiste una teoria che dice che questo nostro "bloccarci" su un’idea e portarla fino in fondo, anche se non è corretta, provenga da un tratto evoluzionistico sociale dell’uomo.
In sostanza, questa "piccola follia" permette al genere umano di produrre, attraverso il pensiero, una selezione dei pensieri più forti, una specie di legge di sopravvivenza del pensiero.
E chi vince? Vince chi ci crede di più? Vince chi riesce a dimostrare qualcosa?
Ma quante volte il dimostrato si dimostra errato? E quante volte la convinzione si rivela un atto di mera follia?
Il titolo provvisorio di questa saga, sempre in cinque volumi, sarebbe "Il labirinto della speranza".
Vi piace?
Il futuro dell'uomo
Che cos'è un uomo? Cosa ci distingue da tutto il resto? Alcuni diranno "nulla", siamo tutti allo stesso livello: la pianta, la formica, il serpente, la gallina, il cane, l'uomo. Vita.
I neo-evoluzionisti dicono che esista solo una forma di vita, il DNA, e che tutto il resto non sia che iterazioni per migliorare la sopravvivenza. Scafandri diversi che ospitano sempre la stessa vita.
Per chi mi ha letto, conoscete il mio insaziabile desiderio di sognare, di credere nell'ignoto, in tutto ciò che non c'è. Ecco, penso che l'umanità risieda in questo spazio inesistente, in cui l'anima è regina e i sogni brillano.
Sono terrorizzato dalle macchine, dall'intelligenza artificiale. Eppure, la uso quotidianamente, ne vedo il potenziale, soprattutto per quanto riguarda l'organizzazione. Non a caso, i francesi hanno sempre chiamato il computer "ordinateur". L'ordinatore. Ha senso. In fondo, sono circuiti con angoli perfettamente retti, processori con la certezza dell'1 e dello 0, che si muovono senza stanchezza, senza difetto. I trattori dell'umanità. Inarrestabili, sempre migliori. Fa paura, no?
Sì, fa molta paura. In pochi anni, le IA saranno capaci di produrre contenuto illimitato, perfetto, colorato al punto giusto, su misura per ognuno di noi. Cosa significa? Significa che molti prodotti audiovisivi non esisteranno se non per i nostri occhi e solo per loro. Verranno prodotte milioni di serie al mese, e ognuna di esse varrà quanto un seme di riso. La cultura popolare rischia di diventare la cultura singolare. Ognuno sarà felice con la propria produzione, isolato in un bozzolo di illusione, convinto di aver prodotto arte con un semplice pulsante: "Guarda ora", "Produci arte".
L'arte non è solo un fine, ma un mezzo. Il processo artistico è fatica, ricerca, conoscenza. È un processo definito dall'imperfezione, e anche dalla consapevolezza che, a un certo punto, bisogna lasciar andare. L'arte e la creatività insegnano all'uomo che le esercita i suoi limiti, donandogli consapevolezza. La ricerca alimenta la cultura, il punto di vista. La creatività ci migliora.
Ma non è tutto oscuro, anzi.
Questi nuovi strumenti daranno vita a nuove forme di arte, a nuovi modi di percepire il mondo e la realtà. Torniamo al dilemma dello strumento: non è lo strumento a fare l'artista, ma l'artista a usare gli strumenti. E credo che continuerà a essere vero.
In questo, mi sento fortunato a poter usare questi nuovi strumenti, a poter, grazie a loro, imparare, studiare, formulare e ordinare in modi che prima avrebbero richiesto molto più tempo. Grazie all'elettricità, al computer, a internet, posso connettermi a tanti, sviluppare un rapporto dove so che sapete che dietro a queste parole ci sono io.
E penso che questo sia il futuro dell'arte digitale. Essa non morirà, anzi, stiamo per entrare in un momento d'oro. Ma avrà bisogno di questo rapporto che noi abbiamo. Avrà bisogno di un legame, tra l'artista, umano, e lo spettatore, umano anch'esso. E sarà la forza di questo legame a dare agli artisti la possibilità di esprimersi usando tutti i mezzi a disposizione.
Sarà la nostra mutevole imperfezione a salvarci. Noi siamo cambiamento, siamo vita, siamo ignoto.
Qualità o quantità?
Cosa vuol dire fare arte? Cosa significa esprimersi? Perché?
Sono così tante le domande che mi pongo, domande esistenziali, certo, ma concrete. Cosa ci faccio qui? A cosa serve davvero fare arte? Forse dovrei occuparmi di cose più utili. Anche se ormai direi che è troppo tardi per laurearmi in medicina.
Ma no.
C'è qualcosa che mi spinge, ancora, a cercare di essere sentito, ascoltato, capito. A tentare con la forza delle parole, di toccare i cuori, le menti e le anime di chi ha la gentilezza di regalarmi il suo tempo.
Sapete cos'è lo Zeitgeist? È lo spirito dei tempi. Ieri leggevo un'intervista a Quentin Tarantino che dice che le serie e i film che escono sulle piattaforme di streaming (Netflix) non appartengono allo Zeitgeist. Sono come gocce nell'oceano della cultura, in quel fiume di parole e dati che ogni giorno sgorgano dai motori dell'umanità, dalle macchine e dai cuori di milioni di altri come me.
Penso che uno dei sommi desideri dell'artista sia proprio quello di appartenere allo Zeitgeist, di attraversare, anche per un solo momento, lo spirito dei tempi.
Il mio sarebbe di forgiarlo, di imprimere un pezzo di me nella coscienza collettiva. È un sogno grande, forse irraggiungibile in una società così veloce, che tanto facilmente sorvola o dimentica ciò che di profondo o sentito può essere scritto, detto, ripreso.
La contemporaneità è fatta di velocità. Di clip di pochi secondi che si rifanno alla cultura popolare, che non hanno autonomia, e per le poche che l'hanno, si tratta di un'autonomia tautologica. Parlano a sé stessi, di sé stessi.
Per chi mi conosce, tutto questo che racconto può essere trovato nelle mie poesie: "Reti sociali", "Sincronia". Le mie poesie sono l'espressione di questo desiderio, che a volte si fa disagio, quel tormento di essere straniero, alieno allo Zeitgeist.
Eppure, voglio farne parte. Da piccolo mi bullizzavano. Davvero. E uno dei ricordi più dolorosi per me è quello di ricordare con terribile precisione il desiderio che aveva quel piccolo Flavio di essere accettato da quelle persone che tanto gli facevano male. Non ho l'Anello di Saturno, non posso tornare indietro e dirgli che andrà tutto bene. Posso però guardarmi allo specchio, da uomo di 45 anni, e chiedermi come fare a crescere ancora.
Vi starete chiedendo perché del titolo. Qualità o quantità, che c'entra con lo spirito dei tempi, con l'arte, con il desiderio di appartenere?
C'entra eccome.
L'artista deve, in ogni secondo della sua creazione, decidere la soglia di compromesso che è disposto a fare per far parte del mondo che lo circonda. Spesso, si isola, e spera segretamente che qualcuno lo scopra e lo porti con il palmo della mano sotto la luce dei riflettori. Altre volte, abbandona la strada per strade meno burrascose, altre volte ancora, trova quell'equilibrio che gli permette di fissare la sua impronta.
Io credo nella teoria dell'evoluzionismo. E credo che valga anche per le opere d'arte. Perché un'opera possa superare il tempo, deve avere più di una qualità: deve rappresentare lo spirito del tempo, certo, per espandere il suo raggio d'azione, per toccare più cuori possibili, ma deve anche avere in suo seno la classicità dei temi e una profondità filosofica che le permetta di rimanere potente anche dopo che i tempi sono cambiati.
