La tragedia a lieto fine

L’autore deve confrontarsi con il genere. Ma perché?

Perché il genere classifica la storia, la impacchetta in modo che si possa spiegare più in fretta.

• “È un libro per bambini” (Il piccolo principe).

• “È un romance ottocentesco” (Jane Eyre).

• “È un documentario marino d’avventura” (Moby Dick).

Che piccolezza!

Ma le riduzioni sono effettivamente molto utili, perché grazie alle categorie possiamo scegliere il nostro gusto preferito, come i gelati dal gelataio. Una carta del menù.

All’epoca dei Greci, avevamo la tragedia e la commedia. Ora abbiamo il gusto puffo.

Sta di fatto che mi sono chiesto a quale genere io appartenga, come scrittore.

Chi mi conosce può capire la mia avversione all’etichettatura. La odio.

Io non voglio appartenere. Non fa per me. Figuriamoci l’auto-etichettatura. Il peggio del peggio.

Vi svelo questo piccolo segreto:

da piccolo, quando ero in Francia, dicevo di essere italiano, e viceversa in Italia, dicevo di essere francese.

Sono bastian contrario nel cuore. Un tifoso del no.

Ma visto che porto il cappello da venditore e faccio pubblicità ai miei libri, confrontandomi anche con il lato mercantile dell’arte, ho deciso di scavare, anche in maniera creativa, tra le varie specie di genere, per capire in quali mi vorrei riconoscere.

Niente nicchie.

Mi piace viaggiare. Variare nell’offerta.

Non scrivo commedie. Nemmeno tragedie, almeno, non del tutto.

Amo pensare che la mia storia abbia curato i miei personaggi, e anche i miei lettori.

Il percorso narrativo deve essere un cammino sui carboni ardenti. Un rito di passaggio.

Vorrei che ci fosse un prima e un dopo.

(Soprattutto per i miei personaggi, quindi anche per me che me li vivo, ma se fortuna vuole che riesca a farlo fare anche a chi mi legge, sarebbe bellissimo).

E vorrei che, finita l’ultima pagina del libro, il lettore stesse davvero meglio.

Meglio con sé stesso, con il mondo, con il passato, il futuro.

Meglio con le sue paure.

Della tragedia, mi piace l’intensità, la potenza, l’ineluttabilità.

Mi piace l’altezza a cui parla, l’ampiezza della sua voce, la profondità dei suoi personaggi.

Ma della commedia, mi piace il lieto fine.

Da lettore/spettatore, voglio finire più felice di quando ho cominciato.

Ma questo non vuol dire ridere, anzi.

Voglio patire le pene dei personaggi, comprenderli. Voglio vederli splendere, crollare e risalire, come fenici.

Voglio tragedie a lieto fine.

Peccato che su Amazon la categoria non ci sia. 😂

La rivoluzione in corso

In questi giorni, finito Il Paradiso delle Signore, ho approfittato per recuperare un po’ di contatti con la mia famiglia, sparsa tra Italia e Francia.
Sono andato da mia sorella. Lei fa un lavoro incredibile, è un’infermiera. Di quelle che stavano in prima linea durante il Covid, alle quali tutti inneggiavano balletti e promesse di aumento. Potete immaginare come sia andata a finire.
Ma non è questo il punto.
Parlando con lei, è venuto fuori l’argomento dell’intelligenza artificiale. Come sapete, ci lavoro da ormai più di quattro anni. Il mio approccio è prettamente artistico, cerco di comprenderne le potenzialità, i limiti.
Lei lo ha usato per organizzare il suo viaggio:
“Voglio andare lì, organizza qualcosa che sia X, Y, Z.”
E ovviamente ChatGPT ha organizzato tutto perfettamente, come un bravo assistente.
E mi sono detto:
“Pensa, il suo lavoro, che è a stretto contatto con gli esseri umani, è uno dei pochi che non ha un reale vantaggio se viene coadiuvato dall’implementazione di ChatGPT.”
Questo vuol dire che il suo settore non verrà segnato così tanto dalla rivoluzione in corso.
Non è un discorso nuovo, ma è bene ribadirlo: i lavori che richiedono il tocco umano, che sono i lavori di prossimità tra esseri umani, non saranno in crisi, anzi.
Se posso fare una previsione personale, penso che nei prossimi 5-10 anni ci sarà la fila per fare questi lavori, perché saranno meglio remunerati e più ambiti. Insomma, il panorama cambierà nettamente.
Ma per quanto riguarda i lavori intellettuali?
Quelli che richiedono conoscenza di regole, logica, insomma, quelle cose che l’IA sembra fare benissimo?
Cosa succederà a tutti questi lavori che beneficiano enormemente dell’apporto dell’IA?
Penso che in questo caso, come dice il CEO di Nvidia, non sarà l’IA a rubare il lavoro, ma le persone che la usano.
Come se, nell’arco di pochi anni, gli LLM fossero diventati qualcosa alla stregua del computer o dell’elettricità. Strumenti che ci aumentano.
Sarebbe facile pensare che il nozionismo, la conoscenza in generale siano diventati merce di poco valore, dato che si può accedere a tutto con un clic o una chat.
Ma non è così.
E vi spiego il perché.
L’IA non fa altro che restituire la risposta statisticamente più corretta alla vostra domanda, usando come bacino di informazione tutti i dati a disposizione.
Una specie di Internet in scatola.
Seguendo questo ragionamento, ciò che farà la differenza nell’output non è l’IA, ma la qualità della domanda.
Si ritorna all’uomo come cuore dell’intento.
Senza l’uomo, l’IA rimane ferma.
È l’intento umano, il desiderio di scoperta, di trasformazione, ad animarla.
E come si migliora una domanda?
Come si fa a fare domande e richieste sempre più specifiche, acute, profonde?
Studiando.
Studiando come non mai.
Filosofia, lessico, ragionamento logico.
Tutto fa brodo.
Solo così sarà l’IA a lavorare per voi.
E non il contrario.

Il valore della vita

Ieri, come ogni sera, vagavo per la rete alla ricerca di informazioni su quello che sta succedendo.

Sono un amante della tecnologia e della modernità. La temo, e quindi la frequento: per non perderla di vista, per immaginare il mio futuro.

Cosa mi succederà?

Chi mi legge conosce il mio interesse e timore per l’intelligenza artificiale. Siamo agli albori di qualcosa che sta già rivoluzionando i processi, sia industriali che creativi.

I grandi modelli di linguaggio, macchine pensanti e presto capaci anche di agire (Agentic AI, per chi fosse interessato), stanno prendendo possesso di ogni dimensione umana.

Siamo cresciuti con l’idea che “il lavoro nobilita” e che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”, ma se ciò che so fare può essere sostituito da una macchina, il mio futuro dov’è?

La macchina può scrivere, può persino recitare.

Può prendere il mio volto e metterlo su qualsiasi attore di qualsiasi film. Potrà, a breve, generare film con me, o voi, dentro. E sarà credibile.

La macchina lavora con i dati, tantissimi, e genera quello che si potrebbe definire, platonicamente, un ideale.

Se chiedete alla macchina di generare un albero, proporrà un’immagine che è la sintesi di tutte le immagini di alberi prodotte nel corso della nostra storia: fotografie, disegni, immagini di sintesi.

Se le chiederete di scrivere un libro, una serie o un film d’avventura, produrrà un prodotto perfetto, misurato al punto giusto, calibrato secondo gli archetipi che hanno colmato la nostra storia culturale.

Produrrà l’ideale.

Come posso lottare contro l’ideale? Io che sono fallibile, caduco, soggetto al tempo e alla morte?

Io che non so tutto, che non ho accesso a ogni pezzo di conoscenza umana. Io, ignorante, stupido e mortale.

Con la mia ignoranza, la mia stupidità e la mia mortalità.

Perché esse sono ciò che fanno di me un essere vivente, in continua trasformazione. Come voi.

I miei limiti, la fame di conoscenza, la consapevolezza della fine.

Sono queste imperfezioni, difetti, tratti—chiamateli come volete—a rendere la vita un percorso in divenire. Una Divina Avventura.

Perché chi “ignora”, rischia. Chi è “stupido”, sbaglia. Chi è “mortale”, corre.

Rischiare. Sbagliare. Correre.

I motori della vita.

E anche della mia arte, che spero sia la testimonianza autentica di questi miei “limiti”, dei miei sogni, della mia ambizione di comunicare e di emozionarvi.

Se c’è una cosa che la macchina non potrà mai essere, è essere umana.

Quindi abbracciamo questa nostra umanità, infiliamoci tra le pieghe della razionalità e sdraiamoci a sognare quello che non può esistere.

Ma che sicuramente esiste.

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La buona scrittura

Si dice di Shakespeare che, anche se recitato male, sia interessante.

Sto ripensando a questo proprio ora: a come la potenza di una storia, una vera storia, trascenda da come viene eseguita.

Una buona storia funziona anche se girata male, letta sul treno con le pagine ingiallite o guardata su un piccolo televisore catodico.

Una buona storia funziona perché è lo scheletro dell’intrattenimento.

Non vi può essere sospensione della credulità senza una buona storia, credibile, forte, colma di trasformazione ed emozione.

Per questo spendo così tanto tempo a strutturare le mie storie.

Le definisco e costruisco una griglia, come il ferro armato per il cemento.

La storia, intesa come una struttura di avvenimenti che definisce personaggi, emozioni e significati, è l’anima di un libro, un film, un videogioco.

Ho in mente questa mia teoria della pizza. L'evoluzione da pasta a pizza, poi a prodotto farcito e cotto, come potrebbe essere vista un’opera d’arte: prima pensata, poi prodotta, farcita dal marketing e consegnata al consumatore.

E mi dico che mi sono fregato da solo.

La mia teoria della pizza, in realtà, è la teoria della pasta madre, che altro non è che una reazione chimica tra acqua, farina e sale.

Che altro non è che la vita.

Il ruolo dell’artista è mettere vita nelle sue opere.

Dare letteralmente vita: ecco la responsabilità che mi prefiggo.

Ho avuto un primo desiderio sei mesi fa: scrivere la storia di un uomo che trovava il potere di entrare nella mente della gente.

Uno psicanalista che riusciva a curare entrando fisicamente nella mente di chi voleva aiutare.

Un primo tema della paternità era presente, ma era solo l’inizio della ricerca.

L’inizio è un po’ come andare a scoprire “quello che si vuole scoprire”.

La ricerca della ricerca, in un certo senso.

In questi mesi ho lavorato sulla storia: un agglomerato di frasi, magari trenta.

Queste trenta frasi sono il frutto di strutturazione, modellazione e trasformazione, ma a livello alto.

“No, non in Francia, in Italia.”

Oppure: “No, non un fratello, ma un amico.”

Tutto muta come in una tempesta.

Ma lentamente un pezzo casca sulla carta. Poi un altro.

Ed emerge qualcosa di sfuocato, ma reale.

Si lascia riposare, così da guardarla un paio di mesi dopo con l’occhio di chi può dire:

“Ma tu davvero vuoi investire tutto questo tempo in questa roba?”

Oppure, più ottimista:

“Hm… sì, mi piace.”

E così, tra cinquanta idee cancellate e un paio sopravvissute, si passa alla seconda stesura “dell’idea”.

Poi, stesura dopo stesura, nell’ultimo mese ho concluso la prima “definizione a larghe trame della mia nuova saga in cinque volumi”.

E da un mesetto ho cominciato a scrivere le prime pagine.

Vomito generico, sfuocato anch’esso, ma piano piano comincio a vedere i personaggi, a conoscerli, a scoprirli.

Devo ammettere: poche cose nella vita mi danno tanta soddisfazione.

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L'improvvisazione come esercizio creativo

Cosa differenzia un bravo attore da un grande attore?
È una domanda che mi pongo spesso. La risposta che mi sono dato per tanto tempo è questa:
"Un bravo attore, mentre reciti, dici 'che bravo!' mentre un grande attore, mentre recita, stai in silenzio, perso nel momento creatosi."

Ma ora questa risposta non mi basta. Mi sembra generica, facile.

Recitare è un mestiere che frequento ormai da più di vent'anni... vent'anni tra palco, cinema, serie TV. Sapete come ho cominciato? Con l'improvvisazione.

È stata l'improvvisazione a darmi il gusto della recitazione, del gioco. La Lega Italiana di Improvvisazione Teatrale è dove ho debuttato come giovanissimo attore, mentre frequentavo la Statale di Milano, a studiare informatica (perché volevo fare i videogiochi).

E ora, vuoi per caso, vuoi per destino, mi ritrovo a ragionare sulla qualità primordiale di un grande attore. O grande artista.

Ebbene, penso che sia la capacità di improvvisare all'interno di un dato terreno di gioco. Credo che sia la qualità effimera più fondamentale. Questo non vale solo per un attore, per i performer in generale, ma anche per gli atleti. Il gesto atletico è una fusione di grande tecnica ed estro. Proprio come l'improvvisazione.

