La crisi dello streaming

Ultimamente, quando vado su una piattaforma streaming, passo più tempo a decidere cosa guardare che a guardare qualcosa. Capita anche a voi?

Nel 2023, le piattaforme hanno registrato, secondo i dati ufficiali, una perdita complessiva di 5 miliardi di dollari. Questo ha spinto molte aziende a rivedere le loro strategie, portando a fusioni e - come sappiamo - aumenti dei costi degli abbonamenti. Oggi voglio condividere una teoria su uno dei possibili motivi di questa crisi, che coinvolge però i temi a me cari: lo storytelling, e anche dati analitici e intelligenza artificiale.

Ricordate i tempi di "Roma" di Alfonso Cuarón? Era il 2018, non molto tempo fa. Ricordate che meraviglia era aprire Netflix? Io sì. Ero felice di andare sulla piattaforma, perché sapevo che stavano spendendo tutti i loro sforzi valorizzando artisti, con lo scopo di portarli sulla loro piattaforma.

All'inizio di questa rivoluzione, dovete sapere che le piattaforme streaming non erano viste di buon occhio da Hollywood e dal cinema in generale. Spesso succede con le nuove tecnologie. Il mondo del cinema è cambiato radicalmente: abbiamo assistito, in questi ultimi dieci anni, al crollo delle presenze in sala, dovuto perlopiù alla nascita delle piattaforme, al 4K, ai televisori giganti a prezzi bassi, ecc.

Insomma, ci fu un tempo in cui lo scopo di Netflix sembrava essere quello di conquistare gli artisti per ottenere credibilità e nuovi clienti. Offrirono a Cuarón più del necessario per realizzare un film che nessuno voleva fargli fare, e cosa è successo? Il capolavoro. Eh sì, perché se date a un genio la possibilità di esprimersi in piena potenza e libertà, le probabilità che vi dia un capolavoro sono alte.

Ma poi, negli anni, l'offerta delle piattaforme è andata a omogeneizzarsi. Le serie troppo "originali" e poco ortodosse venivano fermate a metà strada (penso a "The OA") per via degli ascolti bassi, e nuove serie, simili alle precedenti di successo, si sono moltiplicate. Per quale motivo?

Netflix, Amazon, ecc., sono società definite "data driven", cioè che seguono i "dati". Il famoso algoritmo. All'inizio, però, di dati non ne avevano, e quindi hanno chiamato i migliori artisti, usando i "dati" del mondo. "Chi sono i migliori registi? I migliori contastorie? Assumiamoli e facciamogli fare qualcosa di creativo. Poi faremo un'analisi di cosa funziona e capiremo."

E così, anno dopo anno, i dati hanno cominciato a popolare i tabulati. Qualcosa funzionava, qualcos'altro no. E sono cominciate a cadere le prime teste: le serie che non sembravano produrre il traino necessario venivano bloccate in corso d'opera.

Quando i dati sono arrivati finalmente in cima alla piramide decisionale, gli uomini d'ufficio, lontani dal campo di battaglia dell'arte, hanno pensato di avere il sacro graal. I dati hanno modellato la nuova generazione di prodotti, con la certezza che così facendo si abbattesse il rischio di un fallimento, di una brutta opera d'arte. Ed ecco che quello che prima era una fucina di caos e di creatività, si è trasformato nell'incasellamento dell'emozione, nel tentativo di controllare l'arte con una formula. Ah, l'eterno dilemma tra forma e sostanza!

Questa teoria non è certo nuova e sono in tanti ad averla affrontata. Il settore è in crisi, e la soluzione sembra essere abbonamenti più alti, meno condivisioni, insomma, più introito. Molti tendono più a conferire l'onere della crisi al contesto industriale, piuttosto che a quello creativo.

Non sono un economista e il mio focus è sullo storytelling. Il mio è un invito a riflettere a tutti coloro che sono coinvolti in questo sistema produttivo complesso e articolato. Da Aristotele in poi, abbiamo sempre provato a meccanizzare la storia. A comprendere cosa rendesse una storia davvero interessante, a livello meccanico. E Questi dati e algoritmi non sono altro che un ennesimo strumento di analisi di ciò che è stato fatto, non di ciò che deve essere ancora scoperto.

Non esiste una formula definitiva di successo per una buona storia, o per un buon film o serie, perché non sono i dati a creare la bellezza, ad emozionare o a far sognare. È l'anima del poeta che affronta con coraggio la possibilità di fallire, e che salpa alla scoperta dell'ignoto, proprio come il protagonista della Divina Avventura.

Con l'avvento dell'intelligenza artificiale e dei modelli LLM, il messaggio della Divina Avventura diventa sempre più importante: noi dobbiamo cercare una sensibilità più vicina al cuore che alla matematica. Imperfetta, quindi umana. E poi, chi sceglie la strada dell'arte, deve lottare per quel desiderio, sperimentare, rischiare, tuffarsi verso l'ignoto. Il timone va dato agli artisti, non alle macchine!

Alla prossima pagina.

La sicurezza in se stessi

Lasciate che vi sveli un piccolo grande segreto sulla recitazione: non conta il modo in cui dite qualcosa, conta la sicurezza con cui emettete il significato.

Oserei dire che questo non vale solo nell'atto recitativo, ma in ogni cosa della vita che riguarda la comunicazione. La sicurezza del gesto è ciò che definisce un grande ballerino o un calciatore; la sicurezza delle idee è il primo segno di visione, che governa la realizzazione. Senza di essa, la deriva è alle porte.

Insomma, la sicurezza in se stessi sembra essere una componente chiave della realizzazione. Oggi voglio affrontarla e comprendere se posso darvi qualcosa, se posso, attraverso la mia conoscenza della recitazione, offrire un punto di vista fresco su una questione antica come la storia dell'uomo.

Prima di tutto, che cosa è davvero la sicurezza in noi stessi? Essere sfrontati? Essere certi di avere ragione? Avere coraggio? Avere la forza di non ascoltare altro che noi stessi? A sentire questo elenco, si potrebbe pensare che l'arroganza sia il tratto distintivo del sicuro.

Nulla di più sbagliato.

Questo elenco è ciò che si osserva quando si vede qualcuno sicuro di sé, ma non sono queste le forze che lo governano.

Una volta lessi una domanda: "Come si fa a riconoscere qualcuno di più bravo di noi?"

Una risposta mi colpì: "Se vedi una persona che ha spesso successo, e a te sembra che sia fortuna, hai trovato qualcuno di più bravo di te." L'ho trovata geniale come risposta, perché in effetti, l'ignoranza rende tutto magico, e ciò che proviene dal metodo e dalla ricerca, sembra, agli occhi di colui che ignora, frutto del caso e della fortuna.

La sicurezza in sé è merce rara, ambita da molti. Penso che in tanti la simulino, partendo da ciò che hanno osservato in coloro che la hanno davvero. E così, ecco nascere, per via dell'insicurezza, l'arroganza, la determinazione cieca, la violenza della volontà.

Un paradosso, non trovate? La ricerca di perfezione, se affrontata esteriormente, porta all'imperfezione. Proprio come Kato nella Divina Avventura, coloro che non mettono in discussione sé e il mondo, si ritrovano, ad un certo punto della vita, ingabbiati dai loro pregiudizi, incapaci di evolversi, come fa invece l'allievo Overton, che pur venendo dagli abissi della terra, dal deserto, dall'istinto della materia, raggiunge vette superiori al maestro. Overton è un ragazzo bestia, che però porta con sé la perla della crisi.

La sicurezza in sé, quella sincera, proviene, credo, dall'accettazione di questa nostra imperfezione, ma non basta. Deve essere corredata da curiosità, conoscenza e ascolto. Ho avuto, nella mia carriera, la fortuna di collaborare con molti artisti considerati geniali. Ognuno di loro aveva una forma di sicurezza evidente, ma era spesso accompagnata da un'anima fragile e piena di demoni latenti. Anche loro, come ognuno di noi, vivevano il conflitto interno.

La sicurezza in sé non è la fine della nostra guerra interiore, ma l'accettazione che il percorso che spetta a tutti noi, quello verso la conoscenza, non avrà mai fine, e che il nostro passaggio in questa realtà è un mistero che mai verrà svelato.

Ecco, penso che accettare questo mistero sia il primo passo per avere, nei confronti di noi stessi e degli altri, quell'amore necessario ad essere sicuri.

Solo lo stolto non cambia mai idea, no?

Alla prossima pagina.

I piccoli piaceri della vita

"L'unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi."

Oggi inizio con questa frase, che quando lessi, mi colpì profondamente. Ognuno ha un piccolo piacere, una tentazione alla quale cede, perché la vita, in fondo, è anche questo: amare quel lato meno nobile, meno alto, ma pur sempre necessario. Il torbido che è in tutti noi ci rende normali, uguali agli altri.

Sono certo che, se la luce illuminasse tutte le nostre ombre in un colpo solo, ci guarderemmo con grande amore, perché ci renderemmo conto di quanto ognuno di noi sia fatto della stessa materia dell'altro. I nostri vizi, le nostre piccole debolezze, i piaceri della vita.

Io, per esempio, amo giocare a scacchi. A volte perdo tempo, mi dimentico del mondo, per rimanere immerso in una partita. È il mio piccolo piacere. Almeno, è quello che posso permettermi di condividere pubblicamente. Ognuno ha le sue ombre.

Fu mio padre a insegnarmi da piccolo. E, a ragion veduta, fu una manna. Gli scacchi, negli anni, non solo mi hanno donato una disciplina mentale, un modo di organizzare le idee, di visualizzare un piano, ma anche un modo per socializzare con altri ragazzi, con persone più anziane. Gli scacchi sono una lingua, una piccola scienza, un gioco che unisce.

Spesso vado a giocare al Bar del Fico, un posto nel centro di Roma, dove uomini di ogni estrazione sociale si incontrano per giocare sotto l'ombra del fico di Piazza del Fico.

In questo luogo, che reputo magico, è possibile vedere il miracolo che produce il gioco dei re. Come la livella di Totò, tutti i giocatori presenti, che siano guide turistiche abusive, senatori della repubblica, reietti appena usciti di prigione o impersonificazioni della grande bellezza (o persino attori famosi, come nel mio caso!), sono uguali davanti a quelle 64 caselle. E magicamente, ecco che ci si parla come fossimo fratelli, si ride con l'altro, non importa quanto diverso, non importa quanto distante.

I piccoli piaceri della vita: una camminata tra le bellezze romane, una partita al Bar del Fico, portare mia figlia a prendere il gelato e mangiarne uno anche io, anche se sono a dieta. Concedermi al vizio, di tanto in tanto, per ricordarmi che a volte, nella vita, il bello è tra le ombre del creato.

Nell'Anello di Saturno, ho scritto un momento, nel primo volume, in cui parlo proprio dell'oscurità, della notte e di quanto possa essere in un certo senso liberatoria. Il passo è quando Luca, deciso a seguire Anna in un'avventura ai limiti del legale, si ritrova a camminare per le strade di Anagni alle 4:48 del mattino. E in quel momento si rende conto di essere solo, in mezzo alle ombre, nella notte. Tesso le lodi dell'oscurità, perché quel velo che tutto nasconde rende anche le nostre ombre invisibili. Ed è come se, lasciandoci andare a quei piccoli piaceri della vita, anche le nostre ombre scomparissero, il tempo di un sorriso.

E poi, da bravi adulti, riprendiamo il cammino del controllo, i passi calcolati della razionalità che ci imponiamo per rimanere civili, per raggiungere gli obiettivi, per convivere in pace.

Alla prossima pagina.

La modernità Liquida

Oggi, in questa pagina, voglio scrivere a Janaina. Mi ha chiesto di parlare della modernità liquida, un tema profondo e interessante, al quale ho dedicato, tempo fa, una poesia che vi allego. Anzi, questa volta, ho anche deciso di leggerla e scriverla sulla pagina.

RETE SOCIALE

Profili liquidi,
Cangianti e statici.
Mentori di sé stessi,
Alunni del proprio eco.
Piroette digitali,
Gli occhi specchiati
Nell'oscurità
Dei loro display.

A volte, attingere a ciò che abbiamo fatto per approfondire, persino riscoprire parti di realtà, è un modo per aggiornare la nostra visione del mondo. Partendo da ciò che abbiamo prodotto, possiamo testare la validità dei nostri argomenti.

Io credo nel contenuto classico. Cosa intendo per classico? Intendo un contenuto che superi la barriera dell'essere "contemporaneo". Un testo classico parla agli uomini e alle donne di ogni epoca, poiché affronta i problemi essenziali della vita, in una forma che non è strettamente legata al momento presente, ma alla nostra natura.

Ogni uomo e ogni donna può rivedere se stesso in Ulisse, nel suo tentativo di tornare a casa. E cosa dire di Edipo, di Elettra, di Achille? E poi ci sono i classici del teatro: Amleto e il suo dilemma, Otello e la sua gelosia. Eterni, per sempre presenti.

Se da una parte vi è il classico, dall'altra parte vi è il contemporaneo, l'attuale, la moda. Quel perenne inseguire il presente per attraversarlo, per sentirsi a nostra volta legati a questo tempo che fugge e passa. I contenuti che parlano del mondo nel momento in cui viene osservato, che fotografano qualcosa che esiste davanti a noi, che affrontano paure e i desideri del momento.

Badate, non penso vi siano contenuti "superiori", se possiamo chiamarli così. È una questione di gusto. A volte ciò che è contemporaneo diventa classico. E spesso ciò che è classico, è anche contemporaneo.

La nostra società, digitale, cangiante appunto, malleabile più del vento, continua a inseguire la chimera del presente. I social network ci chiedono di essere attuali, veloci come non mai. Superficiali, in un certo senso. Anche perché penso che sia davvero difficile scavare nel profondo dell'anima con 180 caratteri.

Da questa velocità di pensiero e produzione scaturisce una fluidità di contenuti e di forme. Si passa dal testo all'immagine, dal suono al video, senza soluzioni di continuità.

E questo non vale solo per la forma, ma anche per il contenuto. Siamo in una società liquida, in cui la famosa finestra di Overton (che definisce ciò che è accettabile) si muove giornalmente, continuamente. In cui la sessualità si è fatta liquida, indistinta. In cui persino i credo e le ideologie non riescono a sopravvivere a questo asfaltamento del bianco e nero. L'Annullamento della dualità.

Eraclito sarebbe confuso, si potrebbe dire. Dov'è finita la sua meravigliosa dicotomia? Il bene e il male? La fame e l'assenza di fame? La sete e l'assenza di sete? Le cose esistono perchè hanno un loro opposto.

Una società così liquida ci mette davanti a un paradosso di importanza generazionale: che cos'è la realtà? È ciò che decidiamo noi, oppure esiste a prescindere dal nostro desiderio, dalla nostra mente?

Come sempre, non ho risposte, ma qualcosa mi suggerisce che questo mondo, questa realtà che ci circonda, sia ben più importante di qualsiasi nostro credo, qualsiasi nostra regola, e anche di qualsiasi desiderio.

Alla prossima pagina.

L'amicizia, valore supremo

L'amicizia, per me, è una forma d'amore nobile, un amore che non necessita di essere alimentato dall'Eros. Ho perso tanti amici e questo vuol dire che ne ho avuti tanti. Ma non sono mai stato uno "da branco", come si dice. Anzi, non mi piacciono proprio le dinamiche che si sviluppano nei branchi. Le trovo odiose, ripugnanti quasi. A me piace l'amicizia forte, il legame di pochi, che non si estende in area, ma si addentra nelle viscere dell'anima altrui.

Forse è per questo che da giovane facevo fatica a diventare amico degli altri, perché in un certo senso ricercavo nell'altro quello stesso desiderio di conoscenza profonda, di ascolto, di isolamento, che richiede quella qualità di legame.

Io sono uno di quelli che alle feste se ne sta accanto al muro, in attesa di quella persona con la quale parlare e, nel frattempo, osserva il mondo oppure si perde nelle proprie idee. Faccio una fatica tremenda a fare amicizia; sicuramente questo è dovuto alla mia riservatezza. Le mie origini celtiche, questo mio essere tutto sommato austero, di certo non aiutano. Rischio di sembrare arrogante. Forse lo sono, chissà. Di certo non amo discutere di cose di poco conto. E questo mi rende probabilmente antipatico ai molti.

Ho imparato però, nel tempo, ad ammorbidirmi, a sorridere e a concedermi un momento di sana leggerezza. Ecco, forse è proprio questo che mi manca: la leggerezza. Non a caso, la amo nella mia compagna e la adoro in mia figlia. Questa leggerezza, questo pensare scivolando, senza pensare, per i minuti della giornata, mi dona una tranquillità che non riesco a darmi.

Ho avuto molti amici, ma li ho persi. Vuoi per le distanze, per le incomprensioni, per il mutamento che la vita impone a tutti noi. Si cresce, si cambia lavoro, idee, desideri e ci si divide.

Spesso, quando poi rivedo amici di tempo fa, ricado in quelle situazioni che chiamo i "ti ricordi?". Non essendo più vivo il filo del presente, l'amicizia si ciba di quei meravigliosi ricordi che hanno alimentato un presente ormai passato. "Ti ricordi quando abbiamo fatto questo e quest'altro?" e giù a ridere di noi stessi, di ciò che eravamo.

Ma anche se è vero che il presente non permette di essere sempre legati, so che questi amici, nel caso ne avessi bisogno, mi aiuterebbero. E so che anche loro sanno che sono sempre qui, chiuso nella mia torre d'avorio, proprio come allora, disponibile a tutto per aiutarli. Proprio come allora.

E voi, come vivete l'amicizia? Quanto conta nella vostra vita? Siete riusciti a coltivare amici mai persi?

Alla prossima pagina.

Come affrontare la solitudine

In una poesia nominata "Piangente", parlo della solitudine. Nell'Anello di Saturno parlo di solitudine. Persino nella Divina Avventura. Nel rispondere a questa richiesta da parte di un ascoltatore, nel cercare di capire come affronto la solitudine, mi sono reso conto che i miei protagonisti sono esseri soli, emarginati, anime vaganti alla periferia del mondo. Ma badate, non sono infelici, solo soli perché privi di un riconoscimento, di un legame con il mondo che li possa far sentire appartenenti a un gruppo.

Io non appartengo, rifuggo dalle classificazioni, dalle bandiere, dal tifo. Penso che nell'eccesso di appartenenza si annidino forze pericolose.

Si dice che quello che lo scrittore scrive, lo scrittore è. Forse è così. Forse sono solo. Fondamentalmente lo siamo tutti in fondo, no? Pavese diceva: "Si nasce e si muore da soli.". Forse si vive da soli, anche, ma cullandoci nell'illusione che i legami che sviluppiamo con gli altri ci tirino davvero fuori dalla solitudine.

Molto tempo fa ho imparato una cosa che mi ha sconvolto la percezione delle cose. Sapete che nulla si tocca? In realtà, ogni particella ha dei campi magnetici che le impediscono di toccare le altre particelle elementari. Se persino gli elementi fondanti del creato sono soli, come possiamo noi non esserlo? Questo mondo nel quale viviamo sembra essere una tempesta di sabbia, i cui granelli non si toccano mai.

Eppure, eppure…

Eppure l'amore. Eppure l'amicizia. Eppure l'odio, l'invidia, la gioia e la paura.

Tutte queste emozioni sono la prova che non siamo soli. Che siamo legati in un certo modo a quello che ci circonda. E anche se gli atomi sono isole fluttuanti perse in un cosmo di nulla, noi, la nostra anima, se vogliamo chiamarla così, percepisce oltre i burroni, oltre le barriere, l'esistenza dell'altro.

Deleuze diceva che siamo deserti che parlano ad altri deserti, io aggiungo che in quel contatto metafisico ci irrighiamo a vicenda. Quei ponti ci collegano con il resto del mondo e ci permettono di sentire che siamo parti di un grande sistema, ben più grande persino della nostra immaginazione.

Il cosmo, la realtà, la vita sono concetti immensi, impossibili da abbracciare. Vanno ascoltati, come si ascolta il vento. Vanno amati come si ama la luce del sole in una mattina di maggio. Vanno accettati, come la morte. Solo così può essere affrontata la solitudine, con la certezza che essa non è altro che un'illusione.

Non siamo mai soli, abbiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri bisogni. E poi, i sensi, i ricordi, le voci degli altri che ancora vivono in noi. Noi siamo il frutto di generazioni precedenti, in noi vivono altre mille antenati, e non solo: tutti siamo rappresentanti della vita, in continuo mutamento, alla ricerca di un legame, forse. Di un senso.

Personalmente, la solitudine è un'amica con la quale passo molto tempo. Mi piace, la amo. Amo quella sensazione di libertà che mi procura. Ma sono anche consapevole che questa valle nella quale mi crogiolo mi ingobbisce, mi ruba al mondo, mi attira nelle viscere della stasi. La solitudine è il momento in cui creo, in cui entro in contatto con me stesso, in cui volo e mi lascio andare all'immaginazione, ai desideri.

Ho paura della solitudine, ma non voglio fuggire da essa: perché la amo troppo.

Alla prossima pagina.

L'empatia

L'empatia. A volte mi chiedo se averne sia una qualità oppure un difetto. "Il giusto" ecco quanto uno dovrebbe averne: la giusta empatia per non soffrire troppo e per non essere ciechi davanti alle ingiustizie della vita, del destino.

Quando ero piccolo, ricordo che soffrivo tantissimo nel vedere persone martoriate dalla vita: i portatori di handicap, le sedie a rotelle: ingiustizie che non riuscivo proprio ad accettare. Le trovavo - e lo trovo tuttora - così ingiuste.

