Siamo esseri multidimensionali

Il mondo, la realtà, sono dei misteri che mai si sveleranno. Come il velo di Maya: dietro al velo non vi è la verità, bensì un altro velo da svelare.
La realtà, questa realtà, è determinata dai nostri sensi.

Ma i sensi, ci limitano.

Per fortuna c’è l’immaginazione.
La creatività è la nostra chiave di trascendenza. Con lei che ci guida, possiamo volare lì dove i sensi non ci portano: nel mondo dell’intuizione, degli archetipi, dei sentimenti, delle emozioni.

Luoghi che non hanno colori, né temperature, non hanno spazio e nemmeno tempo.
Luoghi non-luoghi, in cui la parola che determina i confini è: libertà.

Questo spesso ci spinge a immaginare che la realtà attorno a noi sia solo uno strato di un grande mosaico cangiante.
Nell’Anello di Saturno, Luca parte alla ricerca di un anello magico, e questo lo porterà a scoprire la multidimensionalità della realtà, la riscrittura del destino.

Anche ne Il Labirinto della Speranza affronto questo tema, in maniera — vedrete — molto più ambigua.
Rimango sul confine liminale tra percezione e realtà.
Tra proiezione ed empirico.
Lì dove «Ciò in cui credo definisce ciò che è».

Quindi lavoro sulla multidimensionalità del reale. A volte fantastico, a volte immaginato.
Ma poi, a pensarci bene, che differenza c’è?
Una fantasia è forse meno reale di una paura? Un sogno meno reale della realtà?
E come mi piace dire: un fantasma è forse meno reale di un senso di colpa?

Siamo esseri multidimensionali perché, vivendo nel regno della percezione, creiamo — ognuno di noi — la nostra dimensione, in cui le regole condivise sono tante, ma ci sono anche regole subliminali, nascoste, non dette, che ci guidano.

Quanti non camminano sotto una scala?
Quanti salutano le pecore sul lato della strada?
Quanti ascoltano il proprio oroscopo o chiedono consiglio a veggenti?

Siamo esseri multidimensionali e non sappiamo di esserlo.

Pensate alla dimensione — ora tanto di moda — del digitale.
Abbiamo un’identità che appartiene esclusivamente a quella dimensione. Amici che frequentiamo solo in quella dimensione.
Informazioni, arte, curiosità.

Il digitale è una dimensione del reale. Isolante nei confronti della realtà «vera», ma poi, in quella realtà, tessiamo legami, ci emozioniamo, cresciamo.
Quindi, come si fa a dire che è meno vera della realtà?

È diversa.
Siamo esseri multidimensionali anche in questo.

Non sono il primo a dirlo, e non sarò l’ultimo.
E chissà che un giorno la scienza non lo dimostri in maniera empirica: che questa realtà è condivisa con altre infinite realtà, in cui ogni cosa è diversa.

A quel punto, in quell’oceano di possibilità, la mia domanda principale rimane.
La stessa domanda che mi pongo ne La Divina Avventura, ne L’Anello di Saturno, e anche ne Il Labirinto della Speranza.

In questo mosaico infinito, ricorsivo, frattale…
L’anima è forse la costante?

Continuerò a cercare una risposta.

Nel frattempo,

La forza della vulnerabilità

Spesso la sensibilità, intesa come rimanere aperti — con il cuore di carne viva in mano — al mondo, viene fraintesa come debolezza.

Come se l’atto di darsi all’altro, di mostrarsi per ciò che si è, fosse un segno di instabilità emotiva.

Ovviamente non è così.

Ci vuole molto più coraggio ad ammettere le proprie fragilità, i propri difetti, che a nascondersi dietro una maschera, puntando il dito contro chi invece ha il coraggio di esporsi.

Nell’arte della recitazione, per esempio, ho imparato che ciò che dona al personaggio una dimensione empatica sono proprio le sue fragilità. Le sue crepe.

Nulla è più noioso di un personaggio onnipotente, onnisciente, privo di dubbi.

Sono proprio i dubbi a portarci verso il miglioramento. A elevarci.

In molti testi spirituali si ritrova l’idea che la forza stia nel donarsi, nel “porgere l’altra guancia”. Non tanto per spirito di sacrificio, quanto per una reale forza interiore.

Solo così ci mettiamo davvero davanti a noi stessi, e ci conosciamo.

La vera forza arriva dalla conoscenza e dall’accettazione di sé. Ma non solo.

Anche dalla consapevolezza che questo non è un percorso che finisce con un premio, perché “ce l’hai fatta”.

È un cammino. Uno di quelli che ci accompagna fino alla fine di questa vita.

E forse anche dopo. Chissà.

Qualche tempo fa, in un articolo, ho ricevuto un commento al vetriolo, mascherato da “onestà”, ma intriso di giudizi gratuiti, proiezioni e una certa superiorità morale.

Quella persona si arrogava il diritto di valutare il mio aspetto fisico e la mia carriera — senza alcun reale contesto — come se stesse elargendo una lezione di vita.

In realtà, la sua “franchezza” era solo una scusa per colpire.

Sono un attore.

E se c’è una cosa che gli attori imparano presto, è a incassare critiche che sembrano rivolte non al lavoro, ma alla persona.

Perché il nostro lavoro è la nostra persona.

L’attore incarna letteralmente l’arte che fa.

Ogni parola, ogni gesto, ogni espressione parte da dentro. E quindi ogni critica è difficilmente separabile dall’identità.

Per anni ho preso le critiche sul personale.

Magari rovinandomi un momento di pace solo perché Tizio o Caio aveva detto qualcosa di brutto su di me.

Poi, con gli anni, ho capito una cosa meravigliosa.

Siamo piccoli esseri umani, su un granello di sabbia, tra miliardi di galassie, anch’esse granelli di sabbia nello spazio infinito.

Non importa.

Non importa cosa dicono — nel bene o nel male.

Importa cosa sento.

Importa quanto mi adopero per elevarmi, migliorarmi, superarmi, conoscermi.

Questa vita che abbiamo è un percorso di conoscenza.

E non dovremmo mai permettere che la cattiveria altrui interferisca con questo cammino.

Come diceva la scritta sopra il tempio di Delfi:

“Conosci te stesso.”

Il fantasma della coscienza

Siamo coscienza, siamo passione e nutriamo il desiderio di trasformazione e di vita.

Viviamo costantemente tra le altalene del tempo, tra i viaggi nell’io e nel mondo.

Sto affrontando i temi dell’occulto: inizi da quelli più blandi, come l’astrologia e la lettura dei tarocchi, per giungere alla divinazione e molto altro, il tutto all’interno di un thriller psicologico.

Mi direte: allora stai scrivendo un thriller paranormale?

No, non esattamente. Voglio mettere a fuoco l’ambiguità che regna nel mondo delle percezioni, dei fantasmi e della psicologia.

Psiche, per i Greci, era una dea: aveva un corpo, esisteva in quanto tale.

Ora, per noi, la psiche ha raggiunto una forma molto più astratta eppure altrettanto concreta – se non addirittura di più – di una dea nell’Olimpo.

Noi creiamo manifestazioni della realtà e, piano piano, ne scopriamo i dettagli, contribuendo a definirne il disegno.

Sono le nostre proiezioni a dare forma alla realtà, e questo vale anche nell’occulto.

Una cosa diventa vera se ci si crede abbastanza.

E, visto il mio amore per le parabole, le metafore e le storie fantastiche – che in realtà sono molto pragmatiche e reali – ho scelto di affrontare l’ambiguità del reale nel thriller psicologico.

Cosa, se non una manipolazione della realtà attraverso l’occulto, può incarnare il folle desiderio, la passione, l’amore?

In psicologia si parla spesso della rimozione, del dimenticare un evento tragico pur di sopravvivere alla quotidianità.

In realtà, cosa differenzia questo da un fantasma che torna ad abitare la realtà perché non è pronto a lasciarla andare?

Entrambe le cose sono eteree, inafferrabili eppure trasformano profondamente l’individuo che le vive.

In questa analogia, tra il fantasma e la coscienza, tra il senso di colpa e la visione, si svolge la mia storia.

Un luogo in cui le passioni travolgenti si infiammano senza resistenza, in cui le barriere crollano, i cuori esplodono e, forse, le anime guariscono.

Un’odissea nei generi dell’ambiguità e della tensione.

Un viaggio anche nell’erotismo, nella manipolazione, nell’occulto e nella magia.

Ma, soprattutto, un viaggio nell’anima dei miei personaggi, dei quali scopro, ogni giorno, sfaccettature che non avevo colto.

Ogni giorno diventano sempre più umani, sempre più sfumati e, in un certo senso, sempre più ambigui.

Il bello di scrivere, per me, risiede proprio nell’opportunità di esplorare campi dello scibile che altrimenti non avrei conosciuto.

È come viaggiare con la mente.

Scopro così che le dimensioni che mi circondano sono tante quante le persone che vivono questa realtà.

Anzi, molte di più, perché Erik, Morgana, Euridice, Paolo, Aurora sono, per me, persone che esistono, che pensano, che hanno una visione del bene e del male e problemi da risolvere.

Ho consegnato il primo volume alle beta reader e sto ricevendo i primi riscontri, molto utili soprattutto per comprendere se lo stile, la struttura verbale e il flusso degli eventi risultano efficaci.

Questa saga è un’avventura creativa davvero ricca, che mi ha messo alle corde già a partire dal secondo volume.

Tutto fluisce in modo più sottile, subdolo.

È un labirinto anche per me, del quale conosco “più o meno” il finale, ma che mi costringe, ogni volta, a riscrivere quello che pensavo sarebbe accaduto.