"Scrivi per i vivi, pensando che ti leggeranno da morto."
In una società connessa come questa, sembra che l'impronta si possa lasciare solo con la quantità. Moltiplicare i post, moltiplicare i video, moltiplicare! Di più è meglio! Ma non è sempre così, come dico in "Little Bang": è solo dopo lo zero che nasce quel che conta.
Quindi cosa dovrebbe fare un artista? Moltiplicare le sue creazioni a discapito dell'originalità, oppure aspettare e fare in modo che ogni singola creazione possa raggiungere il massimo numero di persone possibili?
Dipende. Dipende da molte cose. Io vedo la scrittura, la poesia, i miei libri, come il cuore pulsante della mia anima. In loro vi è tutto me stesso, il mio pensiero, il mio cuore, anche il mio sudore. Non posso moltiplicare ciò che è prezioso senza svalutarne il valore. Quindi propendo per la seconda opzione: approfondire e fare in modo che ognuna lasci un'impronta nello Zeitgeist. Come faccio? Con il marketing, con l'utilizzo dei social network, anche con questo Diario, che mi permette di avvicinarmi a voi in maniera diversa e chissà, incuriosirvi a leggermi in qualcosa di più profondo che un articolo su un blog.
Questo diario è la testimonianza del mio viaggio, un antro complesso di sistemi e desideri, di recitazione, scrittura, imprenditoria, nel quale, piano piano, cerco di trovare una quadra.
Costruire un personaggio: dalla carta al palco
Molte domande mi sono state poste per questo articolo, che sarà, come vedrete, una forma ibrida di discussione tra di noi. Come sapete, vi ho chiesto, alcune settimane fa, di pormi delle domande sull'argomento. Oggi desidero sia approfondire questo tema da un punto di vista tecnico, che affrontare le vostre domande.
Prima di tutto, è necessario comprendere esattamente cosa è un personaggio. Io ho una mia personalissima teoria a riguardo: per me, il personaggio è un'allucinazione collettiva che poi si manifesta fisicamente attraverso la potenza della recitazione.
Quando recito non interpreto un personaggio, ma vivo le battute che mi vengono date nel più profondo e realistico dei modi, vestito da persone che hanno seguito un'idea, all'interno di scenografie che dipingono un mondo. E tutto questo produce l'allucinazione che incarno: il personaggio.
Partendo da questa premessa, è facile comprendere come io non creda nella caratterizzazione, ma piuttosto nell'onestà. Per me la buona recitazione è la bugia vera. L'onestà più profonda incarnata nell'illusione del reale. Quando recito, non fingo, sono vero, fino in fondo, fin dove riesco. E poi, magicamente, si sente un "Buona!" e l'illusione finisce il tempo di un respiro.
Difatti, spesso mi chiedono se trovo difficile entrare in un personaggio, al che rispondo: no, entrare è facile. È uscire che è difficile, perché a forza di indossare una maschera, qualcosa di quella maschera ti rimane addosso, e non te la stacchi più. Tu incarni il personaggio, e il personaggio ti penetra nelle ossa. Ovviamente, per affrontare questo metodo serve grande controllo, soprattutto emotivo, perché ci vuole un attimo a confondere la linea tra reale e finto. Ma è così che mi piace affrontare l'arte della recitazione. Con il cuore in mano.
Per la scrittura, invece, il processo è molto più complesso. Un personaggio è l'insieme delle azioni che compie all'interno della storia. Le grandi scelte lo definiscono. Il modo in cui si esprime, in cui pensa, tutto prende forma nelle parole. In un livello di astrazione che regala, se ben scritto, al lettore, la possibilità di essere egli stesso quel personaggio. Di vivere in prima persona, nella propria fantasia, ogni aspetto delle menti e delle anime che costellano il libro.
La mia tecnica di scrittura è divisa in varie fasi. Io comincio a pensare a una possibile storia, e piano piano la immagino, come fosse un racconto breve, poche pagine, che poi comincio a definire, a strutturare, a incasellare. È una fase molto creativa e al contempo molto tecnica: fondamentale per me per darmi la libertà, in seguito, di scrivere senza pensare. Proprio come nella recitazione.
Quando affronto la pagina, il dialogo, lo vivo come se stessi recitando, cercando appunto di incarnare, ogni volta, il pensiero, il desiderio o la paura del personaggio, con la consapevolezza di non sprecare parole e di portare avanti la scena.
In questo caso, la recitazione e l'improvvisazione mi sono molto utili, perché mi permettono di affrontare questo "spazio" con una consapevolezza maggiore, un divertimento che mi regala lacrime, sorrisi, emozioni. Perché scrivere mi emoziona tantissimo: è quando si arriva a una scena importante, durante la quale si riesce a mettere sul piatto un pezzo di cuore, beh, quello è un grande momento per lo scrittore. Oserei dire che è il motivo per cui è così bello scrivere. Così... liberatorio.
Come fai a calarti esattamente ogni volta in un personaggio diverso, quando reciti?
Cinzia
Questa domanda mi è stata posta più volte. Dunque... il mio processo è sempre lo stesso. Io affronto il momento, il silenzio, la scena, per quella che è. Né più né meno. Il mio obiettivo, come attore, è essere nel qui e ora, ed è toccando quel momento che il personaggio nasce. La mia responsabilità, come attore, è quella di essere "vero". Di far accadere qualcosa. Il resto lo lascio agli altri. Questo mi permette di dare allo spettatore quel pezzo di me che è, credo, una delle mie caratteristiche.
Ti sei ispirato al personaggio di Tancredi, un ruolo che ti porti addosso da alcuni anni, per disegnare Floyd come l'antagonista di Luca, personaggio oscuro che avrà molto probabilmente il suo sviluppo nel prossimo volume?
Paola
Lo ammetto. Floyd viene dalla maschera di Tancredi. Come dicevo, è inevitabile che, a forza di frequentare un personaggio come lo faccio io, qualcosa dentro rimanga. La scrittura in questo mi dà la possibilità, in un certo senso, di sublimare quel demone interiore (nel caso di Tancredi è il caso di dirlo!) e di utilizzarlo come uno strumento narrativo. È una delle grandi fortune che ho come attore. Io ho incarnato molti uomini diversi, alcuni cupi, altri romantici, e questo ha ampliato la mia panoplia di pensieri, di anime.
Per entrare nel personaggio come ti prepari?
Silvana
Avere un approccio atipico come il mio non preclude, ovviamente, una grande preparazione. La mia consiste in due cose. 1. La memoria. Io tendo a conoscere molto bene le mie battute, le studio in maniera quasi ossessiva, perché voglio riuscire a non pensarle, voglio farle diventare qualcosa di istintivo, come respirare, proprio per poterle dare una naturalezza. E 2. Cerco l'attimo. Dovete sapere che sul set sono piuttosto un burlone: faccio scherzi, faccio facce, parlo e mi diverto tra un ciak e l'altro, e spesso chi mi vede sul set si chiede come faccia a passare, subito dopo il ciak, alla serietà del personaggio. Quella bolla di leggerezza mi serve proprio ad allinearmi con me stesso, con chi mi circonda, a farmi sentire la concretezza del presente.
E poi... si vola.
Spero davvero che questo nuovo format vi piaccia. E nel caso, potremmo svilupparlo ancora di più, cercando una relazione più dinamica, in cui traggo anche da voi i temi da affrontare. Un dialogo continuo, che serva a testimoniare il nostro piccolo giardino.
Il mio discorso al Senato
Oggi ho deciso di condividere con voi il testo del mio discorso al Senato, con delle piccole note per confessarvi anche quali erano i miei stati d'animo e le mie emozioni in quel momento così importante.