Si vedono già in rete video di "attori virtuali" generati con l'intelligenza artificiale. Saranno sempre più credibili, sempre più bravi. Arriveranno anche ad improvvisare, ma mi piace pensare che l'estro dell'uomo, che coglie il momento – badate, non il momento "scenico" ma il momento vero, quello tangibile, che appartiene al mondo del reale – non potrà mai essere del tutto replicato.

Ecco, penso che l'artista che saprà cogliere il momento del reale avrà le porte sempre aperte.

Sta per finire quest’anno, se ne apre un altro, e davanti a noi abbiamo un futuro incerto, pieno di cambiamenti, minacce e paure. Ma ricordiamoci che siamo tutti – e dico tutti – animati da qualcosa di magico: uno spirito che si manifesta in noi e ci permette, quando siamo attraversati da uno stato di grazia, di ascoltare davvero la realtà, di trasmettere emozione, umanità, pathos.

Per improvvisare ci vuole coraggio. Spesso i registi vengono da me dicendomi: "Ottima, rifalla uguale!" e io rispondo: "Non lo so. Ma non credo." All’inizio mi guardano straniti: "Ma che dice Flavio?" e poi mi spiego.

Io non posso "rifarla uguale" perché una scena, un’opera, è il frutto di un afflato iniziale e di mutazioni dell’aria, del pensiero, del momento. Ogni volta è diverso. Ogni volta si rigenera.

In fondo, penso che fosse proprio quello che diceva Paganini con la sua frase spesso associata all'antipatia del personaggio, ma secondo me mal capita:
"Paganini non ripete."

il potere della manifestazione del pensiero

La potenza del desiderio.

Mi sono avvicinato a questo pensiero durante la mia adolescenza, anzi, forse prima. Da piccolo, quando frequentavo le elementari, ricordo che riuscivo a cambiare il gusto dell’acqua con il pensiero.

Addirittura ora ricordo una discussione che ebbi con un amico della scuola elementare di viale Zara, a Milano – luogo dove ho imparato a parlare italiano. Gli dicevo che era semplice: basta convincersi che l’acqua sapeva di fragola, ed ecco che sapeva di fragola!

Una magia tutta mia. Chissà, forse avrà pensato che ero pazzo...

C’è una frase che ho letto che mi ha colpito pochi giorni fa:
"Qual è la differenza tra un visionario e un pazzo? Il successo."

Che sia così.

È possibile che il successo non sia altro che il frutto del nostro desiderio, di quella potenza irrefrenabile che emaniamo quando il nostro pensiero tenta di manifestarsi al mondo?

Il potere della manifestazione.

Sarà il tema centrale della saga che sto preparando. Sta cucinando, anzi nemmeno. Ho gli ingredienti e li ho preparati. La ricetta la sto ancora pensando, ma diciamo che è stata scritta.

Si tratterà di un thriller. Psicologico. E paranormale.

Ecco quindi che la manifestazione del pensiero sembra essere il collante perfetto tra questi tre generi.

Cos’è l’ossessione se non la follia del desiderare qualcosa che la realtà ci nega?

L’incapacità di accettare la vacuità della nostra potenza. Psicologico, come la mente, come tutto ciò che dentro di noi alberga e ci guida, nonostante la nostra volontà.

Noi siamo il frutto di milioni di guide e scelte invisibili, dettate da ogni cellula del nostro organismo.

Siamo psiche.

"Psiche". Lo sapevate che è una parola davvero speciale? Psiche era una dea nell’antichità. Era manifesta. Esisteva.

E poi, piano piano, ce ne siamo appropriati. Ora la psiche è dentro di noi. Siamo diventati miliardi di deserti, ognuno con la propria psiche, ben collocata nel cervello.

E poi il paranormale. Certo, perché in fondo questa cosa che il nostro potere è capace di modellare la realtà non è forse del regno del paranormale?

Le mie letture, più avanti, mi hanno portato a scoprire che molti avevano prima di me pensato che la mente fosse un oggetto capace di plasmare il creato.

Persino Einstein disse che:
"La teoria determina ciò che possiamo osservare."

La fisica quantistica non è da meno, portando avanti l’idea di indeterminazione. La realtà non esiste fino a che non viene osservata.

Insomma, per farla breve:

Una cosa funziona se ci si crede, altrimenti no.

È come se dentro di noi ci fosse un agente che tende a realizzare le nostre profezie, che siano buone o cattive.

Se penseremo che tutti gli uomini sono traditori, tenderemo a circondarci di persone che potranno riaffermare la correttezza di tale teoria. Perché in fondo, a chi non piace avere ragione? Anche su qualcosa di doloroso?

È per questo che è così difficile liberarsi dai nostri credo.

Perché ci crediamo.

Se invece riuscissimo a mantenere un equilibrio equidistante, tra i nostri credo e quelli degli altri, chissà cosa succederebbe? Andremmo ai matti.

Esiste una teoria che dice che questo nostro "bloccarci" su un’idea e portarla fino in fondo, anche se non è corretta, provenga da un tratto evoluzionistico sociale dell’uomo.

In sostanza, questa "piccola follia" permette al genere umano di produrre, attraverso il pensiero, una selezione dei pensieri più forti, una specie di legge di sopravvivenza del pensiero.

E chi vince? Vince chi ci crede di più? Vince chi riesce a dimostrare qualcosa?

Ma quante volte il dimostrato si dimostra errato? E quante volte la convinzione si rivela un atto di mera follia?

Il titolo provvisorio di questa saga, sempre in cinque volumi, sarebbe "Il labirinto della speranza".

Vi piace?

Buone Vacanze

È venuto il momento anche per me di staccare, di lasciarvi, ma solo per alcune settimane.

Le vacanze sono il momento in cui ci rincontriamo, in cui ritroviamo quella parte di noi che avevamo sepolto sotto gli obiettivi da raggiungere, le bollette o i problemi sul lavoro. Ora arriva un periodo così caldo che l'unica cosa che ci rimane da fare è appoggiare la testa al morbido cuscino e aspettare la frescura del tardo pomeriggio, tra un bagno e una focaccia con pomodoro e mozzarella.

Vi auguro, a tutti, italiani e non, brasiliani, argentini, francesi, cileni, tutti. Vi auguro un bellissimo ritorno alla vostra anima. Abbiatene cura.

Ci si rivede a settembre, come a scuola, un po' abbronzati, un po' cambiati. Con tanta voglia di stupire e quel pizzico di desiderio di tornare a frequentare tutto ciò che conosciamo: amici, sogni e maschere.

Nel frattempo, auguro anche una buona lettura a chi ha cominciato l'Anello di Saturno, a chi lo sta continuando con il volume due, a chi lo scoprirà tra un anno. Concludo con un "grazie" sentito verso tutti voi che mi seguite, che trovate il tempo di ritagliarvi cinque minuti due volte a settimana per far entrare nel vostro cuore le mie parole.

Ne sono onorato.

Ci rivediamo il 3 settembre.

Perchè Anagni?

Ormai me lo sento dire spesso: "Perché hai scelto Anagni per l'Anello di Saturno?"

Vi dirò, è il frutto del caso, dell'analisi e della volontà. Dopo La Divina Avventura, avevo deciso di scrivere un altro libro, ma visto che avevo percepito, nella mia scrittura, un'eccessiva densità, decisi di scrivere un libro in due volumi. La storia parlava d'amore e di destino. Sviluppandola, e trovando poi questo meraviglioso narratore che è il destino, qualcosa dentro di me continuava a sobbollire. Qualcosa che mi diceva: "Flavio, vai, vola con la fantasia".

Vi devo confessare che volevo scrivere fuori dal genere fantastico. Volevo affrontare la realtà. La mia storia doveva essere ancorata nel reale, quanto più reale possibile. Ed ecco che pensai di raccontare una piccola parte della mia adolescenza, quel mio essere straniero.

I due volumi sono diventati cinque, Flavio si è fatto Luca, che era il nome di un ragazzo italiano in un meraviglioso lungometraggio della Pixar dal medesimo nome.

E Anna, mi chiederete? Perché hai scelto questo nome? Perché adoro Lucio Dalla e adoro una canzone in particolare: "Anna e Marco". Come scoprirete nei prossimi volumi, la musica italiana degli anni '80/'90 è molto presente. Dalla, Tozzi, Cocciante. Li vedrete sparsi qua e là a dare colonna sonora all'incredibile storia di Luca e Anna.

"Sì, ma non ci hai detto perché hai scelto Anagni."

Ho cercato se vi fossero leggende legate a Saturno su internet. E guarda qua, la prima città che trovo è proprio Anagni. Non la conoscevo, ma a pelle, qualcosa mi ha attraversato. "Anagni, città fondata da Saturno… nel Lazio… il destino…" Allora ho preso la macchina e, in un caldo pomeriggio d'agosto, sono arrivato nel meraviglioso borgo delle colline ciociare. Ero da solo e ho cominciato a immaginarmi Luca che camminava in mezzo alle pietre antiche. E poi, un Ronnie, la vita del borgo negli anni '90, le scalinate. Ed ecco che era nato il primo volume della saga.

Ma, se questo non vi basta, sul sito vi lascio il video della fantastica presentazione fatta, con un particolare ringraziamento al comune di Anagni, che si è mostrato aperto ed entusiasta. Grazie a chi è venuto e a chi non c'è riuscito.

E grazie a voi, che mi ascoltate, mi leggete e mi guardate.

Anni 90, I valori perduti

Nel primo volume dell'Anello di Saturno esploro anni lontani, ma vicini al mio cuore: gli anni '90. Anni di cartoni animati su Italia Uno, i Cavalieri dello Zodiaco, Ken il Guerriero su La Sette, Mimi Ayuara, Hello Spank e mille altri.

Ma non solo: erano anni in cui non c'era il telefonino, né internet. Per sapere qualcosa, si utilizzava ancora la famosa enciclopedia in 12 volumi, il dizionario, l'atlante geografico. Il sapere era in casa, letteralmente, nei libri che stavano nelle biblioteche. Un sapere poco mobile, certo, ma che obbligava chi lo cercava a fare un passo avanti, a fare quella piccola fatica necessaria per poi apprezzare il risultato.

Mi ricordo ancora quando da piccolo mia madre mi diceva di andare a guardare nell'enciclopedia dopo l'ennesima mia richiesta di "cosa vuol dire questo?" Così ho imparato a cercare per indice alfabetico e, nel frattempo che leggevo la parola misteriosa, ne scoprivo anche altre, vicine. Un giorno, non ricordo esattamente a che età, mi venne voglia di aprire il dizionario a caso e leggerlo fino a incontrare una parola a me sconosciuta. La leggevo e poi lo richiudevo.

Nella parola vi è il pensiero, la possibilità di immaginare. All'inizio - non a caso - era il verbo. La vera conoscenza parte dalla conoscenza delle parole. E questo è qualcosa che Anna, nel libro, ha ben capito. Lei, così curiosa e desiderosa di conoscere il passato, le antiche civiltà, impara le parole, le lingue, che sono la chiave della conoscenza.

Ma gli anni '90 erano anche anni in cui i valori erano diversi. Non voglio assolutamente cadere nella retorica del "ai miei tempi era meglio", perché non è così. Il mondo è meraviglioso, e il suo incedere costante, a prescindere da noi, dagli anni che passano, è la manifestazione della potenza vitale che ci anima tutti.

La società muta, si sviluppa, va avanti. Cambiano le parole, gli usi, le abitudini e anche i valori.

Gli anni '90 erano anni in cui la domenica l'Italia si fermava per ascoltare il calcio alla radio nella speranza di aver fatto 13 al totocalcio. L'aggregazione sociale era molto più forte. Le tavolate e le adunate erano qualcosa di normale. I ragazzini crescevano frequentandosi fuori dal focolaio domestico. Vi era meno timore, da parte dei genitori, a lasciarli bazzicare le piazze fino a tarda sera.

I valori cattolici e cristiani erano molto più radicati. Il matrimonio e la messa erano parte integrante della maggioranza delle famiglie. Penso lo siano ancora, ma mi pare evidente che da quel punto di vista le cose siano cambiate parecchio. La multiculturalità porta con sé trasformazioni che spesso diluiscono le tradizioni.

Amo le tradizioni, penso che rappresentino l'apice della saggezza popolare. Sono riti che hanno superato la barriera del tempo, che sono sopravvissuti fino a noi perché veri, profondi. Ma il mondo va avanti, e certe tradizioni non sono più compatibili con i valori moderni.

Di questo parlo nella Divina Avventura. Il protagonista, Overton, si chiama esattamente come "La Finestra di Overton", un principio socio-economico che definisce questa finestra come il range di cose "accettabili socialmente". Questa finestra si muove nel tempo, proprio come Overton che continua ad evolvere, a prescindere da ciò che lo circonda.

