Quando muore l'arte

Sapete cosa dicevano gli amanuensi e i copisti quando l’invenzione di Gutenberg (la stampa) arrivò a sconquassare l’industria dei libri scritti a mano?

«Scriptores pereunt, ars moritur.»

I copisti scompaiono, l’arte muore.

Molti ritenevano che i libri stampati fossero oggetti meccanici, privi di anima o di bellezza. Filippo di Strata, ad esempio, scriveva nel XV secolo: «Libri impressi sunt meretrices; scripti sunt virgines.»

I libri stampati sono meretrici, quelli scritti a mano, vergini.

Vi ricorda qualcosa? Le parole che vengono spese nei confronti dell’IA generativa sono spesso molto simili. Il disprezzo che generano (piccolo gioco di parole) può essere ridotto a questo: è un prodotto senz’anima, che sostituirà gli artisti.

Ma in realtà la stampa ha fatto esplodere la scrittura. Mai così tanti libri furono scritti, stampati e soprattutto letti dopo l’avvento di Gutenberg. A lui dobbiamo la letteratura moderna. A lui lo sviluppo esponenziale della conoscenza, che ha portato, nei secoli successivi, alla trasformazione radicale della società, del benessere, dell’uomo.

Il dibattito sull’arte e sull’intelligenza artificiale è spesso affrontato in maniera pregiudizievole, perché mette in discussione uno dei tasselli fondamentali dell’artista (proprio come la stampa): l’esecuzione.

Si dice che l’arte sia nel gesto, e che se il gesto viene sostituito dalla macchina, allora di arte non ve n’è più traccia.

Io oso pensare qualcosa di diverso. Qualcosa che cerca di andare oltre la coltre di nebbia davanti alla quale ci troviamo tutti.

L’arte non è nell’esecuzione di uno dei blocchi fondamentali, ma nell’intento, nell'idea, nell’esecuzione, nella distribuzione e nella consegna.

Mi spiego. Se una macchina può fare in pochi secondi ciò che un uomo può fare in mesi, allora il valore di quella cosa decade immediatamente. Ed è lì che nasce la paura dei concept artist, degli scrittori, e persino degli attori. Ormai ci siamo: la tecnologia è così avanzata che si potranno sostituire anche loro (nei prodotti digitali, il teatro, per ora, è intoccato).

Quindi siamo sostituibili? No. Perché è il processo nella sua interezza a produrre vero valore, non il singolo elemento all'interno del processo di creazione.

Questo pensiero è radicale, e richiede un cambio netto di prospettiva: È quello che viene chiamato un cambio di paradigma.

L’IA è qui. È come l’elettricità, il computer, la ruota. Ormai c’è.

Il mio scopo è capire come sopravvivere e, non solo, come prosperare, ora che il terreno è cambiato così grandemente.

Da artista, sono costretto a rivalutare cosa significa essere un artista.

Fare arte non si limita più alla produzione del singolo elemento dell'esecuzione (il testo, la canzone, il disegno, ecc., qualsiasi cosa che potrebbe essere riprodotto dalla IA).
C'è molto di più.
Quell’elemento deve essere parte di un intento più grande, che parta dall’anima dell’artista (l’intento), si propaghi nella risposta umana al mondo dell'artista (l'idea), passi attraverso la realizzazione di quella risposta (l'esecuzione) ma non finisce qui. Serve che l'artista incarni l’impatto che vuole avere sul mondo (la consegna).

In sostanza, si tratta di avere un’idea, di realizzarla e poi di far sapere che esiste. E poi ripetere questo processo, migliorando ogni passo, ogni volta.

L’artista diventa quindi il fautore del proprio successo, colui che viene chiamato non solo per la produzione artigianale degli elementi, ma per l’intera filiera artistica: dall’intento, all’idea, alla realizzazione, alla distribuzione e alla consegna.

L'artista è la manifestazione umana del processo di tutta la filiera.

E lì, l’intelligenza artificiale diventa un compagno di viaggio che permette - per la prima volta da sempre, proprio come la stampa - di aprire le porte, di dare all’artista che lo desidera, le ali per volare da solo.

Non sarà facile.

Ma se prima volare da soli, per gli artisti, era un sogno irrealizzabile, questa rivoluzione restituisce a coloro che hanno intento, idee, spirito critico e anima artistica la possibilità di farcela da soli.

Lo ripeto:
1. Intento (che si alimenta con cultura, lettura, incontri, cibo dell'anima)
2. Idea (hce nasce dall’ascolto di ciò che ci circonda e di ciò che abbiamo dentro)
3. Esecuzione (la nostra risposta, come artisti. Il nostro segno: scrittura, canto, recitazione, quello che vi piace di più.)
4. Distribuzione (marketing, piattaforme digitali, strategia per far conoscere la nostra risposta, per dare impatto.)
5. Discussione con il pubblico (interazioni, social network, un sito, un diario d’artista dove scambiarsi opinioni)

L'arte non è morta. Al contrario.

Stiamo per vivere un’esplosione di artisti indipendenti che riusciranno ad essere grandi quanto (o più) delle major, poiché detentori di ciò che conta e vale davvero all'interno della filiera: l’intento. Il fuoco primigeneo, la luce.

La forza della vulnerabilità

Spesso la sensibilità, intesa come rimanere aperti — con il cuore di carne viva in mano — al mondo, viene fraintesa come debolezza.

Come se l’atto di darsi all’altro, di mostrarsi per ciò che si è, fosse un segno di instabilità emotiva.

Ovviamente non è così.

Ci vuole molto più coraggio ad ammettere le proprie fragilità, i propri difetti, che a nascondersi dietro una maschera, puntando il dito contro chi invece ha il coraggio di esporsi.

Nell’arte della recitazione, per esempio, ho imparato che ciò che dona al personaggio una dimensione empatica sono proprio le sue fragilità. Le sue crepe.

Nulla è più noioso di un personaggio onnipotente, onnisciente, privo di dubbi.

Sono proprio i dubbi a portarci verso il miglioramento. A elevarci.

In molti testi spirituali si ritrova l’idea che la forza stia nel donarsi, nel “porgere l’altra guancia”. Non tanto per spirito di sacrificio, quanto per una reale forza interiore.

Solo così ci mettiamo davvero davanti a noi stessi, e ci conosciamo.

La vera forza arriva dalla conoscenza e dall’accettazione di sé. Ma non solo.

Anche dalla consapevolezza che questo non è un percorso che finisce con un premio, perché “ce l’hai fatta”.

È un cammino. Uno di quelli che ci accompagna fino alla fine di questa vita.

E forse anche dopo. Chissà.

Qualche tempo fa, in un articolo, ho ricevuto un commento al vetriolo, mascherato da “onestà”, ma intriso di giudizi gratuiti, proiezioni e una certa superiorità morale.

Quella persona si arrogava il diritto di valutare il mio aspetto fisico e la mia carriera — senza alcun reale contesto — come se stesse elargendo una lezione di vita.

In realtà, la sua “franchezza” era solo una scusa per colpire.

Sono un attore.

E se c’è una cosa che gli attori imparano presto, è a incassare critiche che sembrano rivolte non al lavoro, ma alla persona.

Perché il nostro lavoro è la nostra persona.

L’attore incarna letteralmente l’arte che fa.

Ogni parola, ogni gesto, ogni espressione parte da dentro. E quindi ogni critica è difficilmente separabile dall’identità.

Per anni ho preso le critiche sul personale.

Magari rovinandomi un momento di pace solo perché Tizio o Caio aveva detto qualcosa di brutto su di me.

Poi, con gli anni, ho capito una cosa meravigliosa.

Siamo piccoli esseri umani, su un granello di sabbia, tra miliardi di galassie, anch’esse granelli di sabbia nello spazio infinito.

Non importa.

Non importa cosa dicono — nel bene o nel male.

Importa cosa sento.

Importa quanto mi adopero per elevarmi, migliorarmi, superarmi, conoscermi.

Questa vita che abbiamo è un percorso di conoscenza.

E non dovremmo mai permettere che la cattiveria altrui interferisca con questo cammino.

Come diceva la scritta sopra il tempio di Delfi:

“Conosci te stesso.”

La rivoluzione in corso

In questi giorni, finito Il Paradiso delle Signore, ho approfittato per recuperare un po’ di contatti con la mia famiglia, sparsa tra Italia e Francia.
Sono andato da mia sorella. Lei fa un lavoro incredibile, è un’infermiera. Di quelle che stavano in prima linea durante il Covid, alle quali tutti inneggiavano balletti e promesse di aumento. Potete immaginare come sia andata a finire.
Ma non è questo il punto.
Parlando con lei, è venuto fuori l’argomento dell’intelligenza artificiale. Come sapete, ci lavoro da ormai più di quattro anni. Il mio approccio è prettamente artistico, cerco di comprenderne le potenzialità, i limiti.
Lei lo ha usato per organizzare il suo viaggio:
“Voglio andare lì, organizza qualcosa che sia X, Y, Z.”
E ovviamente ChatGPT ha organizzato tutto perfettamente, come un bravo assistente.
E mi sono detto:
“Pensa, il suo lavoro, che è a stretto contatto con gli esseri umani, è uno dei pochi che non ha un reale vantaggio se viene coadiuvato dall’implementazione di ChatGPT.”
Questo vuol dire che il suo settore non verrà segnato così tanto dalla rivoluzione in corso.
Non è un discorso nuovo, ma è bene ribadirlo: i lavori che richiedono il tocco umano, che sono i lavori di prossimità tra esseri umani, non saranno in crisi, anzi.
Se posso fare una previsione personale, penso che nei prossimi 5-10 anni ci sarà la fila per fare questi lavori, perché saranno meglio remunerati e più ambiti. Insomma, il panorama cambierà nettamente.
Ma per quanto riguarda i lavori intellettuali?
Quelli che richiedono conoscenza di regole, logica, insomma, quelle cose che l’IA sembra fare benissimo?
Cosa succederà a tutti questi lavori che beneficiano enormemente dell’apporto dell’IA?
Penso che in questo caso, come dice il CEO di Nvidia, non sarà l’IA a rubare il lavoro, ma le persone che la usano.
Come se, nell’arco di pochi anni, gli LLM fossero diventati qualcosa alla stregua del computer o dell’elettricità. Strumenti che ci aumentano.
Sarebbe facile pensare che il nozionismo, la conoscenza in generale siano diventati merce di poco valore, dato che si può accedere a tutto con un clic o una chat.
Ma non è così.
E vi spiego il perché.
L’IA non fa altro che restituire la risposta statisticamente più corretta alla vostra domanda, usando come bacino di informazione tutti i dati a disposizione.
Una specie di Internet in scatola.
Seguendo questo ragionamento, ciò che farà la differenza nell’output non è l’IA, ma la qualità della domanda.
Si ritorna all’uomo come cuore dell’intento.
Senza l’uomo, l’IA rimane ferma.
È l’intento umano, il desiderio di scoperta, di trasformazione, ad animarla.
E come si migliora una domanda?
Come si fa a fare domande e richieste sempre più specifiche, acute, profonde?
Studiando.
Studiando come non mai.
Filosofia, lessico, ragionamento logico.
Tutto fa brodo.
Solo così sarà l’IA a lavorare per voi.
E non il contrario.

Il valore della vita

Ieri, come ogni sera, vagavo per la rete alla ricerca di informazioni su quello che sta succedendo.

Sono un amante della tecnologia e della modernità. La temo, e quindi la frequento: per non perderla di vista, per immaginare il mio futuro.