Il premio si soffermava sulle "Soft Skills", cioè quelle competenze che non si acquisiscono con lo studio scolastico, ma che rappresentano l'interdisciplinarità della conoscenza acquisita nella vita. Competenze, nel mio caso, che spaziano da campi come la gestione emotiva, alla creatività fino allo storytelling.
Ve lo lascio in forma scritta. Se mi state ascoltando da Spotify, questa è la buona occasione per fare un salto sul sito flavioparenti.com nella sezione blog, potrete anche vedere il video integrale del discorso.
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(Avevo il cuore a mille e temevo di non essere all'altezza della situazione. Prima di me, molti medici avevano parlato.)
Buonasera. Io, come molti artisti, soffro della sindrome dell'impostore, quindi mi sento molto emozionato, ma anche fortunato a potervi ascoltare tutti, perché venite da tante sfere diverse e portate conoscenze diverse che io non possiedo. Io sono al 100% soft skills: l’artista, per definizione, non ha molte hard skills. Le mie competenze sono il parlare, per la recitazione, e lo scrivere, per la scrittura, che sono skills che tendenzialmente abbiamo tutti, ma che bisogna trasformare in emozione. Questa è la mia soft skill.
(Per un breve periodo nella mia mente mi era balenata l'idea di improvvisare e non appoggiarmi al discorso che avevo scritto, ma poi ho voluto rimanere fedele alla mia scelta iniziale.)
Ora, mi sono preparato un piccolo discorso, perché comunque siamo in Senato e volevo omaggiare questo momento. Prima di tutto, grazie, grazie mille per questo premio, perché sono davvero stupefatto di essere qui. Ricevere questo premio in seno al Senato per me è un onore immenso, quindi innanzitutto vi voglio ringraziare di cuore. Questo riconoscimento non è soltanto un traguardo (sono giovane), ma è un promemoria del viaggio che io ho intrapreso tanti anni fa. È un viaggio che ho cominciato sul palcoscenico a Genova, che poi ho continuato tra le telecamere di Cinecittà, e che adesso si è evoluto in modo che io non avrei mai potuto immaginare.
Io sono un attore, e quindi vivo le storie sulla mia pelle, nel momento presente, ora, "Hic et Nunc". E ogni scena, ogni battuta per me è un'opportunità di connettermi al momento, che è qualcosa di effimero, eppure è così importante. E lo vivete tutti: lo vivete voi avvocati, lo vivete voi medici. Il momento, essere connesso al momento, questa è l'arte della recitazione. Ma è una soft skill. E forse una delle soft skills più importanti, perché è quella che ti permette di connetterti con l'essere umano che hai davanti.
(Ho riportato il discorso come l'ho detto, ma dovete sapere che vi erano parti improvvisate e parti scritte. Proprio per via di quel pensiero iniziale, ho scelto di lasciarmi alcuni spazi in cui, chissà, avrei potuto rafforzare o dire qualcosa di diverso. Dove ho improvvisato, chiedete? Questo rimarrà un segreto...😂)
Quindi, racconto storie, vivo le storie, ma non mi fermo semplicemente alla recitazione. Io ho avuto la fortuna di fare teatro, di fare film, come abbiamo detto, di fare serie, videogiochi, e ogni volta ho capito quanto sono importanti le storie, perché sono il ponte che ci connette e che ci ricorda che non siamo soli. Una storia ci ricorda che non siamo soli, che qualcun altro sta vivendo le stesse cose che stiamo vivendo adesso. E questa è l'importanza delle storie. Una storia è un racconto che conduce sia colui che la dice che colui che l'ascolta in un'esperienza che lo trasforma.
Ho trovato poi nei romanzi la forma più adatta per me, per dare vita alla mia creatività. La scrittura, nella sua forma più pura, mi permette di esplorare le sfumature della realtà e soprattutto di me stesso, perché fare arte significa anche guardare se stessi, produrre qualcosa che è fuori da sé e poi, come uno specchio, sentirne l'eco e crescere attraverso questa ripetizione. Insomma, ho capito che raccontare le storie per me è il motore della mia anima. È la fiamma che alimenta ogni mia azione, che sia teatrale, cinematografica o letteraria, perché la creatività accende l'anima. E senza creatività la vita è povera, a prescindere dal lavoro che fate.
(Qui cominciavo a sentire la voce tremare. Non volevo andare lungo, non volevo tediarli. E poi non volevo sembrare come se "me la stessi tirando". È difficile quando si prende un premio, non cadere nell'autocelebrazione. E pensate, mi è venuto in aiuto proprio questo diario. Perché scriverlo non solo mi ha permesso di legarmi a voi, ma mi ha anche dato nuovi strumenti, poiché ogni articolo è per me un nuovo mondo, una nuova scoperta che man mano sta forgiando la mia poetica.)
E in questo senso, prendere un premio come questo mi fa riflettere su quanto sia importante coltivare queste soft skills: storytelling, creatività. Cosa sono? A cosa servono? Servono. Servono a collegarci, servono a riconoscere l'altro uomo, si trasformano in empatia, ma non solo, anche in capacità di prevedere ciò che l'altro farà, perché è in ascolto, perché si percepisce l'umanità che si ha davanti.
Quindi, grazie. Grazie a chi ha creduto in me. Colgo l'occasione per ringraziare la mia editrice, Aurora Di Giuseppe, e grazie a voi per avermi riconosciuto questo valore.
(Questo che segue, come è ovvio, è un tema a me molto caro, e mi ha emozionato aver avuto la possibilità di poter, appunto, farlo emergere in un contesto così importante.)
E finisco con qualcosa di estremamente importante, che sarà al centro del dibattito dell'arte dei prossimi vent'anni e che approfitto per mettere sotto la lente adesso. Io questo premio lo dedico a tutti coloro che, in un mondo di intelligenze artificiali che sembrano pronte a sostituirci, continuano a credere nell'anima, nella forza del racconto umano, ispirato e imperfetto. Perché sarà sempre e solo la nostra umanità a restituire significato, connessione e speranza.
Grazie.
L'arte di prendere appunti e raccogliere idee
Ogni artista o creativo sa quanto sia importante catturare le idee nel momento in cui emergono, perché spesso sfuggono come sabbia tra le dita. Tuttavia, raccogliere idee è un’arte che richiede metodo e disciplina. Nel corso degli anni, ho sviluppato una serie di strumenti e tecniche che mi permettono di ordinare e gestire non solo le intuizioni creative, ma anche le questioni pratiche del mio lavoro. La chiave sta nel trovare il giusto equilibrio tra ordine e libertà creativa, tra azione e riflessione.
Gli strumenti che uso: Microsoft To-Do, Apple Notes e Notepad
Per tenere traccia di tutto ciò che devo fare, uso diverse piattaforme. Microsoft To-Do è il mio strumento principale per le cose da fare. È organizzato, chiaro, e mi permette di avere una visione d’insieme su tutti i compiti e i progetti che ho in corso. Qui metto le scadenze, le priorità e i dettagli su ciò che deve essere fatto. Apple Notes invece è il mio strumento per le idee più immediate, quelle che mi vengono in mente all’improvviso e che devo annotare velocemente, ovunque mi trovi. Infine, uso anche Notepad sul computer, più come un blocco note digitale per sessioni di brainstorming o per elaborare meglio le idee.
Una cosa che non faccio è utilizzare le note vocali. Personalmente, preferisco scrivere, perché mettere le parole su carta o in digitale mi aiuta a dare ordine ai pensieri. Scrivere è un processo che mi permette di riflettere e di organizzare meglio ciò che ho in mente.