Certe cose invece penso che non siano cambiate: la natura umana, l'amore, la paura, i desideri, quella dicotomia profonda che ci obbliga a cercare la felicità personale all'interno di una società fatta di mille altri come noi, a distinguerci senza però diventare eremiti. La nostra ricerca di un equilibrio.

Non a caso, i classici, siano essi inglesi, russi, francesi, greci, latini, italiani, sono ancora attuali. Chi mi legge conosce la mia posizione riguardo alla contemporaneità e alla classicità. Io sono per i valori antropologici che non decadono. Cerco di trovare, in questa nostra contemporaneità, dei valori universali. Nella Divina Avventura, è la ricerca della perfezione, il desiderio di appartenere a un gruppo, la religione come salvezza dal nulla di cui abbiamo paura.

E nell'Anello di Saturno, è l'amore, il destino, l'onere delle nostre scelte. Per chi ha letto il primo volume, questi temi ancora non sono emersi, sono solo abbozzati, come è giusto che sia. Ma vedrete che man mano che la storia si svilupperà, questi temi diventeranno dominanti e vi porteranno, spero, a farvi domande importanti sui rimorsi e i rimpianti.

Non smetterò di cercare di affrontare i valori e temi che ci spingono ad agire, che hanno spinto molti prima di noi e che spingeranno molti dopo di noi.

Come vi avevo anticipato, per la prossima saga voglio coinvolgervi. Quindi, ancora prima di condividere con voi una storia, voglio capire quali valori potrei affrontare.

Scegliete: vendetta, fratellanza, malattia, sacrificio, disillusione, redenzione o ossessione?

Elogio alla pigrizia

Ah… la pigrizia, l'ozio.

C'è chi dice che sia un peccato capitale, ma è davvero così? Bill Gates diceva, in una nota intervista: "Scegli sempre una persona pigra per fare un lavoro difficile perché una persona pigra troverà un modo semplice per farlo."

Mi tocca ammetterlo, sono fondamentalmente pigro. Sono così pigro che, pur di non fare qualcosa, mi sveno e mi stanco fino ad esaurirmi. Una pigrizia folle, la mia! L'intero mio processo creativo è la fotografia di questa follia. Sono disposto a passare ore e ore a modificare uno schema, un processo, pur di fare in modo che, "quando è fatto, ho finito di lavorre".

Penso che sia quello che succede quando un pigro incontra la necessità della perfezione. In lui scatta una forma di ossessione che porta la sua pigrizia a diventare un volano di produzione, un motore di desiderio di fare meno, facendo di più.

Da bambino, spesso sceglievo la strada meno faticosa per risolvere i problemi. Non di certo la migliore, almeno non a livello teorico. Ma lo era per me. Gli americani la chiamano "the path of least resistance", la strada con la resistenza minore. La strada facile.

In un articolo di tanto tempo fa, discutevo l'esistenza delle due porte, quella piccola e quella grande, e di come mia madre mi suggerisse spesso di optare per quella piccola, poiché era la più difficile e, quindi, dall'altra parte, avrei sicuramente trovato meno gente e più spazio. In un certo senso, il mio essere bastian contrario, indipendente, è la manifestazione di questa mia voce interiore, il mio desiderio di scardinare le etichette, di fare tutto "in modo diverso". Ma ciò non mi ha tolto quella che fondamentalmente è una parte integrante del mio essere: la pigrizia.

Quindi voglio fare le cose a modo mio, diversamente, ma senza faticare! Sono terribile! 😂

A parte gli scherzi, credo che questo binomio abbia prodotto in me una specie di corto circuito che tuttora mi alimenta: indipendenza, perfezionismo e pigrizia.

E ora rivedo queste qualità (o difetti, che dir si voglia) anche in mia figlia. Noto la sua tendenza a voler fare le cose a modo suo e un certo "penchant" nel scegliere la strada approssimativa, quella veloce e facile.

Io penso che siano delle competenze fondamentali. L'approssimazione è una forma molto evoluta di intelligenza, poco apprezzata negli ambienti accademici e scolastici, ma molto efficace nella vita reale. L'Italia ne è un esempio mondiale.

Poi, come al solito, dipende dove si applica. Ma io penso che, persino in ambiti altamente precisi e teorici, coloro che hanno la capacità di approssimare - e quindi di semplificare il pensiero - siano quelli che poi riescono a fare, grazie alla tecnica e alla precisione, un passo avanti.

Nel processo creativo è uguale. Come dice Zuckerberg in un suo famoso discorso a Stanford, le idee non nascono già fatte, si creano man mano che si sviluppano.

Ed ecco che l'approssimazione e la tecnica trovano, in questo processo di nascita e realizzazione, la loro resa ottimale.

Vi faccio una domanda: l'intuizione cos'è? Per me, è un'approssimazione, è un lampo di genio, un'idea, una cosa che è più visione che materia: un sogno. Poi, con l'ausilio dello studio e della conoscenza, piano piano quel sogno prende forma, si standardizza e si fa, nel tempo, sapere comune, nuovo tassello da aggiungere alla meravigliosa odissea dell'umanità.

I pigri magari non saranno produttivi come gli altri, magari non avranno quella capacità di essere grandi lavoratori ed esecutori, e spesso non sono neanche tanto precisi. Ma penso che una cosa la facciano meglio di tutti gli altri: sognare.

E ormai chi mi conosce lo sa: per me il sogno è il motore dell'azione che trasforma la realtà.

Sinfonia di Parole

Amo la musica. Sorgente pura di emozioni. Per questo mi piace quella strumentale, più che quella cantata. Mi piace lasciarmi andare senza filtri all'interno di un flusso di composizione, che sia di musica classica o elettronica.

Chi ha letto l'articolo precedente sa che ho finalmente finito l'Anello di Saturno. Completare un'opera è un momento incredibile. Erano le dieci di sera, avevo messo Elettra a letto e Eleonora era a un DJ set. Ero quindi da solo in casa, luci spente, davanti al mio gigantesco monitor. Sapevo di dover affrontare la fine di tutto. Ero emozionato, ma allo stesso tempo avevo una voglia matta di arrivare a quel punto.

Organizzo nei minimi dettagli la mia scrittura. Scrivo a blocchetti, e se dovessi farvi vedere le strutture che sottostanno alla mia scrittura, penso che verrei preso per un pazzo. La cosa bella è che questa struttura che produco poi muta, si modella a seconda di dove la storia va a parare. Nei primi quattro volumi, sapevo con precisione come sarebbero finiti, ma ero aperto a ogni idea, a ogni mutamento, perché credo nel processo organico di creazione. Io, nel frattempo che scrivo, cambio, muto, assorbo nuove informazioni, nuove idee e quindi anche la mia scrittura, di rimando, muta.

Ma per il quinto volume era diverso. Il quinto volume è stato, per me, un vero e proprio atto di coraggio, perché si tratta di un'opera conclusiva, che non apre nessuna parentesi, ma che tenta di chiuderne il più possibile, dando un senso profondo alla storia.

Non è facile scrivere un finale di 250 pagine. Almeno, non lo è stato per me. Difatti, il quinto volume ha richiesto più tempo degli altri per essere completato. Quando lo leggerete comprenderete il perché. È il volume più delicato, più semplice e più "normale" dei cinque. Eppure, per me, è quello più magico.

Insomma, mentre scrivevo queste parole finali, avevo messo alcuni brani a me cari per accompagnarmi in quell'emozione. Uno su tutti era "A mano a mano" di Cocciante, che poi sarà presente nella saga.

Ma non solo, ci saranno, in ogni volume, dei brani musicali italiani e non, a disegnare i tempi e le emozioni della storia.

Nel primo volume, durante la festa dopo la sagra, ecco che spunta: "This is the rhythm of the night", super anni '90!

Nel secondo volume, troverete (non vi dico dove): "Ti amo" del grandissimo Umberto Tozzi.

E poi molti altri. Un brano che secondo me incarna l'emotività e le tematiche di questa saga è "Only Time" di Enya.

Insomma, un pezzo bellissimo, emotivo, che ascolto e ogni volta mi commuove. lavoro anche con la musica. Sicuramente questo è dovuto al mio retaggio cinematografico e teatrale, in cui la musica è la perfetta sostenitrice dell'emozione umana. E l'incastro perfetto tra immagine, musica e recitazione genera quel momento unico, magico, a cui ogni artista ambisce.

Ma non è perché ho finito l'ultimo volume della saga che è finito il lavoro. Ora c'è l'editing del terzo volume, poi il quarto, poi il quinto. Gli audiolibri. E il marketing! E le fiere! Insomma, di lavoro ce n'è. Ma qualcosa, dentro di me, già pulsa di desiderio di affrontarne un'altra saga.

Stavo pensando di scrivere 5 soggetti e poi sottoporli alla vostra votazione. In questo modo, potrei avere un'idea di quale di quei soggetti sembra generare più interesse e poi comincerei a lavorare su questo. Vi piacerebbe l'idea? Sarebbe sicuramente un modo innovativo e creativo di cominciare un lungo lavoro di storytelling.

Fatemi sapere nei commenti se siete interessati.

Come nasce un'idea?

Di sabato cammino. Quando riesco e trovo il tempo, mi faccio delle lunghe camminate per Roma. L'antica Roma, quella cinta dal Tevere, che si espone in tutta la sua bellezza senza però esibirsi. Non ne ha bisogno. Roma è Roma.

Camminando, mi vengono idee. Idee per il diario, idee per nuove storie.

Questa settimana ho finalmente completato la prima stesura del volume cinque dell'Anello di Saturno. Per chi mi segue da tempo, è facile immaginare come questo sia importante. È una saga che ho scritto per molti mesi, a cui mi sono dedicato anima e corpo per un'infinità di ore. Ho rinunciato a molti progetti cinematografici per potermi dedicare a questa storia che, come vedrete a breve con il secondo volume, che esce il primo agosto, cresce sempre di più.

L'Anello di Saturno è scritto in cinque volumi, come fossero cinque stagioni di una serie TV. Ogni volume è poi suddiviso in dieci capitoli, che sarebbero gli episodi. E poi, ogni capitolo è composto da precisi movimenti per renderlo autonomo ma allo stesso tempo portare avanti la trama. Insomma, è un lavorone! Il motivo di tutto questo? Perché sono figlio dei miei tempi, e voglio dare al lettore la possibilità di fermarsi senza interrompere il flusso, proprio come in una serie. In questo modo, non solo la saga è facilmente pensabile in un'ipotetico adattamento cinema/tv, ma possiede anche un proprio ritmo interno che culla chi la legge.

Oggi voglio parlare delle idee. Ne parlo spesso, è un mio tema ricorrente. Per me le idee sono intuizioni che provengono dall'osservazione, dall'ascolto della vita e anche da un'apertura di mente e di anima. Tutto questo è necessario per accedere a quel mondo sommerso, nascosto, che Kant chiama Il Noumeno. Il luogo dei non luoghi. Il luogo oltre il fenomeno, che esiste, ma non c'è dato conoscere.

Le idee sono vita, nascono. Una buona idea non esisteva prima della sua nascita. È proprio questo che la rende così attraente e preziosa. Spesso mi sono sentito dire che "l'idea non vale niente, è l'esecuzione che vale." Questo discorso, ahimé, è la fotografia del tempo in cui viviamo. Un mondo in cui il valore non sta nel mistero della creazione, ma nella sua mercificazione. Questa società ci insegna che vale solo ciò che può essere venduto. Per fortuna in Italia, vuoi per le radici culturali profondamente umanistiche che abbiamo ereditato dai nostri avi, vige ancora il pensiero che vi sono cose che hanno valore a prescindere dal loro prezzo. La vita, la salute, l'amicizia, l'amore. I valori, quelli veri.

Quindi io, che sono un umanista esistenziale, non posso che dare la priorità alle idee. Le idee valgono, tanto. Tantissimo. Perché averne di nuove non è facile. Richiede pazienza, ascolto e osservazione. Qualità che in questo furore sociale nel quale viviamo, tempestati di rumori, guerre, nervosismi e compiti da portare avanti fino alla fine della nostra vita, è difficile avere.

Quindi, per prima cosa, per avere idee bisogna avere tempo! Eccolo, il vero valore della vita. Chiedete anche all'uomo più ricco del mondo se potesse scegliere tra tutta la sua fortuna o cento anni di vita (sana) in più e scoprirete subito quale è il vero valore dell'esistenza: Il tempo. Se immaginiamo una buona idea come la figlia del tempo perduto ad ascoltare il mondo, allora ecco che il suo vero valore emerge.

Ma quale folle sciocco investirebbe la propria vita in una tale impresa?

Presente!