Cosa mi succederà?

Chi mi legge conosce il mio interesse e timore per l’intelligenza artificiale. Siamo agli albori di qualcosa che sta già rivoluzionando i processi, sia industriali che creativi.

I grandi modelli di linguaggio, macchine pensanti e presto capaci anche di agire (Agentic AI, per chi fosse interessato), stanno prendendo possesso di ogni dimensione umana.

Siamo cresciuti con l’idea che “il lavoro nobilita” e che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”, ma se ciò che so fare può essere sostituito da una macchina, il mio futuro dov’è?

La macchina può scrivere, può persino recitare.

Può prendere il mio volto e metterlo su qualsiasi attore di qualsiasi film. Potrà, a breve, generare film con me, o voi, dentro. E sarà credibile.

La macchina lavora con i dati, tantissimi, e genera quello che si potrebbe definire, platonicamente, un ideale.

Se chiedete alla macchina di generare un albero, proporrà un’immagine che è la sintesi di tutte le immagini di alberi prodotte nel corso della nostra storia: fotografie, disegni, immagini di sintesi.

Se le chiederete di scrivere un libro, una serie o un film d’avventura, produrrà un prodotto perfetto, misurato al punto giusto, calibrato secondo gli archetipi che hanno colmato la nostra storia culturale.

Produrrà l’ideale.

Come posso lottare contro l’ideale? Io che sono fallibile, caduco, soggetto al tempo e alla morte?

Io che non so tutto, che non ho accesso a ogni pezzo di conoscenza umana. Io, ignorante, stupido e mortale.

Con la mia ignoranza, la mia stupidità e la mia mortalità.

Perché esse sono ciò che fanno di me un essere vivente, in continua trasformazione. Come voi.

I miei limiti, la fame di conoscenza, la consapevolezza della fine.

Sono queste imperfezioni, difetti, tratti—chiamateli come volete—a rendere la vita un percorso in divenire. Una Divina Avventura.

Perché chi “ignora”, rischia. Chi è “stupido”, sbaglia. Chi è “mortale”, corre.

Rischiare. Sbagliare. Correre.

I motori della vita.

E anche della mia arte, che spero sia la testimonianza autentica di questi miei “limiti”, dei miei sogni, della mia ambizione di comunicare e di emozionarvi.

Se c’è una cosa che la macchina non potrà mai essere, è essere umana.

Quindi abbracciamo questa nostra umanità, infiliamoci tra le pieghe della razionalità e sdraiamoci a sognare quello che non può esistere.

Ma che sicuramente esiste.

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Chi siamo, artisti?

Oggi mi domando chi io sia. Per quale motivo sposto mari e monti per scrivere storie, al punto da rischiare tutto per farlo. Cosa mi spinge a consumare tempo e risorse in questa impresa? Diventare uno scrittore, riuscire a far adattare le mie storie sullo schermo: tutto questo è per vanità? Oppure è un atto di generosità, un desiderio di condividere? O forse puro egoismo, quello di voler viaggiare nell’immaginazione alla ricerca di quelle famose perle, pensando che questo tragitto valga il tempo e il denaro altrui.

È un lavoro difficile, quello del contastorie. Come tutti i lavori belli, ti illude che basti il processo creativo a dare vita alla storia. Ovviamente, non è così. Scrivere storie somiglia un po’ a suonare la chitarra: sembra facile, e tutti sono capaci di strimpellarla. Ma diventare un virtuoso della storia, della trama, è un’arte difficile da inquadrare.

A volte mi chiedo se io lo sia davvero o se semplicemente stia facendo di tutto per convincere gli altri (e me stesso) di esserlo. Fatico a trovare un motivo, una ragione per tutto questo. Penso e spero di non essere l’unico a vivere questo dilemma. Anzi, credo che questa paura si estenda ben al di là dei confini dei contastorie.

Questo “mal comune mezzo gaudio” lenisce solo in parte quella sensazione di fragilità che permea il mio fare. Spesso mi dico che “devo andare avanti e non pensare”, e a volte funziona. A volte mi ritrovo in un luogo buio solo perché ho scelto di chiudere gli occhi. E, in questi casi, la mia forza di volontà ha la meglio.

La forza di volontà… Ora che ho scritto più di una storia, mi sembra di vederla come un filo rosso della mia poetica. Ho un rispetto incredibile per essa, e penso che ciò derivi dal mio assoluto desiderio di indipendenza. Questo è il tema dell’Anello di Saturno: quanto siamo noi a scegliere il nostro destino e quanto, invece, sono le forze fuori dal nostro controllo?

L’artista è colui che fa della propria ricerca interiore bellezza. Scavare tra i demoni per forgiare diamanti. Per farlo, c’è chi canta, chi suona, chi scrive o costruisce. Tutti legati da questo impellente desiderio di ricerca interiore ed esplorazione del mondo attorno. Oggi ho fatto ricerche sulla Val di Non, che sarà il luogo in cui la mia prossima saga si svolgerà. Prima di andarci fisicamente, spinto da quel desiderio di scoperta che mi porta a testare e tentare cose nuove, ho fatto un giro con le mappe di Apple. Mi sono messo lì, sono entrato in quello che si chiama “streetview” e mi sono fatto “un giro virtuale” dei vari paesi che la popolano. Ho cercato di percepire le distanze, i paesaggi.

E mi dico che è davvero un periodo incredibile per coloro che vogliono raccontare storie. Vi è una conoscenza a disposizione che era impensabile anche solo dieci anni fa. Abbiamo mappe su mappe.

E mentre lo facevo, qualcosa in me mi ricordava che “la mappa non è il territorio” e che, per quanto ci si sforzi di conoscere qualcosa attraverso l’analisi e lo studio, è nel processo vivo e reale che avviene il mutamento, la sensazione, l’odore. È quando tutti i sensi vengono calibrati sull’esperienza che l’autore può davvero esprimere qualcosa di umano, colmo di un calore personale e unico, e non lo specchio di tutto ciò che altri hanno vissuto prima di lui.

La conoscenza indica la via, ma è l’esperienza a portarci a destinazione.

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Il futuro dell'uomo

Che cos'è un uomo? Cosa ci distingue da tutto il resto? Alcuni diranno "nulla", siamo tutti allo stesso livello: la pianta, la formica, il serpente, la gallina, il cane, l'uomo. Vita.

I neo-evoluzionisti dicono che esista solo una forma di vita, il DNA, e che tutto il resto non sia che iterazioni per migliorare la sopravvivenza. Scafandri diversi che ospitano sempre la stessa vita.

Per chi mi ha letto, conoscete il mio insaziabile desiderio di sognare, di credere nell'ignoto, in tutto ciò che non c'è. Ecco, penso che l'umanità risieda in questo spazio inesistente, in cui l'anima è regina e i sogni brillano.

Sono terrorizzato dalle macchine, dall'intelligenza artificiale. Eppure, la uso quotidianamente, ne vedo il potenziale, soprattutto per quanto riguarda l'organizzazione. Non a caso, i francesi hanno sempre chiamato il computer "ordinateur". L'ordinatore. Ha senso. In fondo, sono circuiti con angoli perfettamente retti, processori con la certezza dell'1 e dello 0, che si muovono senza stanchezza, senza difetto. I trattori dell'umanità. Inarrestabili, sempre migliori. Fa paura, no?

Sì, fa molta paura. In pochi anni, le IA saranno capaci di produrre contenuto illimitato, perfetto, colorato al punto giusto, su misura per ognuno di noi. Cosa significa? Significa che molti prodotti audiovisivi non esisteranno se non per i nostri occhi e solo per loro. Verranno prodotte milioni di serie al mese, e ognuna di esse varrà quanto un seme di riso. La cultura popolare rischia di diventare la cultura singolare. Ognuno sarà felice con la propria produzione, isolato in un bozzolo di illusione, convinto di aver prodotto arte con un semplice pulsante: "Guarda ora", "Produci arte".

L'arte non è solo un fine, ma un mezzo. Il processo artistico è fatica, ricerca, conoscenza. È un processo definito dall'imperfezione, e anche dalla consapevolezza che, a un certo punto, bisogna lasciar andare. L'arte e la creatività insegnano all'uomo che le esercita i suoi limiti, donandogli consapevolezza. La ricerca alimenta la cultura, il punto di vista. La creatività ci migliora.

Ma non è tutto oscuro, anzi.

Questi nuovi strumenti daranno vita a nuove forme di arte, a nuovi modi di percepire il mondo e la realtà. Torniamo al dilemma dello strumento: non è lo strumento a fare l'artista, ma l'artista a usare gli strumenti. E credo che continuerà a essere vero.

In questo, mi sento fortunato a poter usare questi nuovi strumenti, a poter, grazie a loro, imparare, studiare, formulare e ordinare in modi che prima avrebbero richiesto molto più tempo. Grazie all'elettricità, al computer, a internet, posso connettermi a tanti, sviluppare un rapporto dove so che sapete che dietro a queste parole ci sono io.

E penso che questo sia il futuro dell'arte digitale. Essa non morirà, anzi, stiamo per entrare in un momento d'oro. Ma avrà bisogno di questo rapporto che noi abbiamo. Avrà bisogno di un legame, tra l'artista, umano, e lo spettatore, umano anch'esso. E sarà la forza di questo legame a dare agli artisti la possibilità di esprimersi usando tutti i mezzi a disposizione.

Sarà la nostra mutevole imperfezione a salvarci. Noi siamo cambiamento, siamo vita, siamo ignoto.

La disciplina dell'artista

La disciplina dell'artista

Essere un artista significa vivere costantemente tra due forze opposte: la libertà creativa e la rigida disciplina. Da un lato, c’è il bisogno di spaziare, di esplorare senza limiti, di accedere a quelle idee che ci sorprendono e ci stupiscono. Dall’altro, c’è la necessità di dare una forma concreta a queste idee, di strutturare il lavoro affinché possa essere compreso, apprezzato e, alla fine, realizzato. Nel tempo, ho imparato che solo bilanciando questi due elementi è possibile trasformare la creatività in un mestiere produttivo e soddisfacente.

La libertà creativa: raggiungere il "numeno"

La libertà creativa è quel momento magico in cui l’artista riesce a trascendere il mondo fenomenico, a oltrepassare le apparenze per arrivare al "numeno", quel luogo oltre la superficie delle cose dove risiedono le idee più profonde e pure. In quello spazio, quasi mistico, si trovano le idee che possono sorprendere anche noi stessi. È un luogo in cui la mente sembra connettersi direttamente con il frutto fresco dell’albero della realtà, raccogliendolo direttamente dai suoi rami.

È in quel momento che si sperimenta la meraviglia della creazione pura, quando le idee fluiscono senza controllo, senza schemi, e siamo così addentro alla creazione che non ci rendiamo conto di essere semplicemente un canale attraverso il quale passa qualcosa di più grande. Ma quella libertà, per quanto esaltante, è solo il primo passo. L’idea pura, da sola, non è abbastanza. Come un magma incandescente che emerge dalle profondità della terra, essa ha bisogno di essere raffreddata, modellata e scolpita affinché possa prendere forma. Ed è qui che entra in gioco la disciplina.

Forgiare l’idea: la necessità della disciplina

Proprio come un fabbro deve battere il ferro finché è caldo per dargli forma, (o come Saturno che forgia il suo anello, direbbe Anna nell'Anello di Saturno) anche l’artista deve lavorare sull’idea appena nata, ancora flessibile e malleabile. La disciplina è l’attrezzo che permette di dare struttura a quel magma creativo, evitando che si disperda in un fuoco di paglia. L’idea, infatti, si raffredda rapidamente, e senza la tecnica e la costanza, rischiamo di perderne il controllo.