Perché loro sì e io no? Perché sono stati puniti? Esiste davvero un giusto e uno sbagliato in questa vita? Tutte domande, mi pare ovvio, che si fa chi prova empatia per coloro che lo circondano. Ma l'empatia non è solo emotiva, esiste anche quella cognitiva.

L'empatia cognitiva è la capacità di riconoscere i punti di vista altrui, di essere aperti davanti alle differenze che ci distinguono e che fanno dell'umanità la barriera corallina delle idee. E in questa società, che sembra - a suo dire - così volta alla diversità e all'inclusione, ne vedo poca, di empatia.

Le differenze vere non sono quelle che ci piace vedere negli altri. Le differenze vere sono quelle che non sopportiamo, che troviamo orribili, inaccettabili. Ed è su quelle differenze che dovremmo arricchirci, parafrasando Paul Valery. E in tutto questo marasma di inclusività, mi sembra a volte che si perda la nozione che tutti - anche quelli davvero diversi - hanno il diritto di esprimersi. Io amo la libertà.

E nella creatività? L'empatia è uno strumento che permette di crescere per osmosi, che ci da la possiblità didi nutrirci di ciò che ci circonda in un modo costruttivo, aperto e libero. L'empatia artistica, la capacità di comprendere un poeta, un pittore, uno scrittore, è una forma più alta - se posso osare dirlo - di empatia, che fonde sia il nostro lato razionale che quello emotivo. Un'empatia olistica che rasenta, quando vissuta davvero, uno stato vitale, un'apertura totale nei confronti del mondo.

Mi ricordo di un film con John Travolta, Phenomenon, in cui lui - un uomo normale - viene diagnosticato con un tumore al cervello. Comincia a essere profondamente intelligente, a risolvere equazioni impossibili anche per i computer, e poi, alla fine, si ferma davanti alla bellezza degli alberi che respirano con il vento. Il suo punto più alto è stata l'empatia.

Mi viene in mente anche il sacchetto di plastica di "American Beauty" che vola, semplicemente, preso dalle correnti ascensionali. L'empatia è quella porta che ci dà l'occasione di intuire la bellezza che c'è nel mondo, di vedere - anche nel dolore - la possibilità di una rinascita e anche nella perdita, un nuovo inizio.

Concludo questa mia piccola parentesi con una forte sensazione che mi porto dentro: Io credo che tutti gli esseri umani siano empatici per natura - a parte, chiaramente, i casi patologici - ma purtroppo, l'empatia è come un muscolo. Se non viene allenata, si incancrenisce, si riversa dentro di noi, portandoci a dimenticarci degli altri, rendendoci schiavi di fama, gloria e potere. Di noi stessi.

E come si allena l'empatia? Con l'arte, con l'amore, con la curiosità.

Sì, nel mondo ci vorrebbe più empatia.

Alla prossima pagina.

Il dolore è benzina

Il ricordo della morte di mia nonna, la spiaggia, il silenzio, mio fratello, il tempo che passa. Esperienze che, anche se difficili, ci formano e ci arricchiscono. E dopo averle registrate, le elaboriamo e le abbracciamo.

Ricordo il funerale di mia nonna. Non perché l'ho vissuto, purtroppo non ho avuto la possibilità di farlo, stavo girando. Ma ricordo gli ultimi giorni della sua vita. Arrivai a Cecina a fine marzo, sapendo che non le rimanevano che pochi giorni. Già da tre giorni non rispondeva più e il suo letto era diventato un luogo di addio per i vivi. Un sepolcro.

Un tempo, si nasceva e si moriva in casa. E forse non era poi così male.

Arrivai e c'erano tutti. Mio zio, mio fratello, mia sorella, mia madre. Mancava solo mio papà - il figlio - che arrivò poco dopo, anche lui sommerso di lavoro, era riuscito a venire giù da Milano.

Nonna se ne andò poco dopo che suo figlio l'aveva salutata.

Quel pomeriggio, io e mio fratello - non siamo cresciuti insieme - andammo in spiaggia. Le spiagge della Toscana sono strane. Sono tristi. Hanno quelle piccole alghe a forma di palline pelose marroni e ci sono tronchi secchi che spaccano la sabbia. Da una parte, un mare ancora selvaggio; dall'altra, le pinete.

Quel giorno, il cielo era bianco, c'era vento. Ma io e mio fratello, nel silenzio, camminammo a lungo, fianco a fianco. Successe qualcosa di magico. Decidemmo di spostare un tronco, insieme, per poterci sedere comodi a guardare il mare. In allegra armonia, proprio come un fratello maggiore e uno minore (io), spingemmo il pesante tronco verso il bagnasciuga.

Mio fratello si accese una sigaretta, chiedendo l'accendino a un gruppo di giovani poco più in là. Mi aveva chiesto di andarci io. Ma mi vergogno ancora ad andare a chiedere le cose alle persone che non conosco. Ero fatto così e lo sono tuttora.

Pochi anni dopo, mio nonno raggiunse l'amore della sua vita, chissà dove. La morte di nonno fu più dura, gli ero legato in modo speciale. Gli volevo proprio tanto bene. E piansi, ma non abbastanza.

Un giorno, mentre giravo "Cenerentola", il regista mi chiese di fare una scena con una forte disperazione. Era passato poco tempo e il dolore che mi portavo dentro per mio nonno e era ancora lì, dentro di me. Sentivo che aveva bisogno di uscire, che doveva essere estirpato dal mio cuore. E così feci. Piansi. Aprii i rubinetti. Lo feci così tanto che non riuscii a chiuderli per alcune ore. Il pianto convulso prese il meglio di me, e a fatica girai la scena (quella quando arrivo nel teatro per raggiungere "Cenerentola" da bravo principe azzurro.) e tutto andò per il meglio.

Il dolore è benzina per l'artista. E l'arte è la sua cura. Un circolo virtuoso che vale mille sedute di terapia.

Alla prossima pagina.

Come guadagnare dalla propria arte?

Al Salone di Torino ho fatto una presentazione particolare in cui ho parlato, tra le altre cose, di come guadagnare dalla propria arte.

Qui tocco un tasto dolente del mondo artistico. Poeti, pittori, musicisti, molti che fanno dell'arte il loro mestiere, hanno la fervida certezza che l'arte sia una cosa e il commercio un'altra. E che quando l'artista si "abbassa" a fare qualcosa di commerciale, la sua arte non sia più "pura". È un discorso con il quale non sono d'accordo. Chi mi legge da tempo già lo sa, è un discorso che ho affrontato in varie pagine passate.

Io credo che l'arte sia prima di tutto un'espressione. E che trattandosi di espressione, liberi tutti. Non ci sono regole, non ci sono approcci giusti o sbagliati. È soltanto un'espressione e nessuno ha il diritto di giudicare quell'espressione in termini assoluti. Vale la soggettività, quindi "mi piace" o "non mi piace".

Ma quando si parla di prodotto artistico volto alla vendita, che sia un quadro, un dipinto, una melodia, un film, una casa, o persino un balletto, questa soggettività deve affrontare il colosso dei numeri, del commercio, del successo. È brutto? Non lo so, a molti questo aspetto ripugna, e lo capisco, perché ci mette di fronte al compromesso. E che siate artisti o altro, il compromesso è sempre difficile, perché richiede di lasciare qualcosa che ci è caro per ottenere qualcosa di cui non sappiamo il valore.

Ed è questo che l'artista deve fare se vuole guadagnare dalla propria arte. Molto spesso sento poeti, scrittori, pittori, auto relegarsi a hobbisti perché: "ma quando mai ci vivrò di questo…". Non è facile, anzi, è difficilissimo. Molto più difficile che studiare economia e lavorare in una multinazionale, perché richiede non solo di approfondire l'arte fino a farla propria, fino a diventarne maestri, ma anche di riuscire a mantenere un equilibrio tra la poesia interna, il desiderio di esprimere qualcosa di profondo e intimo, e un approccio commerciale.

Fondere commercio e arte in una sola figura, chi l'avrebbe mai detto. Negli anni passati, questo non succedeva: spesso l'artista era affiancato da un "fratello gemello" che si occupava di tutto ciò che concerne il lato imprenditoriale. Paolo Grassi con Strehler ne è un esempio lampante. Ma come lui tanti. Vi sono anche esempi, lungo tutto il sentiero dell'arte, di artisti che avevano uno spiccato senso dell'impresa. Raffaello Sanzio, per dirne uno.

Ma forse vale la pena soffermarsi sui nostri tempi, su questo presente che sembra mutare alla velocità di una tempesta di fulmini. Uno si volta, ed ecco che arriva Internet. Anni dopo, i social network, l'intelligenza artificiale. Tutto muta e sembra portarci verso un isolamento individuale che ha a corredo un'impressionante capacità di connetterci digitalmente.

Siamo soli. Solissimi in questo oceano digitale. E gli artisti devono fare i conti con dei numeri impressionanti. Milioni di streaming su Spotify generano pochi spicci. Come può fare un musicista a guadagnare dalla propria arte? E questo vale per tutti: illustratori, musicisti, poeti, scrittori. Alcuni hanno già da tempo sviluppato il concetto di "freelance", cioè di lavorare per terzi su piattaforme che permettono di farlo (Fiverr su tutte). Ma una cosa è lavorare per terzi, un'altra cosa è guadagnare dalla propria creazione autoriale. E se nessuno aiuta l'artista, cosa può fare esso, rimasto solo? Deve farsi conoscere. E lì entra il marketing.

Se l'artista ha una laurea in marketing, perfetto. Ma se non sa nulla? Ci sono due modi. Se ha i soldi, paga qualcuno per farlo (e magari mentre lo paga lo studia, così poi può farlo da solo). Se non ha i soldi, si mette lì, di buona lena, e cerca di capire come funziona.

Forse un giorno farò un articolo specifico sul marketing applicato all'artista. Sui "funnel", sulle pubblicità Meta, sul traffico organico. Ma oggi non è di questo che voglio parlare.

A me preme far capire che non è sufficiente - in questa società - avere un buon manoscritto. Serve riuscire a far sapere che esiste. Se volete procedere per le vie classiche, dovete incontrare agenti e convincerli che vale la pena investire su di voi. Se volete provare le vie moderne, dovete studiare le tecniche di self marketing e applicarle al publishing.

Ma non aspettate la provvidenza. Perché un mondo in cui fare quello che si vuole senza ascoltare nessuno pretendendo di essere incensati e messi su un piedistallo non esiste. Almeno, non è un punto di partenza, ma di arrivo.

Alla prossima pagina.

La gelosia nell'arte

Non sono geloso. Non lo sono né delle cose né soprattutto delle persone, perché in me vive forte un credo che difficilmente abbandonerò: siamo tutti nati liberi e il rispetto sta proprio nel donare, anche (e soprattutto) a coloro che amiamo, la libertà di fare ciò che desiderano.

La gelosia, in fondo, è quel virus che si insedia tra le pieghe del nostro ego e che vorrebbe controllare gli altri. È un desiderio di dominio sul mondo. È sete di potere. E a me, il potere, non solo non interessa, ma proprio mi ripugna. Sono un indipendente nel cuore, l'unico potere che ho è su me stesso (e anche lì, il Destino avrebbe da ridire; chi ha letto "L'anello di Saturno" può capire). Insomma, ho una repulsione naturale per la gelosia.

Ma anche essendo così, a volte, qualcosa dentro di me vibra quando scopro di aver perso un casting a favore di un altro attore, o anche in altre sfere, per esempio, quando ero al Salone di Torino, dopo aver fatto un bellissimo firmacopie. Peraltro vi lascio un piccolo video (per chi mi ascolta da Spotify, lo trovate su flavioparenti.com nella sezione "Diario D'artista", potrete vedere un po' di firme).

Insomma, dopo aver completato il firmacopie - che, a onor del vero, è stato un discreto successo, c'erano tante persone, tutte stupende - sono uscito e sono passato davanti al firmacopie di Felicia Kingsley.

Che dire, sono rimasto molto colpito da tutti coloro che aspettavano diligentemente in fila. Una fila lunga, lunghissima! Centinaia di ragazze e ragazzi che, libri in mano, aspettavano di incontrare la loro beniamina. Il mio primo pensiero è stato "mamma mia quanti…" e poi ho pensato a me. Inevitabilmente mi sono anche messo a paragone. Non è durato molto, forse mezzo minuto, anche meno. E poi la gelosia è sfumata in desiderio. Quello di riuscire, un giorno, a fare come lei, come Felicia Kingsley. A scrivere, scrivere, scrivere fino a che non venga riconosciuta la qualità e il valore della mia opera attraverso il pubblico.

Ora, a giorni di distanza, posso dire che quella fila mi ha ispirato a fare meglio, a comprendere come ha fatto quella signora a raggiungere quel livello.

Tutto questo per dire che se siete artisti, ma anche se non lo siete, non abbiate paura della gelosia, è un sentimento umano, naturale. Ma sappiate renderlo costruttivo, fate in modo che quella sensazione proiettata sull'altro si specchi in voi, e vi imponga di elevarvi. E chi, se non coloro che fanno meglio di voi, possono aiutarvi a fare meglio?

La gelosia è la bussola che vi dice dove dovreste andare. Dove la vostra curiosità darà i migliori frutti. Studiate coloro che vi rendono gelosi, cercate di capire l'origine del loro successo, cercate l'ispirazione, il mutamento, la trasformazione.

Nell'arte, la competizione non esiste. Esiste nel mercato, nelle vendite, nei numeri, ma non nell'espressione. Anzi, in quel caso, è l'unicità della voce che rende l'artista interessante. Ed ecco un sottile paradosso nel quale l'artista è costretto a rimanere in equilibrio. Autenticità della propria voce, ma anche studio e assorbimento di tecniche altrui. Come diceva Pirandello, uno e centomila. Perché Il "nessuno" lo lasciamo a Ulisse, perché nessuno è "nessuno". Persino nella più profonda delle solitudini.

E voi, avete mai subito la gelosia? Come l'avete affrontata?

Alla prossima pagina.

Evviva l'arte!

Oggi voglio condividere un'aneddotto di tradimento che mi aprì gli occhi sulla "follia" che la recitazione - e l'arte in generale - impone a coloro che la vivono.

Prima di tutto, recitare cosa significa? È una domanda difficile, che non ha una risposta univoca, ovviamente. Recitare è parlare e agire in maniera interessante e credibile. E qui si aprono mondi, metodi, visioni su come si debba fare per essere "interessanti" o "credibili" (anche perché parlare e agire, diciamolo, sono elementi comprensibili: é sufficiente essere intellegibili e muoversi con equilibrio e destrezza, cose che si imparano piuttosto facilmente).

Dunque, rimangono due misteriose variabili: interessante e credibile. Non farò una dissertazione su come raggiungere questi due punti, perché, come ha detto Dario Fo – e con lui molti altri – i metodi per arrivarci sono tanti quante sono le strade che portano a Roma. Ma certamente una componente fondamentale del percorso è la volontà dell'artista di perseguire il desiderio di far proprio qualcosa che proprio non è: assorbire, modificarsi, trasformarsi.

L'arte richiede mutamento. E per mutare davvero, per essere davvero altro da sé, è necessario applicare la trasformazione in ogni atomo di tempo, in ogni briciola di gesto. E potete immaginare cosa comporti questo quando si parla di recitazione!

Per esempio, "parlare in dizione", cioè usare le "e" e le "o" giuste, con l'accento giusto, non è solo una questione di "sapere come si fa". Ma soprattutto di "fare come si sa". La dizione va applicata nella vita di tutti i giorni, quando si chiede il conto al ristorante, quando si chiede l'ora ad un amico, etc... E saprete di esserci riusciti quando – perso ogni controllo durante una litigata – parlerete con gli accenti giusti. Ecco cos'è l'arte: influenzarsi così tanto da non doverci più pensare. Usare la memoria del corpo e non quella della mente. La postura, la voce, la respirazione, la dizione sono tutti elementi della recitazione che vanno assorbiti nel loro profondo per essere efficaci in scena.

Perché in scena, signori, non si pensa: in scena si vola.

Il mio aneddoto - che ora arriva - vi farà comprendere a che punto ho applicato questa metodologia nella mia vita...

Un giorno di molti anni fa, quando ero ventenne, venni a scoprire da un mio amico il tradimento della mia compagna dell'epoca. Erano le tre di notte e il mio amico, forse comprendendo quanto in fondo io soffrissi pur senza sapere, decise di aprire il vaso di Pandora. Era una storia d'amore che reputavo seria, io e lei stavamo insieme da alcuni anni – che a quell'età sono decenni – e la notizia mi travolse. Fu proprio un'onda d'urto che mi prese in pieno volto. Uno schiaffo divino che mi ribaltò il cuore. Mi alzai, pensante, trascinando quella notizia verso la cucina, quando il mio corpo cedette sotto il peso. Caddi proprio in ginocchio, cercando di comprendere cosa mi succedeva. Ero davvero caduto in un piccolo baratro.

Ebbene, sapete cosa mi è successo? Una parte di me, un "agente" sempre presente, disse: "Wow, com'è drammatico questo momento. Tienilo, ricordalo, che potrebbe esserti utile." e registrò ogni cosa, ogni movimento, ogni sensazione, ogni pensiero, in modo tale da arricchire la mia valigia di emozioni.

Sono certo che questo succede a tutti gli artisti, in forme diverse: ma l'arte non ci abbandona mai, è una compagna che si colloca dentro di noi e registra emozioni, sensazioni, colori, immagini. Tutto ciò che i nostri sensi – e non – registrano. É una lente per la vita.

E poi, come per magia, nell'atto della creazione, ecco che la restituzione si fa bellezza poetica, espressione alta, illuminante che marcia sopra la polvere del tempo.

Evviva l'arte.

Alla prossima pagina.

Come gestire il burnout

Per chi non sapesse cosa fosse il burnout, in sostanza è quel momento in cui tutte le fatiche esercitate verso un dato obiettivo diventano così grandi e così pesanti da impedire alla persona di continuare. Questo può portare a moltissimi problemi: depressione, crolli psicologici, abbandono degli obiettivi. Insomma, è qualcosa di brutto, e molti - se non tutti - ne sono soggetti. Più degli altri, sicuramente coloro che hanno tendenze compulsive e ossessive, che puntano alla loro direzione come un pitbull che morde la carne, incapaci di fermarsi, di darsi pace fino a che non saranno riusciti nel loro intento.

Ebbene sì, lo ammetto, sono uno di questi. Chi mi conosce già lo sa: faccio tanto, anzi, faccio troppo. Ogni volta provo a ricordarmi che non dovrei, che alle nove di sera è venuto il momento di fermarsi, di smettere di rispondere, di scrivere, di "lavorare".

Ecco qual è il mio problema: ho molto raramente la sensazione di lavorare. Per me, scrivere, recitare, rispondervi, tuffarmi in una nuova passione, studiare, sono elementi fondanti della mia vita. Così tanto che non li percepisco come un peso, e quindi mi sovraccarico senza nemmeno rendermene conto.

Pensate che addirittura mi scordo di bere. Per ore, se non giorni. A 23 anni, mentre recitavo "Galois" al teatro stabile di Genova, ebbi le coliche renali per mancanza di liquidi ingeriti. Ho scoperto che mi manca la lampadina che si accende quando il mio corpo necessita di idratarsi. Questo perché mi perdo totalmente nelle mie idee, nei miei pensieri, nelle mie passioni.

È una cosa bellissima, e mi sento così fortunato a poter esercitare ogni giorno la mia arte, in un modo o in un altro. E non potrei se voi non foste qui al mio fianco. Questo mi dà forza, ma anche - è inevitabile - mi assorbe energia e tempo. Sento la necessità di far sentire che ascolto, che ci sono e a volte esagero. Lo dico per me. Dovrei davvero imparare a chiudere i rubinetti, ad isolarmi. Ma come faccio? Ecco che alle 23:54 mi sovviene un'idea per una storia, oppure un nuovo metodo per il sito, eccetera. Sono continuamente assalito da me stesso…

Quindi, come faccio? Vorrei chiudere questo articolo avendo trovato qualcosa, una miccia, una piccola pepita che mi possa permettere di evitare il burnout. Una volta mia madre mi disse che il suo problema era che "era troppo romantica nel suo lavoro", che vorrebbe dire che prendeva tutto a cuore.

Non importa se è un lavoro d'ufficio o un lavoro creativo, è importante staccare. E per farlo, è importante inquadrare l'opera artistica come un lavoro. Retribuito, con degli orari. Perché sennò lo scotto da pagare è alto, altissimo: disidratazione, asocialità, depressione. Che poi, a pensarci bene, sono tratti quasi distintivi dell'artista.

L'artista non scinde il proprio moto creativo dalla propria vita e così facendo, a volte cede alla passione che si fa ossessione, desiderio violento alimentato dal fuoco sacro dell'arte.

E ci vuole acqua per alimentare quel fuoco sacro. Acqua e pazienza. Proprio come le piante.

Ecco, mi sento un po' come Luca nell'anello di Saturno: una pianta sradicata non dalla vita, ma da sé stessa, in perenne ricerca di mutamento, di trasformazione. Sono come una trottola che balla incessantemente, fino a che, proprio come quel giocattolo, finirò la mia danza in movimenti compulsivi e agitati, per poi addormentarmi.

Mi piacerebbe riuscire a imparare a rallentare dolcemente... ma una trottola che si ferma tranquilla voi l'avete mai vista?

Ora vi scrivo con la bottiglia d'acqua vicino a me. Tra poche settimane ricomincerò "Il paradiso delle signore". Non vedo l'ora, perché il "lavoro" mi restituisce ordine, mi obbliga a dormire, a riposare, a prepararmi.

Dopo mesi di follia creativa, di scrittura incessante dell'Anello di Saturno, nel quale purtroppo non sono riuscito a completare del tutto l'ultimo volume (sono a metà), sarò costretto a darmi pace, a ritrovare l'equilibrio che la recitazione mi impone.

