Diario D'Artista
28 Marzo 2024

#117 I limiti della perfezione

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#117 I limiti della perfezione
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Nella "Divina Avventura" ho affrontato il tema della perfezione: del raggiungimento di quell'idea che abbiamo nel cuore, nella mente, ma che, in un certo senso, continua a spostarsi incessantemente. Il processo di ricerca che ci porta verso l'idea è la bellezza dell'arte, la sua natura più profonda. Per esempio, oltre a scrivere, gestisco questo sito sul quale, ogni lunedì e giovedì, pubblico il diario d'artista. Si tratta di un sistema complesso, che non starò a spiegare nel dettaglio, ma che coinvolge molteplici applicazioni e che può essere continuamente migliorato e ottimizzato.

Ho il terribile vizio di voler sempre migliorare anche ciò che funziona. Ripulire, ottimizzare, alleggerire sono cose che amo fare, come se risolvessi dei puzzle. Il problema è che spesso, nel farlo, rompo tutto. E, anzi, più rompo, più sprofondo nelle sabbie mobili della ricerca della perfezione. Non vi è mai capitato di rovinare tutto pur di migliorare qualcosa che non era nemmeno utile fare? Ecco, mi è successo la notte scorsa. Ho voluto pulire il database del sito da cose inutili – un lavoro che non era necessario, poiché non avrebbe cambiato nulla – e, nel farlo, ho rotto il sito. Ho passato tre ore, fino alle due di notte, a recuperare il salvataggio del giorno precedente e a rimettere tutto a posto com'era. Risultato? Quattro ore perse. Come potete vedere, il desiderio di perfezionare può essere deleterio.

Quante volte, mentre scrivo, mi rendo conto che il testo non è sufficientemente buono, che manca di umanità, di dettaglio, di vibrante emozione. E il primo istinto – fare editing – prende il sopravvento e sento l'irrefrenabile bisogno di mettere le mani sul testo, non a mente fredda, bensì a mente calda.

Per fortuna, ho imparato a tenere a bada questa pulsione, soprattutto grazie a Stephen King e al suo "On Writing", che non smetterò di consigliare a chi vuole scrivere. Uno dei principi fondamentali di King, in linea di massima, è quello di compartimentalizzare e far riposare il lavoro creativo. Questo significa, per esempio, non fare editing mentre si scrive. E ha ragione: sono due fasi completamente diverse. Una, la scrittura, è puramente creativa, esplorativa, un tuffo nell'ignoto. L'altra, l'editing, è razionalizzante, tendente all'ordine e alla comprensibilità. Certo, vi sono momenti in cui l'editing è creativo, così come vi sono momenti in cui la scrittura creativa è funzionale alla comprensione e non all'emozione, ma devo dire che evitando di fare le due cose insieme, si evitano disastri come quello che ho vissuto con il desiderio di migliorare qualcosa che andava già bene, perché assalito dal virus del perfezionamento.

La realtà è imperfetta, come ho spiegato in un articolo di un po' di tempo fa, la storia di una matita e della mia incapacità di non perderla. È importante saper fare i patti con il reale, abbracciare il superfluo come parte integrante della bellezza che ci circonda, accettare che la perfezione, a volte, è un passo indietro. Perché ci sarà sempre, per fortuna, qualcosa che sfugge alla mente razionale. Ed è proprio questa dimensione che dobbiamo raggiungere nell'atto creativo. E poi, dobbiamo fidarci di esso, pulirlo, limarlo, certo, ma anche inneggiarlo, difenderlo, amarlo. Insomma, come dicono gli americani: "If it ain't broke, don't fix it!". Che vuol dire "se non è rotto, non aggiustarlo."

A voi è mai capitato di perdervi in quel labirinto del perfezionamento che poi vi ha portato a rovinare tutto?

Alla prossima pagina.

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Maria Teresa Parodi
Maria Teresa Parodi
1 mese fa

Verissimo. Faccio per hobby piccoli lavoretti per me, tipo incisione su ardesia e macramè, e spesso mi è capitato di voler perfezionare il lavoro (specie quello su ardesia) rischiando di rovinarlo. Essere troppo perfezionisti a volte non è producente. Ciao Flavio

Ida Alimena
Ida Alimena
2 mesi fa

Come se capita!

Simona Caruso
Simona Caruso
2 mesi fa

Sono assolutamente d’accordo 💙👏

Elisa Mannelli
Elisa Mannelli
2 mesi fa

Quanto la capisco Flavio. Anch’io ho lo stesso suo vizio e puntualmente rovino tutto. Quando mi accorgo che non torna più niente, rimetto tutto esattamente com’era la prima. Risultato? Passa la giornata ed io non ho combinato assolutamente niente. Quante cose avrei potuto fare in quel giorno sprecato? Invece niente!! Allora mi arrabbio me stessa e mi auto -offendendo.

Elisabetta Spagna
Elisabetta Spagna
2 mesi fa

Verissimo!! Anch'io mi sono trovata ad esagerare nel voler perfezionare qualcosa che era già buono. Ora, non capita più, perché ho capito che è assolutamente sbagliato!!

Olesia Liardo
Olesia Liardo
2 mesi fa

A me succede sovente ......sono anche io perseguitata dal raggiungimento della perfezione....o meglio ad ottimizzare ogni mia azione,ogni mi atteggiamento.......forse perché sono cresciuta con un tipo di educazione rigida che ti suggeriva di dare sempre il meglio ,di non deludere gli altri,di sistemare al meglio ogni altra cosa ti sembrava poco efficiente.......
Purtroppo anche a me succede spesso questo ....
Alla prossima Flavio.