Mai Abbastanza

Sono entrato alla Scuola del Teatro Stabile di Genova nel 2001.

Ho avuto la fortuna, nel saggio di fine triennio, di interpretare un personaggio storico realmente esistito: Évariste Galois, uno dei fondatori della matematica moderna, genio ribelle che partecipò ai movimenti rivoluzionari, alle barricate, agli amori e alle tragedie.

Se ne è andato troppo presto, eppure, nella sua breve vita, ha lasciato un segno indelebile nella conoscenza umana.

L’autore, Luca Viganò, aveva dato al personaggio una sfumatura tragica, quella del genio ribelle e incompreso, che contribuì al successo dello spettacolo.

Interpretare un personaggio lascia sempre qualcosa all’attore che lo incarna. Da una parte, regaliamo il nostro corpo alla poesia; dall’altra, arricchiamo la nostra anima di quella poesia, ce la portiamo dietro, oltre lo spettacolo, nella vita.

Di quel personaggio mi sono portato dietro l’urgenza.

La sensazione che la vita sia breve e che le cose da fare siano tante. Troppe.

Mi conoscete, non mi fermo mai. Finisco una cosa e sto già facendo la prossima.

In questo momento, per esempio, mentre faccio l’editing dell’ultimo volume de L’Anello di Saturno – eh già… ci siamo, sta per finire – sto già ragionando sul secondo volume della prossima saga.

La prima stesura del primo volume è già andata ai beta reader, un test per capire se la narrazione, i personaggi, i luoghie gli avvenimenti siano “a livello” per affrontare una saga in cinque volumi.

So già che riscriverò questi volumi, perché scrivendo la storia i personaggi diventeranno sempre più chiari, e questo mi costringerà a riscrivere battute, commenti e pensieri di ognuno di loro.

Tra l’altro, tra pochi mesi riprenderò Il Paradiso delle Signore, e il tempo a disposizione per scrivere si restringerà.

Devo quindi avere una mappa chiara e completa di come procedere nella scrittura durante le riprese. Devo occuparmi delle pagine, e meno della storia.

Non mi fermo mai, da quando ho cominciato a recitare, non mi fermo mai.

Perché? Non lo so.

Forse per paura della morte.

Per quella battuta, che Galois ripeteva così spesso:

“Non ho tempo.”

Ammetto che ancora ora, più di vent’anni dopo, sento di non avere tempo.

Vivo come se non mi rimanesse molto, nella speranza di incidere con la mia anima il tempo.

Una visione, tutto sommato, tragica della mia realtà, che allo stesso tempo mi spinge a realizzare, a fare, anche a scapito, ahimè, di salute e società.

Questo pensiero di voler “fare”, “realizzare” mi ossessiona a tal punto che preferisco scrivere piuttosto che uscire con gli amici.

L’arte è una passione, ma anche un’ossessione, che mi spinge, mi muove e, a volte, mi consuma.

Ormai sono grande, non so quanto riuscirò a mitigare questo mio motore.

Se ripenso al passato, a quando ho realizzato Sogno Farfalle Quantiche (© e prima o poi lo rimetterò nel sito), mi dico che il Flavio che ha ritoccato a mano 160.000 fotogrammi ora è un po’ più sano, solido, stabile.

Ma il fuoco è sempre lì, e se non lo curo, se non lo alimento, in me cresce la paura di scomparire senza aver lasciato un segno.

Chissà se un giorno supererò questo mio desiderio e mi assopirò sotto un salice, a godere del presente, del rumore del mare e degli uccellini.

Chissà.

Giù le mani dal passato

Ho riletto il quinto volume de L’Anello di Saturno. La sua conclusione.

È un volume che ho scritto tempo addietro e, come sapete, ora sto lavorando su Il Labirinto della Speranza. Una saga del tutto diversa, con tempi, ritmi, personaggi e temi diametralmente opposti a quelli così morbidi de L’Anello.

Mi ritrovo quindi davanti a una vecchia fotografia di me. Non aggiornata al presente, mi rimanda a un me distante, diverso. Uno scrittore che cercava di espandere la sua prosa, di rallentare il ritmo del racconto, di indugiare nella descrizione, nella narrazione dell’umanità dei personaggi.

La tentazione di rimettere le mani sul testo per aggiornarlo al mio nuovo stile è forte, e devo resistere. Non tanto perché non sarebbe un miglioramento, quanto perché mi voglio imporre di rimanere fedele al me che ha voluto raccontare l’amore.

Rileggere il volume mi ha messo in una piccola crisi. Sono passati alcuni mesi, più di cinque, da quando l’avevo finito di scrivere, e il ricordo che avevo era diverso. Più forte, più intenso. Invece, ho trovato morbidezza, tranquillità.

In un certo senso, ne sono felice. È una piccola dimostrazione che la natura della saga de L’Anello di Saturno è autentica, genuina. Come può essere la risoluzione dell’amore vero, se non nella morbidezza tragica della nostra vita?

Come scoprirete, il quinto volume ha una sua natura particolare, intensa, autonoma quasi.

“Vive di vita propria”, si potrebbe dire.

Che bello rileggersi a distanza di tempo. Non tanto per osservare la prosa o la trama, ma per ricordare quel me che si struggeva nella scrittura delle parole. Per rivivere, in un certo senso, il Flavio d’un tempo.

La scrittura è un viaggio profondo, che non finisce con la fine del libro. Perché ogni libro è un eco di un frammento di me.

Un tuffo nel passato.

L’arte è uno specchio, davanti al quale l’artista ha l’opportunità non solo di esplorare il mondo attorno a sé o il proprio mondo interiore, ma ha la fortuna di vederne una manifestazione tangibile, reale.

Una proiezione in carne, che gli ricorda chi è, da dove viene, cosa ha fatto per arrivare al presente.

Può essere una prigione come un’opportunità.

Un mio maestro mi diceva spesso che “non bisogna affezionarsi alle proprie idee”. E questo vale anche per le parti di noi.

E rileggendomi, provo grande tenerezza per il me che ero, che sono e che, spero, sarò.

Chi siamo, artisti?

Oggi mi domando chi io sia. Per quale motivo sposto mari e monti per scrivere storie, al punto da rischiare tutto per farlo. Cosa mi spinge a consumare tempo e risorse in questa impresa? Diventare uno scrittore, riuscire a far adattare le mie storie sullo schermo: tutto questo è per vanità? Oppure è un atto di generosità, un desiderio di condividere? O forse puro egoismo, quello di voler viaggiare nell’immaginazione alla ricerca di quelle famose perle, pensando che questo tragitto valga il tempo e il denaro altrui.

È un lavoro difficile, quello del contastorie. Come tutti i lavori belli, ti illude che basti il processo creativo a dare vita alla storia. Ovviamente, non è così. Scrivere storie somiglia un po’ a suonare la chitarra: sembra facile, e tutti sono capaci di strimpellarla. Ma diventare un virtuoso della storia, della trama, è un’arte difficile da inquadrare.

A volte mi chiedo se io lo sia davvero o se semplicemente stia facendo di tutto per convincere gli altri (e me stesso) di esserlo. Fatico a trovare un motivo, una ragione per tutto questo. Penso e spero di non essere l’unico a vivere questo dilemma. Anzi, credo che questa paura si estenda ben al di là dei confini dei contastorie.

Questo “mal comune mezzo gaudio” lenisce solo in parte quella sensazione di fragilità che permea il mio fare. Spesso mi dico che “devo andare avanti e non pensare”, e a volte funziona. A volte mi ritrovo in un luogo buio solo perché ho scelto di chiudere gli occhi. E, in questi casi, la mia forza di volontà ha la meglio.

La forza di volontà… Ora che ho scritto più di una storia, mi sembra di vederla come un filo rosso della mia poetica. Ho un rispetto incredibile per essa, e penso che ciò derivi dal mio assoluto desiderio di indipendenza. Questo è il tema dell’Anello di Saturno: quanto siamo noi a scegliere il nostro destino e quanto, invece, sono le forze fuori dal nostro controllo?

L’artista è colui che fa della propria ricerca interiore bellezza. Scavare tra i demoni per forgiare diamanti. Per farlo, c’è chi canta, chi suona, chi scrive o costruisce. Tutti legati da questo impellente desiderio di ricerca interiore ed esplorazione del mondo attorno. Oggi ho fatto ricerche sulla Val di Non, che sarà il luogo in cui la mia prossima saga si svolgerà. Prima di andarci fisicamente, spinto da quel desiderio di scoperta che mi porta a testare e tentare cose nuove, ho fatto un giro con le mappe di Apple. Mi sono messo lì, sono entrato in quello che si chiama “streetview” e mi sono fatto “un giro virtuale” dei vari paesi che la popolano. Ho cercato di percepire le distanze, i paesaggi.

E mi dico che è davvero un periodo incredibile per coloro che vogliono raccontare storie. Vi è una conoscenza a disposizione che era impensabile anche solo dieci anni fa. Abbiamo mappe su mappe.

E mentre lo facevo, qualcosa in me mi ricordava che “la mappa non è il territorio” e che, per quanto ci si sforzi di conoscere qualcosa attraverso l’analisi e lo studio, è nel processo vivo e reale che avviene il mutamento, la sensazione, l’odore. È quando tutti i sensi vengono calibrati sull’esperienza che l’autore può davvero esprimere qualcosa di umano, colmo di un calore personale e unico, e non lo specchio di tutto ciò che altri hanno vissuto prima di lui.

La conoscenza indica la via, ma è l’esperienza a portarci a destinazione.

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Il nuovo anno non esiste

Quali saranno le mie risoluzioni per il nuovo anno?

Perché per il “nuovo anno”? Perché non decidere per “ora”? Perché non attivare sul momento qualcosa che penso possa migliorare la qualità della mia vita?