Non vedo l'ora.

E voi, come gestite il burnout? Avete trovato metodi personali che funzionano? Vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina.

Come amarsi

Quando ho scritto una pagina riguardante l'arte e la bellezza, affermavo che l'importante, per alimentare lo spirito creativo, è circondarsi di cose amorevoli, da amare e che ci amano. Lo ribadisco: penso che sia davvero la prima cosa da fare per una sana igiene dell'anima. È essenziale scacciare via coloro che ci fanno essere la versione peggiore di noi stessi e abbracciare chi ci rende felici, rispettati e amati.

Tuttavia, una domanda mi colse impreparato: «Ma come faccio ad amarmi?». È una domanda potente, tragica, struggente. Colui che si pone questa domanda si trova in un oceano di caos, dal quale è difficile persino scorgere l'orizzonte, tanto alte sono le onde che lo travolgono.

Io sono un ragazzo fortunato, come direbbe Jovanotti, cresciuto tra le braccia amorevoli di due genitori a cui devo tutto. Mi hanno guidato, indicandomi i limiti con la severità che solo l'amore può esprimere: con un sorriso e una carezza, intransigente, ma per il mio bene. Per molti anni sono stati il mio rifugio e lo sono ancora, quando, a volte, affronto delle crisi, sia riguardo a scelte di carriera sia a sconvolgimenti emotivi. In quei momenti, vado da loro. E loro, inevitabilmente, mi ascoltano e mi rispondono.

A tutte le mie domande, da piccolo, mio padre rispondeva assiduamente, mentre mia madre mi spingeva a interrogarmi e a vedere il mondo attraverso le lenti dello scetticismo.

Dunque, alla domanda «come fare ad amarsi», non ho, purtroppo, una risposta. E non me la sento di darne una. Sarebbe banale, priva di vera sostanza. Potrei dire: «Fallo e basta». Perché è così: l'amore è una scelta, un atto di volontà primitivo e originale. Nell'Anello di Saturno, è addirittura l'amore che fa nascere il nostro mondo. In questa cosmogonia, siamo tutti figli dell'amore. E quindi, in un certo senso, siamo noi stessi amore.

Ma a volte succede che persino l'amore non ama sé stesso. Perché ha paura, teme l'ignoto, teme sé stesso, teme il dolore che l'amore può scatenare. Perché amare non è solo piacere e gioia. Amare a volte significa rinunciare, soffrire, lottare, vivere.

Anche a me capita di non amarmi a volte, di odiarmi quasi, quando sbaglio, quando non sono all'altezza, quando esagero, quando non agisco e so che dovrei farlo. Succede. Siamo tutti esseri fallibili. E forse, amarsi è proprio questo: accettare di non essere perfetti.

Alla prossima pagina.

Prosa e Poesia

Spesso mi capita di fermarmi davanti a una frase e di passare decine di minuti a elaborarne la forma più bella. È un vizio della poesia, quello di voler creare un costrutto di parole che sia il minimo comun denominatore tra forma e sostanza. Tuttavia, la prosa del romanzo è un animale diverso. La lettura è musica che accompagna per ore; le mie poesie, invece, sono perle di poche parole, idee, bolle di sapone che viaggiano nell'aria.

Se la Divina Avventura ha un difetto, credo sia proprio quello di aver spinto troppo verso una densità poetica. È una qualità, ne sono consapevole, ma è anche un grande difetto, in quanto è, come mi è stato detto durante una bellissima conferenza a Napoli, un libro che impone la monogamia. Va letto da solo e nel silenzio della propria anima aperta.

Proprio per questo motivo, nello scrivere L'Anello di Saturno, ho scelto di lavorare su questa mia densità poetica, che ho visto riversarsi persino negli eventi che nella Divina Avventura si susseguono senza uno spazio per respirare, come se ogni cosa dovesse essere messa al proprio posto, senza spazi vuoti, ermetico in tutti i sensi.

In L'Anello di Saturno, come avrete potuto percepire dai primi capitoli, è diverso. La narrazione fluisce calma, ci sono bolle d'aria, pensieri introversi, descrizioni. È una passeggiata nel bosco, di pomeriggio, con gli uccellini e i raggi che fendono la canopea.

Sono certo che questo approccio, difficoltoso per me all'inizio, mi abbia aiutato a espandere la mia prosa. Come un buon vino rosso, lasciato a decantare per ossigenarsi. È anche il motivo per cui ho scelto volutamente di sviluppare la storia in cinque volumi. Per obbligarmi, in un certo senso, a questo esercizio che non è di stile, ma di arte, di ricerca. A questo serve distinguere i nostri punti deboli, ad affrontarli e a cercare di farli diventare una qualità, invece che un difetto.

Spero davvero di esserci riuscito. Questo diario è per me un modo per esorcizzare le mie paure, condividendole con voi, certo, ma anche scoprendole. Ho sempre il timore di non essere all'altezza, né agli occhi di coloro che fanno questo lavoro da anni, né a quelli di quel lupo inferocito che ho dentro e che a volte si desta, e che guarda al successo come se fosse l'unica stella polare.

Questo silenzio nella mia prosa è anche una risposta a quel lupo. Come se gli dicessi: "Respira, goditi il mondo, che poi passa."

Non ci riesco spesso, ma a volte sento quasi di farcela. Chissà, magari io e quel lupo, un giorno, ce ne staremo tranquilli su un prato, a giocare al nulla.

Alla prossima pagina.

Esiste la sincronicità?

Il diario d'artista è tornato! Mi sono concesso una pausa, offrendovi i primi capitoli dell'Anello di Saturno che oggi, finalmente, esce. Auguro quindi a tutti voi che lo avete preordinato una splendida lettura e attendo con ansia le vostre recensioni.

E ora... il diario.

Oggi voglio affrontare un tema che mi è stato richiesto su Spotify: non so se lo sapevato, ma si possono fare delle domande alla fine dell'ascolto del podcast, e io, come sapete, leggo tutto! Mi è stato chiesto di parlare di sincronicità, di tempo, di vita e morte. Insomma, un argomento leggero e felice, perfetto per inaugurare una nuova stagione del diario! Scherzi a parte, sono temi affascinanti e soprattutto pertinenti all'Anello di Saturno; ho quindi deciso di fare un piccolo salto nel mondo del Destino.

Prima di tutto, è importante chiedersi cosa sia realmente la sincronicità. È un concetto di Jung che si riferisce a quelle coincidenze apparentemente non causali, come se tutto fosse collegato. Jung sosteneva infatti l'esistenza di una connessione tra il mondo psichico e quello fisico, come se ci fosse qualcosa che "ordina" il mondo, oltre lo spazio e il tempo. Nel libro, lo chiamo Destino, e addirittura gli do la parola; è lui che narra di coincidenze, belle e brutte, con le quali trama per sconfiggere l'amore di Luca e Anna. Nel mondo dell'Anello Di Saturno, sopra le nostre teste avviene una lotta invisibile tra caos e ordine, tra amore e morte. Ma questo succede anche qui, nel nostro mondo?

E qui entra in gioco la sincronicità, e soprattutto, entra in gioco il credo di ognuno di noi.

Io credo nella sincronicità? È una domanda difficile, alla quale però mi sento di rispondere di sì.

E per dimostrarvelo, vi racconterò un aneddoto incredibile riguardante proprio la saga. Come sapete, tutto inizia ad Anagni, dove fu edificata una famosa cattedrale nel 1072. Nel corso della saga, gli eventi porteranno i protagonisti al tempio di Sakya, in Tibet. La scelta di questo tempio non fu casuale; ma piuttosto dettata dalla necessità di trovare una fonte originale di cultura orientale. Facendo le mi ricerche alle due di notte, scoprii quel monastero. Fu li che nacque una delle più grandi scuole di buddismo: il buddismo tibetano. La cosa più incredibile fu quando iniziai a fare ricerche su Sakya nel dettaglio. La prima pagina che uno sfoglia è wikipedia, e li, con un colpo d'occhio, scoprii una cosa che mi bloccò il fiato: Il monastero di Sakya fu fondato nel 1073. Esattamente un anno dopo la cattedrale di Anagni! Ora ditemi voi quali sono le probabilità che due templi, distanti 8000 chilometri in linea d'aria l'uno dall'altro, in due luoghi così remoti del pianeta, siano stati fondati a un anno di distanza? Per me questo è stato un segno. E quando vedo segni, mi dico che sto facendo il percorso giusto.

Nella saga scoprirete che questi due "templi" sono collegati eccome, io non ne sapevo nulla, eppure, eccoli qui, insieme.

Si può dire che questa sia sincronicità? Chi lo sa. A me piace pensare che sì. Voglio immaginare che tutto ciò rientri in quella magia che avviene nel momento della creazione, in cui l'artista, per chissà quali vettori misteriosi, si collega a sfere che non vediamo, ma forse percepiamo e unisci puntine che sembravano sconnessi.

E voi, avete mai avuto un episodio di sincronicità così evidente da far dubitare anche il più scettico? Vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina.

L'Anello Di Saturno - Cap. 4

Luca, come un nobile parigino in rotta verso la ghigliottina, avanzava lentamente verso il fondo della piazza. Il gruppo di coetanei aveva preso possesso dei gradini sotto al monumento ai caduti. Il giovane sapeva a cosa andava incontro: ogni volta era la stessa storia. I genitori lo forzavano a incontrare gli altri e ogni volta finiva per essere rifiutato.

Avvicinandosi, solo uno di loro lo fece sentire accolto, esistente: Geppo, sedici anni, un ragazzo dai capelli crespi e naso importante, con la postura di un nuotatore professionista. Dal suo sorriso forte e sano, da quell’espressione bonaria, Luca intuì che Geppo era diverso, che ci teneva agli altri.
Appena Geppo si alzò per andare incontro a Luca, Ronnie lo fermò con un gesto. Poi, ergendosi con un sorriso tagliente tra le labbra, chiese a tutti: «A chi va di giocare a Torello?». Era una domanda retorica; nessuno poteva dire di no a Ronnie.

I ragazzi si disposero in cerchio al centro della piazza vuota. Ronnie, rivolgendosi a Luca, che era rimasto in disparte, disse: «Francesino, vuoi giocare?».
Luca si avvicinò timidamente, ancora incapace di capire di cosa parlasse quel ragazzo. Cos’era il Torello? Cosa avrebbe dovuto fare? si chiese camminando verso il cerchio di ragazzi.
Geppo intuì la difficoltà di Luca quando, giunto al centro, osservò tutti con uno sguardo smarrito e inconsapevole, tipico di chi non sa come agire. «Quelli in cerchio si passano la palla. Tu la devi intercettare, ma solo coi piedi. Se ci riesci, prendi il posto di quello che l’ha calciata per ultimo», spiegò Geppo.

Luca annuì in segno di ringraziamento. Fu sufficiente quel fugace scambio di sguardi per far comprendere a entrambi che erano destinati all’amicizia.

Il gioco prese il via. Geppo calciò la palla verso Ronnie; Luca, goffo ma dalle gambe lunghe, riuscì a sfiorarla, quasi prendendola con la punta dei piedi. Il suo cappuccio scivolò dal capo, la sua corsa si fece più concitata e il sudore lo trascinò in una trance che si potrebbe definire agonistica. Luca si muoveva inaspettatamente come un gatto cacciatore, eccitato dalla competizione. Acceso da un’energia nuova, comprese presto come anticipare il pallone.

Ronnie, nel tentativo di beffarlo, diede un calcio a pallonetto, il “cucchiaio”, come lo chiamava. Ma Luca, con un balzo atletico, fermò la palla con il petto e la posò sotto il suo piede, assumendo una posa trionfale.

Ronnie aveva perso davanti a tutti, e ora era il suo turno di andare al centro. Il bullo che covava in lui non perse tempo a segnare il territorio. Con due falcate si piazzò davanti a Luca e lo spinse a terra con violenza, in un gesto di pura frustrazione. Geppo intervenne immediatamente per fermare Ronnie, i cui pugni fremevano di rabbia per lo smacco subito.

Luca, decisamente più intelligente del suo avversario, si alzò, spolverando i jeans e mantenendo lo sguardo basso per evitare ulteriori tensioni. Si ritrasse di un passo, notando che il suo Game Boy era caduto sui sampietrini, proprio vicino ai piedi di Ronnie. Capovolto, lo schermo non era visibile. Un brivido di paura lo attraversò all’idea di aver perso il suo unico compagno di giochi.

Geppo, prontamente, raccolse il Game Boy per lui.

«Ma che stai a fare?» lo interrogò Ronnie.

«Ma si può sapere che cazzo t’ha fatto? Stava solo giocando», rispose Geppo, visibilmente irritato.
Ronnie, lanciando uno sguardo circospetto ai suoi compagni e notando la vergogna nei loro occhi, capì di aver esagerato. Con un gesto magnanimo ma finto disse: «Fate un po’ come cazzo vi pare...» e si ritirò sugli scalini a bere una birra, da solo.

Geppo allungò il Game Boy a Luca. «Io sono Andrea, ma qui mi chiamano tutti Geppo. Tu?»
Luca prese il suo videogioco, notando lo schermo scheggiato. «Luca...» rispose, serrando le labbra.

«Mi dispiace, Luca.»

«Non importa», rispose lui, riaccendendo la console. Lo schermo funzionava ancora. Alzò lo sguardo: «Grazie, Geppo». E si allontanò.

«Ciao Lucà», disse Geppo, enfatizzando l’accento francese in tono scherzoso. Luca non poté fare a meno di sorridere mentre si allontanava. Era un ragazzo che avrebbe voluto come amico, ma temette di perderlo ancor prima di conoscerlo, proprio come era successo con Julien.
Si allontanò senza una meta precisa, desiderando soltanto trovare un luogo tranquillo dove stare da solo. Si sentiva a suo agio in assenza degli altri, libero di immaginare di avere superpoteri, di saper fare karate e sconfiggere tutti.

Quanta fantasia produce la voglia di fuggire, caro lettore! E Luca ne era colmo, perché conosceva la fuga come le sue tasche. Fuggiva dagli altri, dal mondo che cambia troppo spesso eppure resta sempre uguale.

Ma soprattutto, fuggiva da se stesso.

***

Luca scese i grandi scalini dietro piazza Cavour, numerosi ma bassi e agevoli. Con lo sguardo incollato allo schermo del Game Boy, illuminato dalla luce gialla dei lampioni, giocava a Tetris con grazia e calma. La batteria del gioco era ormai quasi esaurita, segnalata dalla spia rossa più debole del solito. Quando la spia lo abbandonò, tutto si spense improvvisamente. Luca alzò lo sguardo per la prima volta. Si trovava in fondo alla scalinata, di fronte agli alberi del parco, lontano dalla piazza. Levando gli occhi verso la collina, intravide la punta del monumento ai caduti, ma i rumori del borgo erano scomparsi. L’odore della natura riempiva le sue narici, e fu immerso da un’insolita quiete, piacevole e cullante.

Il cielo era tempestato di stelle, più brillanti di quanto le avesse mai viste. “Sono così tante...” pensò, ammirando la Via Lattea visibile a occhio nudo e individuando pianeti come Marte, Venere e Saturno.
Poi si accorse di non essere solo. A una decina di metri da lui, sulla sua sinistra, sedeva una ragazza sotto la luce gialla dell’unico lampione acceso. Era seduta con le ginocchia piegate sul muretto, la schiena appoggiata al palo. Aveva un libro in mano e una sigaretta spenta tra le labbra.

Luca rimase a osservarla, immobile come gli alberi. La ragazza era così assorta nella lettura che ignorava le zanzare volare intorno a lei. Si interruppe solo per accendere la sua sigaretta, senza distogliere lo sguardo dalla fine del capitolo.

Luca la ammirò fumare, catturato dalla scena. Ogni soffio la avvolgeva in un velo di mistero. I suoi occhi smeraldi e felini, incorniciati da lunghe ciglia, seguivano le righe del libro. Aveva i tratti delicati, zigomi alti e lentiggini sulla pelle chiara. Indossava una canottiera, pantaloncini e sandali di tela. I suoi capelli erano lisci e castani.

Conclusa la lettura, la ragazza gettò la cicca, si spruzzò del profumo addosso, prese una gomma da masticare dalla borsa e si rivolse a Luca: «Come ti chiami?».

«Cosa?» rispose lui, risvegliato all’improvviso dall’ipnosi, sorpreso di essere stato notato.

«Sono dieci minuti che mi stai fissando. Come ti chiami?»

Luca sentì le ginocchia tremare e un rossore di vergogna gli salì al viso. Era stato lì a guardarla come un ebete e lei se ne era accorta. Balbettò la sua risposta: «Luca... io... mi...»

«E che ci fai qui?» chiese lei, scendendo dal muretto su cui era seduta. «Sei nuovo?»

Luca fece spallucce, cercando di giustificare la sua presenza. «No... niente,» alzò lo sguardo, «stavo guardando le stelle.»

La ragazza si avvicinò per osservarlo meglio. «Ce ne sono tante, quale guardavi?»

Luca deglutì nel sentirla così vicina. «Sa... Saturno...» rispose, quasi senza voce.

La ragazza scoppiò in una risata gentile: «Saturno non è una stella». E se ne andò, senza dire a Luca il suo nome.

***

Questo è - ahimè - l'ultimo capitolo che posso permettermi di offrirti gratuitamente. Se questo libro ti piace e vuoi sapere come andrà avanti l'incredibile storia di Luca e Anna, la potrai trovare nelle sue varie forme (ebook, audiolibro e cartaceo) cliccando sul banner della pagina. Acquistanto il libro non solo ti tufferai in una storia emozionante, ma mi sosterrai nel mio percorso di scrittore.

A prescindere dalla tua scelta, grazie per essere arrivata, o arrivato, fin qui.

Alla prossima pagina.

L'Anello Di Saturno - Cap. 3

Calato il crepuscolo, sotto la prima stella, l’aria si fece più fresca di quanto Jane si aspettasse. «Avrei dovuto portare un maglioncino», disse al figlio, uscendo dal portone annerito dall’ombra del tramonto, ma Luca rimaneva sempre troppo silenzioso per lei.

Il ragazzo teneva gli occhi a terra, voleva evitare di affezionarsi a quel luogo, consapevole che sarebbero di nuovo partiti, prima o poi, come sempre. Non gli importava nulla di quel borgo; Anagni era solo un’altra tappa, un’altra puntina da inchiodare al mappamondo. Non voleva affezionarsi nemmeno ai sampietrini, non desiderava ammirare le stradine medievali né sentirne l’odore. L’aria della sera aveva portato con sé un profumo di soffritto che fuoriusciva dalle finestre delle case, ora illuminate. Ma lui era infastidito da tutto, persino dai colori tenui che sfumavano con il tramonto.

Povero Luca. Non era nemmeno colpa dei genitori. Come biasimarli? Jane e Alberto avevano sempre seguito la loro felicità. Loro erano per Luca l’esempio della fiaccola dell’entusiasmo, del desiderio di ricerca, di divertimento. Erano viaggiatori nell’anima e, nel loro incedere, lo avevano trascinato ovunque.
Da Westminster a Madrid, da Nizza a Parigi, Luca era stato costretto a scoprire scuole e paesi diversi: Africa, Asia, Giordania, dove aveva visto Petra, la città di roccia. Insomma, Jane e Alberto erano così: genitori amorevoli, figli del tempo che corre.

Nel ’65, Jane era scappata di casa, appena maggiorenne. Gli anni di collegio e un padre severo l’avevano portata tra le braccia di Alberto, che invece era cresciuto come un uomo libero. Lui, amante delle donne e viaggiatore in fuga dalle sue origini modeste, si era innamorato delle minigonne francesi e si era trasferito a Parigi. A ventun anni era entrato all’Ecole Normale Supérieure per cominciare gli studi di Fisica, che lo avrebbero portato poi ad emergere come uno dei massimi esperti di fisica teorica della sua generazione.

«Dai, Pulce, vieni. Andiamo a cercare un ristorante», disse Alberto al figlio, rituffatosi tra i pixel che diventavano sempre meno visibili nella notte crescente. L’affetto che lo stringeva a Luca era un legame indistruttibile. Solo una cosa poteva far soffrire Alberto: vedere Luca isolato dietro quella corazza che aveva innalzato tra di loro.

«Dai, andiamo», ripeté.

«Sì, papà.»

«Ecco, vedi...» borbottò Jane infilandosi lo scialle, «quando tuo padre ti chiede qualcosa, ubbidisci subito. Ma quando invece te lo chiedo io, no. Mi piacerebbe capire perché.»

Luca alzò gli occhi dallo schermo, stupefatto dalle parole della madre: «Che ho detto?».

«Prima ti ho chiesto di venire e tu non mi hai nemmeno risposto.»

«Non avevo sentito.»

Jane lo guardò, una lieve fitta di dolore materno accarezzò il suo cuore.

***

Le voci animavano il borgo assopito dalla lunga giornata. Dopo aver cercato invano un ristorante per quasi venti minuti, la famiglia stava per rinunciare alla ricerca quando Alberto notò due anziani seduti su sedie di legno attorno a un tavolo rotondo, immersi in una partita di briscola. Accanto a loro, sulla tovaglia cerata, un bicchiere di rosso allungato con l’acqua.

«Scusate...» disse Alberto con cortesia.

I due anziani, concentrati nel loro gioco, non lo degnarono nemmeno di uno sguardo.

«Sapete indicarmi un ristorante?»

Uno degli anziani si piegò leggermente verso Alberto, senza mai staccare gli occhi dal tavolo, e con una sigaretta stropicciata all’angolo della bocca disse: «Accanto al municipio ci sta un’osteria. Non prendete l’abbacchio, che Marco non è capace».