Amo perdermi. Amo la crisi. Amo le idee. Ho scritto tanto, ieri riguardavo un po' tutti i lavori che ho prodotto. Tre testi teatrali, cinque sceneggiature, due videogiochi, due libri non pubblicati, e poi la Divina Avventura, e ora cinque volumi dell'Anello di Saturno. In mezzo a questo, poesie, lettere d'amore e imprese di ogni tipo. Alla fonte delle mie azioni, c'è sempre un'idea. A volte buona, a volte scarsa, e poi, segue la fatica della realizzazione, onere che mi prendo io, poiché sono pessimo nel trovare collaborazioni.

Chissà, forse con l'Anello cambierà, e troverò un produttore interessato a svilupparne la serie. Le vendite stanno andando forte, sono uno scrittore emergente, ma i numeri che sta facendo la saga sono davvero ottimi, quindi, procedo con cautela e quando la saga sarà finita, ed emergerà il valore della mia idea per intero, sono certo che l'Anello di Saturno troverà il suo produttore.

Rileggendo questa pagina, mi rendo conto di essere caduto in un vortice di flusso di pensiero. Penso che sia questa la vera natura del diario: la condivisione dei miei pensieri, a volte intimi, a volte generalizzati, sulla vita, sul mondo, sul mio percorso d'artista.

Ho una domanda: pubblicando due volte a settimana, forse potrei fare un articolo "libero" e uno "a tema". Per quest'ultimo, ci sono degli aspetti che vorreste che io affrontassi? Se me li scrivete nei commenti, prometto di metterli nel diario. E di scriverci sopra. Vorrei che questo giardino, ormai più che fiorito, diventasse una vera fonte di dialogo tra me e voi, ma non solo nei commenti, ma nel cuore del testo che scrivo ogni settimana.

Quindi scrivetemi e ditemi se volete che affronti un tema, e lo farò.

Il talento della volontà

A volte mi chiedo se ho talento.

Anzi, più che "a volte", è proprio una domanda ricorrente e costante nel mio percorso d'artista.

Non sto condividendo questo pensiero per avere conferme, tutt'altro, semplicemente per rassicurare chiunque si trovi in una situazione artistica che il dubbio è un elemento fondamentale e integrante del processo creativo.

L'arte ha un problema di fondo, irrisolvibile - per fortuna oserei dire, poiché la rende ancora una disciplina misteriosa - L'arte è soggettiva. Chiunque può dire che un libro è bello, o brutto. Non importa quanto importante sia l'autore. Si può dire che un dipinto è piacevole o blando. Non ci sono regole scritte che lo impediscono. Anzi, appena qualcuno prova a creare un manifesto, a definire ciò che funziona, ecco che arriva un cigno nero che riesce, con una semplicità disarmante, a trasformare tutto.

Mi ricordo la bellissima scena dell'Amadeus di Milos Forman in cui Salieri, (interpretato da un magnifico Murray Abrahams che conobbi sul set di Peter Greenaway), incontra per la prima volta Mozart che gli fa sentire una rivisitazione di un suo brano. L'operato di Mozart è perfetto, magico, allegro. Il primo terribile incontro con la genialità che porterà Salieri alla follia.

Quindi si, spesso mi dico che forse non ho il talento necessario per essere all'altezza delle mie ambizioni. Ma per fortuna, c'è un altro aspetto del mio carattere che in questi momenti di difficoltà interviene in mio aiuto.

Sono caparbio. Ho una volontà di ferro. E se mi metto in testa una cosa, c'è il rischio che non stacco più fino a che non sono riuscito ad ottenerla. Un tratto tipico degli ossessivi, ma che, lo ammetto, mi è stato molto utile in tutti questi anni.

"Ciò che il talento non può, la volontà sopperisce."

Molte cose non vengono dette dell'arte. Ma una in particolare non viene quasi mai espressa: nell'arte il talento non è che la punta dell'iceberg. Una minuscola parte dell'artista. Importante, certo, ma instabile, mutevole come la dinamite. Per lasciare che il talento danzi come una fiamma al vento, servono basi solide, robuste. Serve tecnica, disciplina, organizzazione. E per eccellere in tutte queste cose, serve la volontà. Il famoso desiderio di cui tanto parlo nella Divina Avventura.

La forza di volontà - ed è anche uno dei temi principiali della saga dell'Anello di Saturno - piega anche il destino. Nella mitologia giapponese, spesso l'eroe è dipinto come un uomo volto all'abnegazione, al sacrificio. Ha una volontà tale che si rialza dopo ogni caduta. Perde, ma non importa. Poiché ogni sconfitta è in realtà un insegnamento.

Il percorso dell'artista è costellato di cadute. Molte più delle vittorie. Ma man mano che si procede verso la maturità, la proporzione cambia, perché l'esperienza, frutto del desiderio di farcela, porta l'artista a capire di più su sé stesso, e sulla sua arte.

Quindi, piuttosto che chiederci come si sviluppa il talento, dovremmo chiederci come si sviluppa la volontà? Quale è il segreto per desiderare? La mia ricetta la conoscete: esplorare, scoprire, capire e trovare ciò che ci piace. E poi farlo, farlo e rifarlo fino a che, dopo 10.000 ore, dopo 1 milione di parole, l'arte diventa la naturale continuazione della nostra anima.

Ho 44 anni, e ancora sono alla ricerca della mia dimensione artistica. Chissà se un giorno la troverò. Forse l'ho già trovata e non l'ho ancora capito. Un'unica cosa è certa: come una trottola impazzita, continuerò a girare fino a che avrò energia.

E voi in cosa credete? Nel talento o nella volontà? Oppure in un misto dei due?

Piccola nota a margine, forse alcuni di voi lo hanno già notato, ma ho creato una nuova sezione del sito, che si chiama"Eventi" che in sostanze è il calendario degli eventi e dei firmacopie che farò in giro per l'italia. Come vedrete, è previsto che venga a Latina, a Frascati, nel pieno centro di Rome e Udite udite, Napoli! Per i dettagli, è sufficente guardare la pagina. Non vedo l'ora di vedervi!

Magia del Natale

Cosa rappresenta il Natale? In un certo senso, ritengo che questa festività, come ogni bene di valore che possediamo, sia carica di una storia da raccontare. Immaginiamolo come il protagonista di un racconto.

La storia di come nacque il Natale.

C'era una volta, molto tempo fa, un popolo di uomini primitivi, intelligenti, con grande potenziale davanti a sé, ma ancora troppa poca conoscenza. Persone piene di miti, di leggende. Vivevano in un mondo magico, dove ogni cosa era intrisa di mistero. Senza atomi, senza sole, senza neve. Ogni evento era un atto misterioso.

In questo mondo, c'erano la luce e la notte, il sole e la luna. E quanto era spaventosa la notte! Con tutti quegli animali pronti a mangiarli, i suoni della foresta. Un luogo in cui bisognava rifugiarsi in fondo alle caverne per avere la certezza di non essere aggrediti di notte, nel caso in cui il fuoco si spegnesse.

E che sollievo, quando nella notte del 21 dicembre, la notte iniziava ad essere più corta del giorno precedente. Un momento di sospensione, di introspezione, in cui finalmente si prospettavano le giornate felici della primavera.

Quella data, (che ancora "data" non era, poiché il tempo ancora non aveva nome), era un punto di svolta nella natura, un momento climatico cruciale. Un momento in cui tutto diventava più bello. E così, si scambiavano regali, augurandosi, con quel dono, una promessa di fertilità, di opulenza.

Fu così che per centinaia, forse migliaia di anni, gli uomini celebrarono la rinascita della vita, del sole, della luce. Man mano che la realtà si delineava davanti ai loro occhi, che nascevano i primi pensieri, la filosofia, le religioni, la scienza, il mondo acquistava un senso, la nostra capacità di prevedere il futuro si rafforzava. E dopo la nascita della parola, la scoperta delle stelle e del sole, quel giorno magico fu battezzato "il solstizio d'inverno".

"Solstizio", dal latino "solstitium", composto da "sol (sole)" e "stitium (stasi, fermo)". Il momento in cui il sole si ferma.

"Inverno", dal latino "Hibernus", la stagione fredda.

Il momento in cui il sole si ferma, durante la stagione fredda.

Dopo avergli dato un nome, gli attribuimmo anche un significato più elevato, filosofico, umanistico. Il momento della nascita della vita. Nacquero storie e racconti sulla magia di quel momento, che trovò, in ogni luogo e ogni epoca, un'identità diversa, ma che veicolava lo stesso messaggio.

E fu così che il Natale arrivò fino a noi. Tralascerò il modo in cui il costume di San Nicola, dal verde, divenne il rosso e bianco di Babbo Natale, influenzato, diciamolo, dalla pubblicità della Coca-Cola.

Ma a noi che importa? Ciò che conta è che da ora in poi, ci sarà sempre più luce e sempre meno buio.

Buon Natale a tutti voi.

PS: queste vacanze il diario d'artista uscirà solo una volta alla settimana, e poi si riparte!

Passi avanti da Scrittore

Venerdì ho presentato "La Divina Avventura" al Salone del Libro "Più Libri Più Liberi" pubblicato dalla PAV.

È stato un momento emozionante e straniante. Mi sono reso conto di quanti libri vengono stampati e di quanta gente si dedica quotidianamente alla creazione di storie. Questo mi ha lasciato un po' frastornato.

Come autore auto pubblicato, fedele alla mia scelta di mantenere la mia indipendenza artistica, ho vissuto questa fiera come se uscissi dalla mia bolla. Ho scritto il libro e l'ho pubblicato nel marasma di internet, focalizzato esclusivamente su quello che facevo e sul feedback ricevuto. Invece ora lo vedevo nella realtà. Lavorare su internet è strano, è come muoversi senza avere punti di riferimento, senza una reale percezione del proprio progresso.

Alla fiera, osservando gli stand e le migliaia di persone che vi lavoravano o che passavano con sguardi curiosi, ho capito che la strada sarà lunga. Un libro non basta per definirsi autore; ne serviranno molti altri. Alcuni saranno successi, altri fallimenti, ma mirerò a farli rispecchiare la mia anima e il mio desiderio di intrattenervi e stimolare la vostra fantasia.

Sono felice della collaborazione con la Pav. Aurora, la direttrice con cui sono in contatto, si è mostrata molto disponibile ed entusiasta. Nei prossimi mesi farò delle sessioni di firma copie, partendo dalle liberie Romane. Girando "Il Paradiso delle Signore", sarà complicato viaggiare per tutta Italia, ma sono certo di riuscire a visitare sia il Nord che il Sud per incontrare tutti voi.

Ecco il link per l'acquisto della versione PAV del libro, davvero bellissima: https://pavedizioni.it/prodotto/la-divina-avventura.

Durante la fiera, molte cose mi hanno colpito. Ad esempio, un giovane ragazzo attratto dalla copertina del mio libro, dopo aver letto la quarta di copertina, l'ha riposto. Ho capito che la quarta di copertina non deve spiegare il libro, ma invogliare a leggerlo. Una lezione preziosa per la mia futura "Saga dell'Anello di Saturno".

È stato bello incontrare nuove persone e vendere loro il libro, ma ancora più bello è stato incontrare chi l'aveva già letto. Il libro unisce e offre una base comune per conversazioni più facili.

Tante lezioni, tante emozioni e tanta voglia di futuro. Vi lascio un paio di foto dell'evento sul mio sito.

Il mio percorso

Nel mio percorso di artista, ho avuto vari maestri. I primi sono stati gli insegnanti, inconsapevoli, quelli che hanno creduto in me. Un professore di arti plastiche in Francia, un giovane professore di matematica in Italia, ma poi, mentre crescevo e trovavo nella vita passioni inconsapevoli, come la recitazione, i maestri si sono manifestati da soli.

È proprio vero il detto che dice che "è sempre l'allievo a scegliere il maestro e non il contrario".

All'età di 19 anni, ho cominciato a cercare attivamente maestri: Insegnanti di recitazione che mi hanno aperto la mente sulle meccaniche (o pragmatiche) della comunicazione umana. E poi registi che mi hanno insegnato la messa in scena, la comprensione testuale, e infine, scrittori e i loro libri e manuali, che mi hanno insegnato il racconto come mezzo di espressione, di sfogo, di liberazione.

La fase registica fu la più difficile. Si svolse al teatro stabile di Genova. Il teatro è un ambiente serio, spartano. Parlo del vero teatro, quello classico. Fui l'allievo di grandi registi, che più che insegnarmi la regia - che per osmosi uno apprende anche osservando il lavoro- mi insegnarono il metodo, ma soprattutto, la disciplina e la resilienza. Me la insegnarono attraverso un rapporto contrastato, doloroso a volte, come quello che guida la mano di un padre benevolo ma severo. Ricordo che spesso andavo a piangere tra un quarto d'ora di pausa e l'altra, per la pressione che non riuscivo a sostenere, per quel mio dover essere perfetto, quel non dover sbagliare mai, che non è altro, alla fine, che una promessa di sconfitta.