Gli anni stanno al tempo come le frontiere stanno allo spazio: linee immaginarie che servono a darci un riferimento, a imporci scadenze. Ma io, essere umano, anima in questa realtà, esisto al di là di queste imposizioni così sommarie. Non sono numeri, non sono quantificabile in minuti o chilometri percorsi. Sono più della somma delle mie parti.

Io sono io, ed è con me stesso che devo sviluppare una relazione costruttiva. Non con le imposizioni che mi vengono imposte o che, peggio, mi impongo per rientrare nella normalità.

Alla domanda: “Quali sono le mie risoluzioni per il nuovo anno?”, rispondo con un sagace: nessuna. Le risoluzioni voglio pensarle e applicarle subito, non aspettare il “momento giusto” per decidere di agire.

Nella vita ho sempre fretta. Sono fatto così, come il coniglio bianco che si porta dietro il ticchettio della vita, che mi urla di correre, di andare veloce, di non fermarmi mai.

Persino durante queste vacanze, mentre mi occupo della mia famiglia, dentro di me non c’è altro che la fame del successo. Il desiderio impellente di fare meglio, di riuscire in una nuova impresa, senza curarmi del tempo o dello spazio.

Sono successe tante cose quest’anno. Ho cominciato una saga in cinque volumi che sta avendo molto successo: ho superato ampiamente le 5.000 copie e ora punto alle 10.000, il traguardo iniziale che mi ero dato. Per alcuni sono numeri da fantascienza, ma per me non bastano. Mi conosco: non mi basta mai nulla.

C’è una poesia che ho scritto, Caos, che parla proprio di questo: un desiderio insaziabile, divoratore di mondi e interiora.

Ho finito di registrare l’audiolibro del quarto volume. Ogni audiolibro richiede moltissime ore di lavoro: una decina per la registrazione e 5-6 per l’editing. Faccio tutto io. Potrei delegare, ma non voglio. Voglio delegare solo quando sarò certo che la persona ingaggiata sarà pagata con i proventi dei libri, non di tasca mia.

Fare di propria mano mi permette di capire davvero il processo, di trovare soluzioni per migliorarlo, aumentarlo, automatizzarlo.

Il terzo volume aveva avuto un problema tecnico e non era disponibile su Audible. Ora, finalmente, dopo quasi due mesi dall’uscita, l’audiolibro è disponibile.

Con Antonello abbiamo lavorato alla copertina del prossimo volume, il quarto e penultimo della saga. Penso sia la più bella finora, subito dopo quella del primo volume, di cui sono innamorato come Luca lo è di Anna. Eccola qua:

Vi aspetto nei commenti per i vostri pareri a caldo!

A gennaio riprenderò Il Paradiso delle Signore per l’ultimo “rush” finale fino a fine mese. Poi, mi aspettano mesi di vuoto: la mia vera vacanza. In quel periodo intendo completare la saga de L’Anello di Saturno e arrivare al Salone del Libro di Torino nella miglior condizione possibile per presentare l’ultimo volume.

Sono tornato a dare al diario una dimensione intima e non didattica. Sono stufo di insegnare: non fa per me. Questo è un luogo di condivisione intima, fotografie in parole di stati d’animo, speranze e paure. Per conoscermi, per conoscerci.

Buon anno, e .

Perchè Anagni?

Ormai me lo sento dire spesso: "Perché hai scelto Anagni per l'Anello di Saturno?"

Vi dirò, è il frutto del caso, dell'analisi e della volontà. Dopo La Divina Avventura, avevo deciso di scrivere un altro libro, ma visto che avevo percepito, nella mia scrittura, un'eccessiva densità, decisi di scrivere un libro in due volumi. La storia parlava d'amore e di destino. Sviluppandola, e trovando poi questo meraviglioso narratore che è il destino, qualcosa dentro di me continuava a sobbollire. Qualcosa che mi diceva: "Flavio, vai, vola con la fantasia".

Vi devo confessare che volevo scrivere fuori dal genere fantastico. Volevo affrontare la realtà. La mia storia doveva essere ancorata nel reale, quanto più reale possibile. Ed ecco che pensai di raccontare una piccola parte della mia adolescenza, quel mio essere straniero.

I due volumi sono diventati cinque, Flavio si è fatto Luca, che era il nome di un ragazzo italiano in un meraviglioso lungometraggio della Pixar dal medesimo nome.

E Anna, mi chiederete? Perché hai scelto questo nome? Perché adoro Lucio Dalla e adoro una canzone in particolare: "Anna e Marco". Come scoprirete nei prossimi volumi, la musica italiana degli anni '80/'90 è molto presente. Dalla, Tozzi, Cocciante. Li vedrete sparsi qua e là a dare colonna sonora all'incredibile storia di Luca e Anna.

"Sì, ma non ci hai detto perché hai scelto Anagni."

Ho cercato se vi fossero leggende legate a Saturno su internet. E guarda qua, la prima città che trovo è proprio Anagni. Non la conoscevo, ma a pelle, qualcosa mi ha attraversato. "Anagni, città fondata da Saturno… nel Lazio… il destino…" Allora ho preso la macchina e, in un caldo pomeriggio d'agosto, sono arrivato nel meraviglioso borgo delle colline ciociare. Ero da solo e ho cominciato a immaginarmi Luca che camminava in mezzo alle pietre antiche. E poi, un Ronnie, la vita del borgo negli anni '90, le scalinate. Ed ecco che era nato il primo volume della saga.

Ma, se questo non vi basta, sul sito vi lascio il video della fantastica presentazione fatta, con un particolare ringraziamento al comune di Anagni, che si è mostrato aperto ed entusiasta. Grazie a chi è venuto e a chi non c'è riuscito.

E grazie a voi, che mi ascoltate, mi leggete e mi guardate.

Il momento giusto

Quando è il momento giusto?

Il mio lavoro, l'attore, è in parte l'arte del momento giusto. Un bravo attore riesce a sembrare al posto giusto al momento giusto. Questo lo rende sia credibile che emozionante. Mi piace comparare l'arte della recitazione con quella sportiva, perché nel recitare vi è una componente di performance tipica dello sport, ma in una dimensione più umana, più empatica. L'arte dell'empatia.

Per esempio, per un calciatore, quando è il momento giusto di calciare la palla? Poco prima? Poco dopo? Diciamo che sono tutti bravi con il senno di poi… ma quello che conta è il momento. Quell'istante in mezzo ad altri mille istanti nel quale, se viene eseguita l'idea, l'emozione, il calcio al pallone, la realtà si trasforma, e un gesto diventa una lacrima nell'occhio di chi lo guarda, un urlo liberatorio, uno stupore indimenticabile.

Questo è vero anche nel processo creativo. Io sono un grande fan di Socrate. Per me, lui è stato superiore a tutti i filosofi dopo di lui, perché Socrate aveva chiaro quanto fosse pericolosa la parola scritta. Quanto fosse pericoloso definire i pensieri, forgiarli nell'eternità di una parola. La vita è mutevole, cambia come le maree, e anche i pensieri, persino le parole. In un certo senso, il vano tentativo di rimanere immortali con le parole si scontra con la realtà del creato, che si fa piuttosto beffa di tutto ciò che lasciamo ai posteri.

Dicevo di Socrate. Il pensiero. Il processo creativo. Io provo, almeno all'inizio della genesi di un'idea, a non scrivere nulla, proprio per non perdere il momento giusto. C'è un momento per fissare i pensieri, per forgiarli in modo inequivocabile, che non permette poi di tornare indietro. Ma fino a che il pensiero rimane dentro di noi, nella nostra mente, nel nostro cuore, non ha una vera e propria forma, siamo noi la forma di quel pensiero, ed esso muta e si conforma al nostro sentire. È vivo.

E quando si decide di mettere su carta un'idea, in un certo senso, la si uccide. Come le farfalle che diventano oggetti di collezione, le idee appuntate alla carta sono la forma primordiale di un oggetto destinato all'esibizione, più che alla personale ricerca.

E quindi grande Socrate, che è riuscito, in tutta la sua carriera di filosofo, a non scrivere nulla, almeno non ci è arrivato nulla, ma solo a plasmare la mente di coloro i quali hanno definito il modo di pensare occidentale per migliaia di anni a venire.

Ho uno strano rapporto con il mio inconscio. Mi fido di lui, e spero che lui si fidi di me. Quando ho un'idea, non la fisso, non la metto in un taccuino, la lascio riposare nel calderone dell'inconscio, conscio (si fa per dire) che sarà lui a restituirmi qualcosa di più morbido, più impastato e amalgamato, nel tempo.

L'arte è come la cucina: spesso, una cottura lenta produce sfumature di profumo e di gusto assolutamente uniche.

Abbraccia la normalità

Chi ha paura della normalità? Io per molto tempo l'ho avuta. Qualcosa in me continuava (e a volte continua) a pensare che essere normali voglia dire non essere speciali. Ho il terrore di essere banale, in un certo senso. E penso che questo timore sia un motore del mio agire… quel desiderio profondo di dimostrare quanto io sia speciale, di far valere qualità che spesso la società fraintende: come la fragilità, la sensibilità, la sincerità.

Se vi fate un giro per i feed dei vari social network, scoprirete che raramente una persona (soprattutto se uomo) espone questi lati di sé. Vanno per la maggiore i maschi "Alfa", quelli che una nota pubblicità di profumo chiamava "Per l'uomo che non deve chiedere mai". Ovviamente questa frase è sparita dagli annali, perché chiedere non è una questione di educazione o di mascolinità, ma proprio di civismo.