«Ma che stai a dire», rispose piccato l’anziano di fronte. «Mio figlio è il miglior cuoco di Anagni.» Poi, rivolgendosi ad Alberto: «Non lo state ad ascoltare. Andate più avanti e pigliate ’a salita, in piazza ci sta un ristorante. Proprio davanti alla Santa Maria. Cucina mio figlio, è bravo».

«No, macché bravo. L’abbacchio non lo sa proprio fare. È secco!» disse l’altro, lanciando un tre di bastoni con violenza sul tavolo. «Briscola!» urlò con voce graffiata. L’altro, sbuffando, gettò le carte a casaccio.
In men che non si dica ricominciarono un’altra partita, dimenticando la presenza di Alberto, che raggiunse moglie e figlio.

***

La piazza della cattedrale era avvolta da un fascino antico e misterioso. Il campanile, alto più di trenta metri, dominava la piccola città come un obelisco grigio dal pallore lunare. Si dice, caro lettore, che di notte tutto sia più bello perché le oscenità del mondo vengono celate dal velo dell’oscurità, trasformandosi in ombre che scompaiono nelle tenebre. Ma l’oscurità risveglia anche i mostri nascosti negli angoli della paura, e per questo la notte è così seducente: nessuno resiste al brivido dell’ignoto.
La trattoria era buona e l’abbacchio, sebbene leggermente secco, era ottimo.

«Com’era la cotoletta?» chiese Alberto, osservando il piatto quasi immacolato del figlio. Luca teneva i polsi sotto gli zigomi e i gomiti sul tavolo, fissando inerte la cotoletta mangiata a metà, stesa sopra una triste foglia di lattuga. Non aveva fame, e Alberto sapeva che questo era il primo segno che qualcosa non andava. Luca sembrava la fiammella morente di una candela consumata.

Con un riflesso quasi automatico, il ragazzo afferrò il suo Game Boy. Alberto non ebbe nemmeno il coraggio di strapparglielo via. Come poteva? Sapeva bene che suo figlio stava male a causa delle scelte che aveva fatto lui. Era colpa sua se continuavano a muoversi, spinti dall’ambizione di dirigere un giorno un gruppo di specialisti, di scoprire qualcosa di nuovo, di entrare nei libri di storia. Questo era ciò che Alberto desiderava più di tutto. Guardando il figlio, fu travolto dalla consapevolezza che non gli restava molto tempo prima che Luca diventasse un adulto, prima che la vita se lo prendesse per non restituirglielo più.

Immagino, caro lettore, che tu sia curioso di sapere cosa diventerà Luca da grande. Se ascolterai la mia storia fino alla fine, ti prometto che lo saprai: le vie del tempo e del destino sono, come scoprirai, infinite.

Alberto, per un attimo, si immaginò il figlio alla guida della sua Citroën gialla, pronto a partire senza di lui verso chissà dove. E in quel momento si rese conto che non gli aveva insegnato a frenare. Mentre immaginava la macchina fuggire via per le tortuose strade cittadine, il terrore di sentire uno schianto gli soffocò i polmoni. Si asciugò la fronte con il tovagliolo, cercando di scacciare via i pensieri e le zanzare. «Mangia, Luca, è buona, ti fa bene», disse, accorato.

Luca, senza fare storie, posò il Game Boy sul tavolo e prese forchetta e coltello per ubbidire al padre.
«Quando te lo dico io...» disse Jane, facendo un altro tiro di Camel e incrociando le braccia. Aveva finito un piatto di gamberi alla piastra, che lei stessa aveva definito mediocre, e aspettava – da troppo tempo secondo i suoi standard – il caffè, richiesto almeno cinque minuti prima.

«Stanno finendo anche le ultime batterie», ribatté Luca con una voce così bassa che Jane non capì se fosse un tentativo di informarla o solo di parlare a se stesso.

Con la coda dell’occhio, Alberto notò un gruppo di ragazzi che giocava e correva davanti alla cattedrale. Era lo stesso gruppo che aveva visto nel pomeriggio, fuori dal municipio. Una dozzina di giovani sorridenti e abbronzati scendeva verso piazza Cavour per il dopo cena, insieme al fedele pallone.

«Perché non vai con loro?» chiese Jane.

Luca li guardò, stanco. Vide Ronnie, e l’idea di doverlo affrontare di nuovo lo bloccò.

«Non vuoi farti nuovi amici?» insistette la madre.

«A che serve,» disse Luca, «tanto andremo via tra poco.» Avrebbe voluto scomparire da tutto e da tutti, persino dalle memorie dei suoi genitori che tanto amava, così almeno non avrebbero sofferto per la sua mancanza.

«Dai…» provò a convincerlo Alberto, sfiorando il cappuccio nero del maglione che Luca indossava. «Non hai caldo con questo?»

Il ragazzo rispose con un gesto delle spalle, allontanandosi dal padre, e si alzò senza dire una parola. Infilò il Game Boy nel tascone centrale della felpa e si avviò, come un automa obbediente ai comandi impartiti.

«Torna quando vuoi, ma non troppo tardi!» gli gridò Jane, spegnendo con nervosismo la sigaretta sul posacenere di vetro. Una tazzina di caffè giunse sul tavolo. «Finalmente...» disse con un tono amaro, osservando il figlio allontanarsi, consapevole ‒ come Alberto ‒ delle proprie responsabilità.

L'Anello Di Saturno - Cap. 2

Il caldo era insopportabile. L’afa estiva aveva trasformato i sampietrini in pietre arroventate, dalle quali il vapore non emergeva più, tanto secca era diventata la loro superficie. Persino le nuvole sembravano essersi dileguate, lasciando il cielo alla mercé del sole che cuoceva a fuoco lento l’antico arco di Travertino, la porta Cecere, che segnava l’ingresso nel centro storico di Anagni.

«Hai tu il foglio con le indicazioni?» chiese Jane, alzando la voce per sovrastare il canto delle cicale che dominavano intorno. Vampate di calore secche strappavano il respiro.

Non c’era anima viva. Il centro di Anagni, borgo antico situato in cima alla valle del Sacco, 424 m sopra il livello del mare, era un luogo desolato.

A Luca bastò un passo per sentirsi immerso in una rovina archeologica abbandonata dal tempo e dagli uomini. Vide un campanile solitario emergere da dietro gli edifici bassi e antichi, accatastati e compressi. Era la cattedrale.

Le serrande dei negozi erano tutte abbassate. Non c’era nemmeno l’odore di pane a suggerire l’esistenza di vita, in quella desolazione. Tutti gli anagnini erano fuggiti all’ombra fresca delle foreste o verso i venti del litorale.

Alberto estrasse dalla tasca un foglio inumidito dal sudore e dal viaggio, con sopra le indicazioni, e si incamminò per trovare la loro casa.

«E le valigie?» lo interpellò Jane.

Alberto, rifugiatosi sotto l’ombra della porta Cecere, cercava di capire la direzione da prendere: «Dopo, prima troviamo casa».

Luca alzò lo sguardo, osservando lo stemma della città: un’aquila che afferrava un leone, e delle chiavi con un manto.

Alberto lasciò quindi la macchina in mezzo alla piazza, rasserenato dal fatto che nessun vigile si sarebbe preoccupato di multarlo, e si avviò lungo la strada principale del piccolo borgo: corso Vittorio Emanuele. «Dovrebbe essere in fondo alla via», disse, orientando la mappa nella direzione giusta. E i tre procedettero verso la cattedrale a monte.

La casa ricordava quella dei nonni: una villetta situata in un cunicolo laterale che scendeva dalla strada principale verso la valle. Civico 38. Jane estrasse un mazzo di chiavi dalla sua borsa Givenchy e le passò ad Alberto, che aprì il grande portone di legno verde.

All’interno aleggiava un odore di luogo dimenticato. La freschezza che si sprigionò dall’oscurità fu un sollievo per Luca, che subito cercò un posto dove sedersi. Jane storse il naso: la polvere era così densa da essere visibile in controluce. «Devo trovare una donna delle pulizie», disse, entrando nel salone.
Luca si gettò sul divano, che rilasciò una nuvola di polvere. Quando la luce finalmente invase la stanza, un paesaggio mozzafiato si svelò davanti alla famiglia Colonna. La casa si affacciava sulla vallata ciociara, un luogo di straordinaria bellezza, un mix tra l’eleganza toscana e quel senso di natura selvaggia che ancora caratterizzava il Lazio.

Jane non poté fare a meno di sorridere di fronte ai colori della vallata. Gerani e begonie pendevano dalle finestre, avvolte dalla vigna americana che conferiva alla vista un’atmosfera romantica, persino più magica dell’entroterra della Costa Azzurra, che tanto amava.

«Ci hanno lasciato qualcosa in cucina! Spaghetti!» esclamò Alberto, che aveva già iniziato a esplorare le varie mensole di legno alla ricerca di pasta, olio, aglio e, magari, peperoncino. Trovò una grossa pentola di acciaio bianco, la riempì d’acqua e tentò di accendere i fornelli. Ma nulla, l’accendigas non si avviava.

«Eppure il gas c’è», disse, ascoltando il sibilo silenzioso provenire dai fuochi, che tuttavia rimanevano spenti.

«Hai provato a premere il pulsante dell’accendigas?» chiese Jane, posando la borsa sulla tovaglia cerata.

«Certo che ho provato, ma non funziona, guarda.»

Nel frattempo, Luca, sdraiato sul divano e infastidito dalla luce, si era immerso nuovamente nel suo Game Boy. Jane provò ad accendere la luce della cucina, ma gli interruttori di plastica color crema non sortirono alcun effetto.

«Mi sa che non c’è elettricità», osservò Alberto. «L’interruttore centrale dovrebbe essere all’ingresso, come dai miei.» Così, dietro l’attaccapanni, trovò lo sportello dell’interruttore, che però sembrava acceso.

«Forse c’è qualcosa fuori», suggerì Jane. Una volta usciti, avvolti dal canto delle cicale, notarono un cavo elettrico che pendolava sopra le loro teste. «Non ci hanno allacciato...» mormorò Alberto, asciugandosi la fronte.

Jane, con la sua abituale determinazione, non esitò. «Vai a parlare con qualcuno», disse. Poi rivolgendosi al figlio: «Luca! Stacca gli occhi da quell’aggeggio e aiuta tuo padre!».

Così, i due Colonna si misero in marcia alla ricerca di un elettricista alle 13:45 di Ferragosto.

***

Appena arrivati nella piazzetta centrale, il sudore sulla nuca di Alberto già colava a profusione. Senza ombra dove rifugiarsi, Anagni sembrava l’inferno. Con segnaletica scarsa e pochi turisti, appariva quasi una città fantasma.

«Municipio», lesse Alberto seguendo un cartello di metallo sbiadito dal sole. «Aspettami qui», e si diresse sotto la gigantesca volta che ospitava l’ingresso verso gli uffici, nutrendo la speranza di trovare qualcuno.

Per la prima volta, ma non sarebbe certo stata l’ultima, Luca si trovò solo. Osservò il padre svanire tra i corridoi degli uffici statali. Il suo sguardo si perse verso piazza Cavour, dominata dal monumento ai caduti, arso dalla calura.

Sentì il suono di un pallone che colpiva un muro: la valvola rimbombava contro la plastica, producendo un rumore acuto e artificiale, qualcosa di nuovo per lui. A Parigi, i ragazzi non giocavano a pallone; era troppo pericoloso con tutte quelle macchine.

Il Super Tele blu e nero si fermò ai piedi di Luca, che lo bloccò con la suola delle sue All Star.

«Aò! Che ti sei incantato?!» gridò un ragazzo robusto con un marcato accento ciociaro. Era Ronnie, diciassette anni, ripetente di terza superiore. Luca, accecato dalla luce, non riuscì a vederlo chiaramente.

Osservò il pallone ai suoi piedi, pensando di non averne mai calciato uno in vita sua, a parte una volta a scuola. Non sapeva come restituirlo a Ronnie senza sembrare goffo. Lo prese con le mani e uscì dall’ombra della volta, avvicinandosi al ragazzo, che lo fissò come se fosse un alieno. Ronnie era un capogruppo, alto, robusto, con la pelle olivastra e un ciuffo alla Elvis. Aveva spalle larghe e un viso imberbe. «Da dove vieni?» chiese con tono aggressivo, stagliandosi imponente come un gigante davanti a Luca.

«Mi chiamo Luca, vengo da… da Parigi», balbettò il ragazzo. Al suono di quella città, Ronnie storse il naso, forse per gelosia, forse per frustrazione. Parigi... lui non era mai andato più in là della capitale, e il viaggio più ambizioso che sognava di fare era quello che i suoi genitori continuavano a promettergli: Gardaland.

Gli bastò uno sguardo per capire che Luca, così magrolino e nascosto dietro quegli spessi occhiali neri, non avrebbe rappresentato un pericolo per il suo territorio. Anzi, quella sarebbe stata l’occasione giusta per inaugurare un fresco capro espiatorio con il quale ricordare a tutti chi comandasse ad Anagni.

«Per che squadra tifi?» chiese, strappando via il pallone dalle mani di Luca. Quest’ultimo, ancora poco avvezzo alla cadenza ciociara, non aveva mai sentito questo verbo. Tifare… cosa poteva voler dire? Provò a trovare una radice comune in francese. Spesso riusciva, tramite equivalenza, a dedurre un significato passando dall’italiano al francese. Ma non trovò nessuna omofonia per smarcarsi dal blocco linguistico che aveva di fronte: la parola “tifare” proprio non somigliava a nulla che conoscesse. Aveva però a che fare con una “squadra”. Si trattava di sport. Ma di quale sport parlava Ronnie?

I secondi colavano come il suo sudore, mentre ragionava. Tutto questo giro di pensieri e parole avvenne nell’arco di un millisecondo. Luca era un essere complesso, veloce quanto fragile. «La Francia...» disse, sperando di uscirne vivo. «Tifo la Francia.» Poi osservò Ronnie che annuì con la testa, e fece un sospiro di sollievo.

«No, ma io ti stavo a dire in Italia. Per che squadra tifi in Italia?»

Niente. Luca era tornato al punto di partenza. La situazione gli stava scivolando di mano e non aveva la minima idea di cosa dire.

Il suo tentennamento aprì uno spiraglio nel quale Ronnie entrò a gamba tesa, senza nessuna remora. «Non dirmi che non sai cosa vuol dire tifare!» sbraitò con una grassa risata, includendo il gruppetto di amici che si erano avvicinati. Tutti guardarono Luca con l’aria tra il curioso e il “che cazzo ci fai qui da noi?”

Luca deglutì, ora costretto ad ammettere la terribile verità: «No, non so cosa voglia dire, mi dispiace».
Tutti scoppiarono a ridere. Luca abbassò gli occhi, conoscendo bene il fervore ardente dei coetanei pronti a odiare chi arriva da fuori, tutti desiderosi di discriminare per sentirsi più uniti. Ormai aveva capito che in ogni posto dove andasse, lui era la colla che univa tutti.

Ronnie, finita la risata, gli diede le spalle e raggiunse il gruppo, lasciando Luca solo a cuocere di vergogna sotto il sole. Il Super Tele tornò a battere contro il muro mentre Alberto scendeva le scale del municipio due gradini alla volta, sempre sorridente. «Allora,» disse dopo aver notato l’incontro tra Luca e Ronnie dalla finestra del secondo piano, «sono simpatici?»

Luca fece un timido cenno di sì, evitando del tutto il discorso. Sapeva che non aveva senso rendere partecipe il padre delle tribolazioni che affrontava a ogni nuova tappa. L’unica volta che ci aveva provato, l’intervento di Alberto aveva peggiorato tutto.

Il ragazzo cambiò discorso. «E tu? Hai trovato un elettricista?»

Alberto sorrise: «Temo di no. È tutto chiuso qui. Anagni non è Parigi».

E su questo c’erano pochi dubbi, caro lettore: Anagni non era certo Parigi.

L'Anello Di Saturno - Cap. 1

Ogni storia d’amore è un caos incantevole che si innalza sopra l’ordine predestinato. 

Permettimi, caro lettore, di presentarmi: sono il Destino.

In un’epoca lontana, antecedente l’esistenza di questa realtà, avevo ordinato l’universo in un regno di calma e pace. Dopo molteplici eternità, ero finalmente riuscito a organizzare gli elementi primordiali e a relegare il caos a un lontano ricordo. Tutto, nel mio mondo, era come lo desideravo: chiaro, lineare.

Esausto, ma soddisfatto per aver completato il mio compito, cedetti ‒ solo per un istante ‒ al pensiero del riposo. Fu in quel momento che l’Amore, mia eterna nemesi, fonte di disordine e imprevedibilità, colse l’opportunità per distruggere la mia impresa.

L’Amore sedusse gli elementi primordiali, imbevendoli di un magnetismo travolgente. Il loro contatto generò una scintilla che provocò l’esplosione delle esplosioni. Quello che tu, caro lettore, chiami il “Big Bang”, il ritorno al caos.

Da allora, lavoro incessantemente per restaurare l’ordine, ricucendo con fatica le trame del tempo e dello spazio, annodate e intrecciate a causa dell’Amore.

Tuttavia, devi sapere che poche storie causarono più scompiglio di quella che sto per narrarti: la storia di Luca e Anna.

Luca e Anna... due nomi che potrebbero sembrare comuni in un mondo di miliardi di altri nomi. Ma le loro anime erano imbevute della stessa essenza d’amore che sedusse gli elementi: un amore puro, l’amore dell’inizio dei tempi.

Ancora inconsapevoli, ignari l’uno dell’altra, Luca e Anna erano già inseparabili. Come due magneti carichi di eros, la loro vicenda sembrava già scritta: destinati a scatenare, nel momento in cui si sarebbero amati, un caos devastante nelle mie trame.

***

Il 13 agosto del 1995, nel quattordicesimo arrondissement di Parigi, una Citroën di colore giallo ocra era pronta a partire. Carica fino all’inverosimile, i bagagli di cuoio occupavano persino i posti posteriori. Tra le valigie, un ragazzino magro dalle spalle larghe, con gli occhiali spessi, era immerso nel suo Game Boy.

Luca Colonna, sedici anni, esperto di Tetris e di solitudine, giocava senza lanciare nemmeno uno sguardo alla città che fino a poco prima aveva chiamato “casa”. Le strade di Parigi erano ancora fresche di mattino, e fuori dall’abitacolo regnava un’allegra confusione, in netto contrasto con la sua anima spenta. Non era una vacanza, quella che l’attendeva, bensì un viaggio senza ritorno, l’ennesimo addio a tutto ciò che conosceva, il tredicesimo, per l’esattezza. Luca si sentiva come una pianta sradicata troppe volte, costretta a rifugiarsi nella solitudine per trovare un po’ di pace.

Alberto, il padre, quarantotto anni, era alto e robusto, con un folto baffo e capelli ricci. Quando parlava emanava un entusiasmo contagioso. Depositò l’ultima valigia, contenente il suo telescopio, sul tetto della Citroën e assicurò le robuste cinghie elastiche. «Si parte!» esclamò dando un colpo al camion dei traslochi parcheggiato davanti.

«Luca, hai preso tutto?» chiese Jane, la madre, quarantasette anni portati con eleganza. Capelli corti, sguardo di ghiaccio, era il motore sempre attivo della famiglia. Dopo aver gettato la Camel consumata sul marciapiede, la schiacciò sotto il suo stivale di coccodrillo e attese una risposta. Luca, troppo assorto nel tentativo di incastrare il pezzo a forma di “I” per fare Tetris, non rispose.

Alberto picchiettò con l’indice sul finestrino: «Luca, quando tua mamma ti parla sei pregato di rispondere».

«Sì, mamma, ho preso tutto», rispose il ragazzo senza distogliere lo sguardo dal gioco. Non aveva molto da portare con sé, il povero Luca, così abituato a partire da aver ridotto la sua vita in uno zaino. Non aveva nemmeno salutato Julien, il suo “migliore” amico, incontrato solo sei mesi prima. Luca conosceva gli addii fin troppo bene. Le lacrime ormai gli pesavano ed era stanco di quella tristezza, stanco persino di essere stanco. Lo aveva capito al sesto trasloco: meglio andare via senza dire nulla, si soffre meno.

Alberto avviò il motore mentre Jane, accendendosi un’altra Camel, riempiva l’abitacolo di fumo.

«Mamma, puoi aprire il finestrino per favore? Non mi piace l’odore», chiese Luca.

Jane, con un gesto nervoso, girò la manopola più volte finché l’aria di Parigi non sfiorò i suoi capelli corti. Guardò con lieve tristezza i monumenti scorrere, la sua vita. In quella città aveva vissuto il ’68, le proteste, le occupazioni studentesche, guidata da quel suo insegnante di matematica poi divenuto un noto politico.

Jane era una di quelle donne che indossavano i pantaloni quando tutte le altre preferivano le minigonne e guidava motociclette mentre le sue amiche cercavano un marito. Poi, invece, fu lei la prima a cadere vittima dell’Amore – con Alberto. E ora stava lasciando tutto per lui.

I bagagli sopra la sua testa, pieni di sogni, celavano il futuro di Alberto, talentuoso fisico teorico. Aveva ricevuto un promettente impiego al CNR di Roma, e Jane aveva accettato, non senza remore, di trasferirsi in Italia con l’uomo che aveva conquistato il suo cuore. Parlava un italiano perfetto, caratterizzato da una “erre moscia” e piccoli errori che sperava correggere presto, grazie alla lettura delle opere di Pavese.

Guardò suo figlio: era così solo, così fragile... poi posò la mano sul ginocchio di Alberto, concentrato alla guida.

Alberto le sorrise. Quanto la amava.