Dal caos alle cartelle tematiche, fino a un nuovo metodo: Problemi e Opportunità
Fino a poco tempo fa, organizzavo le mie idee in cartelle tematiche, ognuna delle quali indirizzata a un settore preciso: "la società di videogiochi", "la scrittura", "il sito" e così via. Era un metodo funzionale, ma sentivo che mancava qualcosa in termini di gestione e azione pratica.
Di recente, ho scoperto un modo nuovo di strutturare il mio sistema di appunti. Ho iniziato a dividere tutto in due grandi gruppi: "problemi da risolvere" e "opportunità". Questa distinzione ha trasformato il mio approccio. I problemi sono quelle questioni che devono essere affrontate per poter andare avanti, quelle rogne che bloccano il progresso se non vengono risolte. Le opportunità, invece, sono tutte quelle idee nuove che potrebbero aprire nuovi orizzonti o creare nuove possibilità, ma che non sempre necessitano di azione immediata.
Quello che faccio è concentrarmi esclusivamente sui problemi da risolvere. Questi hanno la priorità perché rappresentano gli ostacoli reali al mio avanzamento. Le opportunità, invece, le lascio riposare per qualche settimana. Questo perché spesso sono quelle che mi entusiasmano di più e che mi portano a dedicare loro tanto tempo ed energia, ma non sempre portano a risultati concreti. Dopo 2-3 settimane, le rileggo con occhi nuovi. Se, dopo quel tempo, l’opportunità non mi sembra più così interessante, la elimino. Se invece passa il test del tempo, allora mi dedico a svilupparla.
Mi piace anche dedicarmi a quello che chiamo "una giornata di opportunità", un’intera giornata in cui mi immergo solo nelle nuove possibilità, esplorando ciò che può venire fuori da idee che ho lasciato riposare.
Niente note per le idee creative: Lascio che ribollano nel calderone
Un’altra caratteristica del mio metodo è che non prendo subito note per le idee creative. Mi ispiro alla filosofia socratica secondo cui la scrittura "fissa" le idee, in un certo senso le uccide. Quando un’idea viene fissata troppo presto, rischia di perdere la sua vitalità, di diventare troppo statica. Per questo motivo, lascio che le idee ribollano nel calderone della mia mente. In questo modo, permetto che i pensieri si mescolino, si incontrino, e creino quelle connessioni inaspettate che possono portare a vere esplosioni creative.
Solo quando comincio ad avere una visione generale, quando un’idea è maturata abbastanza, inizio a scrivere qualcosa. Anche in questo caso, però, non mi affretto a svilupparla subito. Lascio riposare le mie prime note, ci torno sopra dopo un po’ di tempo e rivaluto quello che ho scritto. Proprio come faccio con le opportunità e i problemi da risolvere, seleziono attentamente quali idee portare avanti e quali scartare. Non tutto merita di essere sviluppato, e la selezione è un processo cruciale.
L’importanza di trovare il proprio metodo
Catturare idee e intuizioni è un’arte che richiede un metodo adatto alle proprie esigenze. Il mio approccio si basa su una combinazione di strumenti pratici e una filosofia di selezione attenta. Da un lato, utilizzo strumenti tecnologici per organizzare i miei pensieri. Dall’altro, faccio riposare le idee nella mia mente e lascio che le opportunità e i problemi maturino nel tempo, per poi valutarli con spirito lucido.
Alla fine, ciò che conta è riuscire a trovare un sistema che bilanci l’impulso creativo con la necessità di ordine e struttura. Solo così possiamo trasformare l’ispirazione in azione concreta, senza perdere la magia del processo creativo.
La disciplina dell'artista
La disciplina dell'artista
Essere un artista significa vivere costantemente tra due forze opposte: la libertà creativa e la rigida disciplina. Da un lato, c’è il bisogno di spaziare, di esplorare senza limiti, di accedere a quelle idee che ci sorprendono e ci stupiscono. Dall’altro, c’è la necessità di dare una forma concreta a queste idee, di strutturare il lavoro affinché possa essere compreso, apprezzato e, alla fine, realizzato. Nel tempo, ho imparato che solo bilanciando questi due elementi è possibile trasformare la creatività in un mestiere produttivo e soddisfacente.
La libertà creativa: raggiungere il "numeno"
La libertà creativa è quel momento magico in cui l’artista riesce a trascendere il mondo fenomenico, a oltrepassare le apparenze per arrivare al "numeno", quel luogo oltre la superficie delle cose dove risiedono le idee più profonde e pure. In quello spazio, quasi mistico, si trovano le idee che possono sorprendere anche noi stessi. È un luogo in cui la mente sembra connettersi direttamente con il frutto fresco dell’albero della realtà, raccogliendolo direttamente dai suoi rami.
È in quel momento che si sperimenta la meraviglia della creazione pura, quando le idee fluiscono senza controllo, senza schemi, e siamo così addentro alla creazione che non ci rendiamo conto di essere semplicemente un canale attraverso il quale passa qualcosa di più grande. Ma quella libertà, per quanto esaltante, è solo il primo passo. L’idea pura, da sola, non è abbastanza. Come un magma incandescente che emerge dalle profondità della terra, essa ha bisogno di essere raffreddata, modellata e scolpita affinché possa prendere forma. Ed è qui che entra in gioco la disciplina.
Forgiare l’idea: la necessità della disciplina
Proprio come un fabbro deve battere il ferro finché è caldo per dargli forma, (o come Saturno che forgia il suo anello, direbbe Anna nell'Anello di Saturno) anche l’artista deve lavorare sull’idea appena nata, ancora flessibile e malleabile. La disciplina è l’attrezzo che permette di dare struttura a quel magma creativo, evitando che si disperda in un fuoco di paglia. L’idea, infatti, si raffredda rapidamente, e senza la tecnica e la costanza, rischiamo di perderne il controllo.
Lavorare con disciplina significa accettare che il momento di pura ispirazione è solo una parte del processo. Dopo quel momento iniziale, c’è il lavoro quotidiano, la fatica di dare forma a qualcosa di concreto. E non è sempre facile. Spesso mi trovo a dover recitare senza scintilla creativa, senza entusiasmo. Può succedere, la vita è complessa e piena di sfumatura. Ma è proprio in quei momenti che la disciplina si rivela fondamentale. Sapere che devo essere lì, che devo lavorare, mi permette di attraversare anche i momenti meno ispirati.
La tecnica: il ponte tra libertà e forma
La tecnica è il mezzo con cui trasformiamo l’idea - o noi stessi - in un'opera tangibile. Che sia scrivere o recitare, è un processo di crescita che richiede pazienza, ma anche una profonda conoscenza degli strumenti. Nel mio caso, lo storytelling e la recitazione. L'arte "del presente" e l'arte "della Storia". Due facce della stessa medaglia.
La tecnica non mi limita la creatività, al contrario, la fa emergere. Come ho detto spesso, la libertà creativa è meravigliosa, ma è senza confini. È solo quando riusciamo a inserirla all'interno di un quadro definito, che può davvero brillare. È come una scultura: la materia prima è necessaria, ma senza la mano esperta dello scultore, rimane solo un blocco di marmo. Conosco vari scultori, vi assicuro che è un lavoro faticoso, che usura muscoli e pelle. Eppure, solo così si arriva all'eccellenza.
L’equilibrio tra caos e ordine
Alla fine, il mestiere dell’artista è una danza continua tra il caos della creazione e l’ordine della disciplina. La libertà creativa ci trascina in luoghi inaspettati, ci permette di attingere a idee nuove e sorprendenti, ma è la disciplina a trasformare quelle idee in opere compiute. Il vero segreto è imparare a bilanciare queste due forze, senza permettere che una schiacci l’altra.
Con la libertà creativa esploriamo, con la disciplina realizziamo. Ed è in questo delicato equilibrio che si trova il mio cuore.