Lavorare con disciplina significa accettare che il momento di pura ispirazione è solo una parte del processo. Dopo quel momento iniziale, c’è il lavoro quotidiano, la fatica di dare forma a qualcosa di concreto. E non è sempre facile. Spesso mi trovo a dover recitare senza scintilla creativa, senza entusiasmo. Può succedere, la vita è complessa e piena di sfumatura. Ma è proprio in quei momenti che la disciplina si rivela fondamentale. Sapere che devo essere lì, che devo lavorare, mi permette di attraversare anche i momenti meno ispirati.

La tecnica: il ponte tra libertà e forma

La tecnica è il mezzo con cui trasformiamo l’idea - o noi stessi - in un'opera tangibile. Che sia scrivere o recitare, è un processo di crescita che richiede pazienza, ma anche una profonda conoscenza degli strumenti. Nel mio caso, lo storytelling e la recitazione. L'arte "del presente" e l'arte "della Storia". Due facce della stessa medaglia.

La tecnica non mi limita la creatività, al contrario, la fa emergere. Come ho detto spesso, la libertà creativa è meravigliosa, ma è senza confini. È solo quando riusciamo a inserirla all'interno di un quadro definito, che può davvero brillare. È come una scultura: la materia prima è necessaria, ma senza la mano esperta dello scultore, rimane solo un blocco di marmo. Conosco vari scultori, vi assicuro che è un lavoro faticoso, che usura muscoli e pelle. Eppure, solo così si arriva all'eccellenza.

L’equilibrio tra caos e ordine

Alla fine, il mestiere dell’artista è una danza continua tra il caos della creazione e l’ordine della disciplina. La libertà creativa ci trascina in luoghi inaspettati, ci permette di attingere a idee nuove e sorprendenti, ma è la disciplina a trasformare quelle idee in opere compiute. Il vero segreto è imparare a bilanciare queste due forze, senza permettere che una schiacci l’altra.

Con la libertà creativa esploriamo, con la disciplina realizziamo. Ed è in questo delicato equilibrio che si trova il mio cuore.

Libera la creatività

Quando ero piccolo, mia mamma mi faceva giocare a un gioco di associazione libera. Funzionava così: "Pensa a una parola e dilla, la prima che ti viene in mente". L'altro giocatore, dopo aver sentito la parola, doveva dire la prima parola che gli veniva in mente, connessa a quella appena detta. È un gioco di associazione libera, in cui, grazie all'istinto e al vocabolario, si possono allineare concetti che, se troppo ragionati, non finirebbero mai insieme. È un ottimo modo per fluidificare l'immaginazione e sviluppare quello che si chiama "pensiero laterale".

Il pensiero laterale è quella forma di pensiero che permette di utilizzare una conoscenza normalmente associata a un determinato campo del sapere, in un altro campo. Spesso le idee rivoluzionarie sono figlie del pensiero laterale. Persino le invenzioni lo sono. L'osservazione del mondo è il primo spunto di creatività, ed è anche quello più inesauribile.

Ma la fluidità di pensiero non basta per generare qualcosa di davvero nuovo. Serve anche lo studio. Prendiamo l'esempio del gioco che facevo da bambino: quale era, secondo voi, lo strumento utile a migliorare il gioco? Il dizionario. Più i giocatori conoscevano parole difficili, più il gioco si innalzava verso vette interessanti.

In effetti, basta pensare ai due giocatori. Immaginate di avere Platone e Kant che giocano a questo gioco, oppure Baudelaire e Dante, sarebbe interessante.

Dante: "Inferno"
Baudelaire: "Spleen"
Dante: "Maledizione"
Baudelaire: "Fleurs"
Dante: "Amore"
Baudelaire: "Desiderio"
Dante: "Beatrice"
Baudelaire: "Vampira"
Dante: "Lussuria"
Baudelaire: "Decadenza"
Dante: "Purificazione"
Baudelaire: "Abysses"
Dante: "Redenzione"
Baudelaire: "Noia"
Dante: "Eternità"
Baudelaire: "Ombra"
Dante: "Luce"

Insomma, ci sarebbero dialoghi da immaginare! Questo esercizio mi ha aiutato molto a dare flessibilità al mio modo di pensare. Credo che sia anche grazie a questo che sono riuscito ad applicare il pensiero creativo (nello specifico lo storytelling) a molti altri aspetti della mia vita.

Per esempio, quando fondai insieme a cinque amici Untold Games, una società di videogiochi, nel 2014, utilizzai tutte le tecniche attoriali che avevo a disposizione per vendere il gioco nelle fiere di Los Angeles e San Francisco. Non solo: il fatto di provenire da un mondo "classico" come quello del teatro e della letteratura mi dava un vantaggio anche nello storytelling, sia inerente alla storia del nostro primo videogioco, sia nel raccontare la nostra storia come team di sviluppo.

Non esistono conoscenze inutili per la creatività, se manteniamo una prospettiva aperta e fluida, proprio come quelle parole. Le start-up più innovative degli ultimi anni spesso sono collegate a campi come l'agricoltura, che per anni è stato messo da parte, considerato poco "moderno".

Ognuno di noi è un tesoro di conoscenza, un forziere pieno di perle di vita che non aspettano altro che essere infilate in una collana. È il motivo per cui spesso si suggerisce al creativo di "cominciare da ciò che conosce", non tanto per un fatto egotico di raccontare se stessi, ma per partire proprio da quelle caratteristiche che renderanno la sua invenzione unica.

Come diceva Carmelo Bene, e non smetterò mai di citarlo: "Siate voi stessi dei capolavori". Perché alla fine di tutto, il vero valore aggiunto non è l'idea, non è nemmeno la realizzazione, ma è la persona che incarna questi due aspetti.

Un altro modo di stimolare la nostra creatività è fare vuoto e recarci in un luogo a noi sconosciuto. Affidarsi a quello che io chiamo, nella Divina Avventura, "l'istinto della materia". Noi siamo fatti, come tutto, di materia. E questa materia ha una sua intelligenza. Non solo, ognuno di noi ha un'intelligenza unica, cucita addosso, e a volte, vuoi per paura o per destino, seppelliamo l'istinto della nostra materia dietro un costrutto sociale, allontanandoci da quello che è il nostro demone, inteso come animale interiore, compagno protettore (daímōn, dal greco).

Forzandoci a spostarci verso un territorio sconosciuto, stimoliamo una cosa di cui tutti hanno paura: la crisi. La crisi, per il creativo, è benzina. La crisi accende il demone che c'è in noi, e se ci siamo preparati bene (in sostanza, se abbiamo letto il vocabolario a dovere e imparato, quasi a livello muscolare, nuove "parole") allora in quel momento di crisi brilleremo di un'intensità rara, perché, con le spalle al muro, il creativo ben allenato dà il meglio di sé.

  1. Allenare il pensiero laterale
  2. Arricchire la tecnica
  3. Andare a giocare nella vera arena: quella della nostra crisi.

Ecco i tre passi fondamentali per creare insieme alla nostra anima..

Elogio alla pigrizia

Ah… la pigrizia, l'ozio.

C'è chi dice che sia un peccato capitale, ma è davvero così? Bill Gates diceva, in una nota intervista: "Scegli sempre una persona pigra per fare un lavoro difficile perché una persona pigra troverà un modo semplice per farlo."

Mi tocca ammetterlo, sono fondamentalmente pigro. Sono così pigro che, pur di non fare qualcosa, mi sveno e mi stanco fino ad esaurirmi. Una pigrizia folle, la mia! L'intero mio processo creativo è la fotografia di questa follia. Sono disposto a passare ore e ore a modificare uno schema, un processo, pur di fare in modo che, "quando è fatto, ho finito di lavorre".

Penso che sia quello che succede quando un pigro incontra la necessità della perfezione. In lui scatta una forma di ossessione che porta la sua pigrizia a diventare un volano di produzione, un motore di desiderio di fare meno, facendo di più.

Da bambino, spesso sceglievo la strada meno faticosa per risolvere i problemi. Non di certo la migliore, almeno non a livello teorico. Ma lo era per me. Gli americani la chiamano "the path of least resistance", la strada con la resistenza minore. La strada facile.

In un articolo di tanto tempo fa, discutevo l'esistenza delle due porte, quella piccola e quella grande, e di come mia madre mi suggerisse spesso di optare per quella piccola, poiché era la più difficile e, quindi, dall'altra parte, avrei sicuramente trovato meno gente e più spazio. In un certo senso, il mio essere bastian contrario, indipendente, è la manifestazione di questa mia voce interiore, il mio desiderio di scardinare le etichette, di fare tutto "in modo diverso". Ma ciò non mi ha tolto quella che fondamentalmente è una parte integrante del mio essere: la pigrizia.

Quindi voglio fare le cose a modo mio, diversamente, ma senza faticare! Sono terribile! 😂

A parte gli scherzi, credo che questo binomio abbia prodotto in me una specie di corto circuito che tuttora mi alimenta: indipendenza, perfezionismo e pigrizia.

E ora rivedo queste qualità (o difetti, che dir si voglia) anche in mia figlia. Noto la sua tendenza a voler fare le cose a modo suo e un certo "penchant" nel scegliere la strada approssimativa, quella veloce e facile.

Io penso che siano delle competenze fondamentali. L'approssimazione è una forma molto evoluta di intelligenza, poco apprezzata negli ambienti accademici e scolastici, ma molto efficace nella vita reale. L'Italia ne è un esempio mondiale.

Poi, come al solito, dipende dove si applica. Ma io penso che, persino in ambiti altamente precisi e teorici, coloro che hanno la capacità di approssimare - e quindi di semplificare il pensiero - siano quelli che poi riescono a fare, grazie alla tecnica e alla precisione, un passo avanti.

Nel processo creativo è uguale. Come dice Zuckerberg in un suo famoso discorso a Stanford, le idee non nascono già fatte, si creano man mano che si sviluppano.

Ed ecco che l'approssimazione e la tecnica trovano, in questo processo di nascita e realizzazione, la loro resa ottimale.

Vi faccio una domanda: l'intuizione cos'è? Per me, è un'approssimazione, è un lampo di genio, un'idea, una cosa che è più visione che materia: un sogno. Poi, con l'ausilio dello studio e della conoscenza, piano piano quel sogno prende forma, si standardizza e si fa, nel tempo, sapere comune, nuovo tassello da aggiungere alla meravigliosa odissea dell'umanità.

I pigri magari non saranno produttivi come gli altri, magari non avranno quella capacità di essere grandi lavoratori ed esecutori, e spesso non sono neanche tanto precisi. Ma penso che una cosa la facciano meglio di tutti gli altri: sognare.

E ormai chi mi conosce lo sa: per me il sogno è il motore dell'azione che trasforma la realtà.

La sicurezza in se stessi

Lasciate che vi sveli un piccolo grande segreto sulla recitazione: non conta il modo in cui dite qualcosa, conta la sicurezza con cui emettete il significato.

Oserei dire che questo non vale solo nell'atto recitativo, ma in ogni cosa della vita che riguarda la comunicazione. La sicurezza del gesto è ciò che definisce un grande ballerino o un calciatore; la sicurezza delle idee è il primo segno di visione, che governa la realizzazione. Senza di essa, la deriva è alle porte.