Jane estrasse una cassetta bianca dal portaguanti e la inserì nella radio. Pink Floyd. Propose poi di fermarsi al McDonald’s: «Luca, ti va? Ce n’è uno sull’autostrada».

Luca, senza distogliere lo sguardo dal gioco ‒ al livello nove non ce lo si può più permettere ‒ fece un piccolo cenno di assenso con la testa, sufficiente a fargli sbagliare il posizionamento di uno dei blocchi. «Merda...» mormorò sottovoce.

***

«Dormiremo dai nonni», dichiarò Alberto, con le mani stanche sul volante, mentre la Torre di Pisa iniziava a delinearsi all’orizzonte.

Luca, perennemente immerso nel suo mondo di pixel, aveva già esaurito due dei tre pacchetti di batterie che Jane gli aveva comprato. Non desiderava altro che giocare, per dimenticare ricordi troppo dolorosi, zeppi di amici di cui possedeva solo nomi e indirizzi per mandare loro la solita cartolina che sarebbe stata, come sempre, presto scordata.

Man mano che il tempo passava, Luca sperava che, in questo modo, potesse ritrovare quella felicità perduta. A volte si chiedeva se la sua vita fosse reale o solo frutto dell’immaginazione, come le storie nei libri che leggeva.

***

La casa dei nonni era intrisa di tipicità italiana: una villetta bifamiliare sul litorale toscano, che emanava un profumo antico. Il nonno era falegname, ristoratore, inventore e pittore: un uomo dalle mille risorse. La nonna, una donna paziente e gentile, era sarta e confezionava confetti per i matrimoni. Entrambi erano sopravvissuti alla guerra e avevano contribuito a ricostruire il paese con fatica e sudore.

Luca salì le scale di graniglia e, arrivato nel corridoio buio del secondo piano, notò vicino alla cornetta del telefono, sul mobiletto, il disegno che aveva realizzato l’ultima volta che era stato lì in vacanza. Era tra quelle mura che aveva perfezionato il suo italiano, immerso tra pinete e castagnaccio.

Prese la piccola cornice dorata in cui era stato inserito il suo disegno. Si distinguevano chiaramente gli occhi della nonna, di colore diverso: uno verde, l’altro marrone. Sopra, appeso al muro bianco, c’era un quadro che Luca aveva sempre interpretato come un animale fantastico: una strana figura rosa avvolta in un fondo nero.

Ma in quel momento, un evento straordinario accadde: la sua percezione del mondo si ribaltò. Per la prima volta, si rese conto che il quadro non raffigurava un animale magico ma una rosa e i suoi petali. Per anni aveva creduto che il nonno avesse dipinto una creatura fantastica, avvolta nelle tenebre e sorridente come la Gioconda, ma in realtà era solo una rosa, ordinaria e splendida.

Spesso, caro lettore, la forma delle cose inganna gli occhi di chi osserva. Ed è solo quando il caos si fa ordine che finalmente emerge la verità, e si è un passo più vicini alla pace.

«Ho preparato le lasagne, sei contento?» chiese il nonno a Luca, dando un colpetto al divano scamosciato del salone. «Siediti, devo dirti una cosa.»

Luca, ragazzo tanto intelligente quanto educato, ebbe la premura di spegnere il suo Game Boy, non solo per rispetto verso il nonno ma anche perché le batterie stavano esaurendosi e non poteva permettersi di rimanere senza. Così, ascoltò.

Il nonno parlò piano, con calore e accento toscano: «Devi essere buono con la nonna. Ha avuto un’operazione, le hanno tolto il seno. Non è una cosa facile per una donna, sai?». Questo era il nonno, un uomo d’altri tempi, sì, ma sensibile e moderno, sempre attento agli altri.

La mattina seguente, Luca e i suoi genitori ripresero la macchina. Si sarebbero rivisti a Natale, tra regali e presepi, durante una cena luculliana a base di pane sciocco, crostini ai funghi, lasagne, agnello con patate, tiramisù, caffè e ammazzacaffè.

Si sarebbero rivisti, caro lettore, se non fossi stato costretto a far succedere quello che successe.

***

L’autostrada era deserta, in quel giorno di Ferragosto, quando in Italia le strade rimangono spesso vuote.

«Manca poco», commentò Alberto, innestando la quinta. «Siamo quasi arrivati.» E, accendendo la freccia destra, si diresse verso Anagni.

Luca non notò il cartello blu con scritta bianca, era troppo immerso nel suo Game Boy, doveva finire prima che la spia rossa della batteria si spegnesse definitivamente. Sapeva che Tetris aveva una fine e, sebbene non conoscesse nessuno che fosse riuscito a raggiungerla, sperava di essere lui quello fortunato.

La spia del Game Boy si spense e Luca alzò gli occhi. Il sole picchiava sulla terra brulla delle verdi colline ciociare mentre la Citroën giallo ocra entrava nel viale alberato che conduceva ad Anagni.

Erano le 12:23 di giovedì 15 agosto 1995 quando Luca Colonna, finalmente, arrivò nella sua nuova città.

#122 Finire, finire, finire!

Nella mia varia carriera, ho imparato una cosa molto importante: il valore di completare la propria opera: è immenso, più grande di quanto possiate pensare.

Nel completare qualcosa, avviene la vera nascita. È in quel momento, e solo in quel momento, che l'opera diventa altro che un sogno, una follia di immaginazione. Quindi, da un punto di vista artistico, è nel suo completamento che l'opera trova il proprio senso. Proprio come l'articolo sulla risoluzione drammaturgica che ho scritto alcune settimane fa.

Ma non è solo questo aspetto a giovare del completamento. Anche l'artista, nel completare l'opera, pur vivendo un trauma da separazione, procede verso una fase diversa, di bilancio, retrospezione quasi, che gli permette di guardare al futuro in un modo diverso. Ricco della sua produzione, che gli dà la forza (sia interiore, ma anche in maniera concreta, esteriore, in uno scambio di valore monetario che gli dà la possibilità di pensare che la sua arte sia anche il suo pane), l 'artista, con il completamento, si rafforza.

Ma è il terzo aspetto quello più importante. Quello che ho capito sulla mia pelle. Chi completa, è affidabile. E questo, in un mondo fluido e veloce come il nostro, è oro. Chi completa è un monolito che conferma al mondo che “ciò che dice, fa”. L' affidabilità è un valore importante per l'artista. Io penso che ogni volta che una persona mi legge sceglie scientemente di donarmi il suo tempo. E il tempo è talmente prezioso che non ha un valore definito. Si dà del tempo solo all'artista affidabile, perché il timore di perdere tempo, di sprecarlo in qualcosa che poi, in fondo, non è né trasformativo, né emozionante, è come una spada di Damocle.

Vi faccio un esempio concreto: Fellini, o più recentemente Spielberg. Due geni incredibili, che hanno dimostrato, per tutta la loro carriera, di essere sempre attenti al loro operato, di concluderlo, di dare, ogni tot anni, un'opera. Questo ha permesso di predisporre il pubblico all'ascolto attento delle loro opere. E solo occhi e orecchi attenti possono captare i segnali dell'artista.

Quindi, l'artista che completa, in un certo senso, predispone la realtà all'ascolto.

E cosa vuole, un artista, se non essere ascoltato?

Voi siete riusciti a finire dei progetti incredibili? Avete qualcosa di incompleto che vi urla quotidianamente di essere finito? Vi aspetto nei commenti.

Piccola nota a margine: i prossimi quattro episodi del "Diario d'Artista" saranno i primi quattro capitoli del primo volume dell'"Anello di Saturno". Potrete ascoltarli e leggerli, proprio come ascoltate e leggete queste pagine del diario. E potrete anche commentarle, se vi fa piacere. Sapete che io leggo sempre e rispondo quasi sempre, quando riesco.

Spero che questo viaggio che vi offro vi piaccia, e che lo condividiate, ogni volta, con chi pensate che possa essere divertito da questa storia che ho scritto.

Alla prossima pagina.

#121 La copertina dell'Anello Di Saturno

Udite udite!

Sono aperti i preordini per il primo volume dell'Anello Di Saturno. Se volete trovarlo lo potete cercare su Amazon "Anello Di Saturno Flavio Parenti" oppure se mi ascoltate da Spotify, fate un salto sul sito, io qui lascio gli indirizzi per prenotare l'Ebook, il Cartaceo e l'Audiolibro.

Eccoci qui. È arrivato il momento di svelare la copertina che potete vedere sul sito! E devo dire che sono emozionato. Finalmente sta per nascere la saga. Sta per vivere nella vostra immaginazione, sta per accendere le vostre pulsioni. Sarà sempre mia, ma anche vostra. Il bello della lettura è proprio che ogni lettore viva la sua storia, personale, profonda, piena di sfumature per ognuno diverse. Altro che metaverso!

"Una saga d'amore, tempo e destino.
Luca e Anna. Due nomi che potrebbero sembrare comuni in un mondo di miliardi di altri nomi, ma le cui anime erano imbevute della stessa essenza d’amore che sedusse gli elementi agli albori del tempo: un amore puro.
Mentre Anagni si addormenta nell’agosto del 1995, due sedicenni si incontrano: lui, un parigino strappato via dalle sue radici; lei, una ribelle desiderosa di emanciparsi dalle vecchie tradizioni locali.
Attraverso i miei occhi, quelli del Destino, vivrai, caro lettore, la nascita del loro amore contrastato, tra amicizie e tragedie familiari. E, sepolta, una leggenda: colui che troverà l’anello di Saturno otterrà il dono di trasformare il proprio destino.
Una storia di giovinezza e amore, testimonianza dell’incantevole forza di un legame che, a ogni svolta, sovverte le mie trame."

Come ho già detto in un articolo precedente, la copertina e la quarta di copertina sono i due elementi importantissimi per un libro.

La copertina, con un colpo d'occhio, dice tantissimo. Come dice il detto: "In un'immagine ci sono mille parole", quindi, per veicolare velocemente qualcosa, nulla è meglio di un'immagine e di un titolo. Cosa ne pensate? Cosa vi fa immaginare? Voglio sapere tutto!

E poi, c'è la quarta. È il secondo "scoglio" da superare prima di intrufolarsi tra le pagine scritte dell'autore. Se la copertina è la casa vista dalla strada, la quarta è il momento in cui si arriva davanti al portone, prima di aprire la porta. Un momento importante, che non deve solo convincere a prendere il libro, ma soprattutto deve far venire la voglia a chi lo legge di aprire quella porta. E a quel punto, sarà l'incipit, nel libro, a decidere se iniziare o no con la storia. E per l'incipit, dovrete aspettare ancora qualche giorno.

Ma vi prometto che l'intero primo capitolo del volume (cioè più di 40 minuti di audiolibro e 30 pagine di libro) sarà disponibile gratuitamente su questo sito, diviso in quattro parti.

Insomma, vi aspetto nei commenti! Cosa ne pensate? Cosa vi aspettate? E se potete, fatelo sapere a tutti quanti che finalmente comincia la saga!

Alla prossima pagina.

#120 Trova il tuo maestro

Quando facevo l'assistente alla regia, ho avuto la fortuna di assistere, ed è il caso di dirlo, al processo creativo di uomini che avevano dedicato la loro vita allo sviluppo artistico. Ognuno di loro possedeva una propria visione dell'arte, un arsenale di trucchi e segreti, frutto di intuizioni che avevano forgiato il loro percorso artistico. Matthias Langhoff, Maurizio Nichetti, Marco Sciaccaluga: tre registi dai quali ho imparato molto, in diverse dimensioni dell'arte, da come comportarsi (Marco), a come concepire una visione (Matthias), fino a come strutturare la produzione artistica (Maurizio). Ma poi c'è stato anche Massimo Mesciulam, che mi ha trasmesso la sua visione della recitazione e le sue tecniche. Marco, Maurizio, Matthias, Massimo. I miei M. I miei maestri d'arte.

Vi racconterò come ho scelto Matthias. Ero assistente alla regia di Marco e, un giorno, durante l'allestimento di "Madre Courage e i suoi figli", vidi Matthias infuriarsi per quella che considerava una mancanza di rispetto verso il poeta, Bertold Brecht, autore dell'opera.
In un impeto di passione, Matthias salì sul palcoscenico, animato da un dolore autentico, perché sentiva che la messa in scena non rendeva giustizia all'intento originale del poeta. Personalmente, ritengo che ogni regista abbia la libertà di interpretare l'opera, come vuole poiché in quel momento è lui l'artista. Tuttavia, fu la passione e la sensibilità di Matthias a catturarmi come un magnete. Quando scese dal palco, mi avvicinai a lui e gli dissi: "Matthias, voglio essere tuo allievo. Voglio assisterti." E così fu. Matthias mi insegnò moltissimo, perché ero stato io a sceglierlo.

Se ho avuto un talento, è stato quello di riconoscere i maestri. Nel secondo anno della scuola di teatro stabile, ebbi l'opportunità di essere selezionato tra i migliori allievi per uno stage intensivo di quasi un mese con allievi di altre scuole europee e maestri proveniente da tutto il mondo. La prima settimana fu un tour de force di mini-lezioni sulla drammaturgia inglese, commedia dell'arte, danza messicana, butoh giapponese e tecniche di canto e allenamento indiani: insomma un'esperienza straordinaria. Spinto dalla mia inesauribile curiosità, decisi di immergermi nel Butoh, riconoscendo nel maestro Katsura Kan una fonte di sapere e ispirazione.

E così mi immersi in una dimensione completamente diversa dalla mia abituale realtà teatrale. Questa esperienza non solo mi ha aperto la mente, ma anche il corpo!

Individuare i propri maestri è un talento. Quando comprendiamo che esistono uomini e donne nel mondo con un bagaglio di conoscenza e arte vasto come il tempo che hanno vissuto, allora capiamo quante inesauribili fonti di conoscenza, esperienza e formazione siano a nostra disposizione.

Non esistono scuole che possano creare artisti: perché sono gli allievi a scegliere i propri maestri, non il contrario. È il valore dell'individuo artista, che si riflette e plasma l'opera, a renderla magica. Questo avviene spesso quando l'artista, finalmente sicuro di sé e consapevole del territorio in cui si muove, decide, con esperienza ed estro, di andare oltre i confini tracciati dai maestri, alla ricerca di nuovi orizzonti sconosciuti.

Alla prossima pagina.

#119 La coerenza nell'arte

Nel cinema esiste la figura della segretaria di edizione, credo che sia l'unico mestiere che abbia una connotazione femminile fin dalla sua origine. Nella mia carriera d'attore non ho mai incontrato un segretario di edizione, incredibile, vero?

La segretaria di edizione si occupa della coerenza filmica, nota anche come "continuità". Poiché le scene non vengono girate in ordine cronologico, ma a blocchi, spesso in base al luogo di ripresa, può capitare di girare le scene 2, 45 e 115 in successione. Tuttavia, tra una scena e l'altra possono verificarsi cambiamenti, sia fisici (cicatrici, tagli di capelli) sia emotivi. La segretaria di edizione è qui per risolvere tutti i dubbi. Durante le riprese de Il Paradiso delle Signore, mi avvicino spesso alla cabina di regia chiedendo: "Da dove vengo?". In pochi minuti, mi viene fornita una sintesi degli avvenimenti pertinenti al personaggio di Tancredi, così da potermi immedesimare meglio nello stato emotivo del personaggio.

Anche nelle altre forme d'arte, la coerenza è fondamentale. Ad esempio, nella scrittura, se un personaggio viene descritto con gli occhi azzurri, non può averli neri quattro capitoli più tardi. La stesura de La Saga dell'Anello di Saturno è stata una sfida sotto questo aspetto. I personaggi sono numerosi, gli anni trascorrono e accade di tutto. E allora, come si fa? Io utilizzo un software di cronologia che mi permette di catalogare l'intera narrazione in sequenze, blocchi distinti per luoghi, personaggi e date. In questo modo, posso capire a colpo d'occhio, da autore, "da dove vengo". Sono la mia propria segretaria di edizione!

Oggi, però, voglio raccontarvi un aneddoto del quale sono il fortunato detentore. Durante un piccolo tour di presentazione di "Goltzius and the Pelican Company", ho avuto l'opportunità di trascorrere ore di viaggio insieme al regista Peter Greenaway. Abbiamo parlato di molte cose: cinema, recitazione e della famigerata coerenza.

Greenaway, come altri maestri, non crede nella coerenza; anzi, la detesta. Il motivo? I sogni non hanno coerenza e, per estensione, nemmeno la vita. Quindi, perché dovrebbe averla l'arte? In un mondo didascalico, dove tutto deve essere spiegato, trovo questa visione dell'arte assolutamente rivoluzionaria e, devo ammettere, affascinante.

Molti illustri registi hanno combattuto contro la continuità: David Lynch e il sommo Stanley Kubrick, che ha reso l'architettura dell'Overlook Hotel in "The Shining" un labirinto di impossibilità. L'incoerenza è vita, e se non è eccessiva tanto da farci pensare "ma no, no, questo è impossibile!", allora genera nel fruitore una sensazione di disagio, di incertezza. Rivela la possibilità che l'opera non sia stata del tutto compresa, il che è oro. Credo che neanche l'autore possa essere pienamente consapevole della sua opera, figuriamoci lo spettatore.

Questo effetto sfiora la pareidolia, la tendenza umana a vedere volti dappertutto, tra le rocce, nelle nuvole. L'uomo attribuisce naturalmente un significato a ciò che vede, la sua dimensione razionale cerca di dare senso a tutto ciò che percepisce. Questo avviene anche nell'arte.

Quindi, non bisogna temere l'incoerenza, anzi! E cosa significa questo per la scrittura, la recitazione, l'arte? Significa accettare un grado di libertà, una volontà esterna che ci guida. L'artista, non più condotto dalla propria forza di volontà, diventa, per un istante, veicolo di altro, di altri.

E qui inizia la magia.

Alla prossima pagina.

#118 Come sviluppare la creatività?

Sono un creativo e mi piace immaginare. A volte, mi viene chiesto: «Ma come ti è venuta in mente quest'idea?» e non so rispondere. Non conosco le dinamiche che mi portano all'ideazione. È difficile anche tracciarle, poiché ritengo che l'idea sia semplicemente la manifestazione esteriore di un movimento interiore, che include molti aspetti della persona: la sua formazione, i suoi desideri, la sua indole, ma anche il momento, il meteo, l'ora, lo stato emotivo. In sintesi, la creatività è un fenomeno complesso, che non può essere affrontato come una singola disciplina, ma piuttosto come una dimensione multidisciplinare. Ed è così che voglio affrontarla oggi, cercando di capire i meccanismi che portano all'idea.

Prima di tutto, vi è la persona: l'io, la mente. Questo insieme magmatico di paure, desideri, formazione. Le voci esteriori, come quelle dei nostri genitori, dei nostri amici, della società. Questa persona non è solo mente, ma anche emozione: il battito cardiaco, la respirazione, la voce. Sensazioni di abbandono, di felicità. Tutto lo spettro delle nostre emozioni veicola, all'io, una prospettiva unica sul proprio bagaglio interiore.

Poi, oltre l'io e le emozioni, c'è il corpo: la fisiologia. Stiamo correndo, camminando, digerendo; abbiamo nicotina, caffeina, sonno, appena svegliati. La nostra biologia, i nostri muscoli, quanto sono allenati, la nostra schiena, quanto è diritta. Ma anche se vediamo bene. Io, per esempio, sono miope, e questo mi limita tantissimo nella percezione del mondo. Senza occhiali, vivo in una bolla sfuocata. (Per chi volesse saperlo, mi mancano 5.25 e 5.75, che, diciamolo, mi mette di fatto tra le talpe del mondo.)

Ma questa mente, piena di emozioni in un corpo vivo, vive nel mondo. E qui entrano le dinamiche esterne. C'è la luce del sole, il pallore della luna. La musica di Chopin o il traffico cittadino. Fa freddo, fa caldo.

Ora vi svelo un segreto: le idee, secondo me, stanno nel numeno. E se tutte queste variabili, che ho elencato, sono tarate al punto giusto, in equilibrio tra loro, allora, a volte, entriamo in contatto con il regno delle idee, il numeno. Per chi non sapesse cos'è il numeno: Il numen, nella sua origine romana, rappresentava una forza divina o presenza spirituale che permeava il mondo naturale, guidando e influenzando la vita quotidiana attraverso entità o aspetti sacri della realtà. Questo concetto, trasposto nella filosofia moderna, trova un parallelo nella nozione kantiana di "noumenon" o "cosa in sé", che si riferisce alla realtà ultima che sta al di là della percezione umana e delle esperienze sensoriali. Cioè qualcosa che non possiamo conoscere.

Come fare, quindi, a ottenere questo allineamento? Metodo e disciplina. Cibarsi con cibi sani, sia per l'anima che per il corpo, che del mondo e circondandoci di bellezza, bellezza architettonica, bellezza artistica, musicale. Cercare arricchimento classico e curiosità. Approfondire le sfumature della realtà, infilarsi nelle pieghe del creato alla ricerca di ciò che non conosciamo. Camminare ad occhi aperti, grati dell'esperienza che ci è stata data di vivere questa Divina Avventura che è la vita.

Alla prossima pagina.

#117 I limiti della perfezione

Nella "Divina Avventura" ho affrontato il tema della perfezione: del raggiungimento di quell'idea che abbiamo nel cuore, nella mente, ma che, in un certo senso, continua a spostarsi incessantemente. Il processo di ricerca che ci porta verso l'idea è la bellezza dell'arte, la sua natura più profonda. Per esempio, oltre a scrivere, gestisco questo sito sul quale, ogni lunedì e giovedì, pubblico il diario d'artista. Si tratta di un sistema complesso, che non starò a spiegare nel dettaglio, ma che coinvolge molteplici applicazioni e che può essere continuamente migliorato e ottimizzato.