Superare il blocco dello scrittore
Superare il blocco dello scrittore
Il blocco dello scrittore è una delle esperienze più frustranti che un creativo possa vivere. Ti siedi davanti al foglio, o allo schermo, e le parole semplicemente non arrivano. La paura della pagina bianca diventa soffocante, mentre il vuoto creativo sembra insormontabile. Nel corso degli anni, ho affrontato questa paura più volte, e ho imparato che non esiste una soluzione unica. Tuttavia, ci sono strategie pratiche che mi hanno aiutato a superare questi momenti di stallo e a ritrovare il flusso creativo.
Accettare il vuoto: è parte del processo creativo
La prima cosa che ho capito è che il vuoto non è nemico della creatività. Al contrario, fa parte del processo. Spesso ci sentiamo bloccati perché siamo terrorizzati dall'idea di non avere nulla da dire o di non essere all'altezza delle nostre aspettative. Accettare il vuoto come una fase naturale, piuttosto che come un fallimento, è stato il primo passo per affrontarlo con serenità.
Quando mi siedo davanti alla pagina bianca e mi sento paralizzato, cerco di ricordare che il blocco fa parte del mio percorso creativo. Non devo combatterlo, ma accoglierlo. A volte, questo semplice cambio di prospettiva è sufficiente per far fluire le idee.
Riconoscere la paura della perfezione
Spesso il blocco dello scrittore nasce dalla paura di non essere perfetti. L'idea che ciò che scriviamo debba essere immediatamente impeccabile ci paralizza. Mi è capitato spesso di fermarmi prima ancora di iniziare, proprio perché volevo che le prime parole fossero perfette. Ma ho imparato a concedermi il permesso di sbagliare. Scrivere non è un atto di perfezione, ma di esplorazione. Non tutto quello che mettiamo sulla pagina deve essere buono. La prima stesura è un processo di scoperta, un modo per dare forma alle idee grezze.
Questo tema della perfezione è qualcosa che ho esplorato profondamente anche nel mio libro, "La Divina Avventura". Il desiderio di perfezione può portare alla dannazione, e il personaggio di Kato paga le estreme conseguenze della sua ossessione. La ricerca di un ideale irraggiungibile finisce per diventare un fardello insopportabile. Allo stesso modo, nella scrittura, la paura di non essere perfetti può bloccarci, mentre la vera creatività emerge solo quando ci concediamo la libertà di sbagliare.
Routine e rituali: la chiave per sbloccare la creatività
Come ho già esplorato in precedenza, la routine e i rituali hanno un ruolo fondamentale nel mio processo creativo. Quando mi trovo bloccato, tornare alla mia routine è uno strumento potente per rompere il blocco. La ripetizione dei gesti, la disciplina di sedermi alla scrivania anche quando non ho voglia, mi aiuta a creare uno spazio mentale in cui le parole possono emergere.
Un rituale che mi ha aiutato particolarmente nei momenti di blocco è la scrittura libera. Prendo il quaderno e scrivo qualsiasi cosa mi venga in mente, senza giudizio. Spesso, dopo alcuni minuti di scrittura senza senso, inizio a trovare un filo conduttore che mi porta verso nuove idee. Questa tecnica mi permette di aggirare il blocco mentale e di entrare in uno stato più fluido e creativo.
Cambiare prospettiva: il potere della camminata
Camminare è uno dei miei alleati più preziosi contro il blocco creativo. C'è qualcosa nel movimento fisico che libera la mente. Quando mi sento bloccato, esco di casa e faccio una passeggiata. Il semplice atto di camminare, osservare il mondo intorno a me, ascoltare i suoni e lasciare che la mente vaghi, spesso mi aiuta a sbloccare nuove idee.
Credo molto nel potere della camminata, non solo come esercizio fisico, ma come pratica creativa. Come i pensatori greci, camminare mi permette di riflettere senza pressione, di lasciare che le idee emergano spontaneamente. È un momento in cui posso staccare dal lavoro e al tempo stesso avvicinarmi ad esso in maniera più intuitiva.
Spezzare il blocco con la struttura
Uno degli strumenti che uso per superare il blocco è la tecnica e la strutturazione. Lavoro con una scrittura ricorsiva, strutturata su un ciclo di cinque movimenti narrativi che si possono isolare a livello di paragrafo, di scena, di capitolo, di volume, o addirittura di saga. Il concetto di frammentare un grande problema in una serie di piccoli problemi permette di superare ogni blocco. Un tragitto di 10 chilometri può sembrare infinito, ma se lo spezziamo in 100 tragitti da 100 metri, diventa qualcosa di tangibile, realizzabile. Questo mi permette di affrontare progetti ambiziosi senza farmi paralizzare dalla loro vastità.
Ricordare il "perché"
Quando tutto sembra bloccato e la frustrazione prende il sopravvento, cerco di ricordare il motivo per cui scrivo. Scrivere non è solo un mestiere, ma una vocazione, un atto di amore verso le storie che voglio raccontare. Ricordare il mio "perché" mi aiuta a ritrovare la motivazione quando il blocco sembra insuperabile.
Mi chiedo: "Perché questa storia merita di essere raccontata?" "Perché ho iniziato questo progetto?" Spesso, riflettere su queste domande riaccende la scintilla creativa e mi spinge a continuare anche quando la strada sembra difficile.
Trovare un faro nella notte
Una delle migliori strategie per non restare bloccati è avere un faro, una luce da seguire. Per questo è importante sapere di cosa parla il libro. Avere una singola frase che lo riassuma, un concetto chiave. Quella frase diventa la tua ancora di salvezza quando ti perdi nel buio della foresta creativa. Quando mi sento sopraffatto o confuso, torno a quella frase, a quella essenza della storia, e ritrovo la direzione. Il blocco non è altro che una deviazione, ma con un faro chiaro davanti a me, posso sempre ritrovare la strada giusta.
La potenza dei rituali
La potenza dei rituali
Nella vita creativa, la disciplina sembra spesso in contraddizione con l’ispirazione, eppure, più cresce la mia esperienza come scrittore, più mi accorgo di quanto sia essenziale costruire delle abitudini precise per alimentare il processo creativo. Oggi voglio parlarvi del valore dei rituali, quei momenti che, ripetuti giorno dopo giorno, diventano una bussola per la mente e il cuore, e mi aiutano a mantenere la rotta verso l'obiettivo.
La routine come alleata della creatività
C’è un’idea romantica della creatività, secondo cui l’ispirazione arriva come un lampo improvviso, dal nulla. E' così, ma l'ispirazione ha bisogno del terreno giusto su cui crescere. La creatività prospera quando viene coltivata quotidianamente, attraverso riti, routine. La disciplina, paradossalmente, libera la mente e crea lo spazio in cui l’ispirazione può fiorire.
Molti scrittori e artisti di successo hanno riconosciuto l’importanza di questo legame. Murakami, per esempio, inizia ogni giornata con un rituale immutabile: si sveglia all’alba, corre, e poi scrive per diverse ore. Stephen King ha una routine altrettanto rigida: scrive ogni giorno alla stessa ora, indipendentemente dall’ispirazione del momento. Questo mi ha fatto riflettere su quanto sia fondamentale costruire una routine che non dipenda dall’umore o dalle circostanze.
Nel mio caso, ho tante routine.
Camminare per risvegliare mente, cuore e anima
Uno dei momenti centrali della mia giornata creativa è la camminata. Cammino molto, come facevano i pensatori greci, convinto che il movimento del corpo risvegli non solo la mente, ma anche il cuore e l’anima. C’è qualcosa di potente nell’atto del camminare: è un modo per allontanarmi fisicamente dalla scrivania, ma soprattutto per liberare la mente dai pensieri che mi opprimono. Le migliori intuizioni spesso arrivano proprio in questi momenti di movimento, quando il respiro si fa regolare e la mente si lascia andare.