Io sono uomo, e da quando sono piccolo ho dovuto avere a che fare con questa percezione (spesso autoimposta) che gli uomini vogliono dare di loro stessi agli altri: forti, duri, sicuri di sé. Ora si è aggiunto un universo di estetica, chirurgica e non, che fino a poco fa era relegata alle donne. Ma si sa, il mercato, per generare nuovi bisogni, crea nuove paure...

Non è diverso per le donne, anzi, lo so. Il genere femminile è, sin dai tempi dell'invenzione del primo mascara, molto più soggetto alla pressione dell'apparire "speciale" agli occhi della comunità di quanto l'uomo sia mai stato.

Si sa, i tempi cambiano, ma qualcosa, dentro noi esseri umani, rimane costante. È da lì che i classici traggono la loro linfa vitale, da quel motore che alimenta le nostre gesta, proprio come ai tempi degli antichi greci.

Cosa alimenta quindi questa mia paura di normalità? Da una parte, la realtà e i miei sogni che spesso fanno a botte. La realtà è una muraglia indistruttibile, che non guarda in faccia nessuno. E quando mi ci schianto, fa male. Parecchio.

Quindi, da una parte, vi è una fuga dalla realtà per paura di scoprire che in fondo io non sono quello che pensavo, o che speravo, di essere. Ma è insito in me anche il desiderio di appartenere alla comunità, di essere speciale, anche agli occhi degli altri. Di fare qualcosa per la società che mi dia un posto dove stare, un po' di amore. Da lì nasce la mia scelta di recitare, di scrivere, di emozionarvi.

Perché in fondo si torna sempre lì: l'amore. L'amore per se stessi, l'amore per un altro o un'altra, l'amore per il gruppo. Quel senso di appartenenza che tanto mi fa paura ma a cui, sotto sotto, anelo.

Per fare arte, per scrivere, per esprimersi sull'umano, è necessario andare alla radice, essere classici. Perché solo così, attraverso la ricerca delle radici dell'anima, si possono saltare le allucinazioni della contemporaneità e trovare i motivi veri delle azioni che ci muovono.

Abbiamo un continuo e inesauribile desiderio di sentirci amati.

Di questo parlo nell'Anello di Saturno. Ora è ancora presto per percepire la sua interezza, visto è uscito solo il primo volume, ma l'amore è uno dei temi fondanti della storia. L'amore nelle sue mille sfaccettature. I greci avevano varie parole per definirlo, perché ne vedevano le sfumature: Eros, Philia, Storge, Agape e molte altre.

Il mio viaggio è stato attraversare ognuna di quelle parole per comprenderla, nella speranza che chi deciderà di accompagnarmi in questo viaggio si ritrovi, alla fine, ad amare se stesso.

Perché, come dice Dalla in "Disperato erotico stomp": "Ma la cosa eccezionale / dammi retta / è essere normale."

Finire, finire, finire!

Nella mia varia carriera, ho imparato una cosa molto importante: il valore di completare la propria opera: è immenso, più grande di quanto possiate pensare.

Nel completare qualcosa, avviene la vera nascita. È in quel momento, e solo in quel momento, che l'opera diventa altro che un sogno, una follia di immaginazione. Quindi, da un punto di vista artistico, è nel suo completamento che l'opera trova il proprio senso. Proprio come l'articolo sulla risoluzione drammaturgica che ho scritto alcune settimane fa.

Ma non è solo questo aspetto a giovare del completamento. Anche l'artista, nel completare l'opera, pur vivendo un trauma da separazione, procede verso una fase diversa, di bilancio, retrospezione quasi, che gli permette di guardare al futuro in un modo diverso. Ricco della sua produzione, che gli dà la forza (sia interiore, ma anche in maniera concreta, esteriore, in uno scambio di valore monetario che gli dà la possibilità di pensare che la sua arte sia anche il suo pane), l 'artista, con il completamento, si rafforza.

Ma è il terzo aspetto quello più importante. Quello che ho capito sulla mia pelle. Chi completa, è affidabile. E questo, in un mondo fluido e veloce come il nostro, è oro. Chi completa è un monolito che conferma al mondo che “ciò che dice, fa”. L' affidabilità è un valore importante per l'artista. Io penso che ogni volta che una persona mi legge sceglie scientemente di donarmi il suo tempo. E il tempo è talmente prezioso che non ha un valore definito. Si dà del tempo solo all'artista affidabile, perché il timore di perdere tempo, di sprecarlo in qualcosa che poi, in fondo, non è né trasformativo, né emozionante, è come una spada di Damocle.

Vi faccio un esempio concreto: Fellini, o più recentemente Spielberg. Due geni incredibili, che hanno dimostrato, per tutta la loro carriera, di essere sempre attenti al loro operato, di concluderlo, di dare, ogni tot anni, un'opera. Questo ha permesso di predisporre il pubblico all'ascolto attento delle loro opere. E solo occhi e orecchi attenti possono captare i segnali dell'artista.

Quindi, l'artista che completa, in un certo senso, predispone la realtà all'ascolto.

E cosa vuole, un artista, se non essere ascoltato?

Voi siete riusciti a finire dei progetti incredibili? Avete qualcosa di incompleto che vi urla quotidianamente di essere finito? Vi aspetto nei commenti.

Piccola nota a margine: i prossimi quattro episodi del "Diario d'Artista" saranno i primi quattro capitoli del primo volume dell'"Anello di Saturno". Potrete ascoltarli e leggerli, proprio come ascoltate e leggete queste pagine del diario. E potrete anche commentarle, se vi fa piacere. Sapete che io leggo sempre e rispondo quasi sempre, quando riesco.

Spero che questo viaggio che vi offro vi piaccia, e che lo condividiate, ogni volta, con chi pensate che possa essere divertito da questa storia che ho scritto.

I limiti della perfezione

Nella "Divina Avventura" ho affrontato il tema della perfezione: del raggiungimento di quell'idea che abbiamo nel cuore, nella mente, ma che, in un certo senso, continua a spostarsi incessantemente. Il processo di ricerca che ci porta verso l'idea è la bellezza dell'arte, la sua natura più profonda. Per esempio, oltre a scrivere, gestisco questo sito sul quale, ogni lunedì e giovedì, pubblico il diario d'artista. Si tratta di un sistema complesso, che non starò a spiegare nel dettaglio, ma che coinvolge molteplici applicazioni e che può essere continuamente migliorato e ottimizzato.

Ho il terribile vizio di voler sempre migliorare anche ciò che funziona. Ripulire, ottimizzare, alleggerire sono cose che amo fare, come se risolvessi dei puzzle. Il problema è che spesso, nel farlo, rompo tutto. E, anzi, più rompo, più sprofondo nelle sabbie mobili della ricerca della perfezione. Non vi è mai capitato di rovinare tutto pur di migliorare qualcosa che non era nemmeno utile fare? Ecco, mi è successo la notte scorsa. Ho voluto pulire il database del sito da cose inutili – un lavoro che non era necessario, poiché non avrebbe cambiato nulla – e, nel farlo, ho rotto il sito. Ho passato tre ore, fino alle due di notte, a recuperare il salvataggio del giorno precedente e a rimettere tutto a posto com'era. Risultato? Quattro ore perse. Come potete vedere, il desiderio di perfezionare può essere deleterio.

Quante volte, mentre scrivo, mi rendo conto che il testo non è sufficientemente buono, che manca di umanità, di dettaglio, di vibrante emozione. E il primo istinto – fare editing – prende il sopravvento e sento l'irrefrenabile bisogno di mettere le mani sul testo, non a mente fredda, bensì a mente calda.

Per fortuna, ho imparato a tenere a bada questa pulsione, soprattutto grazie a Stephen King e al suo "On Writing", che non smetterò di consigliare a chi vuole scrivere. Uno dei principi fondamentali di King, in linea di massima, è quello di compartimentalizzare e far riposare il lavoro creativo. Questo significa, per esempio, non fare editing mentre si scrive. E ha ragione: sono due fasi completamente diverse. Una, la scrittura, è puramente creativa, esplorativa, un tuffo nell'ignoto. L'altra, l'editing, è razionalizzante, tendente all'ordine e alla comprensibilità. Certo, vi sono momenti in cui l'editing è creativo, così come vi sono momenti in cui la scrittura creativa è funzionale alla comprensione e non all'emozione, ma devo dire che evitando di fare le due cose insieme, si evitano disastri come quello che ho vissuto con il desiderio di migliorare qualcosa che andava già bene, perché assalito dal virus del perfezionamento.

La realtà è imperfetta, come ho spiegato in un articolo di un po' di tempo fa, la storia di una matita e della mia incapacità di non perderla. È importante saper fare i patti con il reale, abbracciare il superfluo come parte integrante della bellezza che ci circonda, accettare che la perfezione, a volte, è un passo indietro. Perché ci sarà sempre, per fortuna, qualcosa che sfugge alla mente razionale. Ed è proprio questa dimensione che dobbiamo raggiungere nell'atto creativo. E poi, dobbiamo fidarci di esso, pulirlo, limarlo, certo, ma anche inneggiarlo, difenderlo, amarlo. Insomma, come dicono gli americani: "If it ain't broke, don't fix it!". Che vuol dire "se non è rotto, non aggiustarlo."

A voi è mai capitato di perdervi in quel labirinto del perfezionamento che poi vi ha portato a rovinare tutto?

Oltre l'estetica

Nell'arte, conta più la forma o la sostanza?

Ci si potrebbe chiedere lo stesso delle persone, persino della società. Osservando i social, mi pare evidente che la bellezza, la forma, predomina. Ma perché?