Dina
Dina
2 mesi fa

Amo la perfezione, quando devo fare qualcosa o intraprendere una nuova situazione (e ne ho avuto tante) cerco di farle bene, se inizialmente non ci riesco, lascio perdere, ma la mia mente ritorna sempre lì e,quindi, ci riprovo fino a quando non è perfetta. Mi rendo conto di esagerare, ma è il mio carattere. Aristotele afferma che “Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono” ma non sono d’accordo,, perché, secondo me, è una forma di lotta contro me stessa e faccio errori che cerco di non ripeterli. Condivido, però, quello che Marilyn Monroe ha affermato
“L’imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità, ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi.”
Potrebbe sembrare una contraddizione, ma penso che la perfezione sia anche essere imperfetti

Mariangela
Mariangela
2 mesi fa

Buongiorno, Flavio. Tocchi un tasto dolente con questo ultimo articolo:che mi induce a un racconto tragicomico della mia lunga storia con il il perfezionismo, che all’inizio della mia “carriera “di impiegata( poi funzionario) pubblico, cominciata a poco più di vent’anni; mi si imputò, perfino, in una relazione amorevole della mia superiore, Leonia, segretaria scolastica, come difetto, perché ovviamente in termini di velocità di conclusione di una pratica amministrativa può comportare qualche svantaggio forse rispetto a pratiche svolte piu velocemente. Apprendevo a bocca amara, non senza stupore, allora quanto fosse inteso come un deterrente anziché apprezzata la cura e la preoccupazione che io, ancora studentessa universitaria della Facoltà di lettere( mi restava un ultimo esame che sostenni già impiegata: psicologia dell’età evolutiva) mettevio nel disbrigo delle mie mansioni, allora esecutive, ( si trattava del mio primo lavoro) anche considerando che con i mezzi tecnici(allora macchina da scrivere) non ho mai avuto dimestichezza , forse semplicemente per una impreparazione al loro uso.
Forse, perché anche con la guida, pur patentata a 18 anni, non ci ho saputo mai fare….Che sia un’idiosincrasia?. Non so, come con i numero che fin da alunna di scuola media mi mandavano in panico, paralizzandomi il cervello al solo pensiero di doverli usare per risolvere i “problemi” di antica memoria…
Allora ,comunque , mi consolai , valutando la critica come malevola esternazione per cercare idi mettermi in ombra, per una malintesa “giustizia” che purtroppo incontrai nel corso della mia carriera in ambito scolastico,, , sia come allieva che come impiegata non docente, a motivo della mia parentela con dirigenti del settore, perché , al contrario di quello che sarebbe stato ovvio pensare, non fui mai trattata con un occhio di riguardo, ma se mai critico : che non mi facesssi idee di superiorità o che altri potessero insinuare favoritismi.
Poi la mia tesi di laurea , in Lettertura italiana contemporanea, fu l’esempio più eclatante di esasperato perfezionismo e qui sì esso mi danneggiò molto, facendomi ritardare lil conseguimento della Laurea. Siccome in cuor mio sapevo che mi sarei sottoposta a una prova importante, in completa solitudine, giacché fieramente mai avrei accettato aiuto o suggerimenti dai docenti di lettere che avevo in famiglia, e però consapevole che ci si sarebbe aspettato molto da me, da sempre apprezzata come alunna di italiano, in particolare per la scrittura, continuavi a raccogliere materiale r(fase di ricerca su giornali e riviste per lo,più , spesso su microfilm, con notevole affaticamento visivo)dal momento che non esistevano libri sull,’argomento affidatomi),(come spesso per le tesi si affrontavano problematiche non ancora battute) , ma non mi decidevo a scrivere , allontanando il problema. e poi , iniziato il mio componimento , quante volte ogni parte ho steso? Non lo ricordo più. Che poi quando rileggevo mi emozionavo perché mi piaceva ciò che avevo prodotto e mi entusiasmava il relativo progetto da sviluppare , ma lo limavo e ristendevo a non finire, insomma la mia tesi( che sentivo scandalizzata altri commissionavano a esperti disponibili): pareva una tela di Penelope.. a volte distruggevo parti ben scritte per poi ricredermi e doverle rifare…e il tempo passava. Qualcuno vicino a me mi canzonava …come volessi essere eterno studente ( a mo’ di Alberto Sordi in un suo celebre film) chissà non avesse ragione…? Ho sempre rimpianto il periodo degli studi universitari e lo stile da bohémien che specie allora, a noi figli del 68 era concesso…
Poi conclusi, in uno stato allucinato di stress, solo,perché trascinata alla discussione da quel sant’uomo del mio Relatore, eccellente Docente e scrittore, che pose fine alla mia folle impresa…, con risultato eccellente che mi rese giustizia, questa volta finalmente e soprattutto con la sua lode : lei scrive bene! Con cui mi esortava a continuare a farlo…
In seguito, maturando, dalle sconfitte della vita apprendevo la lezione del relativo che smussò le mie pretese innate , e avvilì anche qualche sogno purtroppo in modo irreversibile, anche e soprattutto perché l’imperativo di accontentarsi non mi ha mai convinto, del tutto, tanto che neppure oggi mi appartiene.
Ora considero comunque il perfezionismo una specie di patologia benigna di gioventù,, una sorta di ubris (superbia a dismisura), in realtà del tutto accessoria, un lusso non una necessità, però assolutamente comprensibile e tollerabile e resto indulgente verso quella mia antica propensione come la comprendo benissimo coloro che ne siano soggetti.
Buon fine settimana e buona festa. Di Pasqua, caro Flavio. Auguri in famiglia in particolare ad Elettra, di trovare belle sorprese nelle uova che riceverà…. Alla prossima pagina., mentre continua a piovere…Grazie. Mariangela

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