Dopo la camminata, il ritmo della giornata varia a seconda della fase di scrittura in cui mi trovo. Se sono in fase produttiva, quando c’è bisogno di macinare parole, il mio momento migliore è la mattina, dalle 9 alle 12. In queste ore, con la mente fresca e il corpo energizzato, mi siedo e lavoro senza interruzioni, lasciando che il flusso creativo prenda il sopravvento.
Quando invece sono nella fase di ricerca di idee, il mio orologio creativo cambia completamente. Le notti diventano il mio rifugio. Dalle 23 alle 2, nel silenzio della casa, mi immergo nel processo di strutturazione, di riflessione, lasciando che le idee emergano da quel terreno fertile che si crea solo quando tutto il resto del mondo dorme. È un momento quasi mistico, in cui la mente si distende e si apre a nuove possibilità.
Questa routine, però, non è nata da un giorno all’altro. Ricordo ancora quando scrissi il mio primo romanzo, "La rovina dell'anima" (mai pubblicato), a Parigi, all'Île Saint-Louis. Ogni mattina, alle 10:00, mi sedevo in un piccolo bar e ordinavo un caffè americano da 8 euro (prezzi folli, lo so!). Il caffè fumante accanto a me diventava parte del mio rituale quotidiano, e lì, seduto per due ore, cercavo di scrivere. Alcuni giorni non riuscivo a mettere giù nemmeno una parola, altri invece le idee fluivano senza sforzo. Ma più eseguivo quella routine, più mi rendevo conto che le parole sgorgavano con maggior facilità. La costanza era la chiave.
Il potere della costanza
Ricordo che durante la scrittura de "La rovina dell'anima", la mia prima opera, la costanza era tutto. Era una scrittura esplorativa, in cui non avevo una chiara direzione, né sapevo dove la storia sarebbe andata a parare. Ogni giorno mi sedevo a quel tavolo nell'Île Saint-Louis con la speranza che le parole venissero a galla. Alcuni giorni ero bloccato, altri sembrava che le idee nascessero da sole, ma quella routine mi spingeva ad andare avanti, nonostante l'incertezza.
Quella esperienza è stata diversa rispetto alla scrittura dei miei volumi più recenti, come "La Divina Avventura" o "L'Anello di Saturno", dove ho iniziato con una struttura ben definita e una visione chiara della direzione narrativa. In quei giorni parigini, la scrittura era più un atto di scoperta: un viaggio nelle profondità della mia mente senza una mappa. Eppure, anche in quell'incertezza, la costanza del rituale ha avuto un ruolo cruciale. La disciplina quotidiana di sedermi a scrivere, indipendentemente dal risultato, mi ha insegnato che il vero progresso creativo non dipende sempre dall'ispirazione momentanea, ma dalla perseveranza.
Questo insegnamento è rimasto con me anche oggi. Sebbene il mio processo creativo sia più strutturato, continuo a credere che la costanza sia la chiave per superare i momenti di blocco o scarsa ispirazione. Siediti, comincia, e le parole alla fine arriveranno.
Il rito della recitazione
Oltre che scrittore, sono prima di tutto un attore, e la recitazione, a suo modo, è un rituale. Quando salgo sul set, mi immergo in un rito preciso, fatto di gesti, parole e movimenti, che si ripetono ad ogni ciak. Ma ho imparato a non essere vittima del rito. La recitazione non è un atto passivo; richiede uno sforzo continuo di libertà creativa. Mi impegno a spezzare e rompere quelle che sono le mie stesse idee, i miei schemi, perché quello che conta, alla fine, è l'osservazione del reale. Non importa quanto rigido sia il rito, se non riesci a vedere, ad ascoltare ciò che ti circonda, allora rischi di perdere l’essenza stessa della tua arte.
La vera sfida è trovare un equilibrio tra rito e azione, tra disciplina e creatività. È in questo bilanciamento che si riesce a fare dell'arte un mestiere produttivo. Non si tratta di scegliere tra rigore e libertà, ma di farli convivere, lasciando che il rituale guidi la mano, mentre la creatività rompe le barriere e apre nuove strade.
Come nasce l'ispirazione?
Oggi è mancata la mia prima grande Maestra di Recitazione, la direttrice della scuola del Teatro Stabile, Anna Laura Messeri. Una donnina forte, ruvida, diretta, con l'energia vitale di un leone e la sagacia di una volpe. Aveva i capelli corti, l'ho conosciuta a vent'anni e, come tutti i bambini davanti ai nonni, per me Anna Laura è sempre stata una nonna. Non l'ho mai vista invecchiare, perché l'ho sempre vista vecchia. Eppure, il suo cuore era ancora giovane, sempre giovane. Dalla scuola di recitazione traeva vita, dagli alunni linfa per alzarsi un'altra volta, per urlare, di nuovo, che la voce non arrivava, che non si capiva quello che veniva detto.
Una maestra del palco che ora parla tramite le voci delle centinaia di alunni che ha educato, molti dei quali vi sono noti, poiché diventati famosi.
Uno di loro sono io.
Voglio raccontarvi come Anna Laura affrontò il concetto di ispirazione. Voglio iniziare da lì, perché è il primo ricordo che mi è venuto in mente quando mi sono chiesto come cominciare questa pagina. Ed è successo il giorno in cui ci ha lasciati.
Non può essere un caso, caro lettore.
Me ne stavo sul palco dopo aver ricevuto dalla "Mess", come la chiamavamo noi, un foglio: un estratto del Mein Kampf di A. Hitler, che parlava di sport. Di come la gioventù dovesse essere sana, forte. Un estratto che esulava dalla politica folle di Hitler, ma che ne conteneva un altro lato, meno conosciuto.
Lo scopo era affrontare questo lungo testo come un monologo. Incarnarlo con la voce e il corpo. Dargli ragione. Perché sì, quando si recita, una delle meraviglie è poter essere qualcun altro, qualcuno che non conosciamo, di cui non condividiamo le idee, ma che, nel momento in cui lo incarniamo, diventa parte di noi. L'attore è mille uomini, mille volti, mille lati di mille pensieri. Recitare, proprio come leggere, arricchisce.
Recitare è leggere con il corpo.
Toccava a me. Il palco di prova era quello del Teatro della Corte di Genova. Una piazza d'armi da duemila spettatori, un palco nero, enorme, un San Siro dei teatri. Vuoto.
Solo la Mess, seduta, che aspettava di tranciare con un commento sagace il prossimo allievo.
Toccava a me.
Entro sul palco, il foglio umido in mano, su cui era stampato il monologo. Lo avevo imparato a memoria, ma ero ancora incerto, dovevo tenerlo in mano, per accertarmi che, in caso di un vuoto di memoria, avrei potuto contare su di esso.
Arrivo in scena e mi prendo un tempo. Credo sia un primo segno di consapevolezza recitativa. Non si può cominciare qualcosa di interessante senza prepararlo con il silenzio.
E così, aspetto. Mi godo il mio momento. Il palco. "Non è mica male, poi, questo teatro…" penso.
Passa un altro secondo ed ecco che la voce della Mess spunta dagli abissi della platea, rivolgendosi a quel giovane francese in camicia e jeans, pronto a decantare la follia.
«Eeeeeeee… che fai? Aspetti l'ispirazione?!»
L'ispirazione. In effetti, era proprio questo che facevo. Aspettavo l'ispirazione, il coraggio di cominciare. La scelta di abbandonare il crogiolo nel quale mi stavo cullando, come un abusivo immeritevole, del silenzio teatrale.
«Eh sì, Mess, devo partire bene!»
«Non devi partire bene. Devi partire e basta!»