Poi, arrivò il momento delle mie regie. Tutto nacque verso i 24 anni. Dopo alcuni anni di assistenze alla regia, decisi di produrre il mio primo spettacolo. Affittai persino un teatro dove invitare tutti. 12 attori, un mese di prove, videoproiezioni, musiche originali! A ripensarci, non so proprio come ho fatto. Dopo quello spettacolo, lo stabile mi affidò le prime regie, una... due... fino alla messa in scena dei miei testi, poi spettacoli in cartellone, ero partito! Penso di essere stato, in quel periodo, uno tra i registi più giovani di tutti gli stabili d'Italia.

E poi, come la piuma di Forrest Gump, il destino mi ha portato verso altre vie. Il cinema, la televisione. Nel frattempo che partecipavo a film e serie, ho continuato il mio percorso produttivo, producendo, scrivendo e dirigendo nell'arco di quattro anni due film e una serie interattiva, oltre ad alcuni cortometraggi. Fu un momento di febbrile produzione, ma anche dell'emergere in me della consapevolezza di quanto ero estraneo al sistema produttivo cinematografico. Producevo, ma non vedevo risultati, e non capivo perché. Qualcosa dentro di me continuava a dire "ma come, prima o poi qualcuno mi vedrà, qualcuno dirà: questo gruppo di giovani è proprio forte, investiamoci sopra!". Ma non successe, e dopo molti tentativi falliti, scavai dentro di me, cercando di capire cosa davvero io volessi, cosa volevo fare, oltre al mestiere d'attore che non mi ha mai del tutto completato.

Volevo qualcosa di mio. Di fertile. Di stimolante.

E mi tornò in mente la mia passione antica: i videogiochi. Io sono un amante di quelli che mi raccontano storie, che mi catapultano in dimensioni immaginarie. E così mi dissi, "e se ne facessi uno io?". In quel momento diressi tutte le mie forze verso la produzione di un'idea: un videogioco in realtà virtuale. Trovai 5 programmatori (sempre a Genova, vedi il destino) con i quali cominciai un'avventura che ancora continua. Produssi, insieme a loro, un videogioco per la realtà virtuale di Playstation e insieme fondammo Untold Games, una società di videogiochi con sede a Genova. L'anno prossimo usciremo con il nostro prossimo videogioco. Sarà un momento speciale.

Poi, dopo aver dedicato soldi e tempo (più di tre anni) allo sviluppo della società, tv e cinema mi richiamarono. Era chiaro che non potevo dedicare tutto il mio tempo ai videogiochi e quindi delegai. Mi fidai dei miei soci. Fu la scelta corretta, poiché hanno, negli anni, reso quel piccolo gruppo che eravamo una realtà con più di 30 dipendenti.

Ma io ero ancora davanti a me stesso. Cosa dovevo fare? Che strada potevo percorrere? Regia? no. Produzione? No. Montaggio/cinema? No. Videogiochi? Nemmeno.

Arrivò la fine del 2019, avevamo deciso di andare a vivere a Parigi qualche mese per vedere se qualcosa si muovesse. In quel periodo, proprio mentre ero in aeroplano in direzione della "ville lumière", cominciai a scrivere. Iniziai con una poesia che però si allargò, e nacque in me il desiderio di svilupparla.

Passai i mei giorni parigini a scrivere "La Rovina Dell'anima" un libro di fantascienza che si svolge in una Roma futurista, la storia di un collettore di dati, ma anche la storia di un futuro in cui l'uomo vale poco e niente, in cui il mondo si è spento, pur di accendere le macchine.

In quel momento compresi che scrivere are una strada che volevo percorrere. Ma poi, mi scontrai con le lentezze dell'editoria. Trovare un agente... parlare con Editori che hanno migliaia di manoscritti ancora da leggere e che hanno poco interesse ad investire su uno "sconosciuto".

Così nacque l'idea di andare da solo con il self publishing. Pur avendo trovato un agente letterario, decisi di mollare questa strada, scrivere un altro libro e pubblicarlo io. É così che nacque la Divina Avventura.

Grazie a questa esperienza ho capito molte cose, cosa (forse) funziona, cosa (forse) non funziona. Come procedere in avanti.

"L'Anello di Saturno" sarà figlio di tutta la conoscenza acquisita, non solo in questi anni di scrittura e pubblicazione, ma dentro vi troverete la mia regia, la mia recitazione, e persino i miei videogiochi.

Insomma, per tutti coloro che sono ancora alla ricerca di un senso, di una dimensione nella quale sbocciare come fiori, non demordete. Fate, cercate, scoprite. Ci penserà la vita ad unire i puntini.

Come rinunciai alla mia cittadinanza

Sono nato nel '79, ero tra quelli che avrebbero dovuto fare il famigerato "servizio di leva". Riguardo a questo, voglio raccontarvi un fatto che mi successe. Una cosa piuttosto incredibile.

A 19 anni, tornato dal collegio in Francia, mi iscrissi alla facoltà di informatica di Milano. Passai alcuni esami, ma presto compresi che seguendo quel percorso non avrei mai realizzato il mio vero sogno: creare videogiochi. Una notte, guardando Rai 3 e vedendo gli attori divertirsi nella LIIT (Lega Italiana Improvvisazione Teatrale), decisi di tentare anche io. Cominciai con un corso serale e da lì entrai nella prestigiosa scuola del Teatro Stabile di Genova.

Vi dico questo perchè, dopo essere entrato allo Stabile, fermai gli studi universitari e i militari si fecero ben presto sentire, per chiamarmi a fare il militare. Io, ingenuamente, dissi che frequentavo un'altra scuola. Ma quando dissi che era una scuola "di Teatro", la loro faccia fu più che sufficiente a farmi capire che mi ero infilato in un vicolo cieco.

"La tua scuola di teatro non è riconosciuta per il rinvio del servizio militare." Mi dissero. Al che, avendo io all'epoca la doppia cittadinanza italo francese (sono Nato a Parigi, mio padre è italiano e mia madre è Francese) risposi con un "Va bene, allora vorrà dire che lo farò in Francia."

Dovete sapere che in Francia il servizio militare era stato cancellato! E quindi ero convinto di essere sfuggito alla ferrea disciplina militre. Ma alcuni mesi dopo, una telefonata mi gelò il sangue.

"Visto che non fai il militare in Francia, lo devi fare in Italia."

Impossibile chiedere un permesso. Impossibile chiedere un rinvio. Il mio sogno di recitare si stava per infrangere davanti ad una burocrazia morente! Ero l'ultima leva a dover fare il militare! Cosa potevo fare? Avevo davvero una scelta? 

Un avvocato mi disse che una soluzione c'era, ma non era molto semplice… avrei dovuto rinunciare alla cittadinanza italiana. Avendone due, non sarei finito apolide.  Mi spiegò che avevo poco tempo, e che per farlo, dovevo andare all'ambasciata italiana di Francia, a Parigi.

Partii quindi da solo per Parigi e mi presentai all'ambasciata, vestito con una maglietta, un jeans i capelli arruffati e degli occhiali. "Voglio rinunciare alla mia cittadinanza italiana." dissi.

La segretaria mi guardò corrugando la fronte: "Va bene, puoi venire Giovedì prossimo." mi disse, fissandomi un appuntamento. 

Il giovedì successivo quindi mi presentai in orario, pronto a firmare qualsiasi cosa per poter finalmente seguire il mio sogno. Entrai nel grande ufficio dell'ambasciatore, con una grande scrivania di mogano, sopra il quale c'era un grande documento, un foglio di carta enorme, con scritto sopra una miriade di cose che non lessi, tanto il succo quello era.

"Dove devo firmare?" chiesi. L'ambasciatore (credo che fosse lui) mi indicò il punto in cui firmare, poi la segretaria aggiunse. "Dove sono i suoi testimoni?""

"I miei cosa?" chiesi frastornato dalla notizia.

"I suoi testimoni. Servono due testimoni."

Deglutii. "Urca, non lo sapevo." Sembravo un film di Pozzetto.

Uscii dall'ufficio e cercai se ci fossero persone disposte a farmi da testimone per rinunciare alla cittadinanza italiana. Trovai una gentile coppia che si offrì di aiutarmi.

Insomma, firmai, e il resto della storia la conoscete, divenni un attore in Italia, e partecipo attivamente alla crescita artistica del paese che adoro, purtroppo non come italiano, ma come uno straniero. 

Sembra un tema ricorrente della mia vita: sono straniero persino in casa mia.

Quanto c'è di me in ciò che faccio?

Sono un romantico. Nel senso più stretto del termine, ciò non riesco a fare la differenza tra ciò che faccio e ciò che sono.

Lo sono così tanto che ho deciso di fare del mio lavoro la mia indole. Dell'arte la mia espressione. Questo approccio, così emozionante, fa si che una critica al mio operato come artista, spesso si ripercuota su di me come persona. Sono terribile ad accettare le critiche.

Poco fa ho scritto una pagina in cui parlavo di come fare delle critiche un punto di costruzione, un momento di opportunità per crescere. Ma in realtà io faccio fatica ad accettarle, perchè le prendo sul personale. Quando frequentavo gli Stati Uniti per promuovere la società di videogiochi che ho aiutato a fondare, e incontravo giornalisti per il videogioco che avevamo sviluppato, mi resi conto che questa caratteristica è molto comune negli italiani.

Addirittura è noto, nel mondo del lavoro statunitense, che gli italiani sono creativi, passionali e divertenti, ma hanno un grande difetto: prendono tutto sul personale. Gli statunitensi invece, così pragmatici, hanno ben chiara la delimitazione tra personale e lavoro.

Una critica lavorativa è esclusivamente mirata ad un certo aspetto della vita, quella del lavoro appunto. Da noi, una critica lavorativa rischia di finire con citazione di madri e insulti che farebbero rivoltare nella tomba i nostri avi in men che non si dica.

Quindi, alla domanda quanto c'è di me in ciò che faccio come artista, dovrei dire "tutto". Ciò che faccio è ciò che sono. Non c'è nessuna distinzione. I personaggi che scrivo sono frammenti di me, come pezzi di uno specchio rotto, che riflettono una parte più o meno sepolta del mio io.

Ogni volta che vengo attraversato da un sentimento o da un'idea, un agente dentro di me se la ricorda, ne prende nota. É un processo inconscio, al quale non faccio più nemmeno caso. Ma è come se sepolto sotto il mio io, ci fosse una valigia di ricordi, emozioni, sensazioni, che al momento giusto, mentre sono nella furia descrittiva di una scena, prendono il sopravvento e cominciano a riversarsi nelle pagine. A volte rimango stupito da quello che ho scritto, non perchè sia trascendentale o stupefacente in sé, ma perchè non mi sembravano idee o emozioni presenti al momento in cui posavo le dita sulla tastiera.

Per esempio, mi succede che nel recitare una scena, io venga travolto da qualcosa che in quel momento emerge in me, per via delle parole dette. Come se vi fosse un lato mio nascosto a me stesso, che attraverso il mio operato artistico si manifesta. Ricordo che quando girai cenerentola, mio nonno era mancato da poco. Alcune scene, che non erano legate al tema del lutto, furono invece delle valvole di sfogo durante le quali riuscii ad andare in un profondo contatto con questa parte ferita di me.

Oggi ho scritto una scena tra due personaggi del mio prossimo libro. Due donne sui 60 anni, Rosa e Flora. Entrambe con un bagaglio di odio e non detti lungo quanto una vita nei confronti l'una dell'altra. Mi aspettavo che dalla scena emergesse un'energia nervosa, violenta quasi. Un litigio almeno. Invece, le due donne hanno trovato un punto in comune nel loro dolore, qualcosa che poi le ha unite il tempo di un silenzio. E la scena si è conclusa con un invito a bere il tè e parlare. Non me lo aspettavo proprio. Chissà, forse significa che anche io ho bisogno di riappacificarmi? 

Personalmente, non penso che un artista possa distanziarsi a tal punto dalla sua opera da dire "è tutta tecnica". Almeno, io non vorrei diventare quell'artista. Penso che la tecnica, come ho detto più volte, sia necessaria, ma non sufficiente. Bisogna cedere qualcosa in questo scambio continuo con il lettore, con lo spettatore. L'essere umano riconosce l'autenticità. Siamo costruiti per essere i più abili e sopraffini analizzatori della realtà. Non ci facciamo fregare facilmente, almeno, non nel profondo. Per coloro che sono alla ricerca di un senso, di poesia, che hanno allenato il loro cuore a frequentare l'autenticità, non c è verso di fregarli: l'artista deve donare qualcosa di sé. Persino nell'arte concettuale.

Per me l'arte è fondamentalmente un processo romantico, la manifestazione empirica di un sentimento interiore ineffabile. Mistico, ma reale. E per voi, cosa è l'arte? Perchè c'è questa necessità di fruire e fare arte nel nostro mondo?