Ho il terribile vizio di voler sempre migliorare anche ciò che funziona. Ripulire, ottimizzare, alleggerire sono cose che amo fare, come se risolvessi dei puzzle. Il problema è che spesso, nel farlo, rompo tutto. E, anzi, più rompo, più sprofondo nelle sabbie mobili della ricerca della perfezione. Non vi è mai capitato di rovinare tutto pur di migliorare qualcosa che non era nemmeno utile fare? Ecco, mi è successo la notte scorsa. Ho voluto pulire il database del sito da cose inutili – un lavoro che non era necessario, poiché non avrebbe cambiato nulla – e, nel farlo, ho rotto il sito. Ho passato tre ore, fino alle due di notte, a recuperare il salvataggio del giorno precedente e a rimettere tutto a posto com'era. Risultato? Quattro ore perse. Come potete vedere, il desiderio di perfezionare può essere deleterio.

Quante volte, mentre scrivo, mi rendo conto che il testo non è sufficientemente buono, che manca di umanità, di dettaglio, di vibrante emozione. E il primo istinto – fare editing – prende il sopravvento e sento l'irrefrenabile bisogno di mettere le mani sul testo, non a mente fredda, bensì a mente calda.

Per fortuna, ho imparato a tenere a bada questa pulsione, soprattutto grazie a Stephen King e al suo "On Writing", che non smetterò di consigliare a chi vuole scrivere. Uno dei principi fondamentali di King, in linea di massima, è quello di compartimentalizzare e far riposare il lavoro creativo. Questo significa, per esempio, non fare editing mentre si scrive. E ha ragione: sono due fasi completamente diverse. Una, la scrittura, è puramente creativa, esplorativa, un tuffo nell'ignoto. L'altra, l'editing, è razionalizzante, tendente all'ordine e alla comprensibilità. Certo, vi sono momenti in cui l'editing è creativo, così come vi sono momenti in cui la scrittura creativa è funzionale alla comprensione e non all'emozione, ma devo dire che evitando di fare le due cose insieme, si evitano disastri come quello che ho vissuto con il desiderio di migliorare qualcosa che andava già bene, perché assalito dal virus del perfezionamento.

La realtà è imperfetta, come ho spiegato in un articolo di un po' di tempo fa, la storia di una matita e della mia incapacità di non perderla. È importante saper fare i patti con il reale, abbracciare il superfluo come parte integrante della bellezza che ci circonda, accettare che la perfezione, a volte, è un passo indietro. Perché ci sarà sempre, per fortuna, qualcosa che sfugge alla mente razionale. Ed è proprio questa dimensione che dobbiamo raggiungere nell'atto creativo. E poi, dobbiamo fidarci di esso, pulirlo, limarlo, certo, ma anche inneggiarlo, difenderlo, amarlo. Insomma, come dicono gli americani: "If it ain't broke, don't fix it!". Che vuol dire "se non è rotto, non aggiustarlo."

A voi è mai capitato di perdervi in quel labirinto del perfezionamento che poi vi ha portato a rovinare tutto?

Alla prossima pagina.

#116 L'uomo divino

Vi è una teoria affascinante riguardo a Michelangelo e la Cappella Sistina, un'immagine che mi ha sconvolto quando l'ho vista: il divino come coscienza, come voce interiore.

La Creazione di Adamo, uno degli affreschi della Cappella Sistina, fu realizzata da Michelangelo tra il 1508 e il 1512. È una delle opere più celebri al mondo, realizzata nel cuore del Vaticano, luogo di genesi della religione cattolica.

Un giorno, bazzicando per i forum per studiare un suo contemporaneo, Raffaello, che ho interpretato in Raffaello, principe delle arti, mi sono imbattuto in un'immagine che mi ha scosso profondamente. Se siete su Spotify, vi invito a vederla sul sito, poiché descriverla è davvero complesso, ma ci proverò.

Come sapete, nell'affresco, Michelangelo dipinge il momento precedente al tocco divino che ha dato ad Adamo la vita. Infatti, se guardate lo sguardo dell'uomo, è inespressivo, privo di vita. Il suo dito è piegato verso il basso, come se non fosse mosso da un'energia propria. Sopra, nel cielo, la figura di un uomo barbuto, circondato da putti e angeli, avvolti in una grande cappa rossa, si avvicina. È Dio, che sta per dare la scintilla della vita all'uomo.

Ma quello che mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta è ciò che l'immagine mostrava accanto: una sezione del cervello umano che, se sovrapposta alla grande cappa divina, sembra essere identica.

Michelangelo, si sa, come Leonardo e gli altri del Rinascimento, amava dissezionare corpi e cadaveri per studiare le anatomie. Questa somiglianza, a mio avviso, è difficilmente casuale. Un artista del suo calibro non faceva nulla a caso. Ogni dettaglio, persino un dito, era pensato. Figuriamoci la raffigurazione di Dio nel cuore della Santa Sede.

E quindi, cosa significa? Cosa voleva dire Michelangelo con questo affresco?

Le interpretazioni le lascio a voi. Quello che conta, in questo caso, è l'incredibile potenza di un messaggio che ha letteralmente superato il tempo. Siamo una società evoluta, in cui la sezione del cervello è riconoscibile quasi da tutti. E quindi, ci è più semplice vedere ciò che l'artista ha creato. All'epoca, erano in pochi a sapere come fosse fatto un cervello. In pochissimi. Si può quindi supporre che il messaggio fosse, in un certo senso, segreto.

Vi ricordate quando vi parlai dell'artista che supera il tempo perché la sua genialità emerge solo nel momento in cui gli occhi degli uomini sono capaci di intuirla? Ecco, per me questo è un esempio chiaro.

Sono curioso di sapere le vostre interpretazioni, vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina.

#115 L'intelligenza creativa

Si può essere razionali e creativi al contempo?

Pochi giorni fa, proprio su queste pagine del diario, ho avuto uno scambio molto interessante su due termini vicini ma così distanti: artista e artigiano. Spesso il primo viene identificato con il genio e la sregolatezza, il secondo con il metodo e la maestria del gesto.

Dicotomie perenni anche nella mia mente. Sono un artista o un artigiano? Sono un creativo o un razionalista? Penso entrambi e ritengo, soprattutto, che entrambe le strade siano necessarie per la crescita di una consapevolezza artistica che vada oltre la semplice emozione o il semplice pensiero.

La scrittura è un pensiero emozionante. Una forma sublime di crasi tra la logica e il cuore. Nell'atto di scrivere mi succede di passare ore su una virgola, su una parola. E poi, un demone mi attraversa e comincio a scrivere per ore, senza rileggermi, defluendo qualcosa che aspettava di emergere. Mi piace pensare che sia la mia anima che nuota nel numeno e che mi spedisce forme e concetti inespressi, affinché la mia mente razionale possa in seguito dare loro una forma intellegibile, semplice, fluida.

È un'illusione della mente? Esiste davvero qualcos'altro, più grande di noi, che ci attraversa? Non ci sono risposte, ma solo domande. E io, come immagino si evinca da queste pagine, ne sono avido.

Da millenni, grazie alla tecnologia, l'uomo razionalizza tutto. La scienza, con il suo incessante sviluppo, continua a incasellare la realtà, a definirla in maniera ripetibile, inequivocabile, alla ricerca di quella formula che tutto include. Le macchine, ultimamente – parlo degli algoritmi di LLM – sono capaci di razionalizzare ogni campo dello scibile umano, di comprimerlo e riproporlo in infinite varianti. Ma si tratta sempre di ciò che già conosciamo. La scienza è l'analisi di un percorso già fatto. Il percorso verso l'ignoto, però, spetta a noi uomini, non alle macchine. Queste ci aiutano a camminare più velocemente, a viaggiare tra le stelle. Ma il percorso di scoperta, che mai finirà, è nostro e solo nostro. E l'artista, in questo, è uno di coloro che porta la fiaccola, che esplora non il macrocosmo, ma il microcosmo dell'anima interiore, dell'umanità che in noi ci accende.

In sintesi, quello che sto dicendo è che la vera intelligenza non sta nella capacità di rispondere alle domande, ma piuttosto nel saperne fare di nuove. Il percorso verso una nuova risposta, che la scienza non conosce, ci porterà a una possibile soluzione ed è vitale, potente, necessario. Ed è questo percorso che ci identifica come quella meravigliosa specie di Homo Sapiens che vive in un granello blu in mezzo a un oceano infinito di stelle.

Scienza e arte, matematica e filosofia, fisica e umanesimo: due facce della stessa anima. La nostra.

Alla prossima pagina.

#114 Arte Immortale

Anelo a sopravvivere la morte. Chi non lo ha mai sognato? Io penso che ogni artista, che inevitabilmente affronta la caducità della propria vita e la potenza del tempo che passa, sia stato attraversato da questo desiderio. Anzi, è probabile che ognuno di noi, in un modo o nell'altro, si sia chiesto come immortalare la propria presenza in questa realtà, di cui sappiamo troppo poco.

Voi lo avete mai sognato? Molti film hanno esplorato il concetto di immortalità, dal Sacro Graal a Highlander, passando per le leggende dei vampiri. Il tema è molto caro all'uomo, e non a caso. La morte, come le tasse, è l'unica cosa certa.

Ma è davvero così? Possiamo davvero ascendere all'immortalità? Certamente non con l'arte, ma nemmeno con la scienza. Se pensate che tra quattro miliardi di anni il Sole ingloberà l'intero sistema solare, e l'umanità sarà andata oltre ogni possibile immaginazione, sempre che ci sia ancora, penso che non rimarrà qualcosa nemmeno di Cristoforo Colombo o di Tutankhamon. Figuriamoci di Dante o Shakespeare.

"Siamo viole dal profumo inebriante che appassiranno alla fine dei loro giorni", come scrivo nell'incipit della Divina Avventura. Il libro è un vero percorso verso la consapevolezza della morte, del mistero. E l'ultimo pensiero di Kato, il narratore, prima di morire, è molto semplice: vivere. Portarsi dietro la vita. In questo sento che la vita è come un movimento tragico di un'opera sinfonica che finisce (o inizia?) con la morte.

La vita è morte. Come diceva Shakespeare in "Misura per misura": "Se la morte è una liberazione da tutto, come può essere considerata una perdita? La vita in sé stessa è una malattia; e la morte ne è la cura; e così la mortalità, come una ferita, si rimargina con la stessa lancia che l'ha inferta."

Non sono certo il primo a pormi queste domande. Forse è l'età; sono in quello che si può definire "il mezzo del cammin della mia vita" e quindi inevitabilmente mi pongo delle domande: "Che cosa farà Elettra, mia figlia, quando non sarò più qui?" "Cosa voglio lasciare a lei?" "Che impronta voglio lasciare in coloro che verranno dopo di me?"

Scrivendo queste pagine, capisco che sono ancora incentrato sul futuro. Uno strano futuro in cui non ci sono più, ma pur sempre un futuro. Questo vuol dire che sono ancora vivo dentro.

Ma tornando al presente, il sogno dell'artista di superare il tempo è quindi illusorio. Certo, ma si sa, l'artista vive di illusioni. Il fuoco del desiderio è ciò che lo anima, e mai e poi mai dovrebbe rinunciarvici. L'artista vuole comunicare, dire, esprimere per emozionare. E più persone riesce a colpire, più si sente utile, giusto, in un certo senso. E quindi, se i vivi non lo capiscono (come spesso succede), il sogno che gli uomini del futuro possano intercettare il suo pensiero, la sua arte, gli permette di rimanere vivo, di non sprofondare negli abissi del pensare che la sua arte è inutile.

È successo a molti, pittori, scrittori, filosofi, persino scienziati. Spesso i geni superano la consapevolezza del presente, e nella loro espressione, che sia intellettuale, estetica o emotiva, vi possono essere elementi irriconoscibili a chi non ha gli occhi per vedere. Succede. Ci sono modi per far sì che queste barriere vengano superate, metodi per farsi conoscere, per far conoscere la propria arte, per farsi capire, per crearsi un pubblico; un giorno ne parlerò.

Ma per ora, vi basti pensare che il tempo è certo tiranno, ma è il miglior amico di sogni e illusioni. Quindi, per un attimo, lasciate che mi culli in un tempo in cui la mia presenza è lieve, ma la mia opera respira nelle anime dei vivi.

Alla prossima pagina.

#113 Il cantastorie digitale

And the winner is...

La Sigaretta e l'amore

Devo essere sincero, è anche il mio preferito, perché incarna molti aspetti del libro, pur non svelando molto. Ci sono loro due, l'amore nella sua complessità, la loro complicità nascente, ma anche un accenno all'Anello Di Saturno. Insomma, grazie a tutti e a tutte per aver votato! Se la giocavano questo e "La strada in tempesta".

Terzo un po' più lontano, "il primo incontro".

Quindi, la sigaretta e l'amore, sarà il brano che utilizzerò per presentare l'audiolibro del primo volume dell'Anello di Saturno negli store. Speriamo bene....

E ora... Diario D'artista.

Faccio troppo. È un mio tratto distintivo: mi entusiasmo facilmente e mi faccio trascinare dalle idee, dai sogni.

A volte, mi dico che esagero. Che voglio fare troppo. Non solo me lo dico, ma è proprio così. Voglio fare tutto, controllare tutto, essere regista, scrittore, attore, imprenditore, poeta, e chi più ne ha più ne metta.

So che questo mio essere complesso mi è di ostacolo, poiché mi obbliga, in un certo senso, a fuggire da me stesso, a non dare un'immagine costante di me. È come se ogni giorno, al lavoro, vi ritrovaste davanti il vostro collega con una capigliatura diversa, un vestito completamente diverso, un atteggiamento diverso. "Poco affidabile", direbbe qualcuno, di primo acchito. È comprensibile. L'essere umano, sin da bambino, vuole la routine, cerca ciò che conosce, che gli dà stabilità e tranquillità.

Temo che, almeno per ora, io non rientri in questa casistica. Badate, provo a contenere quello che faccio, a tentare di comunicare per "compartimenti stagni".

Per esempio, non molti di voi sanno che prima di aver fondato Untold Games, la società di videogiochi, mi sono occupato, per molti anni, di produzione cinematografica. Ho realizzato, come produttore e regista, due film e una serie interattiva. E prima ancora, facevo il regista a teatro, mentre bazzicavo i casting romani con il sogno di fare l'attore.

Insomma, sono poliedrico, ma non è una qualità. Non in una società in cui il "brand", cioè la riconoscibilità, paga. Molti miei colleghi attori hanno giustamente scelto di fare questo e solo questo, di indirizzare tutta la loro forza in questo aspetto della creatività. Io invece ho preferito continuare la mia ricerca creativa, produttiva, ma non come businessman, bensì come artista, tentando di trovare forme espressive che più mi si confacevano, che più mi rendevano felice. E questo spesso a discapito della mia riconoscibilità come attore.

Quante volte mi sono sentito dire: "Ma fai anche questo? Ma no, occupati di recitazione, che sei bravo".

Insomma, si dice che la semplicità paghi, che solo il vero artista sia davvero semplice.

Belle parole, ma, da artista, non posso non chiedermi che tipo di terreno vi debba essere perché questa semplicità davvero "paghi" e non sia invece una mera scusa per evitare la profondità della complessità umana.

Personalmente, penso che perché un artista possa arrivare a una vera semplicità, fatta di tratti semplici, unici, necessari, debba prima passare per il fuoco del caos, per la caverna dell'io dove scoprire le mille sfaccettature che compongono la sua anima. Solo così, quando poi i puntini si uniranno, riuscirà, asciugando ciò che di inutile ha attorno, a trovare la propria unica strada.

Io sento che, piano piano, come un fiume che defluisce nel mare, sto trovando una strada. Non so se il racconto sia davvero l'ultima tappa dove mi fermerò. Se la figura di Omero possa essere quella che più sento mia. Un cantastorie 2.0, che dietro al falò digitale, scrive e racconta le sue storie ad una platea di molti... Conoscendomi, è improbabile, ma sento che dentro di me le acque si stanno calmando, e che forse, dopo essere uscito dalla sorgente, aver attraversato montagne, colline, valli e pianure, ho trovato una calma che rasenta, se posso sognare, il mare.

Alla prossima pagina.

#112 Aiutami a scegliere

Ho finito di registrare l'intero audiolibro del primo volume della Saga dell'Anello di Saturno. Dare voce ai personaggi, alle descrizioni, agli eventi, integrare la mia arte di attore con quella di scrittore, penso sia davvero il culmine della mia creatività. Lo ammetto: mi sono divertito tantissimo. Ho cercato di regalare, a chi deciderà di ascoltarlo nella sua interezza, un'esperienza immersiva da vero contastorie.

Ho scritto questa storia senza pensare di narrarla ad alta voce, ma per raccontare un pezzo di me e poi volare con la fantasia. Come scoprirete, la storia parte da una base vera, reale, tangibile: la storia di un ragazzo strappato dalle sue radici che arriva in un borgo sconosciuto. Un ragazzo sensibile, introverso, amante dei videogiochi, un po' francese… insomma, parto da ciò che conosco. Ma poi, man mano che la storia diventa veramente "storia" e il mondo fantastico che mi sono immaginato prende forma, i personaggi hanno cominciato a parlare con la loro voce, a pensare con la loro testa e allora è subentrato Flavio, lo scrittore, che ha cominciato a dirigere l'orchestra delle verità che Flavio, la persona, aveva deciso di donare come "pezzo di carne" per iniziare.

E ora, arriva Flavio, l'attore, che incarna i personaggi, che dà loro voce, che li rende reali. Che emozione! Ogni personaggio è un frammento di me, un pezzo di ricordo, di desiderio, di sogno. Poter aggiungere le sfumature della mia umanità all'interno della storia è davvero un piacere inaudito.

Ho deciso di farne un audiolibro per mio papà, che non ci vede più molto bene e per cui la lettura di un libro è diventata difficoltosa. Ecco, dunque, il mio modo per condividere quest'arte con lui, per dargli la possibilità di scoprire questo lato di me. E di rimando, lo sarà anche per voi. L'audiolibro rappresenta un modo nuovo di scoprire la lettura, che sia in macchina, mentre si cucina o prima di addormentarsi, a luci spente. Per questo motivo, ho puntato molto sull'immersività, perché sento che sia un modo antico, si potrebbe dire addirittura originale, di raccontare una storia, che supera anche la barriera della lettura. Spero di avvicinare molti ai libri in questo modo.

L'ho fatto con tutto l'amore del mondo, come cerco di fare ogni cosa. È un processo indipendente, in cui ho potuto controllare ogni aspetto creativo e imprimere la mia firma sull'intero progetto. Spero che sarà all'altezza di tutto il resto.

Il Volume Primo dell'Anello di Saturno è lungo 274 pagine e l'audiolibro durerà 6 ore e 40 minuti. Registrarlo è stata un'esperienza intensa, durante la quale spesso mi sono ritrovato senza saliva, ma, come ho già detto, è stata un'attività che mi ha divertito enormemente. Ritengo che narrare le storie che scrivo sia veramente un modo per unire i puntini, per offrire una visione completa della mia umanità, sia interiore che esteriore.

Ho deciso di condividere con tutti voi, che seguite il Diario d'Artista, tre campioni dell'audiolibro, seguiti da un sondaggio. Se ascoltate da Spotify, dovete venire sul sito per ascoltarli e per votare (flavioparenti.com). Potreste aiutarmi a scegliere quale campione vi piace di più e quale vi suscita maggiore desiderio di ascoltare l'intera storia. Il vincitore sarà il campione che utilizzerò come presentazione del libro su internet.

Il biglietto da visita per chi dovrà scoprire questa nuova storia…

Alla prossima pagina!


Sulla strada in tempesta

Il primo incontro

La sigaretta e l'amore


#111 La ricetta di una buona storia

Oggi parlo di scrittura.

Mi capita sempre di più di rifletterci, segno che non solo comincio a ragionare in questi termini – cosa che facevo già da anni – ma ho anche il coraggio di condividere i pensieri appresi e forgiati nel tempo.

Qual è il segreto di una buona storia?

Esistono numerosi manuali per scrivere. "On Writing" di Stephen King è sicuramente un buon inizio; Mamet è eccellente, esiste una sua masterclass online molto interessante sulla scrittura. E poi ci sono i maestri nascosti, quelli che devi scoprire da solo. Ma per farlo, devi prima conoscere bene l'ambito. Più sappiamo, meglio siamo in grado di identificare i nostri maestri, coloro che realmente possono aiutarci a progredire nella nostra arte.

La domanda che mi pongo è, ovviamente, senza una risposta univoca. In realtà, ha mille risposte diverse. È una questione aperta, che non può essere risolta con una formula matematica, ripetibile e immutabile.

Ci sono storie che colpiscono per l'idea, altre per la prosa, altre ancora per i personaggi o per il ritmo. Insomma, le variabili sono innumerevoli. Quindi, anziché elencarle tutte, mi limiterò a esplorare quanto più possibile per capire quale, tra tutte queste variabili, sia la più importante.

Per chi conosce il mio "metodo della pizza", sa che ho un'inclinazione per le metafore culinarie. Mi piace andare al ristorante e gustare piatti squisiti, immergermi completamente in esperienze gastronomiche, spesso stellate. Quando mi siedo a tavola, dopo aver appoggiato la giacca, ciò che mi colpisce immediatamente è il pane.

Il pane è il biglietto da visita della cucina. In esso, c'è la semplicità di un piatto umile, composto solamente da tre elementi. Ma quante varietà di pane esistono! Quante fragranze, sapori e consistenze si possono scoprire con semplice acqua, farina e sale! Pane integrale, focaccia, schiacciatina, grissino, pane al latte, morbido, ruvido: quando mi viene servita una cesta di pane, non necessariamente abbondante, ma variegata e piacevole, mi lascio conquistare e affronto con maggiore apertura ciò che seguirà.