Perché la bellezza è uno strumento fondamentale della sopravvivenza. E ignorarne la profonda e potente forza sarebbe come tentare di eludere il vento o la pioggia. Essa è parte integrante della vita. Tuttavia, considerata l'importanza delle parole e la necessità di usarle con estrema precisione, forse oltre che parlare di "bellezza", dovremmo parlare anche di "attraenza".

I fiori, nel corso di milioni di anni, hanno gareggiato per essere il più attraenti possibile. Perché? Perché da ciò dipendeva la loro sopravvivenza. Più un fiore attirava insetti, maggiori erano le sue possibilità di prosperare. E così sono nati i colori sgargianti, le forme sinuose ed eleganti. Questa è la natura stessa dell'evoluzione, un motore di vita fondato, anche, sull'apparenza.

E quindi, noi umani non siamo molto diversi dai fiori. Come affermo nella "Divina Avventura": "Siamo fiori solitari dal profumo inebriante, bellezze delicate dell’esistenza, esperienze effimere che appassiranno alla fine dei loro giorni." L'essere attraenti è quindi fondamentale anche nell'arte. Poiché l'opera, nel suo apparire "bella" agli occhi di chi la osserva, determina anche la sua capacità di toccare il cuore e le anime degli spettatori.

Mio padre, un informatico, mi ha sempre detto che la sua bella presenza lo ha spesso aiutato. Vi chiederete, in informatica, quale ruolo può avere l'aspetto fisico? È tutto una questione di matematica, codice, logica, no? Eppure, presentandosi bene a un colloquio, sorridente e con una postura eretta, le sue possibilità di essere assunto aumentavano.

Essere attraenti non riguarda solo l'aspetto fisico, ed è questo il punto cruciale di questa pagina. I canoni di bellezza mutano costantemente nella società, ma ciò che rende una persona attraente (non bella) sembra essere qualcosa che possiede una costanza maggiore, che dura nel tempo: Il rispetto, il sorriso, la protezione, la gentilezza, la sincerità, l'affidabilità sono i valori che rendono una persona attraente, indipendentemente dall'estetica.

Si potrebbe addirittura affermare che queste caratteristiche siano il vero contenuto della bellezza in una persona. Ciò che "conta" veramente. Non siamo definiti da ciò che sembriamo, ma da ciò che facciamo. Sono le nostre azioni a parlare. E se alimentiamo in nostri comportamenti con questa bellezza interiore, frutto di studi, di ricerche, di fallimenti, di successi, verremo percepiti positivamente da chi ci circonda, rendendoci attraenti perché - sembra una battuta- perché "belli dentro".

In un articolo precedente, ho discusso dell'importanza dell'amor proprio ed anche di essere in salute, perché un corpo sano ospita una mente sana. Lo confermo, ma ciò che conta ancora di più penso sia l'approccio olistico. Il nostro cervello è naturalmente incline a pensare in termini dicotomici: destra sinistra, bianco e nero, bello e brutto, bellezza o contenuto. Il primo passo, almeno per me, è smettere di classificare la realtà in base agli opposti, ma piuttosto identificare quali aspetti di me sono meno sviluppati e lavorare ogni giorno per migliorarli.

Comincio io: Il mio difetto più grande? Sono molto introverso e troppo permaloso. Devo imparare a sorridere di più e ad ascoltare gli altri.

Ecco, l'ho detto. Ora proverò a farlo.

La fragilità dell'artista


A volte mi sento fatto di cristallo. Mi basta un niente per perdere fiducia in me e in tutto quello che faccio. Una folata di vento negativa, un momento in cui mi volto e non vedo nessuno, ed ecco che subito mi proietto in un universo di vuoto e fallimenti.

Immagino che succeda a tutti, che sia normale percepire quel vuoto esistenziale. Forse è dovuto a come uno ha dormito. Oppure al meteo. Ma quando succede, l'unico colpevole sono io. Ho la cattiva abitudine di sentirmi responsabile di tutto ciò che mi succede. Anche adesso che ho concluso il quarto volume della saga, in cui ho continuamente affrontato il contrasto tra destino e volontà, non riesco a non pensare che la situazione nella quale sono sia dovuta, perlopiù, alle mie scelte, ai miei desideri.

C'è da dire che mi manca da scrivere l'ultimo volume della saga. Forse il più importante. Quello in cui vi è la risoluzione, la conclusione, il mio punto di vista. E lo temo. Temo di dover fare una scelta tra questi due poli opposti della natura della vita. La volontà contro le intemperie del destino. Flavio, o tutto il resto?

Oggi che scrivo queste parole, mi sento fragile. È uno di questi giorni. Per fortuna ho accumulato, negli anni, un po' di esperienza, sufficiente a non farmi sprofondare. È come se avessi acquisito un piccolo agente nel mio cuore che quando percepisce che il limite sta arrivando, ferma tutto e dice: "Vai a dormire, vedrai che domani andrà meglio." e ormai ho imparato ad ascoltarlo.

Il timore è che al mio risveglio, quella sensazione sia ancora lì. E allora scrivo. Recito. Faccio, creo, sogno. Fuggo. Realizzo, nella speranza di dimostrare, prima di tutto a me stesso, che quello che faccio ha un senso.

La mia carriera si è mossa, fin dall'inizio, su vari distinti binari. Quello recitativo, performativo, che mi ha dato molte soddisfazioni, e quello artistico, registico, narrativo. Dentro di me brucia il sogno di lasciare il segno, di incidere, come una ferita, la mia anima nel tempo. Ma è difficile. Trovare l'equilibrio giusto tra forma, contenuto, tecnica e cuore, volontà e successo, è difficile. La volontà nasce da me, ma il successo dipende dal mondo. Un po' come il destino.

E così, in questa affannata ricerca di equilibrio, a volte, guardandomi allo specchio, mi chiedo se io non sia come Don Chisciotte, eternamente votato a combattere contro giganti che in realtà, non sono altro che mulini a vento.

Tempo di cambiamenti

Il tempo è un'illusione, eppure il suo effetto su tutti noi è manifesto e inarrestabile. Cosa rappresenta una data, se non un punto immaginario in uno spazio immaginario? Tuttavia, ci ritroviamo qui, pronti a celebrare ogni volta che possiamo quella frontiera costituita da minuti, anni e secondi.

Devo ammettere che i compleanni non mi piacciono. Mi vergogno di festeggiarmi, almeno non pubblicamente. Preferisco gratificarmi personalmente, magari concedendomi una deliziosa cena di coppia in un ristorante romantico, o un viaggio verso località inesplorate.

E se non mi piacciono i compleanni, potete immaginare il mio pensiero sul Capodanno. Abbiamo stabilito che in quel momento, tutto cambia. Che "da ora in poi, sarò finalmente la migliore versione di me stesso." Ma, diciamolo francamente, è solo un pretesto. Un modo per nascondere sotto il tappeto tutta la polvere accumulata durante l'anno, sperando che scompaia magicamente.

Le nuove risoluzioni sono una iniezione di fiducia, ma anche una forma di autoinganno. Il cambiamento avviene gradualmente, passo dopo passo. Esiste una regola non scritta nella realtà: ciò che si costruisce lentamente, si dissolve con la stessa lentezza. Più accurata e organica è la costruzione di una trasformazione, più solido e duraturo sarà il risultato. È come nella cucina: una cottura lenta, priva di fiamme violente, fa emergere sapori intensi, che rimangono impressi non solo al palato, ma anche nella memoria.

Il tempo... è una costante mutevole, che varia a seconda del nostro stato d'animo. Scorre velocemente quando siamo felici e sembra eterno nei momenti di apatia o tristezza. Il tempo è un concetto così affascinante che ne ho fatto il tema centrale della saga dell'Anello di Saturno. Benché sia stato esplorato in mille modi, sono convinto di poter offrire una prospettiva unica e originale. E questo 2024, si sa, sarà l'anno di Saturno!

Insomma, il nuovo anno è arrivato. Ma non solo il nuovo anno, anche il nuovo mese, il nuovo giorno, anzi, la nuova ora, il nuovo minuto! Tante avventure quante le stelle nel cielo!

Buon anno a tutti. Vi auguro una continua e graduale trasformazione verso l'apice dei vostri desideri.

Passi avanti da Scrittore

Venerdì ho presentato "La Divina Avventura" al Salone del Libro "Più Libri Più Liberi" pubblicato dalla PAV.

È stato un momento emozionante e straniante. Mi sono reso conto di quanti libri vengono stampati e di quanta gente si dedica quotidianamente alla creazione di storie. Questo mi ha lasciato un po' frastornato.

Come autore auto pubblicato, fedele alla mia scelta di mantenere la mia indipendenza artistica, ho vissuto questa fiera come se uscissi dalla mia bolla. Ho scritto il libro e l'ho pubblicato nel marasma di internet, focalizzato esclusivamente su quello che facevo e sul feedback ricevuto. Invece ora lo vedevo nella realtà. Lavorare su internet è strano, è come muoversi senza avere punti di riferimento, senza una reale percezione del proprio progresso.

Alla fiera, osservando gli stand e le migliaia di persone che vi lavoravano o che passavano con sguardi curiosi, ho capito che la strada sarà lunga. Un libro non basta per definirsi autore; ne serviranno molti altri. Alcuni saranno successi, altri fallimenti, ma mirerò a farli rispecchiare la mia anima e il mio desiderio di intrattenervi e stimolare la vostra fantasia.

Sono felice della collaborazione con la Pav. Aurora, la direttrice con cui sono in contatto, si è mostrata molto disponibile ed entusiasta. Nei prossimi mesi farò delle sessioni di firma copie, partendo dalle liberie Romane. Girando "Il Paradiso delle Signore", sarà complicato viaggiare per tutta Italia, ma sono certo di riuscire a visitare sia il Nord che il Sud per incontrare tutti voi.