Insomma, la sicurezza in se stessi sembra essere una componente chiave della realizzazione. Oggi voglio affrontarla e comprendere se posso darvi qualcosa, se posso, attraverso la mia conoscenza della recitazione, offrire un punto di vista fresco su una questione antica come la storia dell'uomo.

Prima di tutto, che cosa è davvero la sicurezza in noi stessi? Essere sfrontati? Essere certi di avere ragione? Avere coraggio? Avere la forza di non ascoltare altro che noi stessi? A sentire questo elenco, si potrebbe pensare che l'arroganza sia il tratto distintivo del sicuro.

Nulla di più sbagliato.

Questo elenco è ciò che si osserva quando si vede qualcuno sicuro di sé, ma non sono queste le forze che lo governano.

Una volta lessi una domanda: "Come si fa a riconoscere qualcuno di più bravo di noi?"

Una risposta mi colpì: "Se vedi una persona che ha spesso successo, e a te sembra che sia fortuna, hai trovato qualcuno di più bravo di te." L'ho trovata geniale come risposta, perché in effetti, l'ignoranza rende tutto magico, e ciò che proviene dal metodo e dalla ricerca, sembra, agli occhi di colui che ignora, frutto del caso e della fortuna.

La sicurezza in sé è merce rara, ambita da molti. Penso che in tanti la simulino, partendo da ciò che hanno osservato in coloro che la hanno davvero. E così, ecco nascere, per via dell'insicurezza, l'arroganza, la determinazione cieca, la violenza della volontà.

Un paradosso, non trovate? La ricerca di perfezione, se affrontata esteriormente, porta all'imperfezione. Proprio come Kato nella Divina Avventura, coloro che non mettono in discussione sé e il mondo, si ritrovano, ad un certo punto della vita, ingabbiati dai loro pregiudizi, incapaci di evolversi, come fa invece l'allievo Overton, che pur venendo dagli abissi della terra, dal deserto, dall'istinto della materia, raggiunge vette superiori al maestro. Overton è un ragazzo bestia, che però porta con sé la perla della crisi.

La sicurezza in sé, quella sincera, proviene, credo, dall'accettazione di questa nostra imperfezione, ma non basta. Deve essere corredata da curiosità, conoscenza e ascolto. Ho avuto, nella mia carriera, la fortuna di collaborare con molti artisti considerati geniali. Ognuno di loro aveva una forma di sicurezza evidente, ma era spesso accompagnata da un'anima fragile e piena di demoni latenti. Anche loro, come ognuno di noi, vivevano il conflitto interno.

La sicurezza in sé non è la fine della nostra guerra interiore, ma l'accettazione che il percorso che spetta a tutti noi, quello verso la conoscenza, non avrà mai fine, e che il nostro passaggio in questa realtà è un mistero che mai verrà svelato.

Ecco, penso che accettare questo mistero sia il primo passo per avere, nei confronti di noi stessi e degli altri, quell'amore necessario ad essere sicuri.

Solo lo stolto non cambia mai idea, no?

L'amicizia, valore supremo

L'amicizia, per me, è una forma d'amore nobile, un amore che non necessita di essere alimentato dall'Eros. Ho perso tanti amici e questo vuol dire che ne ho avuti tanti. Ma non sono mai stato uno "da branco", come si dice. Anzi, non mi piacciono proprio le dinamiche che si sviluppano nei branchi. Le trovo odiose, ripugnanti quasi. A me piace l'amicizia forte, il legame di pochi, che non si estende in area, ma si addentra nelle viscere dell'anima altrui.

Forse è per questo che da giovane facevo fatica a diventare amico degli altri, perché in un certo senso ricercavo nell'altro quello stesso desiderio di conoscenza profonda, di ascolto, di isolamento, che richiede quella qualità di legame.

Io sono uno di quelli che alle feste se ne sta accanto al muro, in attesa di quella persona con la quale parlare e, nel frattempo, osserva il mondo oppure si perde nelle proprie idee. Faccio una fatica tremenda a fare amicizia; sicuramente questo è dovuto alla mia riservatezza. Le mie origini celtiche, questo mio essere tutto sommato austero, di certo non aiutano. Rischio di sembrare arrogante. Forse lo sono, chissà. Di certo non amo discutere di cose di poco conto. E questo mi rende probabilmente antipatico ai molti.

Ho imparato però, nel tempo, ad ammorbidirmi, a sorridere e a concedermi un momento di sana leggerezza. Ecco, forse è proprio questo che mi manca: la leggerezza. Non a caso, la amo nella mia compagna e la adoro in mia figlia. Questa leggerezza, questo pensare scivolando, senza pensare, per i minuti della giornata, mi dona una tranquillità che non riesco a darmi.

Ho avuto molti amici, ma li ho persi. Vuoi per le distanze, per le incomprensioni, per il mutamento che la vita impone a tutti noi. Si cresce, si cambia lavoro, idee, desideri e ci si divide.

Spesso, quando poi rivedo amici di tempo fa, ricado in quelle situazioni che chiamo i "ti ricordi?". Non essendo più vivo il filo del presente, l'amicizia si ciba di quei meravigliosi ricordi che hanno alimentato un presente ormai passato. "Ti ricordi quando abbiamo fatto questo e quest'altro?" e giù a ridere di noi stessi, di ciò che eravamo.

Ma anche se è vero che il presente non permette di essere sempre legati, so che questi amici, nel caso ne avessi bisogno, mi aiuterebbero. E so che anche loro sanno che sono sempre qui, chiuso nella mia torre d'avorio, proprio come allora, disponibile a tutto per aiutarli. Proprio come allora.

E voi, come vivete l'amicizia? Quanto conta nella vostra vita? Siete riusciti a coltivare amici mai persi?

Trova il tuo maestro

Quando facevo l'assistente alla regia, ho avuto la fortuna di assistere, ed è il caso di dirlo, al processo creativo di uomini che avevano dedicato la loro vita allo sviluppo artistico. Ognuno di loro possedeva una propria visione dell'arte, un arsenale di trucchi e segreti, frutto di intuizioni che avevano forgiato il loro percorso artistico. Matthias Langhoff, Maurizio Nichetti, Marco Sciaccaluga: tre registi dai quali ho imparato molto, in diverse dimensioni dell'arte, da come comportarsi (Marco), a come concepire una visione (Matthias), fino a come strutturare la produzione artistica (Maurizio). Ma poi c'è stato anche Massimo Mesciulam, che mi ha trasmesso la sua visione della recitazione e le sue tecniche. Marco, Maurizio, Matthias, Massimo. I miei M. I miei maestri d'arte.

Vi racconterò come ho scelto Matthias. Ero assistente alla regia di Marco e, un giorno, durante l'allestimento di "Madre Courage e i suoi figli", vidi Matthias infuriarsi per quella che considerava una mancanza di rispetto verso il poeta, Bertold Brecht, autore dell'opera.
In un impeto di passione, Matthias salì sul palcoscenico, animato da un dolore autentico, perché sentiva che la messa in scena non rendeva giustizia all'intento originale del poeta. Personalmente, ritengo che ogni regista abbia la libertà di interpretare l'opera, come vuole poiché in quel momento è lui l'artista. Tuttavia, fu la passione e la sensibilità di Matthias a catturarmi come un magnete. Quando scese dal palco, mi avvicinai a lui e gli dissi: "Matthias, voglio essere tuo allievo. Voglio assisterti." E così fu. Matthias mi insegnò moltissimo, perché ero stato io a sceglierlo.

Se ho avuto un talento, è stato quello di riconoscere i maestri. Nel secondo anno della scuola di teatro stabile, ebbi l'opportunità di essere selezionato tra i migliori allievi per uno stage intensivo di quasi un mese con allievi di altre scuole europee e maestri proveniente da tutto il mondo. La prima settimana fu un tour de force di mini-lezioni sulla drammaturgia inglese, commedia dell'arte, danza messicana, butoh giapponese e tecniche di canto e allenamento indiani: insomma un'esperienza straordinaria. Spinto dalla mia inesauribile curiosità, decisi di immergermi nel Butoh, riconoscendo nel maestro Katsura Kan una fonte di sapere e ispirazione.

E così mi immersi in una dimensione completamente diversa dalla mia abituale realtà teatrale. Questa esperienza non solo mi ha aperto la mente, ma anche il corpo!

Individuare i propri maestri è un talento. Quando comprendiamo che esistono uomini e donne nel mondo con un bagaglio di conoscenza e arte vasto come il tempo che hanno vissuto, allora capiamo quante inesauribili fonti di conoscenza, esperienza e formazione siano a nostra disposizione.

Non esistono scuole che possano creare artisti: perché sono gli allievi a scegliere i propri maestri, non il contrario. È il valore dell'individuo artista, che si riflette e plasma l'opera, a renderla magica. Questo avviene spesso quando l'artista, finalmente sicuro di sé e consapevole del territorio in cui si muove, decide, con esperienza ed estro, di andare oltre i confini tracciati dai maestri, alla ricerca di nuovi orizzonti sconosciuti.

Il potere della memoria

La memoria... questa magica e inafferrabile realtà che vive dentro di noi, è stata fonte di ispirazione per centinaia, migliaia di autori. Proust, con la sua Madeleine, ne fece il tassello fondamentale dell'anima. Noi siamo la nostra memoria. E senza memoria, cosa saremmo?

Personalmente, ho sempre vissuto con un occhio verso il domani, piuttosto che al passato. Ho un approccio piuttosto diffidente nei confronti della mia memoria, forse perché non mi fido del tutto di essa. Ho spesso la sensazione che sia fallace. Per esempio, sono pessimo con i nomi. Non mi ricordo i nomi di nessuno, e questo mi porta a diventare molto chiuso, poiché, in un certo senso, il dubbio di non sapere con esattezza il nome della persona con la quale sto parlando mi mette in una situazione in cui preferisco non interagire. Ed ecco fatto l'introverso. Scrivendo, mi rendo conto che forse la mia introversione è proprio una questione di memoria. Forse, se mi ricordassi meglio i nomi, non sarei così timido.

Nei miei scritti, sia nelle poesie che nella prosa da romanzo, mi ritrovo spesso ad avere a che fare con il ricordo. Un ricordo che muta a seconda di chi lo ricorda. Mi viene in mente il film "Rashomon" di Akira Kurosawa, che affronta, appunto, la stessa scena ricordata da tre persone diverse. Ogni racconto differisce significativamente dagli altri, presentando versioni contrastanti degli stessi eventi, che gettano luce sulle complesse nature umane dei personaggi e sulla difficoltà di stabilire una "verità" oggettiva.

Il ricordo ha questo potere: riscrive la realtà vissuta, collocandola là dove ci viene meglio ricordarla. Il ricordo che abbiamo nella mente non è una fotografia esatta del momento vissuto, quanto piuttosto una fotografia di come stavamo noi in quel momento, della nostra - limitata - prospettiva. È una fotografia che più viene richiamata alla memoria, più muta, proprio per via della sua caratteristica fuggente e mutevole, quasi liquida. E così, quello che era una semplice giornata in spiaggia con gli amici prende nel tempo connotazioni favolesche, magiche, dalle atmosfere romantiche. Baci rubati.

Insomma, la memoria è una parte fondamentale di quello che ci rende umani. La società stessa non potrebbe esistere senza memoria. La cultura, l'arte, le scienze sono tasselli che vengono man mano registrati nella memoria collettiva e che creano, negli anni, strutture conoscitive gigantesche, che ci permettono di immaginare il nostro futuro, di diventare demiurgi della materia, di controllare la nostra vita. La memoria è conoscenza, esperienza, strumento di sopravvivenza.