Il destino di un padre

Era notte. Mi trovavo in un villaggio medievale, un tipico borgo italiano in salita. Provavo una strana sensazione di vuoto, come se una parte di me si fosse allontanata, come se una solitudine straziante mi stesse aspettando. Potevo sentire i grilli e i miei passi sull'asfalto. Ero io, ma apparentemente più vecchio. Era un sogno, sebbene non ne fossi consapevole. I sogni, mentre li viviamo, spesso appaiono indistinguibili dalla realtà. Dentro di me c'erano tutti i ricordi preziosi che avevo accumulato durante la mia vita - la mia infanzia, la mia famiglia.

Mentre salivo il ripido sentiero di cemento, notai un'automobile, una macchina gialla antica, quasi fuori dal tempo, con il motore acceso. Dal tubo di scarico usciva del fumo. Era sul punto di partire. Avvicinandomi, realizzai che conoscevo chi era al suo interno. Era Elettra, mia figlia. Nonostante sapessi che era cresciuta, non potevo fare a meno di pensare a lei come una bimba di sei anni. Era alla guida dell'auto. Non la potevo vedere, ma sapevo che era lì.

Il motore aumentava di giri, era pronto per partire. In quel momento, mi resi conto che ero stato io a insegnarle a guidare, che avevo dedicato la mia vita al suo futuro, che le sue mani sul volante erano il risultato delle mie scelte, del suo amore, del suo desiderio di imitarmi, di seguire il mio cammino. E proprio in quel momento, mi resi conto di non averle insegnato a frenare.

"Non partire!" gridai. Ma in questo sogno, ero muto, ero solo con i miei pensieri, il mondo non era altro che una proiezione delle mie paure più profonde. La paura di perdere il controllo, la paura della perdita.

Mentre osservavo l'auto allontanarsi rapidamente, fui sopraffatto dalla disperazione per non averle insegnato a frenare.

Mi svegliai di colpo. Era ancora notte. Ero nel letto, l'aria condizionata era accesa, a 26 gradi, un clima confortevole. Mi alzai senza svegliare nessuno e mi diressi verso la stanza di Elettra. Il suo piccolo corpo addormentato sul letto era meraviglioso. Sembrava voler occupare tutto lo spazio disponibile, con le braccia larghe, le gambe distese e la bocca aperta. Mi avvicinai per guardarla meglio. Piccolo naso, occhi chiusi, guance così lisce...

"Un giorno crescerai, un giorno te ne andrai. Ma non sarà stanotte e nemmeno domani. Prometto che ti insegnerò a correre. Ma anche a frenare."

Come ho Imparato a Rispettare Gli Altri

Quando ero un ragazzino ("pischello", come si direbbe a Roma) non ero un bravo studente. Non perché mancasse l'intelligenza, ma piuttosto perché, da vero Toro, non trovavo nelle lezioni teoriche un'applicazione pratica che potesse migliorare la mia vita. Sono una persona semplice: quando imparo qualcosa, è perché mi serve, altrimenti la dimentico. Infatti, il mio apprendimento è proseguito ben oltre l'età della maturità. Ho iniziato a studiare seriamente all'età di 20 anni, quando ho preso in mano libri che mi servivano per migliorarmi nei campi che trovavo interessanti e che avevo deciso di coltivare per gli anni a venire: la comunicazione, la recitazione, la scrittura. Non avete idea di quanti manuali ho accumulato nel corso degli anni. Per più di un ventennio, ogni mio scritto era sempre accompagnato da un nuovo manuale, un testo di riferimento sul quale studiavo e applicavo le teorie che incontravo. Ho bisogno di mettere in pratica per capire. Ricordo il funzionamento di qualcosa solo quando riesco a realizzarlo.

Al collegio, la professoressa di francese ci aveva dato un compito da svolgere in gruppo. Eravamo in tre: Vincent, Emanuele ed io. Eravamo i tre italiani della classe (il collegio era in Francia) e quindi eravamo legati, seppur molto diversi tra di noi. Emanuele, negli anni, divenne uno dei miei più cari amici. Ognuno di noi doveva fare una parte del compito. Non ricordo cosa mi toccò, ma ricordo bene che la domenica prima della consegna del compito, prevista per il lunedì, non avevo fatto nulla. Assolutamente nulla. Ero così, all'epoca. Non mi interessava nulla, se non andare nel bosco con i miei amici e divertirmi. E così avevo fatto, abbandonando ogni responsabilità. Ma finché questo completo abbandono riguardava solo me, nessuno mi aveva mai rimproverato. In questo caso, tuttavia, stavo danneggiando altri ragazzi, un gruppo che non avevo scelto. Emanuele mi diede una lezione che ancora ricordo. Mi spinse, mi fece cadere, mi disse che dovevo rispettare gli altri, che non potevo comportarmi come se fossi l'unico al mondo. Fu una lezione dura, sia per il mio orgoglio che per la violenza che conteneva. Eppure, fu una lezione che ancora porto con me e che, dopo più di 25 anni, non ho dimenticato.

Emanuele aveva ragione, forse non nei modi, ma nel contenuto. Sapeva che ero un ragazzo sveglio, sapeva che potevo fare meglio, e soprattutto non avrebbe mai permesso a qualcuno di calpestare la sua libertà. Siamo tutti collegati, ognuno di noi è parte di un sistema, ognuno di noi è responsabile di qualcosa oltre al proprio piccolo mondo. Ogni volta che vi mettete in macchina, ogni volta che decidete di agire, lo fate per voi, ma lo fate in un luogo dove anche altri agiscono.

Pochi hanno avuto l'opportunità di cambiare rotta durante il loro percorso in questa vita, di cambiare radicalmente approccio. Passai la notte a recuperare quel compito. Feci tutto il possibile per farlo al meglio delle mie limitate risorse, poiché, come vi ho detto, non studiavo. Riuscii a produrre ciò che mi era stato richiesto, e ottenemmo un voto sufficiente per il compito. Non fu un trionfo, almeno non dal punto di vista del risultato. Ma quel giorno, grazie alla tenacia di colui che poi divenne un amico per la vita, cominciai a cambiare verso il Flavio che sono oggi.

Quindi, un ringraziamento speciale a Ema.

La gioia del fallimento

"Fallire è la prerogativa dei migliori." Avete mai sentito questa frase?

Il successo nasce dagli errori. E non uno. Nemmeno dieci, ma innumerevoli: bisogna fallire finché non si coglie la corretta via. E questa potrebbe essere dietro l'angolo oppure oltre l'orizzonte. Attraverso i fallimenti impariamo a progredire e progredendo, impariamo a gestire le sconfitte, finché un giorno, dopo aver esplorato ogni possibilità, ci si trova a volare. La strada della conoscenza è un sentiero costellato di esperienze non andate a buon fine, poiché l'esperienza stessa altro non è che l'equilibrio tra l'informazione acquisita e il tentativo di applicarla, in un eterno ciclo di feedback.

Lasciate che vi racconti la mia vita.

É stata una serie di tentativi e fallimenti, in gran parte artistici. Iniziai a suonare il violino a 8 anni e smisi a 12, quando mi confrontai con una giovane prodigio che schiacciò, con il suo talento, ogni mia velleità "Paganiniana". A lenire il dolore ci pensò il mio primo computer, regalatomi da mio padre, un informatico nell'era degli anni '80. Arrivato in collegio, intrapresi la chitarra, ma non riuscii ad eccellere nemmeno lì. Strimpellavo. A scuola non brillavo, anzi, mi hanno addirittura bocciato. Poi, una volta tornato in Italia, intrapresi gli studi in informatica all'università, ma anche lì, il percorso non mi si addiceva. Fu allora che scoprii il teatro, dove trovai una certa facilità nel fare ciò che mi veniva richiesto con risultati più che discreti.

Dopo aver messo da parte qualche soldo lavorando per l'ex marito di mia sorella come cameriere durante l'estate, produssi il mio primo spettacolo teatrale, che, pur andando in perdita, mi aprì le porte della regia al Teatro Stabile di Genova. Li scrissi e diressi altri tre spettacoli, l'ultimo dei quali fu talmente controverso da offendere così tanti che mi fu chiaro che quello non era più il posto per me. Andai a Roma dove girai film famosi e serie tv popolari. Spesi i soldi guadagnati per dirigere tre film indipendenti, che potete vedere gratuitamente sul mio sito QUI. Non guadagnai nulla, se non sicurezza e conoscenza.

Poi, non avendo trovato nessuno disposto a investire in me, decisi di investire tutto ciò che mi rimaneva in un progetto audace: un videogioco in realtà virtuale. Fortunatamente, trovai persone competenti con cui fondai "Untold Games", che ora è una delle più importanti realtà di gaming in Italia.

Oggi, come molti di voi sanno, ho deciso di cimentarmi nella scrittura di romanzi - e non solo - visto che mi pubblico da solo. Insomma, non smetto di cercare i muri dove sbattere la testa!

Guardandomi indietro, vedo una strada costellata di fallimenti, sì, ma vedo anche lezioni di vita inestimabili, vedo la gioia di seguire le mie passioni, e ricordo amici che non vedo più ma che sono e saranno per sempre nel mio cuore. Non importa quanto sia difficile perseguire i propri sogni, farlo è un'avventura degna di essere vissuta.

Recentemente ho avuto una conversazione con un mio amico che, dopo aver venduto la sua azienda per una somma straordinaria, a cena mi confidò: "Flavio, non so cosa fare ora." In effetti, mi chiedevo anch'io: cosa fai quando hai la possibilità di fare qualsiasi cosa, ma ti sembra di non avere più niente da fare? Gli risposi: "Ricorda quello che desideravi fare da bambino e fai proprio quello." Sorrise, e ancora oggi, quando ci incontriamo, mi ringrazia per quel consiglio.

Come trasformare la propria vita in un'opera d'arte

La questione dell'arte. Mi chiedono spesso cosa direi a un giovane aspirante attore per aiutarlo. Questa richiesta porta però con sé un peso, perché in un certo senso, una risposta diretta può indirizzare quella persona lungo un percorso difficile. Quindi, invece di elencare i requisiti per essere un attore o un artista, parlerò del mio personale viaggio in questa professione.

Sin dall'inizio, sono stato abituato al cambiamento. In parte per necessità, cambiando scuola ogni tre anni, e in parte per l'educazione ricevuta. Ho viaggiato molto, i miei genitori mi hanno portato in posti meravigliosi come il Senegal, la Giordania, il Marocco. Subito dopo la caduta del Muro di Berlino, si sono messi in auto per scoprire quell'Europa che ancora non si era omologata alla cultura occidentale. Durante la guerra in Iugoslavia, trascorrevamo le estati in Croazia. I miei genitori sono due avventurieri che mi hanno instillato l'amore per la diversità.

Da piccolo, ero un buon studente a scuola, ma con il tempo, forse a causa di questi cambiamenti continui, sono diventato quello del banco in fondo, critico, autonomo, mediamente bravo pur senza studiare. Non certo un modello da seguire, ma questo atteggiamento mi ha avvicinato a nuove passioni. Alcune positive, altre meno. Ma l'arte era già nelle mie vene. Volevo essere parte dello spettacolo di fine anno della scuola, e poi decisi che il mio destino era creare videogiochi, quello che per me è la più grande forma d'arte contemporanea.

Tuttavia, quando sono tornato in Italia, ho dovuto fare i conti con la realtà dell'università italiana, priva di pratica e applicazione. Così, esame dopo esame, ho realizzato che l'informatica non mi avrebbe portato dove volevo. Ma ho scoperto la recitazione, e l'arte, ancora una volta, mi chiamò.

Sono un mix tra Forrest Gump e James Dean. Ho seguito le mie passioni, con la sana follia e leggerezza di chi non ha responsabilità. Ma c'è una cosa che mi ha aiutato, soprattutto all'inizio: non ho mai fatto debiti. Questo mi ha permesso una grande flessibilità, cosa che l'arte richiede.

Spendi i soldi in modo preciso: investi in strumenti del tuo lavoro creativo, evita gli sprechi. Compra un buon computer, una macchina fotografica, libri su sceneggiatura, regia, recitazione, storyboard, e poi altri libri ancora. Spendi per imparare, mai per consumare.

Ricorda che la parola "tecnologia" deriva da "teknè", che significa arte. Gli strumenti, per qualsiasi artista, sono cruciali. Ogni percorso artistico è unico. Ogni vita è una storia a sé. Le regole di condotta si sanno inconsciamente, ma le ribadirò: Ama te stesso e richiedi rispetto. Circondati di persone che ti migliorano. E vivi questa avventura con un pizzico di follia, una generosa dose di disciplina, e affina la tua mente e i tuoi strumenti per brillare come un diamante appena tagliato.

Ricorda: l'arte non è una destinazione, ma un viaggio. Una danza intricata tra chi sei e chi desideri diventare. È la tua storia unica che rende il tuo percorso artistico inimitabile.