Ecco il link per l'acquisto della versione PAV del libro, davvero bellissima: https://pavedizioni.it/prodotto/la-divina-avventura.

Durante la fiera, molte cose mi hanno colpito. Ad esempio, un giovane ragazzo attratto dalla copertina del mio libro, dopo aver letto la quarta di copertina, l'ha riposto. Ho capito che la quarta di copertina non deve spiegare il libro, ma invogliare a leggerlo. Una lezione preziosa per la mia futura "Saga dell'Anello di Saturno".

È stato bello incontrare nuove persone e vendere loro il libro, ma ancora più bello è stato incontrare chi l'aveva già letto. Il libro unisce e offre una base comune per conversazioni più facili.

Tante lezioni, tante emozioni e tanta voglia di futuro. Vi lascio un paio di foto dell'evento sul mio sito.

Il desiderio dei desideri

Quanto proiettiamo i nostri desideri in ciò che ci circonda? A volte penso che molti dei significati che noi diamo alla vita, siano in realtà dei desideri reconditi, un modo quasi infantile di plasmare la realtà secondo il nostro volere.

Vi è una certa ingenuità in questo processo mentale, ma anche una fonte inesauribile di poesia. Cosa sarebbe il mondo, se non avessimo gli occhi per vederlo, se la nostra imperfezione non facesse, appunto, di questa realtà, qualcosa di magico, di imperfetto.

In realtà, è un punto cruciale del concetto di "magico". Magico è ciò che non può essere spiegato con la conoscenza che si ha in quel momento. Magico è ciò che la nostra imperfezione (sia cognitiva che fisica) proietta sul mondo.

Io sono miope, ci vedo molto male da lontano, e quindi porto gli occhiali. Questo mio essere imperfetto, mi ha costretto molte volte a fare uso di altri strumenti per compensare, uno tra tutti l’immaginazione. Io non vedo i tratti di una persona da lontano, devo riconoscerlo per altri suoi “tratti”, magari non facciali, ma corporali, la postura, la schiena, le proporzioni, oppure la voce.

Ma tornando alla magia, l’amore non è forse questo? Occhi imperfetti che accettano la perfezione in colui che ha la fortuna di essere amato? Molti amori però sfumano quando la vista si acuisce, quando ci avviciniamo, quando riusciamo a vedere i tratti più fini, quelli celati, i difetti, le qualità inespresse, quelle cose che ci ricordano magari, qualcun altro...

Ma a volte – è un caso più unico che raro, lo ammetto – a volte due anime si incontrano, e più si guardano, più si conoscono, più si avvicinano e più si amano. È una magia ancor più potente delle altre, quasi mistica, divina. Qualcosa di così perfetto che supera persino la crescita, la consapevolezza. É come la natura. Avete mai guardato una foglia? È perfetta. A qualsiasi livello la si guardi, i suoi disegni sono organici, ogni cosa è a suo posto, è funzionale, ma è anche bella. È la vita. Ecco, l’amore più potente somiglia proprio a questo, è vivo, è necessario, e pulsa nel cuore di coloro che unisce.

Ed è di questo amore che parlerò ne “l’Anello di Saturno”. Un amore eterno, che va oltre gli uomini, persino oltre gli Dei e oltre il destino.

Devo ammettere che ero indeciso all’inizio se affrontare un tema così delicato e soprattutto trito e ritrito come l’amore, ma – proprio come la foglia – più lo affronto e più sento che vi è uno spazio enorme nel quale giocare. Un campo che va al di là dei miei confini, che non mi stufa e non mi sazia.

Ora capisco perché centinaia di poeti prima di me lo hanno esplorato in largo e in lungo, perché è inesplorabile, e nulla è più magico di ciò che non finisce mai.

Ho paura di invecchiare

Una volta, mi chiesero chi fossi.

Risposi, "un uomo con troppe idee e poco tempo."

É proprio così... sforno idee come se fossero i croissant del sabato mattina al centro di Parigi. Ne ho decine al giorno e ognuna meriterebbe che le dedicassi un po' di tempo, per fiorire, per diventare qualcosa di più.

Ho imparato a tenermele in testa, a lasciarle fondersi con le altre, a maturare fino a diventare elementi che non riesco a dimenticare. E quando, a mesi dalla nascita dell'idea, continuo a pensare ad essa, allora vuol dire che c'è qualcosa di buono.

Ma ciò non toglie che sento di non avere il tempo necessario per fare tutto ciò che desidero. Sento che le mie giornate sono troppo brevi, vorrei poter scrivere la mia saga più velocemente, dedicarmi al Diario con più calma, stare di più con mia figlia, occuparmi di più dei videogiochi che Untold Games - la società che ho fondato - produce.

Faccio troppe cose, oppure ho semplicemente paura di morire troppo presto?

Forse è un misto dei due. Da una parte, sono una persona curiosa, che ama l'esplorazione, e quindi ho viaggiato in mille dimensioni, ho recitato con Woody Allen, ma sono anche stato nei quartieri Generali di Facebook e Google per parlare di Realtà virtuale. Ho prodotto film spettacoli, ma scrivo saghe. Ho aperto e chiuso srl che spaziavano dal sound design, alla moda, a dispositivi biomedici.

Ho seguito le mie passioni e ho fallito molte più volte di quante volte ho avuto successo. Speravo che crescendo, diventando adulto, tutto questo si calmasse, che io riuscissi a trovare un equilibrio, una pace in questo mio continuo moto tempestoso di ricerca.

Invece no. Sono sempre peggio. Temo che sia perchè comincio ad avere la percezione netta che il mio tempo in questo mondo sia limitato. Anzi, più che percezione ormai è proprio qualcosa che sento dentro, lo so. Me lo dice la spalla che ogni mattina, quando mi sveglio mi fa male. Me lo dicono gli anni che passano sempre più in fretta. Ricordo un tempo in cui le stagioni erano lunghe e piene di avvenimenti. Ora mi sembra che in un anno ci siano 4 mesi e due feste.

Quindi, come il coniglio bianco di Alice, convinto di essere sempre in ritardo, "vado a mille". Per paura di non concludere nulla, scrivo, faccio e ho il cervello che fuma come una locomotiva a vapore. Ci manca solo che mi metta a cantare.

Non lo farò, ma non perchè non lo voglia, ma perchè è giusto decidere i propri limiti. Io voglio scrivere. Almeno, voglio farlo fino a che non avrò più nulla da dire. A quel punto mi fermerò. L'unica cosa è che spero di non ripetermi.

Confesso di avere una paura terribile di ripetermi, di dire le stesse cose che magari ho già detto in una pagina di alcuni mesi fa di cui ho completamente scordato l'esistenza. Il tempo, la ripetizione, l'invecchiare. Benvenuto nel mondo adulto, Flavio.

A proposito di cantare, vi lascio con i versi di un grandissimo cantante Belga, il mio preferito: Jacques Brel che, nella "canzone dei vecchi amanti" diceva: "c'é voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti." Vi lascio il link

Siamo diamanti infranti, in cerca di unione

Buttarsi giù fa parte del percorso di ogni essere umano, che sia un artista o un commercialista, un finanziere oppure a casa in aspettativa.

In me, spesso la depressione arriva dopo un momento di eccitazione, quasi come a bilanciare l'altalena - o dovrei dire la montagna russa - delle mie emozioni. Ci sono giorni in cui mi sveglio e sono travolto dalla sindrome dell'impostore, in cui sono convinto che la strada che ho intrapreso, così piena di incertezze, sia stata un errore.

Quando ho cominciato il lavoro di attore avevo 19 anni  e non mi preoccupavo di nulla. Potevo andare avanti a cracker e pasta al tonno. Recitare a teatro con i miei amici era tutto ciò di cui avevo bisogno. Poi, crescendo, ho sentito dentro di me l'ambizione crescere, il desiderio di fare cose più grandi, di recitare con registi e attori più famosi, di confrontarmi con i migliori. E il destino ha voluto offrirmi tutte queste possibilità.

Sono fortunato, eppure, spesso, mi sento sbagliato. C'è un agente dentro di me, un sabotatore, che mi sussurra che "si sono tutti illusi che tu sia quello che desideri fargli credere di essere, ma in fondo, dentro di te, lo sai che non è così. Tu non vali quello che proietti."

Ecco, spesso per me la depressione parte da questa vocina nel cervello che tenta in tutti i modi di dividermi dal mondo. Una divisione profonda, non fisica, ma percettiva. Molto più subdola, perchè se cedo, non ci sono altri modi per tornare che esercitare una spinta di pura convinzione. Uno sforzo titanico di auto convincimento.

Penso che portarci giù sia la solitudine. Quel senso di scollamento con il resto del mondo, che ci lascia soli con noi stessi. Una sensazione bella, inebriante per la libertà che ci conferisce, ma allo stesso tempo, un luogo dove ogni ostacolo rischia di diventare una lapide sotto la quale soccombere.

Ci sono giorni in cui mi alzo e sono in quel posto, forse per retaggio della mia infanzia, passata spesso in solitudine, nell'incomprensione. O forse è qualcosa che tutti abbiamo dentro, quel dubbio riguardo alle nostre capacità, quella paura di non essere all'altezza di quello che gli altri vogliono da noi. Gli altri, noi stessi, i nostri genitori, amici, fan, non c'è differenza, perchè tutto, in realtà, avviene dentro di noi. Siamo noi i fautori della nostra felicità e dei nostri crolli.

C'è un bellissimo detto: "Fai pace con te stesso". Spesso viene detto per indicare qualcuno che ha due opinioni contrastanti sullo stesso argomento, una forma di incoerenza interna. Ma penso che fare pace con sè stessi possa essere la forma più alta di guarigione.