Ora vi chiederete: cosa c'entra tutto questo con una buona storia?

Una storia non può funzionare senza personaggi solidi. Puoi elaborare quanto vuoi una trama, inserire esplosioni, far crollare civiltà, creare incidenti drammatici. Ma se queste vicende accadono a personaggi che il lettore non ha avuto modo di apprezzare, allora tutto risulta vano.

I personaggi sono il moltiplicatore dell'emozione che una storia può trasmettere. Sono il pane della narrazione: semplici, comprensibili, ma difficili da scrivere. Devono essere autentici, avere desideri, difetti, fragilità. Devono interagire tra loro in modo credibile, superare ostacoli, unirsi o dividersi.

Ma cosa rende davvero umano un personaggio? Parlando dalla mia esperienza attoriale - io non credo nella recitazione come maschera, bensì come manifestazione di sincerità, di autenticità - la magia della recitazione sta nel creare una relazione autentica con il partner di scena, stabilendo un legame che permetta di agire liberamente, senza timore.

L'arte della recitazione risiede proprio in quello spazio di fiducia che consente di essere veramente se stessi. Lo stesso vale per i personaggi di un libro: ciò che li rende amabili o meno sono le loro relazioni, perché è attraverso di esse che ci identifichiamo con loro.

Dunque, una buona storia si basa su relazioni autentiche. Poi, si può procedere con qualsiasi tecnica narrativa per rendere i primi, i secondi e il dessert indimenticabili.

Alla prossima pagina.

#110 Il terapeuta dell'anima

Cosa significa essere indipendenti? Io penso che l'artista, per sua natura, sia animato da quel desiderio di essere autonomo, di vivere della propria passione e arte, senza dover rendere conto a nessuno se non al proprio pubblico.

Ho una visione romantica di questo mestiere e credo che sia l'unica che possa davvero sopravvivere all'onda di trasformazione che questa società ci sta imponendo. Siamo circondati dalle macchine, dagli algoritmi, da regole invisibili che dettano gran parte della nostra vita.

Ma persino i creatori digitali, che rappresentano l'apoteosi dell'indipendenza creativa, poiché spesso sono freelance o lavorano da soli, devono comunque postare all'ora giusta, usare gli hashtag giusti e le parole chiave opportune, per esistere, per essere visti. Siamo dipendenti dall'algoritmo.

Quindi, in un certo senso, l'artista non può essere davvero indipendente. Dovrà sempre avere a che fare con gli strumenti della comunicazione per far sapere che esiste: in questo mare digitale, nessun uomo è un'isola.

Per questo motivo credo che l'aspetto più importante e necessario in un artista sarà sempre di più la sua umanità, il suo essere manifestazione della propria visione del mondo, imperfetta, fallibile, ma autentica.

La sfera digitale è nel bel mezzo di una delle più grandi rivoluzioni industriali di tutti i tempi, l'avvento degli LLM, gli algoritmi di intelligenza artificiale capaci di produrre ciò che, fino a pochi anni fa, era esclusiva dell'intelletto umano.

Cosa ci distingue, quindi, da queste macchine? Quale aspetto di noi, come esseri umani, come artisti, è unico? Questa è una domanda che mi pongo ogni giorno, che mi assilla e alla quale penso di aver trovato una risposta adatta alle mie necessità di coltivare un senso, di rimanere "alto" nella mia esposizione: l'autenticità. Solo così, mantenendo teso il filo della nostra anima con il mondo esterno, potremo sperare di raggiungere abbastanza persone, di creare collegamenti forti abbastanza da superare i maremoti digitali. Chi segue l'artista deve sapere che le sue parole, seppur fatte di pixel, sono umane.

Come avrete intuito, è quello che cerco di fare con questo Diario. Creare un collegamento più profondo di un post sui social, questo luogo è il mio ponte, il mio giardino di autenticità. Ci provo, non sempre ci riesco; a volte sono stanco, oppure ho dei pensieri, e le mie pagine ne risentono. A volte mi perdo in meandri tecnici, filosofici, ma quelli sono parte di me, di come vedo il mondo, l'arte.

Cerco indipendenza da quando sono piccolo. Sono nato bastian contrario, come mia madre. Ho una naturale avversione nei confronti del potere e non amo che mi si dica cosa devo fare. Faccio quello che voglio, al meglio che posso. Questo comportamento, è facile immaginarlo, mi ha restituito pochi amici, ma buoni. Poi la vita ci separa, e ci si ritrova per una telefonata leggera, in cui si parla degli anni vissuti insieme. Ho 44 anni e sono ancora alla ricerca di questa indipendenza, che sembra spostarsi ogni volta che credo di afferrarla.

L'indipendenza è un desiderio di libertà, insito nell'uomo, ma siamo anche animali sociali e dobbiamo trovare un posto utile in questa società. Quindi, qual è il ruolo dell'artista in questa società? In cosa è utile un artista?

A sognare? A pensare? A ricordare agli altri quello che conta? Ad evidenziare i difetti dell'uomo, le sue qualità? A esorcizzare le paure?

Io penso che sia un po' tutto questo messo insieme: l'artista è il terapeuta dell'anima.

Alla prossima pagina.

#109 La fine di una storia

Sto strutturando l'ultimo volume della saga dell'Anello di Saturno, un volume che deve chiudere tutto. In poco meno di 60.000 parole, deve risolvere l'intera trama che ho tessuto, affinché l'opera possa essere davvero conclusa. Ho intrecciato temi, tempi, luoghi, persone e motivazioni in un arazzo i cui fili, finora, sono ancora penzolanti.

"La risoluzione"...

Un concetto che sembra essere stato dimenticata in questa società in perenne disequilibrio. Ma è uno di quei passaggi di cui avremmo tanto bisogno, ma che non arriva mai.

Diceva Mamet, a proposito delle serie TV moderne, "Manca la catarsi". Manca perché la serie TV è un prodotto che vende; e secondo le leggi del capitalismo, un prodotto di successo non può essere mandato fuori produzione. A livello narrativo, la catarsi equivale a mandare fuori produzione una storia. È la fine, il momento in cui l'opera acquista un senso compiuto, geometrico; il segno che la distingue e che dà, a tutti i partecipanti alla storia, spettatore incluso, un momento di raccoglimento, di crescita. Un momento dal quale non si torna indietro e sono in pochi ad avere il coraggio di intraprendere davvero quella strada, nell'arte.

Quando si esce da una storia, si spera di essere migliori di come ci si è entrati. A questo servono le storie belle: a farci vivere esperienze, emozioni, ad aprirci le porte dei sentimenti, ma anche della mente, in modo da farceli conoscere. A farci scoprire nuove regole, nuovi aspetti dell'umanità, ad arricchirci, ma non di denaro, ma di umanità. Tuttavia, il denaro è uno dei motivi per cui la catarsi sembra essere scomparsa dal radar della narrazione. Come direbbe Don Abbondio: "Questa catarsi non s'ha da fare!". E quindi le serie TV prodotte industrialmente, con riaperture continue da parte delle major, per sfruttare e spremere fino in fondo le loro storie.

Attenzione, non è una cosa nuova. Se pensate che inizialmente le fatiche di Ercole erano dieci e poi, "magicamente", ne sono spuntate altre due, credo che anche lì ci sia stato qualcuno che ha detto: "Ehi! Ma questi episodi di Ercole sono andati benissimo, facciamone altri due!".

Io, però, sono della scuola teatrale greca: per me la catarsi è essenziale, così come la risoluzione. Anche perchè non esiste catarsi senza risoluzione. La purezza dell'emozione può emergere solo dal silenzio dopo il punto finale.

La catarsi che il lettore prova a opera finita è, in un certo senso, la risoluzione dell'opera stessa, dell'autore.

Ma cosa è davvero una risoluzione per me? Si può parlare di risoluzione, in vita? Io penso di no. Penso che il destino sia sempre dietro l'angolo e quello che noi consideriamo la fine di qualcosa, poisi rivela invece l'inizio di qualcosa altro, di ancora più grande.

E sarà proprio di questo che parlerà il mio narratore (il Destino, appunto) nella saga dell'Anello di Saturno, di cui, peraltro, ho ricevuto ieri la prima bozza di copertina, realizzata da Antonello. E più avanti ve la mostrerò.

Alla prossima pagina.

#108 Oltre l'estetica

Nell'arte, conta più la forma o la sostanza?

Ci si potrebbe chiedere lo stesso delle persone, persino della società. Osservando i social, mi pare evidente che la bellezza, la forma, predomina. Ma perché?

Perché la bellezza è uno strumento fondamentale della sopravvivenza. E ignorarne la profonda e potente forza sarebbe come tentare di eludere il vento o la pioggia. Essa è parte integrante della vita. Tuttavia, considerata l'importanza delle parole e la necessità di usarle con estrema precisione, forse oltre che parlare di "bellezza", dovremmo parlare anche di "attraenza".

I fiori, nel corso di milioni di anni, hanno gareggiato per essere il più attraenti possibile. Perché? Perché da ciò dipendeva la loro sopravvivenza. Più un fiore attirava insetti, maggiori erano le sue possibilità di prosperare. E così sono nati i colori sgargianti, le forme sinuose ed eleganti. Questa è la natura stessa dell'evoluzione, un motore di vita fondato, anche, sull'apparenza.

E quindi, noi umani non siamo molto diversi dai fiori. Come affermo nella "Divina Avventura": "Siamo fiori solitari dal profumo inebriante, bellezze delicate dell’esistenza, esperienze effimere che appassiranno alla fine dei loro giorni." L'essere attraenti è quindi fondamentale anche nell'arte. Poiché l'opera, nel suo apparire "bella" agli occhi di chi la osserva, determina anche la sua capacità di toccare il cuore e le anime degli spettatori.

Mio padre, un informatico, mi ha sempre detto che la sua bella presenza lo ha spesso aiutato. Vi chiederete, in informatica, quale ruolo può avere l'aspetto fisico? È tutto una questione di matematica, codice, logica, no? Eppure, presentandosi bene a un colloquio, sorridente e con una postura eretta, le sue possibilità di essere assunto aumentavano.

Essere attraenti non riguarda solo l'aspetto fisico, ed è questo il punto cruciale di questa pagina. I canoni di bellezza mutano costantemente nella società, ma ciò che rende una persona attraente (non bella) sembra essere qualcosa che possiede una costanza maggiore, che dura nel tempo: Il rispetto, il sorriso, la protezione, la gentilezza, la sincerità, l'affidabilità sono i valori che rendono una persona attraente, indipendentemente dall'estetica.

Si potrebbe addirittura affermare che queste caratteristiche siano il vero contenuto della bellezza in una persona. Ciò che "conta" veramente. Non siamo definiti da ciò che sembriamo, ma da ciò che facciamo. Sono le nostre azioni a parlare. E se alimentiamo in nostri comportamenti con questa bellezza interiore, frutto di studi, di ricerche, di fallimenti, di successi, verremo percepiti positivamente da chi ci circonda, rendendoci attraenti perché - sembra una battuta- perché "belli dentro".

In un articolo precedente, ho discusso dell'importanza dell'amor proprio ed anche di essere in salute, perché un corpo sano ospita una mente sana. Lo confermo, ma ciò che conta ancora di più penso sia l'approccio olistico. Il nostro cervello è naturalmente incline a pensare in termini dicotomici: destra sinistra, bianco e nero, bello e brutto, bellezza o contenuto. Il primo passo, almeno per me, è smettere di classificare la realtà in base agli opposti, ma piuttosto identificare quali aspetti di me sono meno sviluppati e lavorare ogni giorno per migliorarli.

Comincio io: Il mio difetto più grande? Sono molto introverso e troppo permaloso. Devo imparare a sorridere di più e ad ascoltare gli altri.

Ecco, l'ho detto. Ora proverò a farlo.

Alla prossima pagina.

#107 Il coraggio della rinuncia

Viviamo spesso in quello che viene anche chiamato "il dilemma di Icaro".

Icaro, figlio di Dedalo, lo visse nel momento in cui decise, andando contro il suggerimento del padre, di avvicinarsi troppo al sole. Come spesso succede, i miti greci ci aiutano a definire i nostri problemi e, a volte, a trovare proprio attraverso queste storie soluzioni per la nostra quotidianità. È questa la vera forza del mito, poiché non esemplifica un esempio preciso, bensì rappresenta piuttosto una metafora ad ampio raggio, che echeggia dentro di noi in maniera libera.

Icaro, figlio dell'architetto che costruì il labirinto in cui Minosse volle nascondere il minotauro, fu incarcerato insieme al padre all'interno del labirinto. Non avevano scampo: sarebbero presto stati uccisi e mangiati dal mostro, e nemmeno Dedalo era capace, tanto era complicato il labirinto da lui costruito, di trovare la via d'uscita. Così, insieme al figlio, decise di recuperare cera e piume d'uccello, con le quali fare ali per librarsi sopra le grandi mura e volare via dalla minaccia.

Il padre, premuroso e ferito nell'anima da un evento accadutogli in gioventù, quando il nipote, Taio, per eccesso di zelo festeggiò convinto di aver inventato lui la sega (che invece fu creata da Dedalo) e così facendo precipitò da un terrazzo e Taio morì tragicamente. Così Dedalo si preoccupava molto di dire al figlio di non avvicinarsi al sole, poiché la cera si sarebbe sciolta.

Sole… metafora del desiderio.

Sappiamo bene come andò. Il giovane, ebbro di libertà e di volo, desiderò salire verso il sole, toccarlo con mano e, chissà, magari incontrare il Dio che lo trascinava nel suo carro. Ahimè, proprio come aveva previsto Dedalo, le ali del figlio si sciolsero e Icaro precipitò rovinosamente nel mare, sparendo per sempre.

Tutti noi viviamo questo dilemma tra la razionalità e il desiderio. L'artista, per esempio, deve decidere quando fermarsi. Quando eccede nel darsi troppo, nel fare della sua fragilità un punto di contatto con chi lo segue, esponendo ferite ancora fresche che avrebbero bisogno di solitudine per rimarginarsi. Oppure quel momento in cui bisogna scegliere tra i soldi o la visione. Insomma, i dilemmi sono molteplici e, come ho detto all'inizio, si presentano a ogni uomo e donna di questo mondo, non solo agli artisti.

Quante volte vi siete trovati a dover fare una scelta, una decisione? Decidere: tagliare la testa alla vittima. La scelta, qualunque essa sia, è quindi una rinuncia. Ed è proprio in quella rinuncia che forgiamo il nostro carattere e definiamo, come le ali della farfalla, il nostro lontano futuro.

Ricordo bene quando decisi, molti anni fa, di rinunciare alla mia posizione vantaggiosa dentro al teatro stabile di Genova (ero un giovane regista pieno di promesse) per inseguire sogni di gloria nel cinema e nella televisione a Roma. Fu una scelta drastica, che cambiò per sempre la mia vita.

Quest'anno, per me, sarà all'insegna della scelta e del coraggio della rinuncia. La saga dell'anello di Saturno affronta questo dilemma nel suo senso più profondo, ma anche il videogioco che abbiamo creato con Untold Games gira attorno al concetto di scelte e ripercussioni. Piccole scelte, "atomizzate", ma che se messe una dopo l'altra, generano storie completamente diverse. E dovrò occuparmi a pieno dei semi da me seminati, e questo significa che ho dovuto rinunciare ad opportunità attoriali.

Vi lascio il link al trailer del videogioco, semmai foste curiosi di scoprire questo altro "lato" di me: City 20 - Official Announcement Trailer

E voi? Qual è la scelta che avete fatto che più di tutte vi ha definito come persone?

Vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina

#106 Il potere della memoria

La memoria... questa magica e inafferrabile realtà che vive dentro di noi, è stata fonte di ispirazione per centinaia, migliaia di autori. Proust, con la sua Madeleine, ne fece il tassello fondamentale dell'anima. Noi siamo la nostra memoria. E senza memoria, cosa saremmo?

Personalmente, ho sempre vissuto con un occhio verso il domani, piuttosto che al passato. Ho un approccio piuttosto diffidente nei confronti della mia memoria, forse perché non mi fido del tutto di essa. Ho spesso la sensazione che sia fallace. Per esempio, sono pessimo con i nomi. Non mi ricordo i nomi di nessuno, e questo mi porta a diventare molto chiuso, poiché, in un certo senso, il dubbio di non sapere con esattezza il nome della persona con la quale sto parlando mi mette in una situazione in cui preferisco non interagire. Ed ecco fatto l'introverso. Scrivendo, mi rendo conto che forse la mia introversione è proprio una questione di memoria. Forse, se mi ricordassi meglio i nomi, non sarei così timido.

Nei miei scritti, sia nelle poesie che nella prosa da romanzo, mi ritrovo spesso ad avere a che fare con il ricordo. Un ricordo che muta a seconda di chi lo ricorda. Mi viene in mente il film "Rashomon" di Akira Kurosawa, che affronta, appunto, la stessa scena ricordata da tre persone diverse. Ogni racconto differisce significativamente dagli altri, presentando versioni contrastanti degli stessi eventi, che gettano luce sulle complesse nature umane dei personaggi e sulla difficoltà di stabilire una "verità" oggettiva.

Il ricordo ha questo potere: riscrive la realtà vissuta, collocandola là dove ci viene meglio ricordarla. Il ricordo che abbiamo nella mente non è una fotografia esatta del momento vissuto, quanto piuttosto una fotografia di come stavamo noi in quel momento, della nostra - limitata - prospettiva. È una fotografia che più viene richiamata alla memoria, più muta, proprio per via della sua caratteristica fuggente e mutevole, quasi liquida. E così, quello che era una semplice giornata in spiaggia con gli amici prende nel tempo connotazioni favolesche, magiche, dalle atmosfere romantiche. Baci rubati.

Insomma, la memoria è una parte fondamentale di quello che ci rende umani. La società stessa non potrebbe esistere senza memoria. La cultura, l'arte, le scienze sono tasselli che vengono man mano registrati nella memoria collettiva e che creano, negli anni, strutture conoscitive gigantesche, che ci permettono di immaginare il nostro futuro, di diventare demiurgi della materia, di controllare la nostra vita. La memoria è conoscenza, esperienza, strumento di sopravvivenza.

Non posso esimermi dal pensare, però, che la memoria stia diventando, nel nostro mondo iper-digitalizzato, qualcosa di statico, di immobile. Le informazioni che registriamo sono così tante che non vi sembra più esserci spazio per l'attribuzione, per l'errore, per il margine di magia. I ragazzi nati ora avranno tutta la loro vita registrata, bit per bit, su internet. Foto, frasi, video, pensieri. Tutto sarà lì, a disposizione del prossimo. E così, il margine di mistero si fa sempre più sottile, sempre più inesistente, e questo mi dispiace, perché la magia del mito, sta proprio in quello spazio di ignoto.

Per questo scrivo i miei libri: per lasciare un segno marginale, indefinito, un luogo di mistero che dia al lettore la possibilità di rileggermi e di scoprire, in questo marasma di parole, qualcosa di sé stesso.

Alla prossima pagina

#105 Come credere in noi stessi

La vita dell'artista è costellata da dubbi. Dubbi sulle proprie capacità, dubbi sulle scelte da fare.

Non esiste artista che non abbia dubitato, per l'intero arco della sua carriera, della propria arte, e, di conseguenza, di sé stesso. Pochi giorni fa, proprio tra i commenti a queste pagine del "Diario D'artista", mi fu fatta la domanda: "ma come si fa a credere in noi stessi se nessuno crede in noi?"

Una domanda difficile, alla quale non so se sono capace di rispondere. Voglio evitare le solite frasi fatte. "Credi in te stesso" "Sei tu il centro del tuo mondo" etc…

Comincerò col dire che il superamento dell'insicurezza non è semplicemente un atto di volontà personale, ma un processo complesso che coinvolge molteplici aspetti della nostra vita.

Se dovessi risalire alla prima fonte del problema e immaginare una soluzione che produca, sul lungo termine, effetti positivi, direi che forse trovare persone che credono in noi sia la prima cosa da fare. Una mia cara amica, divenuta negli anni un'ottima psicologa, un giorno mi disse che esistono due tipi di persone: quelle che tirano fuori il meglio di noi, e quelle che tirano fuori il peggio. Ecco, circondarsi delle prime e allontanare le seconde è sicuramente un'igiene costruttiva.

Un'altra via è quella della formazione e dell'incontro con maestri. I maestri si scelgono, quindi dipendono da noi, dal nostro desiderio. Attraverso i maestri acquisiamo non solo una profonda consapevolezza della tecnica artistica, dell'arte in generale, ma anche parte della loro corazza. Una difesa temporanea, forse, ma utile per tutti coloro che hanno la pelle sottile e l'anima fragile. La scuola d'arte può dare, all'artista in nascere, certezze illusorie che saranno utili a sconfiggere i primi demoni, quelli superficiali.

E poi c'è la vita, quella quotidiana, semplice, ma fondamentale. Nelle cose più semplici spesso risiede il segreto di un'anima forte. La nutrizione, l'amore per il proprio corpo, per la propria salute, sono elementi che aiutano a svegliarsi con un occhio positivo verso noi stessi. Senza esagerare, ovviamente, ma camminare, fare sport, mangiare bene e farsi piacere con moderazione sono tutti elementi che, se messi uno accanto all'altro, giovano non poco all'autostima.

E infine, proprio come dice il saggio "Mens sana in corpore sano", vi è la mente. Dobbiamo allenarla, stimolarla, nutrirla. Leggere i classici, guardare film che hanno superato l'esame del tempo, evitare il cibo (mentale) spazzatura, evitare di sprecare il nostro tempo in quei contenuti che non hanno un secondo grado di lettura, figuriamoci un terzo o quarto. Siamo nell'era in cui il volume e la quantità la fanno da padroni sulla qualità.