Non posso esimermi dal pensare, però, che la memoria stia diventando, nel nostro mondo iper-digitalizzato, qualcosa di statico, di immobile. Le informazioni che registriamo sono così tante che non vi sembra più esserci spazio per l'attribuzione, per l'errore, per il margine di magia. I ragazzi nati ora avranno tutta la loro vita registrata, bit per bit, su internet. Foto, frasi, video, pensieri. Tutto sarà lì, a disposizione del prossimo. E così, il margine di mistero si fa sempre più sottile, sempre più inesistente, e questo mi dispiace, perché la magia del mito, sta proprio in quello spazio di ignoto.

Per questo scrivo i miei libri: per lasciare un segno marginale, indefinito, un luogo di mistero che dia al lettore la possibilità di rileggermi e di scoprire, in questo marasma di parole, qualcosa di sé stesso.

I misteri dell'Anima

Oggi desidero parlare della Divina Avventura, del processo creativo alle sue spalle, delle motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro, delle mie aspirazioni e dei risultati che credo di aver raggiunto.

L'ispirazione è nata da un'immagine lontana, grigia e sfocata, mentre passeggiavo per Villa Borghese, conversando al telefono con un'amica, Paula. Fu in quel momento che ebbi una visione, piccola ma significativa: una città vicino al Mare Baltico, bianca, lineare e pulita, Baltica. Inizialmente, non c'era nulla di ciò che poi si è sviluppato man mano che la mia immaginazione si dispiegava, ma quel barlume iniziale ha lasciato una nostalgia triste, che per ovvie ragioni ha preso vita propria.

Il mio obiettivo era esplorare il concetto di perfezione, e soprattutto criticare la nostra società, che ci impone un'adesione alle regole mascherata da "perfezione". Ci viene detto che apparteniamo e siamo corretti solo se concordiamo e ci conformiamo. In Cina, ad esempio, esiste il social score, un sistema che valuta quanto i cittadini aderiscano alle leggi. Da questo punto, il passo verso la perfezione e la tunica bianca è breve. Questo era il mondo che desideravo dipingere con Baltica, KS e Kato: un luogo dove non esiste più la moneta, né forme di governo tradizionali, ma solo un autogoverno imposto dalle macchine, dove l'eternità dell'anima diventa l'unico miraggio, l'unica cosa che conta. Ho intenzionalmente mescolato religioni, sociologia e tecnologia per riflettere quello che osservo nella nostra società, sempre più attaccata alle regole, al politically correct, al demagogico, come direbbero gli oratori greci.

E quale entità è più demagogica della macchina che tutto sa, che rappresenta la media della conoscenza umana, il perfetto centro, il nulla più assoluto ed eterno, già plasmato e immutabile? In questo contesto, ho creato un personaggio, un ragazzo di nome Overton, come la finestra di Overton, un principio sociologico che descrive l'ambito dell'accettabile in costante mutamento. Overton proviene dagli abissi dell'imperfezione, dal deserto, dal dolore, dalla morte. È facilmente ingannabile con una semplice menzogna: "Posso farti incontrare tua madre morta". Una falsità che, nel contesto del racconto, sembra assurda, ma che in realtà non è così diversa dalle promesse di alcune religioni.

Siamo fragili, la morte ci spaventa, la perdita dei nostri cari o di noi stessi ci terrorizza. Ma non Overton. Lui ha già perso tutto, e dal suo dolore, ho voluto forgiare un eroe, un ragazzo che supera gli insegnamenti del maestro, diventando a sua volta un maestro non solo di sé stesso, ma anche della sua generazione. Una generazione che non sapeva desiderare, ma che ora, grazie all'amore di una madre, al mistero della vita, alla tragica resilienza di un maestro vissuto nell'illusione, intraprende un viaggio verso l'orizzonte.

Il libro è una speranza, un desiderio di preparare la nuova generazione alle sfide spirituali ed esistenziali che dovrà affrontare. Il futuro promette meraviglie, ma queste meraviglie tecnologiche hanno un costo. Cosa resta dell'umanità quando le macchine la superano in tutto? L'anima? Il nostro io? I nostri desideri? E oltre ai desideri, cosa c'è? L'amore? Queste sono le domande che ho voluto esplorare nel libro, per comprendere un pezzo di me stesso e tracciare un percorso oltre il quale speravo di scoprire un'altra parte di me.

E così è stato. La Divina Avventura mi ha aperto il cuore e l'anima, e ancora oggi ringrazio il momento in cui ho deciso di scriverla. È un testo denso e a tratti complesso, ma ricco di entusiasmo che sarà difficile eguagliare. Se l'avete letto, grazie. Se non lo avete ancora fatto, vi consiglio di acquistarlo, di conservarlo e di leggerlo quando avrete tempo. E se avete un figlio, un nipote o un giovane in procinto di affrontare l'oceano della vita, sono certo che, come per le centinaia di persone che hanno lasciato una recensione positiva, toccherà corde importanti, che spero si porteranno dietro nel tempo.

La Perdita di Controllo

Il controllo. Questo maledetto controllo.

C'è una pubblicità che dice: "La potenza è nulla senza controllo."

Ma è davvero così?

E se invece il controllo fosse proprio ciò che ci impedisce di esondare da noi stessi, di trovare parti nascoste, intime, sopite e potenti che abbiamo dentro?

Da millenni, tutte le società umane hanno instaurato, tramite riti, ricerca, droghe, farmaci, sistemi di controllo e di perdita di controllo. É insito dentro di noi cercare altro da quello che conosciamo. La vita è esplorazione, la vita è andare oltre. Ma la vita è anche regole, rispetto, ordine.

E l'arte?

Si dice che la materia grigia, l'ultima innovazione della biologia per quanto riguarda il nostro cervello, e quindi - si suppone - la punta massima dell'evoluzione percettiva, serva per affrontare concetti alti come la filosofia, l'arte, l'astrazione matematica. In ognuno di questi campi vi è un regno di conoscenza da scoprire che potrebbe essere inesauribile. Un prato di conoscenza vasto come l'infinito. Come potrebbe dunque il controllo permetterci di navigarlo?

Penso alle tre caravelle, all'errore che diede nascita al nuovo mondo. Un'illusione di controllo, basata su un'intuizione corretta, che però non aveva preso in considerazione la nostra incapacità di sapere cosa nasconde l'ignoto. In questo caso, un intero continente.

Colombo, quindi, navigava con grande controllo tecnico, altrimenti mai sarebbe stato capace di superare l'oceano, ma con anche una forte dose di follia - intesa come la convinzione di avere ragione. Questo, per sua fortuna, non lo portò al baratro di un mondo piatto, ma alla scoperta, appunto, del nuovo mondo.

Come può l'artista scoprire nuovi mondi ed avere il controllo, se i nuovi mondi sono irreali, inesistenti, tangibili come i pensieri e i sogni? Si può davvero controllare la propria anima, le proprie emozioni, e allo stesso tempo navigare lì dove non ci sono regole?

Temo di no. Ed è questo lo scotto dell'artista. Perdersi nel proprio viaggio. Farsi trasportare dall'emozione, dal piacere, da tutte le vibrazioni che lo portano alla creatività, ma che permeano non i suoi fogli di lavoro, non le sue cartelle sulla scrivania, ma i suoi sentimenti, i suoi desideri.

L'artista vuole perdere il controllo. Brama quel momento in cui sa che ormai è troppo tardi, in cui non gli rimane che continuare ad immergersi nell'opera, che sia testuale, musicale, visiva, carnale. É in quella perdita di controllo che vi è il regalo, il dono che lascia nell'opera. É il suo segno.

Ma la difficoltà vera non è perdersi, ma ritrovarsi. L'artista, dopo essersi steso sui fiori dell'abbandono, tra i profumi di eros e thanatos, deve tornare qui, in questo mondo, per cercare altri orizzonti. E quel momento, quella recisione con un pezzo di sé, è difficile.

All'inizio della carriera è quasi impossibile e poi, con gli anni, piano piano, l'artista trova modi per mitigare il dolore della separazione, per rifiutare i canti soavi del desiderio di rimanere nella sua bolla e dimenticare tutto e tutti.

Piano piano l'artista si risveglia e si rende conto che sono state illusioni, proiezioni, vere come l'amore, tangibili come la morte. Una dicotomia percettiva che trova, con il tempo, un nuovo equilibrio, pronto ad essere di nuovo distrutto dalla prossima opera, dal prossimo desiderio.

Il Consenso degli altri

Quanto conta il consenso degli altri?

Quante volte ci siamo ritrovati a pensare con la testa di qualcun altro? A me è successo tantissime volte. Anzi, penso addirittura che nei miei 44 anni, siano di più gli anni in cui ho scelto seguendo il consiglio di terzi piuttosto che il mio.

Ma le migliori scelte, quelle che hanno cambiato la mia vita, quelle le ho fatte senza il consenso di nessuno.

Ora che sono adulto, a pensarci bene, mi pare una vera follia non pensare con la mia testa. Ma è un discorso complesso, che nasce dalla formazione, dalla mimetica, cioè da come si crea l’apprendimento negli uomini. Il primo modo di imparare è per imitazione, quindi, in fondo, tutti noi cresciamo con un principio naturale che ha permesso alla vita di sopravvivere milioni di anni: "coloro che vengono prima di noi, hanno ragione su tutto." Il che è vero, e salva gli infanti da morte certa. Il fuoco brucia, nell'acqua si annega. Insomma, l'esperienza ha un suo valore intrinseco, è indubbio.

Ma quanti di noi sono poi riusciti a svincolarsi dal delegare tutto all'esperienza - che sia altrui o popolare- da abbandonare questo affrancamento della responsabilità?

Coloro che scelgono per noi non rimangono per forza i genitori, possono essere il compagno o la compagna, un fratello, una cugina, un amico, un influencer.

Ognuno di noi è vittima di questa trappola, poiché è insita nella crescita umana. Ognuno di noi è “programmato” per non pensare con la propria testa sin dall’infanzia, perché, da infanti, la nostra testa è vuota, priva di conoscenza.

Ma arriva un momento in cui la nostra testa ha il diritto di pensare per sé. Non solo il diritto, il dovere. La manifesta capacità di pensare meglio degli altri, soprattutto per quanto riguarda le nostre scelte, la nostra vita.

La vera crescita, il "secondo livello" se vogliamo, è liberarsi dalle voci interiori ed esteriori, liberarsi da quella ricerca di assenso e consenso per una scelta che temiamo di fare. Scegliere per noi stessi, prenderci le nostre responsabilità.

Come dice la Nike: "Just do it."

Applico questo metodo ormai da molti anni, da quando ho capito che molti di coloro che incontravo e che tuttora incontro, paventano conoscenze che sono in realtà pozzi di ignoranza, e si lodano di meriti che meriti non sono. Come dice un’altra pubblicità: “perché io valgo.”

Certo, valgo. Ma non solo. Sono fiero di prendermi le mie responsabilità e di dire, nel caso succeda il peggio: “Si, questa cazzata l’ho fatta io.” E anche, ovviamente “Sì. Ci sono riuscito ed è merito mio.”

Vi faccio questa domanda: quando chiedete consiglio a qualcuno riguardo ad una vostra scelta di vita, quella persona davanti a voi, ha dimostrato di saper fare meglio quella scelta di voi?