Quindi, se sei un giovane che sogna di diventare un artista, la mia raccomandazione non è tanto su cosa devi fare, ma piuttosto su come devi essere. Sii curioso, sii appassionato, sii aperto al mondo e alle sue molteplici sfaccettature. Permetti alla tua arte di evolvere con te, perché alla fine, l'arte che crei è un riflesso di te stesso.

Chi sono io?

"Chi sono?" Vi siete mai fatti questa domanda? Io lo faccio costantemente. Sono un esistenzialista nell'anima. Quando scrivo, è come se lentamente mi guardassi allo specchio e la mia immagine diventasse sempre più chiara. Le mie paure inconsce e i miei desideri emergono dalla scrittura e grazie a voi che mi leggete e ai vostri commenti, diventano evidenti. Riflettendo su ciò che scrivete, ho riconosciuto alcuni temi ricorrenti nei miei pensieri e nelle mie parole: la fuga, la sensazione di non appartenere. Costruisco la mia casa con i mattoni che mi fornite voi, con i vostri commenti.

Pensando alla mia inarrestabile ricerca di qualcosa di diverso, ho cercato di capire perché sono fatto così. Chi sono?

La mia infanzia è stata colma d'amore da parte dei miei genitori, ma anche piuttosto movimentata. Ho viaggiato molto, cambiato scuole più volte di quante  un bambino possa contare sulle dita. E quando le dita non bastano più, è doloroso, perché ci si sente soli. Ci si crea un mondo personale, si trova rifugio nei libri e nei videogiochi, si teme l'altro, non per diffidenza, ma per paura che anche quella persona, prima o poi, finirà nell'album di ricordi di viaggio. Sono cresciuto vagabondo. Mi paragonerei a una "pianta in un vaso" , senza radici nel terreno. Il vantaggio è che, spostandosi da un terrazzo all'altro, si possono ammirare diversi tramonti, esperire soli di diverse intensità, piogge forti o leggere. Si gusta la diversità del mondo. Ma le radici rimangono nel vaso, non si connettono a quelle delle altre piante intorno. Si cresce forti e rigogliosi, ma soli.

Ognuno di noi ha la vita che gli è stata assegnata. Ieri ho ricevuto un'email molto toccante da una signora che mi segue. Descriveva la sua situazione difficile. Molto difficile. Mi ha stretto il cuore. Non avendo parole o soluzioni da offrire, le ho scritto un breve messaggio di incoraggiamento. Mi sono sentito così superficiale nel confortare una persona che potrebbe avere il doppio della mia età. Chi sono io per dire "Andiamo" o "La vita è bella", quando della vita ho conosciuto principalmente la fortuna? Certo, conosco i miei angoli bui, ma a volte penso che siano fin troppo illuminati.

Sì, sono fortunato.

Tuttavia, se riusciamo a guardare oltre noi stessi, siamo tutti fortunati. Siamo fortunati a vivere in Italia, o meglio, in Europa. Un paese che non ha vissuto una guerra per quasi 80 anni. Un paese che aiuta chi è in difficoltà, che accetta diverse fedi religiose, agnostici, atei. Un paese con una storia millenaria. Siamo fortunati a essere nati qui. Ma se allarghiamo ulteriormente la nostra visione, siamo fortunati semplicemente a essere vivi. Il processo di fecondazione che chiamiamo "amore" è un campo di battaglia. Per la nascita di ciascuno di noi, milioni di spermatozoi hanno incontrato un destino negato. Solo uno ha trionfato. Uno solo. Siamo i vincitori della lotteria della vita. E per questo, dovremmo essere grati per le sofferenze, le delusioni, le gioie, i ricordi e tutto ciò che il tempo e lo spazio ci donano incessantemente.

La mia esistenza è un mosaico di luoghi, persone e esperienze. Tutti pezzi unici che insieme creano il quadro della mia vita. C'è tristezza e gioia, solitudine e compagnia, ma attraverso tutto, c'è la scrittura. Il mio specchio, il mio rifugio e il mio mezzo per esplorare chi sono.

È un viaggio costante alla scoperta di noi stessi, e ogni giorno è una nuova opportunità per leggere e scrivere la propria vita. Quindi non smettiamo di farci domande, di cercare risposte, di riflettere sulla vita e sulle esperienze. Continuiamo a viaggiare, a sperimentare, e  a imparare.

Il mio percorso artistico

Il mio debutto artistico, per rintracciare le mie radici, risale a mio nonno: un falegname, pittore e cuoco. Insomma, uno di quella generazione che ha contribuito a ricostruire l'Italia con impegno e sensibilità. Era letteralmente un uomo d'altri tempi, con occhi così chiari da sembrare quasi bianchi. La sua storia d'amore con mia nonna durò oltre 60 anni, e quando lei se ne andò, lui la raggiunse un anno dopo. Ciao Nonna. Ciao Nonno. Vi capita mai di pensare che ci stiano osservando e ridendo, considerando quanto poco sappiamo di ciò che ci aspetta dopo? A me sì.

Tornando al mio percorso artistico. Dicevo, nonno pittore. Ma anche Zia illustratrice. Per 40 anni ha messo in pagina i migliori fumetti francesi, tra cui quelli di Enki Bilal. I miei genitori non sono artisti, ma ho avuto una costellazione di persone che mi hanno dato, negli anni, i semi necessari per conquistare i miei desideri: l'amore incondizionato dei miei genitori mi ha permesso di crescere sorretto dalla certezza che loro sarebbero stati lì a raccogliermi in caso di caduta. E così è stato.

L'ultimo mio anno di maturità, avevo studiato così poco che i libri - acquistati ad inizio anno - erano rimasti così chiusi che ad aprirli si sentiva la colla che legava le pagine "rompersi" 😁

Ero una "pecora nera", al punto da essere espulso dal collegio negli ultimi quattro mesi, proprio prima degli esami di maturità. Mio papà mi raggiunse, mi aiutò a studiare e mi sostenne durante tutto quel periodo. Contro ogni aspettativa, mi diplomai con menzione, nonostante fossi considerato nel collegio un personaggio da evitare perché troppo "borderline". I pregiudizi accumulati in 5 anni di collegio sarebbero degni di un capitolo a parte.

Non sono mai stato un bravo studente, ma ho letto e continuo a leggere molto, arricchendo il mio bagaglio culturale giorno dopo giorno. Perché? Perché non ho mai smesso di cercare. Coloro che si fermano e accettano le risposte senza discutere, aderiscono al sistema ma non crescono più. Sono un ribelle nell'anima e ho così tanti aneddoti dal collegio che forse, un giorno, scriverò qualcosa a riguardo. Ogni volta che a tavola ne racconto uno, esce sempre fuori una voce che dice "ma scrivi il libro!" Quindi chissà.

Tornando al tema principale, la tecnologia e l'arte: nonno, zia, scuola, e poi mio padre, un informatico che mi mise tra le mani un computer all'età di otto anni. Da lì, il mio percorso artistico si è sviluppato attraverso recitazione, regia, produzione, film, serie, videogiochi, poesie e libri. Non credo ci sia un regno della narrazione in cui non abbia messo piede!

In molti di questi ambiti, soprattutto quelli "antichi" come il teatro e l'editoria, ho percepito una forte avversione verso la tecnologia. Tuttavia, l'etimologia della parola "tecnologia" deriva da "Teknè" (arte) e "Logos" (discorso). La tecnica è parte integrante dell'arte e ogni nuova forma d'arte è legata alla tecnologia, come il cinema.

Grazie alle mie passioni nerd, ho sempre avuto una propensione verso la produzione di arte "tecnologica". Eppure, ora mi confronto con il libro, l'origine di tutto. Anche lì, le cose sono cambiate. Pensate a questo articolo e a quanti aspetti tecnologici nasconde: registrazione audio, commenti, condivisioni via e-mail e sui social network. Tutto ciò richiede una vasta combinazione di conoscenze tecnologiche, oltre, ovviamente, a contenuti interessanti e significativi.

L'arte continuerà a evolvere parallelamente alla tecnologia. L'intelligenza artificiale e le nanotecnologie trasformeranno il mondo futuro (purché non lo distruggiamo prima), e l'artista deve essere colui che si trova in prima linea, inseguendo instancabilmente qualcosa di nuovo e sperando di non essere colpito da un proiettile vagante.

La mia storia personale e la mia esperienza con l'arte e la tecnologia dimostrano che è possibile combinare tradizione e innovazione. Che si tratti di raccontare storie attraverso il teatro, il cinema, i fumetti o i libri, l'arte è destinata a cambiare e adattarsi alle nuove sfide e alle nuove opportunità offerte dalla tecnologia.

Come artisti, dobbiamo abbracciare il cambiamento e utilizzare la tecnologia per ampliare le nostre possibilità espressive e comunicative. Non dobbiamo temere l'avanzata della tecnologia, ma piuttosto imparare a lavorare con essa, sfruttandone le potenzialità per creare opere d'arte che possano ispirare, emozionare e stimolare il dibattito.

Nel mio percorso, sono grato per l'eredità artistica di mio nonno e mia zia, e anche di tanti altri, e per il sostegno - soprattutto - incondizionato dei miei genitori. Grazie a loro, ho potuto esplorare il vasto universo della narrazione e della creatività, sperimentando le intersezioni tra arte e tecnologia.

Perché ho scelto il self-publishing: i problemi con l'editoria tradizionale.

Oggi desidero condividere con voi un argomento molto personale e controverso, che potrebbe sollevare dibattiti accesi soprattutto tra coloro che lavorano e prosperano nel mondo dell'editoria. Il tema che affronterò è il vero motivo per cui ho scelto di percorrere la strada del self-publishing.

Prima di tutto, cos'è il self publishing?

"Il self-publishing, o autopubblicazione, è un approccio alla pubblicazione di libri e altri contenuti in cui l'autore decide di pubblicare il proprio lavoro senza l'intervento di un editore tradizionale. In pratica, l'autore si assume la responsabilità di gestire l'intero processo di pubblicazione, dalla stesura del manoscritto fino alla promozione e alla distribuzione del libro."

Innanzitutto, tengo a sottolineare che non nutro alcun risentimento nei confronti di chi si dedica con passione alla scrittura, alla produzione e alla distribuzione di libri. L'editoria è un settore nobile e meraviglioso, e sarò sempre grato a tutte le collane (Adelphi e Astrolabio, parlo a voi!) che mi hanno permesso di arricchire il mio bagaglio culturale e di scoprire strumenti utili per la mia crescita personale. Pubblicare con un editore tradizionale può essere un'opzione affascinante e prestigiosa, soprattutto per chi non si sente portato per l'imprenditoria.

Tuttavia, ho notato che l'editoria italiana (e non solo) presenta alcune criticità che mi hanno spinto a optare per il self-publishing. Benché non abbia molta esperienza nel settore, ritengo che i seguenti problemi siano abbastanza gravi da aver influenzato la mia scelta.

Il primo problema riguarda la lentezza del processo editoriale. Da quando il manoscritto arriva sulle scrivanie degli editori alla sua pubblicazione possono trascorrere anni, il che rappresenta un ostacolo sia per il mio temperamento impaziente sia per il mio entusiasmo creativo. Gli artisti tendono a rinnegare i lavori precedenti e a voler promuovere solo le opere più recenti; un ritardo nella pubblicazione potrebbe quindi costringere un autore a promuovere un libro che non lo rappresenta più.

Il secondo problema concerne la libertà creativa. Un autore conosce a fondo la propria opera e desidera proteggerla come un figlio. Tuttavia, firmando con un editore tradizionale, l'autore rinuncia al controllo su aspetti cruciali come la copertina e la quarta di copertina. In caso di insuccesso, l'editore potrebbe decidere di abbandonare il progetto, mentre nel self-publishing l'autore ha la possibilità di cambiare strategia e di continuare a promuovere il proprio lavoro con determinazione.

Il terzo e più rilevante problema è di natura economica. Dopo aver dedicato almeno un anno e mezzo alla stesura del manoscritto, un autore che sceglie di pubblicare con un editore tradizionale riceverà un anticipo e dovrà attendere circa un anno per conoscere le vendite del proprio libro. La percentuale che gli spetta sul prezzo di copertina varia solitamente tra il 5 e il 10%, dopo aver coperto l'anticipo ricevuto. Inoltre, da quella somma, va decurtata la percentuale dell'agente che percepisce circa il 15/20% del guadagno dell'autore. A mio avviso, questa situazione è iniqua nei confronti dell'autore, che è la mente creativa dietro l'opera e che si è impegnato a lungo nella sua realizzazione.