Dobbiamo riunirci con tutte quelle voci che abbiamo dentro, comprendendo che non sono qualcosa che viene da fuori, ma qualcosa che abbiamo incamerato negli anni, che ci appartiene. Noi siamo quelle voci. E quelle voci siamo noi.

Se ci abbracciassimo, se decidessimo che tutti quei mondi che abbiamo dentro, tutte quelle dimensioni frastagliate e contrastanti che compongono il prisma della nostra anima, non sono altro che le sfaccettature di un singolo, meraviglioso diamante, troveremmo la pace con noi stessi.

E forse, quel primo passo verso la superficie ci aiuterebbe a guardare gli altri per quello che sono: diamanti infranti in cerca di unione, proprio come noi.

Scrittura e Recitazione

Ho ricominciato a girare "Il paradiso delle signore". É incredibile come recitare mi influenzi l'immaginazione.

Spesso mi rendo conto che a forza di frequentare un personaggio, ne assorbo i desideri, le paure, che poi si riflettono sulla mia scrittura. Tancredi in questo periodo di Set sta vivendo delle esperienze molto forti, potenti, che rimettono in discussione tutta la sua vita. E vuoi per osmosi, vuoi per sensibilità, io faccio lo stesso con i personaggi che scrivo.  A volte mi capita addirittura di creare situazioni simili a quelle che ho affrontato sul set, come per proiettare altrove quello che ho vissuto "davvero". 

Questo comunicare di arti che passa dal mio corpo alla mia mente, al mio cuore, è una vera fortuna. 

Sto scrivendo assiduamente. Mi sto occupando della stesura di ciò che deve accadere in ogni volume della saga. Il primo volume è completo, il secondo volume era già chiaro, quindi facile. Gli altri tre hanno invece richiesto molta immaginazione per essere completati in modo da continuare a portare avanti la fiaccola dell'interesse. Sarà un esercizio di destrezza narrativa non indifferente, ma sono fiducioso, perchè mi sto divertendo un sacco a creare colpi di scena. E questo è un buon segno.

Nella saga dell'Anello di Saturno, il destino sarà al centro della poetica, una voce importante. Ovviamente, quando si affrontano le tessiture del fato, non si può non prendere in considerazione il libero arbitrio. Le scelte.

A volte, mentre sto per strada e cammino con le mie cuffie attraverso il flusso di persone che mi viene contro, mi chiedo come sia possibile che esistano così tante realtà tutte l'una vicina all'altra. L'umanità sembra un organismo multidimensionale, dove ognuno di noi ha desideri, paure, obiettivi, amici, parenti, storie e ambizioni diverse.

Eppure, siamo tutti collegati dalle scelte che facciamo quotidianamente. Il famoso "libero arbitrio".

Ma se dovessimo risalire alle origini di tutto - "La catena della colpa" come le chiama Kato - potremmo davvero parlare di libero arbitrio? Io non ho scelto il mio nome, nemmeno dove nascere, in che tempo vivere, in che corpo essere. Queste sono variabili che influenzano enormemente il nostro futuro.

Per esempio, nutro dubbi sul fatto che se non fossi cresciuto un bel ragazzo avrei fatto l'attore... Forse la vita mi avrebbe portato verso altri orizzonti. Forse mi sarei messo a scrivere subito. Oppure avrei studiato alla Bocconi. Oppure, oppure oppure… Non c'è fine all'immaginazione.

Sta di fatto che noi siamo il prodotto delle nostre scelte, ma anche di quelle degli altri. I miei personaggi, nella saga - ma anche nella Divina Avventura - sono spesso messi davanti a scelte critiche, cioè scelte che non permettono di tornare indietro. Trovo che siano determinanti per una buona storia. Poiché in quelle scelte si forgia e si definisce il carattere dei personaggi: Nelle azioni che conseguono.

Io credo più nell'azione che nella parola. Alla fine, i fatti parlano chiaro.

I due protagonisti dell'Anello di Saturno, che all'inizio sono poco più che adolescenti - giovani adulti come direbbero i professionisti - faranno scelte, vuoi per volontà, vuoi per destino. E queste scelte, ognuna di queste scelte, come il battito di una farfalla, avrà nel tempo degli effetti deflagranti.

E date che mi piace giocare con la magia, persino il destino sarà coinvolto...

Amore e Destino, due entità opposte che nella saga si dovranno scontrare, incontrare, conoscere, e chissà forse amare.

Infinite sfumature di grigio

Questa è la cinquantesima pagina del mio Diario D'artista, che piano piano trova la sua voce e i suoi spettatori. Grazie per esserci.

Da giovane, ricordo che ero più simile ad un rivoluzionario. Mi piaceva andare contro il sistema, contro il pensiero unico. Infatti ero terribile a scuola, un vero piantagrane. Alcuni professori, forse quelli che si rivedevano nel mio essere così bastian contrario, mi prendevano in simpatia. Erano una minoranza, ma me li porto ancora nel cuore. Se non avessi avuto questo approccio così assoluto, così entusiasta, così rivoluzionario appunto, non sarei dove sono ora. La stoltezza del desiderio, che porta a varcare soglie che gli altri neanche immaginano, è pericolosa. Può portare in luoghi bui. Luoghi in cui sono stato per un periodo difficile della mia vita. Ma ne sono uscito, grazie all'amore dei miei genitori, grazie all'affetto di chi ho incontrato, e anche - devo ammetterlo - alla fortuna.

Una frase, nella "Divina Avventura", ha colpito una lettrice:

"Tu esiti sempre, Kato," disse lui con tono accusatorio. "Perché esiti sempre? Le cose nella vita sono chiare. O sono bianche o sono nere. Le sfumature sono solo incertezze mai chiarite."

In questa battuta, vi sono le due visioni del mondo distinte di Kato e Overton. Essi sono ai poli opposti della percezione del mondo. Kato, è a un passo dalla trascendenza, Overton, alla base della sopravvivenza, negli "istinti della materia".

Più cresciamo, più il mondo attorno a noi si tinge di grigio, si potrebbe dire. Ma non perché si rattrista, bensì perché le sfumature si fanno sempre più raffinate, i dettagli sempre più netti. La fotografia di questa vita, che era sfocata in gioventù, sembra, con il passare degli anni, farsi nitida, anche se nel frattempo perdiamo i nostri sensi, diventiamo noi stessi meno nitidi, meno definiti.

La realtà è colma di processi inversi, se ci pensate. Per esempio, si dice che l'universo tenda al caos, per via dell'entropia. È così. E gli esempi sono sotto i nostri occhi, il vetro, per esempio, non può tornare sabbia. Il processo di trasformazione è irreversibile. Eppure noi, la nostra anima, il nostro io, trovano, nel tempo, un equilibrio, una forma ben definita, un ordine.  

Ma c'è qualcosa, nella certezza del colore unico, della sicurezza assoluta, che ci affascina tutti. Ognuno di noi, ad un certo punto, ha ceduto al fascino della risposta facile. "Il mondo è così perché..." "Questa persona si comporta così perché..." "Questo popolo è così perché..." E così via fino alle tenebre dell'anima.

Overton, al momento dell'incontro con Kato, è ancora dominato da questo mostro dicotomico che tutto divide. Bianco e nero, nero e bianco. Ma il ragazzo è anche animato da qualcosa che a Kato ormai manca. La forza della giovinezza che sta, appunto, tra i contrasti netti, nelle scelte coraggiose - o stupide a seconda di chi le valuta. Overton, nel libro, avrà la forza di scegliere quello che Kato, ormai prosciugato dalla vita e dal tempo, non sceglierà.

E voi? Come vedete il mondo? Ci sono milioni di sfumature oppure siete come Overton? Convinti che in fondo il bene e il male esistano, e che tutto ciò che sta tra il bianco e il nero non sia altro che una scusa? Bella domanda...

Vi aspetto nei commenti.

Arte, poesia e soldi

Spesso percepisco una marcata distinzione, quasi un senso di imbarazzo, nelle persone con cui dialogo quando affronto l'argomento dell'arte e dei soldi. L'approccio più superficiale, spesso adottato da coloro che ancora non vivono di arte come vorrebbero, è di pensare che "l'arte sia una cosa e i soldi un'altra." In effetti, come dar loro torto? L'arte, la poesia, nasce dal bisogno di esprimerci, di comunicare ciò che desideriamo. Questo è assolutamente corretto, ma allora, se questo assioma fosse vero, tutta l'arte sarebbe equipollente. È davvero così? Ogni quadro è altrettanto bello? Ogni libro altrettanto interessante? Ogni casa altrettanto ben costruita?

Evidentemente no. È sempre difficile avere un approccio generico alla realtà, ma mi sento di dire che esistono opere "migliori" di altre. Nel senso che riescono a vibrare con più anime, a curare più ferite, ad emozionare un numero maggiore di persone. Ed è in questo frangente, nell'"efficacia" dell'arte, che i soldi entrano in gioco. Almeno, così sembra...

I soldi, il guadagno, sono per chiunque viva in questo mondo, il modo di sopravvivere, di rispondere ai bisogni primari della nostra natura: i soldi sono cibo, acqua, vestiti, sopravvivenza. Vivere della propria arte significa, in termini semplici, riuscire a sopravvivere facendola.

"Quindi chi ha più soldi è più bravo, Flavio? È questo ciò che stai dicendo?"

Orrore! No. Ovviamente no. Ma forse sì. È un discorso complesso. Come si misura l'arte? Ci sono due modi di farlo, si può una valutazione contemporanea, cioè contingente al tempo nel quale viene valutata, oppure una "classica" che quindi viene storicizzata.