Se è "no", allora vuol dire che siete ancora intrappolati nella paura di prendere le redini della vostra vita. Se è "si", allora siete l’allievo che presto, spero, supererà il maestro.

E se invece non avete più nessuno a cui chiedere, perché nessuno è in grado di capire davvero la situazione?

In questo caso, il maestro siete voi.

In definitiva, il viaggio attraverso le sfide della vita ci porta ad affrontare molteplici pressioni esterne. Il consenso altrui, per quanto confortante, può diventare una gabbia se non impariamo a distinguere tra ciò che gli altri ritengono giusto per noi e ciò che veramente desideriamo. La vera libertà nasce quando siamo capaci di prendere decisioni autentiche, basate sulla nostra intuizione e conoscenza, piuttosto che sull'approvazione altrui. Se vogliamo vivere una vita soddisfacente, è essenziale imparare a fidarci di noi stessi e delle nostre capacità.

Perché la scelta più importante da fare è se vivere la nostra vita o quella di qualcun altro.

Il desiderio dei desideri

Quanto proiettiamo i nostri desideri in ciò che ci circonda? A volte penso che molti dei significati che noi diamo alla vita, siano in realtà dei desideri reconditi, un modo quasi infantile di plasmare la realtà secondo il nostro volere.

Vi è una certa ingenuità in questo processo mentale, ma anche una fonte inesauribile di poesia. Cosa sarebbe il mondo, se non avessimo gli occhi per vederlo, se la nostra imperfezione non facesse, appunto, di questa realtà, qualcosa di magico, di imperfetto.

In realtà, è un punto cruciale del concetto di "magico". Magico è ciò che non può essere spiegato con la conoscenza che si ha in quel momento. Magico è ciò che la nostra imperfezione (sia cognitiva che fisica) proietta sul mondo.

Io sono miope, ci vedo molto male da lontano, e quindi porto gli occhiali. Questo mio essere imperfetto, mi ha costretto molte volte a fare uso di altri strumenti per compensare, uno tra tutti l’immaginazione. Io non vedo i tratti di una persona da lontano, devo riconoscerlo per altri suoi “tratti”, magari non facciali, ma corporali, la postura, la schiena, le proporzioni, oppure la voce.

Ma tornando alla magia, l’amore non è forse questo? Occhi imperfetti che accettano la perfezione in colui che ha la fortuna di essere amato? Molti amori però sfumano quando la vista si acuisce, quando ci avviciniamo, quando riusciamo a vedere i tratti più fini, quelli celati, i difetti, le qualità inespresse, quelle cose che ci ricordano magari, qualcun altro...

Ma a volte – è un caso più unico che raro, lo ammetto – a volte due anime si incontrano, e più si guardano, più si conoscono, più si avvicinano e più si amano. È una magia ancor più potente delle altre, quasi mistica, divina. Qualcosa di così perfetto che supera persino la crescita, la consapevolezza. É come la natura. Avete mai guardato una foglia? È perfetta. A qualsiasi livello la si guardi, i suoi disegni sono organici, ogni cosa è a suo posto, è funzionale, ma è anche bella. È la vita. Ecco, l’amore più potente somiglia proprio a questo, è vivo, è necessario, e pulsa nel cuore di coloro che unisce.

Ed è di questo amore che parlerò ne “l’Anello di Saturno”. Un amore eterno, che va oltre gli uomini, persino oltre gli Dei e oltre il destino.

Devo ammettere che ero indeciso all’inizio se affrontare un tema così delicato e soprattutto trito e ritrito come l’amore, ma – proprio come la foglia – più lo affronto e più sento che vi è uno spazio enorme nel quale giocare. Un campo che va al di là dei miei confini, che non mi stufa e non mi sazia.

Ora capisco perché centinaia di poeti prima di me lo hanno esplorato in largo e in lungo, perché è inesplorabile, e nulla è più magico di ciò che non finisce mai.

Il Mio Lato Nerd

Sono cresciuto in periferia degli altri. Non tanto per via dei vari cambi di scuola e di paese, quanto per quel lato che - ai miei tempi - era considerato molto sfigato.

Fin da piccolo, mi sono sempre piaciuti i computer e tutto quello che viene con loro. La programmazione, i videogiochi, il montare e assemblare componenti di elettronica. Sicuramente questo è dovuto a mio padre, informatico ante litteram, che mi ha dato un PC in mano quando non avevo nemmeno otto anni.

Altro che digital divide o boomer! Io sono un nativo digitale, un figlio dei bit e della cultura nerd/geek - ora popolare, come lo dimostra zero calcare. Ma quando io giocavo all'amiga, o al PC, quando guardavo Neon Genesis Evangelion su VHS, oppure seguivo l'avvento dei nuovi processori Pentium come un patito di calcio che segue la coppa UEFA, ecco, no, non era popolare, anzi. Però eravamo in tanti, in quel sottobosco, ad affacciarci a quel mondo che stava piano piano prendendo piede.

Nel 2023 è figo essere nerd, è popolare. Ti piacciono gli Anime? Figo. Sei uno streamer che ci capisce di setup, desktop, lightning, CPU, gpu, ddr etc etc? Figo.

É strano... mi sento più vicino alla generazione successiva alla mia. Probabilmente per via di quel vantaggio competitivo che ho avuto. Sono partito in anticipo nella conoscenza del mondo digitale. Ma ho avuto la fortuna di avere un'educazione formata sui libri. Sulle enciclopedie. Ricordo che quando non conoscevo un termine, mia mamma mi diceva di prendere il volume enciclopedico corretto e cercare il significato della parola. Questo non solo mi ha insegnato cosa fosse un'enciclopedia, ma soprattutto, mi ha insegnato a cercare.

Quando arrivarono Google e Wikipedia, (prima usavo Ask Jeeves e Yahoo) li adottai subito come strumenti di ricerca. E fu, anche questo, un vantaggio competitivo nella ricerca della conoscenza.

Ma ho ancora imparato a dubitare di questo strumento che ora è alla portata di tutti. La ricchezza del mondo digitale, di internet, sta nell'incredibile volume di informazione che ci mette a disposizione. Ma questo volume di dati, senza un obiettivo da parte nostra, senza una chiarezza di intenti, diventa un oceano troppo grande, dispersivo, pericoloso quasi.

Internet è uno strumento potente, ma non è un'enciclopedia. É composto da 80% di materiale volgare, inutile e offensivo e da un 20% di pura meraviglia.

Adesso sono arrivati gli algoritmi di intelligenza artificiale che producono contenuto sensato in base ad una richiesta. Testo, Immagini, Video, e a breve anche Musica, Film, mondi virtuali. Se il tema vi interessa, vi consiglio di guardare "The Congress" di Ari Folman. É un film visionario che mostra cosa succederà alla nostra realtà, nel caso in cui deleghiamo la nostra percezione della realtà agli algoritmi. Oppure potete leggere la Divina Avventura. So che molti di voi l'hanno fatto, e vi ringrazio, e so anche che sapere di cosa parlo. Le Anime digitali...

Voglio concludere con un pensiero: il primo vero motore di ricerca in questo mondo, siamo noi, la nostra mente, la nostra coscienza. É lei a darci la direzione. Possiamo essere nerd, geek, essere cool oppure no, essere un boomer, gen-z, gen-x, non importa. Se non useremo la chiave del pensiero critico, saremo noi a lavorare per le macchine, e non il contrario.

Che cos'è il successo?

Ricordo quando, in una notte dei primi del 2000, vidi per la prima volta Carmelo Bene parlare al Maurizio Costanzo Show. Fu una rivelazione.

Non ho purtroppo mai avuto la fortuna di vedere CB dal vivo, a teatro, ma la sua esibizione intellettuale, filosofica e retorica che diede al teatro Parioli di Roma mi colpì particolarmente.

Negli anni, l'ho rivista più e più volte, quasi ad impararla a memoria. Ho visto anche la sua seconda esibizione, non così brillante, eppur fenomenale.

Una frase che disse mi colpi, quando parlò del successo. Disse: "Il successo, è successo." Ci misi un po' di tempo a comprenderla. Carmelo Bene non amava spiegare quel che diceva, lasciava l'onere della comprensione all'ascoltatore, proprio per via di quel percorso che ognuno di noi deve compiere verso la conoscenza.

Insomma, ragionando su quello che sembrava, di primo acchito, un affermazione lapalissiana, compresi che non era così. Il successo (inteso come popolarità, fortuna, riconoscimento) è "successo" (inteso come verbo, accaduto, nel passato).

Ecco, il successo, è successo. Il successo è già passato. É dietro di noi, e quindi, in un certo senso, è irrilevante.

Ma è davvero così, possiamo, in quanto artisti, non ambire la successo?

Io ci provo, seguo le mie passioni, amo l'atto artistico, che sia la scrittura, la recitazione o altro. Ma non riesco a non desiderare, dentro di me, il successo. É una mia debolezza, lo so, una vanità che non riesco ad ignorare. Penso che sia perchè una parte di me vuole essere riconosciuta, amata, desiderata.

Il desiderio di successo è una forma di fragilità mista ad ambizione. Un'alchimia tipica dell'artista. Il successo non è per forza economico - anche se poi, in fondo, la manifestazione evidente del successo si trova nelle tasche dell'artista, sempre che sia vivo - Il successo, per l'artista, è amore.

Amore, inteso come essere amato, far parte, seppur da fuori, di una comunità. Essere riconosciuto per ciò che si è. L'artista di successo diventa qualcosa del quale si può discutere, ma che non può essere messo in discussione. É riconosciuto proprio come artista.

Ecco, questo per me - e credo per molto altri - è la forma più alta di successo.

Dicono che nella carriera d'attore, i primi 40 anni siano i più difficili, superati quelli, si può dire di essere un attore di successo. Chissà per uno scrittore. Nella letteratura, si sa, il successo, a volte arriva troppo tardi, quando l'autore non è che un ricordo. Un nonno lontano.

Il tempo ha il senso dell'umorismo, si potrebbe dire: Il "successo" arriva nel futuro. Un inversione ironica che sicuramente ha dato a generazioni di uomini e donne dalla raffinata sensibilità frustrazioni terribili. 

Che cosa è quindi il successo? Raggiungere i propri sogni? Accontentarsi di ciò che si ha? Accettare che la vita è un viaggio continuo che non troveremo pace se non alla fine di esso?

Non lo so, ma continuerò a cercarlo in tutte le sue sfumature fino a che, un giorno, forse, capirò di averlo avuto sempre con me, nella tasca del mio cuore.

La Formula dei "Cinque Movimenti"

Ho iniziato a scrivere quando ero bambino. Ricordo che, verso i dieci anni, avevo creato il mio primo fumetto. Ero un grande fan dei fumetti della Bonelli, e il mio fumetto era vagamente ispirato a Conan il Barbaro, raccontando la storia di un ragazzo preistorico che cacciava e si tuffava nei laghi. Non avevo ancora alcuna vera competenza nella narrazione, ma sentivo l'irresistibile bisogno di esprimere la mia fantasia.

In seguito, durante gli anni di collegio, ho composto poesie d'amore per le donne di cui mi innamoravo. Ricordo una poesia che avevo ornato con un cerino, pronto a essere bruciato in caso di rifiuto. Ho sempre avuto un debole per il dramma.