E' facile scegliere il self publishing se si ha una certa fama e i soldi per investire in marketing, mi direte. E' vero, ma non è per questo che l'ho fatto. L'ho fatto perché sono convinto che questo percorso mi consenta di avere maggiore controllo sulla mia opera e di valorizzare al meglio il mio lavoro. Avrei potuto optare per un percorso più semplice e meno oneroso, ma il vero motivo che mi ha spinto verso il self-publishing è il rispetto che nutro per la figura dell'autore e la volontà di non accettare che siano considerati come l'ultimo anello nella catena dell'editoria. Gli autori sono il motore primigenio dell'intero settore.

Sono consapevole che il self-publishing comporta sfide e difficoltà, ma ritengo che offra agli autori l'opportunità di difendere con passione il proprio lavoro e di perseguire i propri obiettivi con determinazione. In futuro, pubblicherò un articolo che analizzerà in dettaglio i pro e i contro del self-publishing, per offrire un quadro più completo delle implicazioni di questa scelta.

Per ora, spero che questa mia "giustificazione" vi abbia offerto uno spaccato delle ragioni che mi hanno spinto a intraprendere la strada dell'autopubblicazione. Ogni autore ha le proprie motivazioni e priorità, e credo che sia fondamentale rispettare le scelte individuali in un settore così complesso e articolato come l'editoria. Il mio desiderio è che la mia esperienza possa essere d'ispirazione per altri autori e contribuisca a stimolare un dibattito costruttivo sul futuro dell'editoria e sul ruolo degli scrittori in questo panorama in continua evoluzione.

E poi... come dicono gli antichi: "Chi fa da sé, fa per tre"!

Il mio Editor: un incontro inaspettato sul set

Oggi vi racconterò di come ho incontrato il mio editor, Federico, e di come ha contribuito alla stesura del mio libro, "La Divina Avventura".

Tutto è iniziato durante le riprese di una serie tv chiamata "La Lunga Notte", diretta da Giacomo Campiotti per la Rai, nella quale interpreto Umberto II di Savoia. (Più avanti ve ne parlerò. In poche parole parla dell'Italia e comincia dopo il gran consiglio, e segue la caduta del fascismo. Una "the crown" italiana.)

Tornando al mio incontro....

Federico è un assistente alla regia brillante e intelligente, e durante le pause del set ci ritrovavamo spesso a parlare della sceneggiatura del film e della storia. Un giorno, mentre ero nel mio camerino a scrivere al computer (perché ho questo "difetto", appena posso scrivo, ovunque sono, sul telefono, sul computer, su un pezzo di carta), gli ho proposto di ascoltare quello che stavo facendo: stavo scrivendo un libro di avventura fantasy a tinte spirituali, che ai tempi si chiamava "Overton". Gli ho raccontato dei miei metodi di scrittura, dei famosi 500 paragrafi e della meccanica dei 5 movimenti. Federico mi ascoltava con interesse e mi dava consigli che trovavo piuttosto azzeccati.

Verso la fine delle riprese, gli ho proposto di leggere la sinossi del mio libro, un elemento fondamentale per mettere a fuoco la storia che volevo raccontare. La sinossi Un documento di una pagina al quale avevo dedicato decine di ore. Federico ha accettato e, dopo aver letto la breve sinossi, mi ha dato alcuni consigli davvero utili. Una volta terminate le riprese, ci siamo salutati e gli ho promesso di inviargli una versione aggiornata della sinossi via WhatsApp.

Un paio di mesi dopo, gli ho inviato la nuova sinossi (che ai miei occhi ingenui era perfetta) e lui mi ha chiesto (è molto cortese) se poteva lavorarci su un po'. Naturalmente, ho accettato e mi ha rimandato una versione con delle modifiche meravigliose! A quel punto, ho scoperto che Federico è uno studioso di lettere e filologia moderna, specializzato in linguistica, il che spiegava la sua abilità nel migliorare il mio testo con una raffinatezza rara.

Convinto delle sue capacità, gli ho proposto di fare l'editing all'intero romanzo. Anche se era una cosa che non aveva mai fatto prima, l'ho persuaso con tenacia a cimentarsi in questa sfida. Federico ha accettato e da allora abbiamo lavorato insieme sulla stesura finale. Che sta ancora andando avanti, perché mancano circa 2 mesi al lancio del libro, e quindi c'è sempre tempo per migliorare!

Grazie al lavoro di editing, sia sulla forma che sul contenuto, la mia scrittura è diventata più chiara, semplice e fluida. Sto imparando molto da Federico e da questa collaborazione che mi ha insegnato l'importanza della semplicità unita alla chiarezza di intenti. Ma non senza modulare con eleganza la scrittura, in modo da non renderla banale o monotona.

E questo è un consiglio valido nell'arte e nella creatività in generale. La semplicità è un grande traguardo, sì, ma non perché si hanno poche cose da dire, ma perché si hanno solo quelle cose da dire. Come dicevo prima, "La chiarezza d'intenti." Più potente è la chiarezza d'intenti, più potente sarà il segnale: chiaro e limpido. Come una radio. E poi, quello che conta quando si raggiunge quella chiarezza, anche grazie allo studio della tecnica, è il proprio rapporto con l'anima: lasciare che ciò che è puro dentro di noi si esprima liberamente, senza pregiudizi, senza giudizi.

La vita ci riserva sempre delle sorprese: chi l'avrebbe mai detto che avrei trovato il mio Editor così, sul set di una fiction? Eppure...

Sono grato di averlo incontrato in modo così inaspettato e di poter contare sul suo talento per rendere "La Divina Avventura" un'opera ancora più speciale.

E grazie anche a voi che mi state seguendo in questo viaggio che sta solo iniziando, ma già mi piace da morire.

Come nasce l'ispirazione?

Quante volte vi è capitato di essere attraversati da una sensazione, da una musica o un’immagine, solo per scoprire che l’avevate vista o sentita da piccoli ed era rimasta sepolta dentro di voi fino al giorno in cui, per un motivo misterioso, è riemersa?

L’ispirazione. Che cos’è? Da dove viene? Come molti artisti sanno, l’ispirazione nasce da mille luoghi e nessuno insieme, è un fenomeno conscio e inconscio, culturale e soprattutto, personale.

Sono cresciuto straniero in due mondi. Sempre un po’ fuori dal branco. Ero quello che da bambino veniva preso in giro ed era troppo sensibile per replicare. Non sono né italiano, né francese. Quando vivevo a Parigi, ero Flavio l’Italiano, ma quando arrivai a Milano, ero il francesino. Sono cresciuto così, forgiato in una personalità difficile, guidato dai miei genitori verso quella strada dove non devo nulla a nessuno e sono sensibile verso tutti. Questi aspetti della mia personalità, pregi e difetti, sicuramente si sono riversati nella mia storia e nei miei personaggi. La nostra anima guida l’ispirazione e l’ispirazione guida la mano.

Ho cominciato a leggere sin da piccolo, uno, due libri alla settimana. Ricordo che da adolescente, in spiaggia in Liguria, invece di giocare a pallone con gli altri sul bagnasciuga, leggevo Isaac Asimov e Luciano De Crescenzo con ancora la maglietta addosso, perché mi vergognavo. Non a caso, a fine vacanza, quando tornavo in collegio, ero più bianco di quando ero partito. Sono uno straniero nell’anima.

Le mie influenze letterarie sono tante, Italiane, Francesi, Americane. I romanzi di Jules Vernes e di Hermann Melville, in particolare Moby Dick, sono stati fonti importanti di ispirazione per la parte di avventura del libro. Il "Siddharta" di Herman Hesse è stato un libro che mi ha colpito profondamente e ha influenzato l’aspetto spirituale del libro, ma non solo. Dopo quel libro, ho cominciato il mio percorso spirituale. Ho divorato Asimov, Dick e Bradbury, adoro la fantascienza. Quella vera, quella filosofica. Senza alieni, astronavi o robot, ma tanta umanità. Amo anche il fantasy da Tolkien a Rowling, e quindi molte delle mie idee e situazioni che mi vengono in mente sono inevitabilmente derivate da queste fonti.

Poi c’è il cinema. I film che mi hanno plasmato l’immaginazione, da Kubrick a Hitchcock, da Spielberg a Verhoeven. E poi ci sono i cartoni animati. Giapponese, Anime, “Ken Shiro”, “Naruto”, “Death Note”, “Neon Genesis Evangelion”. Quando a 6 anni vivevo a Orsay (Vicino a Parigi), ricordo che c’era un VHS in casa con dentro un cartone animato cinese, in lingua originale, sottotitolato in inglese. Non capivo niente ma l’avrò guardato decine e decine di volte. E quando lo rivedo ora, riscopro quanto nel profondo mi abbia influenzato e ispirato. Per chi fosse curioso, eccolo :

Essendo stato anche un attore teatrale, mi piace prendere spunto da Shakespeare e dai grandi poeti. Soprattutto per i personaggi. Ho letto Molière, ho recitato Cechov, persino un inedito di Tolstoj. Recitare mi ha regalato una porta speciale nella mente dei grandi drammaturghi (penso che ne scriverò un articolo a sé per questa cosa).

Spesso, nel libro, infilo piccole citazioni come a ringraziare i giganti che mi hanno preceduto, poi le cancello perché non portano avanti l’azione.

Sono sicuro che la maggior parte delle influenze che mi guidano sono ancora sepolte dentro di me, e non vedono l’ora di manifestarsi. Ma intanto, mi hanno forgiato in modo così profondo da essere indivisibili dalla mia anima.

Scritture e Passioni

Oggi voglio presentarmi e spiegarvi un po’ come è nata la mia passione per la scrittura e l'arte in generale.

Sono nato a Parigi il 19 maggio del 1979 e, sin da giovane, ho sempre avuto una forte attrazione per la lettura e la scrittura. I miei genitori mi hanno educato alla lettura fin da piccolo e ricordo con piacere i primi tentativi di scrivere storie e fumetti. Ho divorato libri per anni.

Quando sono arrivato in Italia all'età di 8 anni, non parlavo italiano, ma ho imparato rapidamente la lingua grazie all'educazione ricevuta. Ho continuato a coltivare la mia passione per la scrittura durante il mio percorso di studi, che mi ha portato alla scuola del Teatro Stabile di Genova. Lì ho scoperto la mia passione per il teatro e ho intrapreso la carriera di attore, che mi ha portato successivamente a Roma, dove ho partecipato a molte serie televisive di successo.

Tuttavia, parallelamente alla mia carriera come attore, ho sempre coltivato la mia passione per la scrittura, producendo sceneggiature e Webseries. Circa 4 anni fa, ho deciso di scrivere il mio primo romanzo, un thriller di fantascienza, ma purtroppo non sono riuscito a trovare un editore. Non mi sono arreso, e 14 mesi fa ho iniziato a scrivere un secondo romanzo, l’oggetto di questa newsletter.

Questa newsletter vi introdurrà, passo a passo, alla pubblicazione del mio romanzo, parlerò di tutto, svelerò le mie ispirazioni, le musiche che ascolto durante la scrittura, le mie routine quotidiane, i temi principali del libro, le relazioni tra i personaggi, condividerò con voi la copertina, estratti del romanzo, i miei libri preferiti e tanto altro.

Spero che questo percorso vi appassioni tanto quanto ha appassionato me.

Grazie per avermi dato l'opportunità di condividere con voi la mia storia.

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Pensavo di pubblicare due articoli a settimana, uno il lunedì e uno il giovedì, secondo voi sono giorni adatti? La frequenza è sufficiente? Preferireste più articoli, oppure in altri giorni? Fatemi sapere nei commenti.

Un saluto,

Flavio

Il mio amore per la scrittura

Questa è il primo articolo che scrivo e sono felice di poter condividere con te il lato nascosto della mia vita. Oltre alla mia attività di attore, ho sempre avuto una passione per la scrittura e la creazione. Negli ultimi vent'anni ho dedicato il mio tempo libero alla creazione di film, sceneggiature, videogiochi e storie.

Nel mio tempo libero mi piace sognare storie. C'è qualcosa di affascinante nell'immergersi in un mondo immaginario, nella descrizione dei dettagli, dei cambiamenti d'umore e delle trasformazioni dei personaggi, e nella creazione di interi mondi che diventano metafore di altro.

In questo momento, sto lavorando al mio primo romanzo, un'opera fantastica, d'avventura e spirituale. Il genere fantastico mi attrae perché la cultura italiana ha una lunga tradizione di narrativa fantastica, grazie a Collodi e Alighieri. Mi piace volare con la fantasia, creare mondi immaginari e seguire le avventure dei miei eroi.

La componente spirituale è importante perché, a mio avviso, una storia che non tocca l'anima e non racconta un percorso di crescita interiore non vale la pena di essere letta.

Nei prossimi articoli parlerò del mio romanzo, dei temi che affronta, del titolo e condividerò alcuni estratti del libro, nonché delle opere che ho scritto ma che non ho pubblicato e dei libri che mi hanno ispirato. Ti prometto che non ci saranno spoiler.

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