L'artista di successo può essere eccellente nella contemporaneità delle sue espressioni e quindi "di successo" nell'immediato e rivelarsi però, dopo poco, una meteora che scompare nel mare del tempo. Allo stesso modo, artisti non visti, gli invisibili, hanno la possibilità, con il passare del tempo, di riemergere come fece Kafka con la sua "Metamorfosi" (in tutti i sensi, si potrebbe dire!). Oppure possono rimanere invisibili per sempre.

Come dice un mio amico, su una linea temporale abbastanza lunga, il tasso di sopravvivenza è 0. Tutto sparirà, noi spariremo, l'umanità sparirà, la Terra sparirà. Non siamo altro che piccoli granelli di sabbia nella meccanica del cosmo.

Quando lasciai il teatro per il cinema, e poi il cinema per la televisione, fu soprattutto per una questione di sopravvivenza. Il teatro pagava poco, e lavoravo 5-6 mesi l'anno. Era difficile costruirsi un futuro. Quando me ne andai dal teatro stabile, fu doloroso. Lì avevo una posizione invidiabile per un ragazzo di 24 anni. Ero un regista, un attore protagonista, avevo la stima di persone che dell'arte ne avevano fatto la loro vita. Ma la stabilità che trovai con "Distretto di Polizia", con "Medico in Famiglia" e tutti gli altri progetti che ho fatto, mi ha permesso di pensare a fare una famiglia, di viaggiare, di trovare un centro di gravità permanente, come direbbe Battiato. Non mi manca il palcoscenico, amo recitare ovunque. Che sia con Woody Allen o nel Paradiso Delle Signore, il mio approccio non cambia.

Tornando a noi: i soldi e l'arte. Sono come due fratelli: non si sopportano, ma uno non può fare a meno dell'altro. Il miglior teatro fu scritto quando era il principale media consumato dalle persone. Perché? Perché erano disposti a pagare il biglietto per vederlo. E questi soldi pagavano i poeti, che a loro volta, scrivevano i drammi. Shakespeare in Inghilterra, Molière in Francia, tutti artisti "di successo". Persino Mozart, che morì in una fossa comune, fu, durante la sua vita, un musicista di grande successo. E quindi un musicista che produsse molto. E tra le migliaia di composizioni di Mozart, alcune sono così preziose da essere più importanti delle stelle.

È la legge della sopravvivenza. Chi riesce a vivere della propria arte, ne produce di più, e così facendo aumenta la sua possibilità di successo, e quindi di essere ricordato. In un certo senso, si potrebbe dire che i soldi (intesi come successo) non sono un "valore" qualitativo dell'arte, ma piuttosto un "tesoretto" che potrebbe dare all'opera abbastanza carburante da sopravvivere nel tempo.

Insomma, non ho, come sempre, una risposta definitiva. Tuttavia, ora che ho finito l'articolo, ho più domande di quando l'ho iniziato a scrivere. È un buon punto di partenza. E voi, cosa ne pensate? Arte e soldi... sono distinti o sono uniti?

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Come Evitare il Blocco dello Scrittore

Molti mi chiedono come riesco a evitare il blocco dello scrittore.

Ho scritto un libro e ne sto scrivendo un altro, ho scritto sceneggiature, poesie, film e videogiochi, ma non ho mai sperimentato il blocco dello scrittore. Come è possibile? Come lo faccio? In realtà, la risposta è piuttosto semplice e si basa su una combinazione di disciplina, curiosità e continua attenzione al mondo che mi circonda.

Il blocco dello scrittore può insorgere per molte ragioni: può derivare da una mancanza di ispirazione, dalla paura di affrontare questioni dolorose, o, come ritengo sia il caso per molti, da una mancanza di chiarezza di intenti.

Cominciamo con l'ispirazione. Che cos'è l'ispirazione e come la si trova? L'ispirazione non è un diamante nascosto o una pepita d'oro che si scopre scavando nelle profondità del proprio io; quelle sono le idee. L'ispirazione è uno stato vitale, un modo di affrontare l'esperienza e la vita. Nasce dall'osservazione del mondo, dallo scrutare la natura, l'umanità, le debolezze e le meraviglie che ci circondano. L'ispirazione consiste nel tenere gli occhi aperti e lasciare che la continua trasformazione del tempo e dello spazio ci trasformi a nostra volta. L'ispirazione è costante cambiamento, è l'antitesi della stasi. Pertanto, se vi sentite privi di ispirazione, uscite, camminate, leggete, cercate qualcosa fuori da voi stessi. Non temete, l'ispirazione non si cerca, si vive.

In seguito, affrontiamo la paura. La paura di scoprire qualcosa di noi stessi, di dire qualcosa di vero, qualcosa che potrebbe ferire gli altri o creare tensioni con il nostro mondo. L'artista, non importa cosa si dica, è innanzitutto un prisma di coraggio. In tutte le sfaccettature della luce che emana, c'è una folle dose di coraggio. Esprimere onestamente i propri pensieri richiede coraggio, così come mostrare le proprie fragilità. L'artista punta il dito sulla realtà come un bambino che, inconsapevolmente, fa cadere il peso della verità sugli adulti che continuano ad ingannarsi per non affrontarla.

Infine, giungiamo alla chiarezza di intenti. È l'elemento fondamentale di ogni narrazione. Se sapete realmente di cosa parla la vostra storia, di cosa tratta, quale tema sostiene, quale idea la guida verso la realtà, allora non vi bloccherete mai fino a quando non l'avrete completata.

Se sapete cosa volete dire e riuscite a esprimerlo in una singola frase, allora siete sulla buona strada. Il metodo e la tecnica vi aiuteranno a sviluppare nel migliore dei modi lo scheletro della vostra opera e una volta completata la struttura, tutto ciò che vi resterà da fare sarà sedervi davanti a voi stessi e raccontare una storia che conoscete già.

Buona scrittura e buona scoperta.

Ci vediamo .

La bellezza delle idee: un viaggio oltre la forma

Nella nostra società, si tende spesso a concentrarsi sulla bellezza esteriore, sulla forma, come se fosse l'ultima frontiera della creatività. Ma è veramente così? Possiamo davvero affermare che solo ciò che è formalizzato manifesti un valore?

Durante la mia singolare carriera, mi sono imbattuto in persone che affermavano che "le idee non realizzate valgono poco", quasi relegando l'idea a un ruolo secondario rispetto al prodotto finito. Tuttavia, questo modo di pensare rispecchia un approccio distorto, influenzato dalla nostra cultura capitalista e materialista, in cui la realizzazione e il guadagno occupano il centro della scena. In un contesto dove il successo è tutto ciò che conta, produrre diventa l'unico obiettivo, e l'idea viene ridotta a un semplice tramite tra il fare e l'avere.

Ma la realtà è ben diversa, e in fondo lo sappiamo tutti, anche se raramente lo ammettiamo. L'idea è la genesi di ogni creazione. Nell'idea si cela la bellezza nella sua forma più pura e primitiva, ancora non manifesta, eppure già affascinante. L'idea è la prova che la bellezza non appartiene esclusivamente al mondo materiale, ma esiste su un piano superiore (o inferiore) dove l'energia dell'universo genera, concepisce e produce l'immateriale. Ed è in questo spazio che l'artista si immerge alla ricerca di Idee luminose.

Una buona idea racchiude in sé il potenziale di un albero rigoglioso, che crescerà forte e longevo grazie alla pioggia e al sole, senza bisogno di fertilizzanti o cure artificiali. Al contrario, un'idea debole, nonostante gli interventi esterni e le attenzioni ossessive, avrà difficoltà a competere con la sua sorella più brillante.

Perché condivido queste riflessioni? Perché credo che sia fondamentale dedicare tempo e attenzione all'idea, molto più di quanto si possa immaginare e più di quanto si dedichi alla realizzazione. L'idea è il vero motore, la vera genesi del processo creativo. Senza le idee, il nostro mondo sarebbe piatto e monotono, privo di scoperte e meraviglie.

Avere idee originali e stimolanti non è facile; richiede impegno e soprattutto una mente preparata, flessibile e disposta a correre rischi. L'amore per l'ignoto, la voglia di evadere, la rapidità nel passare da un concetto all'altro e la capacità di sfondare porte aperte sono tutte qualità necessarie per nutrire la creatività. E sappiate che sono pochi coloro che riescono a padroneggiarle senza farsi del male.

Perciò, anche se vi trovate circondati da materialisti convinti che la realizzazione dell'idea sia il vero valore, non lasciatevi influenzare. Lasciateli credere che il fine sia il prodotto, mentre voi continuate a sognare il cambiamento e a cercare ispirazione negli angoli più misteriosi dell'esistenza.

C'è qualcosa là fuori che vi attende e che, una volta scoperto, vi trasformerà per sempre.

Ricordate che la bellezza delle idee risiede nella loro capacità di dar vita a nuove prospettive, di sfidare lo status quo e di spingerci oltre i confini del noto. La bellezza delle idee è un invito a esplorare, a pensare in modo diverso e a creare qualcosa di veramente unico e significativo.

In questa pagina del Diario D'artista voglio celebrare questa bellezza, incoraggiandovi a nutrire la vostra creatività e a dare spazio alle vostre idee, per quanto audaci o rivoluzionarie possano essere. Il mondo è pieno di storie di successo, intuizioni e riflessioni che dimostrano il potere delle idee e la loro capacità di influenzare il futuro che ci aspetta.

Allora, non scoraggiatevi quando vi sembra che le vostre idee non ricevano il giusto riconoscimento o quando il mondo sembra preferire la forma alla sostanza. Continuate a coltivarle e a credere nella loro bellezza intrinseca. Perché, alla fine, è proprio la bellezza delle idee a plasmare il mondo e a renderlo un luogo di infinita meraviglia e possibilità.