Il mio amore per la scrittura ha trovato la sua piena espressione quando sono arrivato alla scuola di recitazione. Ho scritto cortometraggi che ho poi diretto, e pezzi teatrali che ho messo in scena al Teatro Stabile di Genova. Tra questi, c'era una commedia sui pirati, intitolata "Rum", che ha ottenuto un discreto successo, portandomi fino alla finale del Premio Dante Capelletti. Ho anche scritto una novella, "La Valle dei Burgher", che forse un giorno renderò disponibile al pubblico.

Il mio percorso di scrittura si è poi arricchito di sceneggiature, produzioni e serie televisive. Mentre scrivevo, come ho già accennato in altri articoli, non smettevo mai di studiare. Credo fermamente che applicare la teoria appresa durante l'apprendimento sia il modo migliore per assimilare e ricordare la conoscenza.

Oggi vorrei condividere con voi una scoperta che ho fatto nel corso del mio viaggio nella scrittura. Si tratta di una "formula", per così dire, che ritengo abbia un valore intrinseco, ma che deve essere utilizzata con intelligenza e sensibilità. La chiamo la "formula dei cinque movimenti". Questi cinque movimenti sono alla base di una composizione narrativa, poiché definiscono il processo di trasformazione del racconto.

Il primo movimento è INTRIGO.

É l'entrata in scena ma non solo. É anche un'ombra non manifesta, ma percepita. Qualcosa di inaspettato ma ancora sepolto. Le luci si abbassano, un po' di fumo arriva sul palcoscenico e il mago entra in scena. Una spettatrice, accompagnata dalla sua famiglia, entra in ritardo nel teatro e si siede in platea.

Il secondo movimento è STUPORE.

Il mago, ora circondato da fumo e giochi di luce, vestito di tutto punto, tira fuori minaccioso una pistola. La pistola in un soffio, si trasforma in una rosa. Il mago chiama sul palcoscenico uno spettatrice. Proprio lei, quella spettatrice di prima, e gli da la rosa che si trasforma in una chiave dorata. Il mago sparisce e riappare ammanettato in una scatola piena d'acqua: Sta affogando.

Il terzo movimento è SUSPENCE.

Una voce narrante parla e dice alla spettatrice: "Con la chiave che hai in mano, puoi salvare il mago oppure…" e appare in scena una scatola con dentro un enorme diamante "…oppure puoi aprire la scatola e prendere il diamante. Sarà tuo. Ha un valore di un milione di euro. Qualsiasi scelta farai, non ci saranno ripercussioni legali. Scegli: salvare il mago o diventare ricca?" La spettatrice vede il mago cha sta affogando. Cosa scegliere? Quel diamante potrebbe risolvermi la vita, pensa. Se davvero è come dicono e non ci saranno conseguenze, diventerebbe ricca. Ma se sceglie il diamante il mago morirà? No, dice,  sicuramente hanno preparato già tutto. Questo è solo uno spettacolo e quel diamante è un pezzo di vetro e basta. Ma se non fosse così? Si volta verso la platea alla ricerca di aiuto ma le luci la accecano. "E poi  cosa penseranno i miei figli? E mio Marito?"

Il quarto movimento è EMOZIONE.

La spettatrice senza esitare apre la scatola con il mago incatenato, l'acqua sembra finalmente scendere. Lo ha salvato. Ma qualcosa non va. Il mago rimane bloccato con le manette e non riesce ad uscire. L'acqua non esce alla velocità giusta. Non riesce a respirare. La spettatrice non sa cosa fare. Ha paura. Urla aiuto. Colpisce la scatola. In platea nessuno capisce se quello che sta succedendo è parte dello spettacolo o no. Dopo alcuni terribili minuti l'acqua finalmente esce del tutto dalla scatola e il mago, senza vita, cade a terra. Silenzio. É morto? La spettatrice si avvicina e in quel momento - proprio mentre tutto sembra essere finito - Il mago sputa l'acqua dai polmoni. É vivo. Applausi.

Il quinto movimento è RIFLESSIONE.

Di ritorno a casa, la spettatrice parla con la sua famiglia in macchina. Cosa avrebbero fatto gli altri? Ha fatto bene a scegliere? Ora deve tornare nella sua casa modesta, al suo lavoro modesto. Niente sogni di gloria, solo una vita modesta. Ma non è così male. Sdraiandosi nel letto accanto al marito, lui le dice, addormentandosi, che ha fatto bene: h a dimostrato ai figli che una vita vale più di un milione di euro. Anche se avrebbero fatto comodo. E si mette a russare. 

La spettatrice sorride, e si addormenta.

Il Segreto di Paperon De Paperoni

Una cosa alla volta.

Non ricordo chi nella mia vita mi abbia sempre ripetuto questo mantra: "una cosa alla volta". Forse mio padre. O mia madre? Fatto sta che in queste quattro parole si cela un segreto tanto semplice da passare quasi inosservato. Se esiste un ingrediente segreto che permette di portare a termine ciò che si inizia, è proprio questo: procedere un passo alla volta. Nella scrittura, significa una parola alla volta. Un'idea alla volta.

Un personaggio della Disney, Paperon De Paperoni, solitamente afferma che si diventa ricchi un centesimo alla volta. Forse è da lui che ho preso questo motto, e la mia mente, nel tempo, l'ha sottratto al capitalismo imperante che trasuda da quelle parole, per conferirgli un significato più spirituale, più filosofico.

Si accumula conoscenza un pensiero alla volta. Si crea un'opera d'arte un gesto alla volta. Se questo è vero, e io penso che lo sia, allora la disciplina diventa un altro elemento fondamentale. Alzarsi e correre. Alzarsi e scrivere. Alzarsi e fare. Sempre una cosa alla volta. Come affermavo in una pagina precedente del diario, l'ispirazione nasce dall'azione. Ma non solo l'ispirazione. Anche la cura nasce dal fare. Sembra che, indirizzando le nostre energie verso un obiettivo, un desiderio di realizzazione, possiamo lenire i nostri mali, dando alla nostra vita un senso, una direzione: completare qualcosa.

Sabato, mentre ero al mare a bere una birra, seduto al tavolino di legno eroso dal tempo, con il vento del tramonto sulle spalle bruciate dal sole, io e alcuni dei miei amici abbiamo incontrato per caso un'amica di scuola di uno dei commensali. Avendo con me La Divina Avventura e sapendo da uno dei miei amici che questa ragazza era un'assidua lettrice, ho colto l'occasione per mostrarle il libro (non bisogna mai perdere un'occasione!). Dopo aver ascoltato la mia ormai rodata presentazione: "È una sorta di Siddhartha e La Storia Infinita insieme", mi guarda e dice: "C'era un filosofo giapponese, non ricordo il nome, che sosteneva che nella vita bisogna fare tre cose: avere un figlio, piantare un albero e scrivere un libro". Ho risposto che a piantare un albero ci metterei un attimo.

Detto questo, non posso che dare ragione a quel filosofo giapponese. La creazione è vita. E creare, che sia una pianta, un libro, un monumento, o un'altra vita, sembra essere non solo una fonte inesauribile di energia, ma anche di gioia e di senso.

Quindi, domani, quando mi alzerò, come oggi ripeterò a mia figlia: "Elettra, una cosa alla volta. Fatta bene. E poi vai avanti". Ormai lei alza gli occhi al cielo e sbuffa. Mi sembra di sentirla dire: "Uffa, papà... ancora con questa storia?" E nei miei occhi, non c'è altro che amore incondizionato e gioia infinita.

L'emozionante fase finale della creazione del mio libro

In questi giorni, mi sto dedicando all'ultima stesura del mio libro. Questa fase è carica di emozioni, poiché rappresenta una sorta di addio al mondo e alla storia che ho creato. È simile al momento in cui si preparano i bagagli per il proprio figlio che partirà per il college, come nei film americani. Presto, la mia opera sarà nelle mani di lettori e io non so cosa ne penseranno.

Lavorare sull'ultima stesura è un'esperienza unica, ricca di emozioni contrastanti. Il libro è frutto di un lungo percorso creativo che si sviluppa nel corso degli anni, durante il quale l'autore cambia e cresce. Rileggendo il testo, noto alcune ingenuità, errori banali e inconsistenze nella storia o nei personaggi. Tuttavia, è estremamente gratificante mettere ordine nel caos e scoprire dettagli magici dimenticati tra le pagine. Grazie alla chiarezza della tecnica e alla conoscenza acquisita, queste gemme hanno ora la possibilità di brillare e, forse, di toccare l'anima dei lettori.

Questa pagina del mio diario d'artista è più intima e personale, non voglio parlare di come si fa qualcosa o di cosa mi è successo in collegio. È una confessione sui motivi che mi spingono a scrivere. Ci sono innumerevoli ragioni che possono portare una persona a dedicare anni alla creazione di una storia, ma quali sono le mie? Non mi sono mai posto questa domanda. Sono spinto dall'entusiasmo e faccio le cose perché mi piacciono. Tuttavia, la scrittura per me è diversa, poiché sin da piccolo ho sentito il bisogno di raccontare storie.

Da bambino, l'insicurezza mi ha portato a inventare mondi immaginari; ora che ho acquisito sicurezza, continuo a farlo, ma con scopi più elevati. La mia scrittura non è una maschera, ma qualcosa di profondamente mio, una scintilla che persiste nella mia anima anche in mezzo alle difficoltà. Una parte di me scrive per l'eternità, per lasciare un messaggio in una bottiglia come direbbe Sting, ma forse è più un desiderio che un motore.

Viviamo in una società che ci fa credere di essere sull'orlo del collasso, ma non è così. Siamo immersi in un eterno presente, che ruota su sé stesso, in cui non si affrontano questioni importanti come l'etica o la filosofia, perché non rispondono a bisogni primari. Le mie poesie e i miei scritti sono, in fondo, la ricerca di un significato. Scrivo perché non mi conosco ancora abbastanza e perché desidero compensare la mia solitudine con uno scambio. Voglio che la mia creazione venga letta per comunicare, scoprire e condividere il percorso intrapreso durante la scrittura.

Il libro che ho scritto è il mio "pezzo di carne". Non è un'autobiografia, né un racconto delle vicissitudini di un ragazzo con doppia nazionalità diventato un attore popolare. Il mio dono è il libro stesso, poiché rappresenta il frutto della mia ricerca interiore, il risultato del mio percorso di crescita. In questo caso, è l'espressione della mia anima.

Sto per concludere il lavoro su questo libro. Una volta scritte queste righe, mi dedicherò all'ultimo capitolo, che invierò a Federico per la revisione. Riceverò poi il testo corretto, lo sistemerò e formatterò adeguatamente, occupandomi dei font, dei capoversi e di tutti gli altri dettagli. Ma nel profondo, il mio pensiero è già rivolto al prossimo libro, che sobbolle tra i miei neuroni. Sarà una storia d'amore, ancora una volta ambientata in un contesto fantastico.

Esplorando l'ignoto: l'avventura artistica tra creatività e ricerca

Benvenuti nel mio nuovo sito, spero che vi piaccia 😊 Ora sarà più semplice discutere, commentare e condividere idee insieme. Non vedo l'ora!

L'avventura artistica è un salto nell'ignoto: recitare, scrivere, cantare, dipingere. La creatività, in fondo, è intrinsecamente legata all'esplorazione dell'ignoto.

Per quanto riguarda la scrittura, avere personaggi, temi e ambientazioni ben definiti non è sufficiente per intraprendere con metodo un viaggio nella fantasia. È fondamentale creare un bagaglio di informazioni, pensieri, passato e futuro per non perdersi e non dissolversi nell'infinito. In altre parole, serve conoscenza per affrontare l'ignoto, e questo è ciò che più mi affascina nell'arte: la ricerca.