Ecco, in summa, cosa penso sia l'ispirazione. L'ispirazione, nella sua più profonda forma, è la preparazione all'ignoto.
L'opera è ignota. Nessuno può sapere come sarà l'opera d'arte nella sua forma finita, perché il processo della creazione è esso stesso l'arte. È organico, rispecchia l'anima del momento, ma anche il tutto che è l'artista.
L'ispirazione viene da "in-spiratio", inalare. L'ispirazione è il momento in cui ci si solleva da terra, ci si sublima in un vuoto teso a lasciarci in mano all'ignoto. Il momento in cui si fa entrare l'aria per poi eseguire, urlare, piangere, ridere, distruggere e creare.
Quindi, ragionandoci, cara Anna Laura, avevi colto il mio talento, l'ispirazione, e subito mi dicesti come portarlo avanti. Eseguendo. Imparando la tecnica. E facendo quel passo avanti.
E ogni giorno, da quel giorno, un passo avanti è stato fatto. E mille altri ne farò, Mess.
Libera la creatività
Quando ero piccolo, mia mamma mi faceva giocare a un gioco di associazione libera. Funzionava così: "Pensa a una parola e dilla, la prima che ti viene in mente". L'altro giocatore, dopo aver sentito la parola, doveva dire la prima parola che gli veniva in mente, connessa a quella appena detta. È un gioco di associazione libera, in cui, grazie all'istinto e al vocabolario, si possono allineare concetti che, se troppo ragionati, non finirebbero mai insieme. È un ottimo modo per fluidificare l'immaginazione e sviluppare quello che si chiama "pensiero laterale".
Il pensiero laterale è quella forma di pensiero che permette di utilizzare una conoscenza normalmente associata a un determinato campo del sapere, in un altro campo. Spesso le idee rivoluzionarie sono figlie del pensiero laterale. Persino le invenzioni lo sono. L'osservazione del mondo è il primo spunto di creatività, ed è anche quello più inesauribile.
Ma la fluidità di pensiero non basta per generare qualcosa di davvero nuovo. Serve anche lo studio. Prendiamo l'esempio del gioco che facevo da bambino: quale era, secondo voi, lo strumento utile a migliorare il gioco? Il dizionario. Più i giocatori conoscevano parole difficili, più il gioco si innalzava verso vette interessanti.
In effetti, basta pensare ai due giocatori. Immaginate di avere Platone e Kant che giocano a questo gioco, oppure Baudelaire e Dante, sarebbe interessante.
Insomma, ci sarebbero dialoghi da immaginare! Questo esercizio mi ha aiutato molto a dare flessibilità al mio modo di pensare. Credo che sia anche grazie a questo che sono riuscito ad applicare il pensiero creativo (nello specifico lo storytelling) a molti altri aspetti della mia vita.
Per esempio, quando fondai insieme a cinque amici Untold Games, una società di videogiochi, nel 2014, utilizzai tutte le tecniche attoriali che avevo a disposizione per vendere il gioco nelle fiere di Los Angeles e San Francisco. Non solo: il fatto di provenire da un mondo "classico" come quello del teatro e della letteratura mi dava un vantaggio anche nello storytelling, sia inerente alla storia del nostro primo videogioco, sia nel raccontare la nostra storia come team di sviluppo.
Non esistono conoscenze inutili per la creatività, se manteniamo una prospettiva aperta e fluida, proprio come quelle parole. Le start-up più innovative degli ultimi anni spesso sono collegate a campi come l'agricoltura, che per anni è stato messo da parte, considerato poco "moderno".
Ognuno di noi è un tesoro di conoscenza, un forziere pieno di perle di vita che non aspettano altro che essere infilate in una collana. È il motivo per cui spesso si suggerisce al creativo di "cominciare da ciò che conosce", non tanto per un fatto egotico di raccontare se stessi, ma per partire proprio da quelle caratteristiche che renderanno la sua invenzione unica.
Come diceva Carmelo Bene, e non smetterò mai di citarlo: "Siate voi stessi dei capolavori". Perché alla fine di tutto, il vero valore aggiunto non è l'idea, non è nemmeno la realizzazione, ma è la persona che incarna questi due aspetti.
Un altro modo di stimolare la nostra creatività è fare vuoto e recarci in un luogo a noi sconosciuto. Affidarsi a quello che io chiamo, nella Divina Avventura, "l'istinto della materia". Noi siamo fatti, come tutto, di materia. E questa materia ha una sua intelligenza. Non solo, ognuno di noi ha un'intelligenza unica, cucita addosso, e a volte, vuoi per paura o per destino, seppelliamo l'istinto della nostra materia dietro un costrutto sociale, allontanandoci da quello che è il nostro demone, inteso come animale interiore, compagno protettore (daímōn, dal greco).
Forzandoci a spostarci verso un territorio sconosciuto, stimoliamo una cosa di cui tutti hanno paura: la crisi. La crisi, per il creativo, è benzina. La crisi accende il demone che c'è in noi, e se ci siamo preparati bene (in sostanza, se abbiamo letto il vocabolario a dovere e imparato, quasi a livello muscolare, nuove "parole") allora in quel momento di crisi brilleremo di un'intensità rara, perché, con le spalle al muro, il creativo ben allenato dà il meglio di sé.
Allenare il pensiero laterale
Arricchire la tecnica
Andare a giocare nella vera arena: quella della nostra crisi.
Ecco i tre passi fondamentali per creare insieme alla nostra anima..
L'arte dei sogni
Mi piace sognare, immaginare, proiettarmi in mondi che non esistono ancora e che, con la volontà e un po' di caparbietà, possono trasformarsi in realtà.
La mia indole—un po' come quella di Luca nell’Anello di Saturno—è sempre stata quella di un’anima che fugge dal reale. A volte per eccessiva sensibilità, a volte per vera e propria misantropia. Che ci posso fare? Amo la solitudine, amo vagare nel vuoto, senza meta, con occhi e orecchie ben aperti, alla scoperta di qualcosa che mi apra nuovi mondi.
I sogni, gli incubi...
Oggi voglio affrontare questa dimensione magica nella quale proiettiamo tutto noi stessi. Che esperti filosofi, psicoterapeuti e scienziati hanno provato a decodificare, ma senza successo. Cosa sono i sogni? A cosa servono? E soprattutto, che impatto possono avere sulla nostra creatività?
Comincio con quello che per me è un dato di fatto. Più cresco, più i miei sogni si fanno ad occhi aperti piuttosto che nel sonno. Da piccolo avevo una relazione complice con i miei sogni; riuscivo, quando qualcosa interrompeva il mio sonno, a riprenderli, proprio come il secondo tempo di un film. Era molto divertente. Succedeva, per esempio, che vivevo una storia nella quale ero protagonista di un evento fantascientifico e, mentre mi avvicinavo alla base dove avrei scoperto un grande mistero, ecco che qualcosa, o qualcuno, all'interno del sogno mi metteva paura. E mi svegliavo. Ma, troppo curioso di scoprire come sarebbe andata a finire, mi rituffavo nel sonno per completarlo.
Un’altra cosa peculiare che mi succedeva era che i miei sogni avevano una "intro". Cominciavano spesso nello stesso modo: un corridoio allagato, io su un tronco che galleggiava verso la fine del corridoio, dove mi aspettava un grande orologio a pendolo. Ci finivo dentro, cadevo nel buio e mi ritrovavo in una gigantesca scacchiera. Da lì, la mia storia cominciava.
Ho sempre sognato storie. Con, come avrebbe detto il caro Aristotele: "un inizio, uno sviluppo e una fine".