La ricerca arricchisce non solo il mio lavoro creativo, ma anche me stesso. Quando recito o scrivo, mettermi nei panni di personaggi diversi mi permette di acquisire nuove prospettive sulla realtà. Nel caso del mio ultimo romanzo, gli studi intrapresi si dividono in due categorie: quelli sulla meccanica della scrittura e quelli sul contenuto.

Mi sono aggiornato sulle ultime tecniche narrative riguardanti la strutturazione della storia e mi sono immerso in letture sul tema dell'aldilà, dalle esperienze extracorporee alle Near Death Experiences (NDE). Ho esplorato un campo affascinante, ricco di aneddoti ma privo di prove certe, un terreno metafisico e pericoloso.

Non mi sono limitato alle "classiche" religioni monoteiste, ma ho approfondito anche concetti più astratti come le vibrazioni, l'anima, le filosofie orientali e persino la fisica quantistica. Qualche mese fa, ho avuto l'opportunità di partecipare a un festival sull'innovazione e la scienza, dove ho discusso con il project manager della sonda Cassini e un esperto di integrazione tra buddismo e tecnologia. Immaginate che discussione appassionante è nata, in un territorio comune ma astratto, personale e allo stesso tempo universale: l'ignoto, ciò che non si può sapere e che sta oltre la scienza, almeno per ora.

Tutte queste esperienze hanno arricchito il mio romanzo, che è una manifestazione dei miei pensieri, paure ed emozioni. Il mondo della Divina Avventura è complesso e pervaso da un passato non detto che emerge lentamente agli occhi sbalorditi dei protagonisti. Ho dovuto quindi studiare il passato, tutto ciò che era accaduto prima dell'inizio della storia, una trama lunga e intricata.

I l romanzo porta con sé una consapevolezza: quando il passato emerge, il presente si trasforma sia per i protagonisti che per il lettore. Ho cercato di restituire al lettore quella sensazione magica dell'infanzia, quando tutto sembra incantato. Con l'avanzare dell'età (e della lettura), ciò che era magico diventa spiegabile scientificamente, ma questo non sminuisce la magia, anzi, la innalza, perché le domande si moltiplicano ancor più. La conoscenza è un percorso senza fine, poiché, come diceva Socrate: “Più so, più so di non sapere.

Alla prossima, Flavio

Amore, appartenenza e divinità

Ciao a tutti,

Oggi voglio condividere con voi alcuni dei temi principali del mio libro, "Divina Avventura", che riflettono le questioni che mi hanno sempre affascinato nella mia vita. E penso altri miliardi di esseri umani come me. Questi temi includono il senso di appartenenza, la ricerca della perfezione di cui ho già parlato in un precedente articolo, l'amore e il divino.

"La Divina Avventura" ruota molto attorno al tema del divino, esplorando le complesse relazioni dei personaggi con l'aldilà. Perché chi di noi non si è mai chiesto se un nonno, uno zio, un avo non ci sia ascoltando proprio in questo momento? E non sia lì a guardarci, con un sorriso benevolo, davanti alla nostra "beata ignoranza"?

Nel mondo di Baltica, però, gli uomini possono entrare in contatto con il Divino e accedere all'aldilà anche da vivi, in un luogo chiamato "Eden". Tuttavia, l'Eden nasconde molte sorprese inaspettate. E questo mistero è uno dei pilastri centrali del romanzo.

Tornando a me, io ho ricevuto una formazione "Agnostico Razionalista" che ha influenzato profondamente il mio approccio alla spiritualità. Pur non avendo la certezza razionale dell'esistenza o della non esistenza del divino, riconosco che la spiritualità ha un ruolo importante nella mia vita. Come diceva Woody Allen, "Non ho sposato la prima ragazza di cui mi sono innamorato, perché c'era un tremendo conflitto religioso. Lei era atea e io agnostico". A parte gli scherzi, è un tema che mi sta molto a cuore, e penso che più si cresca più il divino diventi un luogo dell'anima dal quale non possiamo fuggire.

Man mano che la storia di Kato e Overton procede, la realtà dei protagonisti si sgretola, e la crisi spirituale e divina diventa centrale nel conflitto. Il tema del divino si espande, esplorando i limiti della nostra conoscenza e delle nostre aspettative sull'aldilà. Trascendendo nell'unica forma che forse, dico forse, può sfiorare l'assoluto ignoto. La poesia. (Si tratta di una punta brevissima, ma intensa nel romanzo).

L'amore è un altro tema cruciale nel libro, manifestandosi in diverse forme. Esploriamo l'amore tra discepolo e maestro (Kato e Overton), l'amore tra amici (Kato e Argo, Overton e Govin), l'amore tra amanti, corrisposti e non (Kato e Luna, Overton e Maya) e l'amore per sé stessi e i propri desideri, che nasce dalla fonte inesauribile della nostra anima.

Tuttavia, vorrei sottolineare che, nonostante i temi spirituali e metafisici, la narrazione è ricca di azione e avventura. Perché per me, la lettura deve essere prima di tutto un viaggio emozionante per la fantasia.

E infine, c'è il senso di appartenenza, che tanto mi è mancato, essendo io cresciuto straniero in due mondi. Ma a prescindere dalla nazionalità, sono sempre stato un solitario e forse, in fondo, essere straniero non mi dispiace poi così tanto...

Ecco qua. Oggi è stato un po' più denso del solito. Ma il bello è la diversità, no?

Spero che "La Divina Avventura" vi permetterà di scoprire insieme a me questi temi affascinanti, e vi trasporterà nelle emozioni e nelle sorprese che ho vissuto e che vi attendono in questo mondo fantastico.

Alla prossima,

Flavio

Come ho rovinato il finale di "I soliti sospetti" ad un amico

Gli spoiler sono un argomento delicato e molto discusso nella cultura popolare. Molti fan di film, serie televisive, libri e giochi da tavolo cercano di evitare i spoiler per godersi appieno l'esperienza narrativa. Anche se può essere tentante discutere delle trame e dei finali con gli amici, è importante fare attenzione a non rovinare l'esperienza per gli altri.

Esistono addirittura regole non scritte sui social media che i fan seguono per evitare di rovinare le trame delle loro storie preferite. Ad esempio, molte persone usano hashtag come #spoiler o #nospoiler per segnalare i loro post e proteggere coloro che non hanno ancora visto o letto la storia in questione.

Ora vi racconterò cosa mi è successo con "I soliti sospetti".

Mentre discutevo del film con un gruppo di amici, mi vantavo di aver già capito il finale grazie ai miei studi sulla sceneggiatura. (Purtroppo, conoscendo i meccanismi narrativi, diventa facile individuare i segnali che anticipano un colpo di scena... anche se devo ammettere che "I soliti sospetti" e "Il sesto senso" hanno finali davvero sorprendenti. Ecco a seguire il trailer de il sesto senso. E anche un pensiero per Bruce Willis e per quello che sta passando. Sigh.

Tornando alla mia esperienza, ho involontariamente rivelato il finale ad un mio amico. Dei "Soliti Sospetti". Ricordo che era durante una vacanza, ero tornato a casa mia a Milano, dove i miei genitori vivevano mentre io stavo in Collegio in Francia. Discutevamo animatamente dei migliori film che avevamo visto, e dopo aver svelato il finale del finale, un caro amico mi ha detto che non aveva ancora visto il film. Come mi sono sentito in colpa! Gli avevo rovinato uno dei finali più belli del cinema! Non voglio fare lo stesso errore con voi, ma voglio comunque fornire una breve anteprima del mio romanzo di esordio, "La Divina Avventura", senza spoiler.

Il protagonista della storia è Kato, un uomo che cerca la perfezione e la conoscenza attraverso l'insegnamento della spiritualità. Quando il suo Dio gli offre la possibilità di diventare perfetto se riesce a trovare e portare indietro a Baltica (la sua città) un ragazzo di nome Overton, Kato accetta la sfida e parte alla ricerca del ragazzo nel deserto. La storia diventa un viaggio fantastico, con i personaggi che affrontano insieme numerose avventure, tra cui l'ascensione verso l'Eden e la scoperta dei segreti che si nascondono dietro la creazione della città perfetta di Baltica. Tuttavia, le verità che scopriranno cambieranno tutto... Mi fermo qui, per ora.

E voi, avete mai rovinato il finale di un libro o di un film a qualcuno? Oppure vi è stato rovinato il finale di una storia? Se conoscete un film con un grande finale inaspettato scrivetelo nei commenti!

Al prossimo articolo.

La struttura della fantasia

Come vi ho già accennato in passato, sono un po' un misto di umanesimo poetico e Nerdaggine infernale. Amo volare con la fantasia, leggere i classici dell'800 e giocare ai videogiochi. Sin da quando mio papà mi ha portato a casa il primo computer, è stato amore a prima vista. Ancora oggi, me li assemblo da solo.

Ma veniamo al dunque: come scrivo le mie storie?

Inizio con un brainstorming senza limiti e senza strutture. Immagino cose che mi piacerebbe scoprire, viaggio con la fantasia. Poi, piano piano, mi faccio un'idea del mondo, comincio a pensare a cosa è successo, immagino la gente, come si veste, le arti che ascoltano, i loro valori, i loro desideri. Quando ho un'immagine più o meno chiara, comincio a pensare alla storia. Rimango molto generico, ma cerco di trovare un obiettivo, qualcosa che il mio protagonista deve raggiungere. Qualcosa che sia conflittuale, ma bello.

A questo punto, comincia la fase di strutturazione della storia. Strutturo tutto fino al paragrafo. Sì, lo so, sembro pazzo! Dopo tre mesi di lavoro, ho una struttura definita che mi indica quello che succede con una cadenza di "paragrafo". La bellezza di 500.

Poi comincia la fase di scrittura creativa. Io preferisco scrivere a mano, usando il mio fedele Remarkable, un foglio digitale, in modo da risparmiare preziosa carta. Ogni giorno scrivo i paragrafi che mi sono dato, circa 5 al giorno, fino a che, dopo 100 giorni, ho la prima stesura. Che fa schifo.

Ma a questo punto ho una mezza idea di cosa sia la storia che voglio raccontare. Quindi cosa faccio? Butto tutto e ricomincio da capo, con la conoscenza acquisita. Riscrivo la struttura, riscrivo i capitoli, riscrivo tutto e pesco, quando serve, qualcosa di buono che era nato durante la "brutta".

A questo punto, dopo un milione di giorni e mal di schiena a gogo (scrivere fa male alla schiena, sappiatelo), ho una seconda stesura decente, che fila diritto al mio editor di fiducia (di cui vi parlerò un giorno. Genio.)

É così che ho immaginato il regno di Baltica, una città cinta di bianche mura, una società pacifica, alla ricerca perenne della perfezione, sempre in contemplazione dell'Eden. É così che ho immaginato il mio narratore, un uomo anziano e imperfetto, ed è così che ho immaginato il mio giovane protagonista, un orfano violento, cresciuto nel deserto. Ma questa, si sa, è un altra storia.

Infine, vorrei lasciarvi un consiglio personale: non esiste un metodo di scrittura perfetto. Ognuno ha il proprio stile e il proprio modo di lavorare. Ciò che conta è trovare quello che funziona meglio per noi e che ci consente di raggiungere i nostri obiettivi. Non abbiate paura di sperimentare e di provare cose nuove. La scrittura è un'arte che richiede tempo, pazienza e dedizione, ma anche un po' di follia e di fantasia.

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