Gli incubi, invece, sono sempre sfuggiti al mio controllo. Non sarebbero stati veri e propri incubi se fosse stato il contrario. La paura cos’è se non la consapevolezza di non avere alcun controllo sugli eventi? I nostri incubi sono la proiezione di tutto ciò che ci perseguita.
Se i sogni sono desideri, gli incubi sono paure.
Desideri e paure. I due magneti dei grandi personaggi della letteratura. Credo che una domanda meravigliosa da porci quando affrontiamo la creazione dei personaggi sia chiedersi cosa sognano e quali sono i loro incubi. Questo ci impone una consapevolezza diversa della loro umanità, che poi si rifletterà nel modo in cui reagiranno alle sfide che la storia gli imporrà.
La funzione dei sogni nella creatività è molto simile a quella dell'arte. I sogni ci manifestano qualcosa che abbiamo dentro. Sono una proiezione del nostro mondo interiore in una forma codificata, "comprensibile" a livello conscio. Che è esattamente quello che dovrebbe essere un'opera d'arte. L'artista, nell'atto della creazione, attinge al mondo oscuro, al numeno, e manifesta quella visione attraverso la tecnica, in una forma detta "artistica" (che sia un dipinto, un film, una poesia, un tempio, ecc.).
I sogni sono la prima vera forma d'arte. Un'arte personale, intima, che serve a conoscersi, a scoprirsi, ad ascoltarci. Sono la bussola dell'anima che ci indica, attraverso un processo del tutto personale ma perfettamente calibrato alla nostra essenza, quale sia la strada da percorrere o da evitare.
I sogni siamo noi.
Chissà, forse un giorno potremo, grazie alla tecnologia, invitare qualcuno a sognare insieme a noi, sognare collettivamente. Forse in quel momento, quando i desideri di tutti si fonderanno con le paure degli altri, allora l'umanità troverà un suo equilibrio.
Nel frattempo, tocca a noi artisti creare questi ponti. Generare, attraverso un percorso di scoperta, un sogno, un incubo e fissarlo, proprio come una fotografia olografica, su tela, su carta, sul mondo, in modo tale che qualcuno, chiunque, possa avere l'opportunità, incontrando l’opera, di sognare un frammento di noi.
Si dice che l'arte unisce i popoli e penso che sia proprio questo il motivo. Perché, come su una nave in tempesta, l'artista tesse corde robuste che legano gli uomini tra di loro, permettendo loro di comprendere che quella solitudine che sempre li attanaglia continuamente è un’illusione. Che i loro sogni non sono tanto diversi da quelli degli altri, e lo stesso si può dire delle paure.
Quindi, sognate, sognate ad occhi chiusi e aperti. Sognate per creare ponti che possano irrigare il cuore dei nomadi che attraversano, nel tempo di un lampo di eternità, questa meravigliosa illusione chiamata vita.
Riscopri la creatività
E così, si ricomincia...
Ho passato delle vacanze, devo dire, poco vacanti, belle e intense, insieme a mia figlia e Eleonora. Siamo stati a Ibiza, un'isola molto bella e molto cara. Ibiza ha il fascino di un luogo dove può succedere di tutto. Ci sono le discoteche, è vero, ma ci sono anche spiagge isolate, ristoranti tre stelle Michelin e piccoli chiringuito dove si può gustare un cocomero fresco. Insomma, ce n'è per tutti i gusti.
E ora, inizia il nuovo anno scolastico. Incredibile come sia rimasto impresso in me questo ciclo. A settembre si ricomincia: finiscono le vacanze, che da piccolo duravano due mesi e ora solo due settimane. Una metafora della vita adulta che, piano piano, diventa sempre più piena di cose da fare e sempre più scarna di tempo libero.
Non posso certo lamentarmi. Uno dei lati positivi dell'essere artista è proprio il tempo libero, necessario per poter generare nuove idee, per affrontare la crisi, per crescere. Si dice che la crescita nei bambini avvenga all'80% durante il sonno. Ecco, io penso che la crescita interiore dell'artista avvenga in quello che è il suo "sonno", cioè il tempo libero.
Il vuoto ha una funzione creativa importante. Lo sanno gli attori, quelli veri: solo dal silenzio si può procedere verso l'emozione. La stessa cosa vale per la creazione artistica a tutti i livelli, ma soprattutto per quanto riguarda la nascita delle idee. Le idee hanno bisogno di vuoto. Badate, non significa per forza silenzio (anche se silenzio e solitudine, per quanto mi riguarda, sono i blocchi fondamentali della mia creatività), ma può bastare una camminata, una nuotata, un caffè preso in una bolla di nulla.
Durante queste settimane, ho ragionato a lungo su cosa voglio fare della mia vita. Anche questo è un passaggio importante, soprattutto nell'età adulta: la pianificazione, la progettazione. Lo sapete, mi piace scrivere tanto quanto recitare. E da alcuni anni ho intrapreso la creazione di un nuovo lavoro, quello del "produttore di proprietà intellettuali". Il mio progetto è scrivere libri pensati anche per una potenziale adattabilità cinematografica o televisiva e gestire il processo dalla creazione fino alla vendita dei diritti. Un modo originale di unire cinema e scrittura, le mie due passioni.
Non so se ci riuscirò, ma è questo che voglio fare nei prossimi anni. E lo farò ritagliandomi il tempo tra un lavoro d'attore e l'altro. Tra Il Paradiso delle Signore, che girerò fino a gennaio, e un'altra serie Rai che comincerò a settembre. Sono anche stato contattato per un premio molto importante e totalmente inaspettato. Ovviamente sarete i primi a sapere qualcosa in più.
Molte cose cambieranno. Prima di tutto, come avrete sicuramente notato, il sito internet ha subito una grande ristrutturazione. L'ho reso più leggero, più snello. Spero che vi piaccia. Posso sempre apportare modifiche, quindi se avete suggerimenti scrivete nei commenti, sarò felice di valutarli.
Un'altra cosa che cambia è che ho deciso di ridurre gli episodi del diario a uno per settimana. So che molti di voi si rattristeranno per questa "terribile notizia" — avevo anche chiesto in chat su Instagram quale fosse la vostra preferenza, e tutti avete detto "no, due a settimana!". Ma purtroppo, scrivere due episodi mi richiede troppa fatica, quindi ho deciso di scriverne uno solo a settimana, più curato, più profondo e leggermente più lungo. Non vogliatemene, ma se voglio riuscire a conciliare recitazione, scrittura e podcast, sono costretto a trovare un equilibrio tra questi elementi. Sono certo che capirete.
Anno nuovo, vita nuova, così si dice, no?
Ovviamente ci saranno eventi dove potremo incontrarci, i nuovi volumi dell'Anello di Saturno e anche la nuova storia che ho cominciato a scrivere. Ci vado piano, perché prima voglio fare bene le valutazioni sul successo dell'Anello di Saturno. Prima di imbarcarmi in un'altra folle avventura, devo considerare bene tutte le possibilità e dedicare le mie risorse lì dove sono più utili. Pensandoci, sto facendo un gioco di equilibrio tra creatività e imprenditorialità.
Penso che quest'anno saranno questi i due temi che affronterò negli articoli del diario. L'imprenditorialità — quindi come sviluppare un progetto, quali strumenti usare, quali tecniche di marketing, di sviluppo web, di distribuzione dei libri — e la creatività, quella che ormai conoscete, ma che è un campo così vasto che sono certo ci sarà ancora molto da scoprire. Sia per me che per voi. Proverò ad essere più concreto, a dare suggerimenti costruttivi sulla scrittura, la recitazione, le idee. Anche qui, se avete proposte o temi che volete che io affronti, ricordate di usare i commenti. Spesso non riesco a leggere tutti i DM su Instagram o Facebook, ma qui, sul sito, leggo tutto.