Quindi l 'artista deve quindi essere consapevole di cosa immette nel proprio immaginario, perchè solo una mente ben nutrita può produrre frutti succulenti.

Alla prossima pagina.

#104 La fragilità dell'artista


A volte mi sento fatto di cristallo. Mi basta un niente per perdere fiducia in me e in tutto quello che faccio. Una folata di vento negativa, un momento in cui mi volto e non vedo nessuno, ed ecco che subito mi proietto in un universo di vuoto e fallimenti.

Immagino che succeda a tutti, che sia normale percepire quel vuoto esistenziale. Forse è dovuto a come uno ha dormito. Oppure al meteo. Ma quando succede, l'unico colpevole sono io. Ho la cattiva abitudine di sentirmi responsabile di tutto ciò che mi succede. Anche adesso che ho concluso il quarto volume della saga, in cui ho continuamente affrontato il contrasto tra destino e volontà, non riesco a non pensare che la situazione nella quale sono sia dovuta, perlopiù, alle mie scelte, ai miei desideri.

C'è da dire che mi manca da scrivere l'ultimo volume della saga. Forse il più importante. Quello in cui vi è la risoluzione, la conclusione, il mio punto di vista. E lo temo. Temo di dover fare una scelta tra questi due poli opposti della natura della vita. La volontà contro le intemperie del destino. Flavio, o tutto il resto?

Oggi che scrivo queste parole, mi sento fragile. È uno di questi giorni. Per fortuna ho accumulato, negli anni, un po' di esperienza, sufficiente a non farmi sprofondare. È come se avessi acquisito un piccolo agente nel mio cuore che quando percepisce che il limite sta arrivando, ferma tutto e dice: "Vai a dormire, vedrai che domani andrà meglio." e ormai ho imparato ad ascoltarlo.

Il timore è che al mio risveglio, quella sensazione sia ancora lì. E allora scrivo. Recito. Faccio, creo, sogno. Fuggo. Realizzo, nella speranza di dimostrare, prima di tutto a me stesso, che quello che faccio ha un senso.

La mia carriera si è mossa, fin dall'inizio, su vari distinti binari. Quello recitativo, performativo, che mi ha dato molte soddisfazioni, e quello artistico, registico, narrativo. Dentro di me brucia il sogno di lasciare il segno, di incidere, come una ferita, la mia anima nel tempo. Ma è difficile. Trovare l'equilibrio giusto tra forma, contenuto, tecnica e cuore, volontà e successo, è difficile. La volontà nasce da me, ma il successo dipende dal mondo. Un po' come il destino.

E così, in questa affannata ricerca di equilibrio, a volte, guardandomi allo specchio, mi chiedo se io non sia come Don Chisciotte, eternamente votato a combattere contro giganti che in realtà, non sono altro che mulini a vento.

Alla prossima pagina.

#103 La buona scrittura

Ho concluso il quarto volume della saga dell'anello di Saturno. Ora, come mi ero promesso, lavorerò per alcune settimane sulla coerenza narrativa degli eventi di tutti questi volumi. Questo significa scrivere le date, tenere a mente il passaggio di tempo, ciò che i personaggi si sono detti, e fare in modo che lo sviluppo narrativo sia come una sequenza di domino che cascano uno dopo l'altro, in maniera naturale, senza che vi sia l'artificio del deus ex machina, a meno che non sia voluto.

Ma in questa fase di revisione, per quanto io mi trattenga dal lavorare sullo stile e la forma delle frasi, il mio occhio non può che cascare lì. Appena mi rileggo, ecco che parte in me l'editor che cambierebbe quella frase, quella parola, quella virgola.

Stephen King suggerisce, nel suo meraviglioso libro "On Writing" di scindere in maniera netta la scrittura dall'edizione. Cosa significa? Che la prima bozza deve essere brutta, illeggibile. La prima bozza non è per gli altri, è solo un suggerimento a noi stessi, un modo per incanalare la creatività in maniera fluida e cangiante. Per questo motivo è meglio evitare di renderla bella, per non fissarla.

Un altro grande scrittore, Chuck Palahniuk, racconta di come lui odi i software di editing di testo (come word, per intenderci) Il motivo? "Perché sembra già bello", dice. (Vi consiglio di guardare, se conosce l'inglese, l'incredibile intervista di Joe Rogan a Palahniuk, vi lascio il link sul sito. Occhio, sono contenuti espliciti: #1726 - Chuck Palahniuk - The Joe Rogan Experience | Podcast on Spotify)

Insomma, bisogna rimanere elastici, così da non affezionarsi alle proprie idee. Un'altra espressione inglese è "Kill your darlings" che tradotto fa più o meno "Ucciditi i tuoi preferiti". Questa frase sta a significare che spesso le idee alle quali siamo più affezionati, sono anche le più deboli e andrebbero eliminate. nel mio caso, per esempio, la storia dell'Anello di saturno iniziava in modo molto diverso. Si completava in due volumi. Ho dovuto lavorare molto su me stesso per trovare il coraggio di cancellare quel finale, e di produrre una storia nuova dalle sue ceneri. Chissà, forse un giorno ne parlerò più a fondo.

Questo lavoro di autodistruzione è delicato e va esercitato con precauzione ed esperienza. Ma devo dire che spesso mi è capitato di riscontrare in esso una grande verità. Questo non vale solo nel campo della scrittura. Marco Sciaccaluga, di cui ero allievo regista, spesso mi suggeriva di non affezionarmi alle mie idee registiche.

Che cosa è, quindi, la buona scrittura? Sono i temi? É la storia? O la prosa? Oppure la forma? Ovviamente, è un po' tutto questo messo insieme, ma anche quel talento che permette ad ogni bivio (e ce ne sono davvero tanti) di fare la scelta "giusta". Ma qui entriamo nel metafisico. Cosa sia giusto o meno per gli altri io non lo so, ma sento che dentro di me, a volte, c'è una bussola che si agita quando mi avvicino a qualcosa di interessante, e che si spegne quando mi ritrovo nel deserto.

Mi piacerebbe acuire questo senso, questa eccitazione che sale quando il filone è corretto. Riuscire a percepirla appena nasce, e poi soprattutto avere il coraggio di seguirla. Spesso ci riesco, ma spesso mi ritrovo a dover lottare con le voci interiori che mi castrano, che mi dicono che "no, è una scelta troppo difficile", oppure che potrebbe non piacere.

Bisogna avere coraggio, nell'arte. E quel coraggio non lo troverete nelle parole degli altri, ma solo in voi stessi.

Voi conoscete metodi per non avere paura del giudizio interiore? Per trovare il coraggio di seguire le vostre intuizioni? Ci sono tecniche? La meditazione, forse? Vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina.

#102 Il talento della volontà

A volte mi chiedo se ho talento.

Anzi, più che "a volte", è proprio una domanda ricorrente e costante nel mio percorso d'artista.

Non sto condividendo questo pensiero per avere conferme, tutt'altro, semplicemente per rassicurare chiunque si trovi in una situazione artistica che il dubbio è un elemento fondamentale e integrante del processo creativo.

L'arte ha un problema di fondo, irrisolvibile - per fortuna oserei dire, poiché la rende ancora una disciplina misteriosa - L'arte è soggettiva. Chiunque può dire che un libro è bello, o brutto. Non importa quanto importante sia l'autore. Si può dire che un dipinto è piacevole o blando. Non ci sono regole scritte che lo impediscono. Anzi, appena qualcuno prova a creare un manifesto, a definire ciò che funziona, ecco che arriva un cigno nero che riesce, con una semplicità disarmante, a trasformare tutto.

Mi ricordo la bellissima scena dell'Amadeus di Milos Forman in cui Salieri, (interpretato da un magnifico Murray Abrahams che conobbi sul set di Peter Greenaway), incontra per la prima volta Mozart che gli fa sentire una rivisitazione di un suo brano. L'operato di Mozart è perfetto, magico, allegro. Il primo terribile incontro con la genialità che porterà Salieri alla follia.

Quindi si, spesso mi dico che forse non ho il talento necessario per essere all'altezza delle mie ambizioni. Ma per fortuna, c'è un altro aspetto del mio carattere che in questi momenti di difficoltà interviene in mio aiuto.

Sono caparbio. Ho una volontà di ferro. E se mi metto in testa una cosa, c'è il rischio che non stacco più fino a che non sono riuscito ad ottenerla. Un tratto tipico degli ossessivi, ma che, lo ammetto, mi è stato molto utile in tutti questi anni.

"Ciò che il talento non può, la volontà sopperisce."

Molte cose non vengono dette dell'arte. Ma una in particolare non viene quasi mai espressa: nell'arte il talento non è che la punta dell'iceberg. Una minuscola parte dell'artista. Importante, certo, ma instabile, mutevole come la dinamite. Per lasciare che il talento danzi come una fiamma al vento, servono basi solide, robuste. Serve tecnica, disciplina, organizzazione. E per eccellere in tutte queste cose, serve la volontà. Il famoso desiderio di cui tanto parlo nella Divina Avventura.

La forza di volontà - ed è anche uno dei temi principiali della saga dell'anello di saturno - piega anche il destino. Nella mitologia giapponese, spesso l'eroe è dipinto come un uomo volto all'abnegazione, al sacrificio. Ha una volontà tale che si rialza dopo ogni caduta. Perde, ma non importa. Poiché ogni sconfitta è in realtà un insegnamento.

Il percorso dell'artista è costellato di cadute. Molte più delle vittorie. Ma man mano che si procede verso la maturità, la proporzione cambia, perché l'esperienza, frutto del desiderio di farcela, porta l'artista a capire di più su sé stesso, e sulla sua arte.

Quindi, piuttosto che chiederci come si sviluppa il talento, dovremmo chiederci come si sviluppa la volontà? Quale è il segreto per desiderare? La mia ricetta la conoscete: esplorare, scoprire, capire e trovare ciò che ci piace. E poi farlo, farlo e rifarlo fino a che, dopo 10.000 ore, dopo 1 milione di parole, l'arte diventa la naturale continuazione della nostra anima.

Ho 44 anni, e ancora sono alla ricerca della mia dimensione artistica. Chissà se un giorno la troverò. Forse l'ho già trovata e non l'ho ancora capito. Un'unica cosa è certa: come una trottola impazzita, continuerò a girare fino a che avrò energia.

E voi in cosa credete? Nel talento o nella volontà? Oppure in un misto dei due?

Piccola nota a margine, forse alcuni di voi lo hanno già notato, ma ho creato una nuova sezione del sito, che si chiama"Eventi" che in sostanze è il calendario degli eventi e dei firmacopie che farò in giro per l'italia. Come vedrete, è previsto che venga a Latina, a Frascati, nel pieno centro di Rome e Udite udite, Napoli! Per i dettagli, è sufficente guardare la pagina. Non vedo l'ora di vedervi!

Alla prossima pagina.

#101 Una sorpresa per te

Ho scelto, come narratore della saga dell'Anello di Saturno, il Destino: un personaggio interessante e, a quanto ne so, davvero poco usato in narrativa.

Ho cominciato a scoprirlo man mano che la saga si dipanava davanti ai miei occhi. Un essere superiore, che trama l'universo e sa cosa succederà, ma anche cosa sarebbe successo se… Ama l'ordine, le direzioni chiare, i piani ben congegnati.

E ha un solo nemico: Amore.

Amore, un essere caotico, potente, selvaggio, indipendente. Vettore di confusione, di attrazioni, di pensieri che non pensano, e di cuori che non smettono di pulsare. Amore che, con un bacio, riesce a sfilare anche la più intricata trama del destino.

Quindi, visto che la saga è, in buona sostanza, una magica storia d'amore, chi, se non colui che odia l'amore, sarebbe stato il mio perfetto narratore? Il Destino.

Ovviamente, questa dimensione di colui che racconta la storia non è altro che la confezione della storia, la sua pelle più superficiale, ma non certo la sua anima o il suo cuore. Attraverso questa saga, ho cercato di maturare la mia scrittura. Consapevole di peccare di eccessiva densità, dovuta soprattutto al mio amore per la poesia sintetica ed essenziale (le mie poesie, le potete leggere qui sul mio sito, sono molto brevi ed intense, amo quel tipo di impatto). Insomma, ho compreso, con la divina avventura, che la densità può rivelarsi un'arma a doppio taglio. Permette di essere molto profondi in poco spazio, di toccare vette di forma e contenuto, ma il costo è la concentrazione richiesta al lettore per apprezzare a fondo il lavoro di incastro che l'autore ha fatto.

Quindi, In questa saga, senza abbandonare la mia natura, che ovviamente ha fatto di tutto per tornare, ho lottato contro il desiderio di essere conciso e ho cercato di dare aria alla mia prosa. Ecco un brano della saga dell'Anello di Saturno.

Luca scendeva i grandi scalini dietro piazza Cavour, numerosi ma bassi e agevoli. Con lo sguardo incollato allo schermo del Game Boy, illuminato dalla luce gialla dei lampioni, giocava a Tetris con grazia e calma. La batteria del gioco era ormai quasi esaurita, segnalata dalla spia rossa più debole del solito. Quando la spia lo abbandonò, tutto si spense improvvisamente. Luca si arrestò, e alzò lo sguardo per la prima volta.
Si trovava in fondo alla scalinata, di fronte agli alberi del parco, lontano dalla piazza. Alzando gli occhi verso la piazza, intravedeva ancora la punta del monumento ai caduti, ma i rumori del borgo erano scomparsi. L'odore della natura riempì le sue narici e notò il silenzio dei grilli, un'insolita quiete piacevole e cullante.
Il cielo era tempestato di stelle, più brillanti di quanto le avesse mai viste. «Sono così tante…», pensò, ammirando la Via Lattea visibile a occhio nudo e individuando pianeti come Marte, Venere e Saturno in un colpo solo.
Poi si accorse di non essere solo. A una decina di metri da lui, alla sua sinistra, sedeva una ragazza sotto la luce gialla dell'unico lampione acceso. Era ferma, con le ginocchia piegate, un libro in mano e una sigaretta spenta tra le labbra.

Ecco. Ora, senza neanche saperlo, siete diventati lettori della saga! Spero che questo piccolo anticipo vi abbia fatto piacere. Ho scelto un brano che anticipa e racconta, ma che non svela nulla, se non la sensazione di quel mondo in cui spero vi tufferete insieme a me: il mondo di Luca e Anna.

Ovviamente, attendo i vostri commenti qui sotto sul sito 🧡

Alla prossima pagina.

#100 Un firmacopie disastroso


Mi conoscete, non sono un divo. Tutt'altro. Provo ad essere radicato al suolo, forse proprio per questo mio essere stato sradicato così tanto da giovane, sento la necessità di essere gentile con tutti, anche con chi non incontrerò più. È un modo per lasciare un segno positivo nel mondo, per migliorarlo, se vogliamo. Perché a volte, basta un grazie per far sorridere qualcuno.

Ma ciò che sto per raccontarvi mi ha fatto davvero incavolare. Come sapete, sabato scorso avevo un firmacopie in una grande libreria romana. Non farò il nome, chi vuole può andarsela a cercare. Premetto che so che ogni libreria agisce in piena autonomia, e che vi sono dei limiti, anche legali, su cosa si può o non può mettere all'interno di uno spazio pubblico. Poiché vanno rispettate certe distanze per i passaggi etc.

Ma vi pare normale che un autore, che va in una libreria a firmare delle copie (si spera) del proprio libro, non venga fornito di un tavolo dove sedersi? Io lo trovo allucinante. A prescindere che fossi io un attore di TV o un giovane autore, non importa. Ognuno merita il buonsenso. Se vi dico di chiudere gli occhi e immaginare così, come uno scatto fotografico, un autore che firma copie, voi cosa vedete? Vedete il lettore che dà la sua schiena a gobbo per permettere all'autore di firmare? L'autore che pianta il libro al muro e cerca con una mano di scrivere in verticale?

No, vedete una persona, tranquilla, seduta al tavolo, con una pila di libri a destra e sinistra, una fila di persone che aspettano, e lui che, sorridente, firma e restituisce le copie.

Quindi potete immaginare cosa ho pensato, alle 11 precise, quando sono arrivato nella libreria e ho visto questo:

Devo dire che sul momento mi sono sentito piccato, poi ho chiamato la casa editrice, cercando di capire se fosse normale (io non essendo di questo mondo, potevo anche avere un'idea sbagliata), e le risposte sono state "ma no, normalmente c'è un tavolo". E te credo.

Visto che l'orario non era proprio diciamo "leggero" (11-19), appena mi sono visualizzato lì, come una zucchina in mezzo ai libri, seduto su uno sgabello, vampate dello straniero di Camus mi sono ritornate nel cuore. No, io così no. Ecco cosa mi sono detto. Mi vergognavo anche un po', temendo che fosse divismo, ma poi ci siamo detti: "no, non esiste!" e alle 13 sono andato via a malincuore.

Dico a malincuore perché so che molti di voi erano venuti nel pomeriggio, nella speranza di incontrarmi, e purtroppo non c'ero. Ho chiesto scusa, e mi prendo la responsabilità di questo gesto.

Ma a volte, bisogna esprimere la propria necessità di rispetto. Non fa bene solo a chi lo fa, ma, si spera, anche a chi ascolta.

Alla prossima pagina.

#099 Dall'Idea al Libro

Ieri ho parlato con Aurora, la mia editrice e le ho esposto la saga dell'Anello di Saturno, provando, in pochi paragrafi a riassumere quello che sarà a tutti gli effetti un grosso libro da 1300/1500 pagine suddiviso in cinque volumi.

Potete immaginare quanto sia difficile riassumere questa mole di lavoro in poche parole. Per fortuna, usando la mia "tecnica della pizza" (quella in cui parto da un aneddoto, una piccola frase e poi la espando) mi basta dire l'aneddoto iniziale per dare più o meno un'idea della storia.

"Una magica storia d'amore, narrata dal Destino."

Sono molto impaziente di farvela leggere, e questa volta, se va tutto bene, dovrei riuscire anche a farne un audiolibro completo. Quindi, proprio come per la Divina Avventura, il primo capitolo del volume sarà offerto sul mio sito, sia in formato testuale che letto da me, e poi, come prima le versioni Ebook, Cartacea su Amazon e l'Audiolibro.

Ma c'è di più, Aurora è fortunatamente rimasta entusiasta del poco che le ho comunicato e insieme abbiamo deciso di accelerare i tempi di sviluppo e di pubblicazione della saga. Non posso ancora dirvi il motivo di tale accelerazione, ma vi prometto che ne varrà la pena. È una scelta che mi mette in difficoltà, perché significa che devo andare un po' più veloce del previsto, ma le occasioni non si devono perdere, e se serve rimboccarsi le maniche per riuscirci, sono il primo a farlo.

Peraltro, sono anche abbastanza avanti nella scrittura, ad oggi sono arrivato al 60% del quarto volume. Questo significa che il traguardo è vicino. Ma come dicevo alcune pagi ne del diario fa, la saga ha preso vita, e come un fuoco lasciato in mezzo alla steppa, incendia tutto quello che tocca. Scrivendo il quarto volume, mi rendo conto che dovrò tornare indietro di molte pagine a riaggiustare tante cose, perché è la storia che lo chiede. I personaggi diventano persone, più precise. I loro desideri sono chiari, i loro intenti e i loro modi di fare anche. Mi è ora evidente quanto la scrittura metta a fuoco le idee dello scrittore.

Sono uno che progetta ogni cosa, ogni dettaglio, ogni svolta. Eppure, mi ritrovo, inevitabilmente, con una storia che ad un certo punto mi impone di farla respirare come vuole lei. Quando succede, so che ho intrapreso la strada giusta.

Per ricapitolare, devo pubblicare il primo volume, ma io sono convinto di dover concludere il quinto volume, prima di farlo, perché voglio dare all'intera saga una coerenza interna forte. Ma come faccio a concludere addirittura il volume cinque in tempo? Soprattutto considerato che avrò anche da fare le seconde e terze stesure di ogni volume… poi c'é la società di videogiochi, e il diario d'artista, la mia vita… insomma, era una bella gatta da pelare.

Ho scelto quindi di scrivere il quarto volume, e poi di fare un trattamento molto particolareggiato del quinto. Ma non lo scriverò, non lo svilupperò, lo terrò al caldo, da curare con calma e amore. Quando ne avrò fatto un trattamento, tornerò al primo volume e lo infiocchetterò in modo perfetto, per la pubblicazione.

E quando il primo volume sarà pubblicato diventerò "legato" ad esso, egli diventerà il faro per la coerenza interna della saga. E non si torna indietro.

Sarà un'avventura, in tutti i sensi. Solo che questa volta non sarà "Divina", bensì "Romantica".

Alla prossima pagina.

#098 L'abito fa il monaco

Diventiamo la maschera che portiamo.

C'è un detto, "L'abito non fa il monaco." Oggi vorrei sfatare questo mito e spiegare come, secondo me, l'abito faccia il monaco eccome.

Lo so per esperienza, di abiti io me ne intendo. Ogni volta che indosso un personaggio, qualcosa di esso rimane in me. Un ricordo, un pensiero, qualcosa che piano piano cresce, come un nuovo albero, introducendo nel vecchio Flavio nuovi concetti, nuovi sentimenti, nuove visioni del mondo.

È uno dei più grandi lussi della recitazione: quello di vivere la vita altrui. Non solo perché è molto divertente, e lo si fa in una situazione controllata, in cui parole, azioni e reazioni sono già state scelte, ma soprattutto perché l'attore ne rimane arricchito. E non parlo del portafoglio, ma del bagaglio umano che abbiamo in noi.

Spesso si parla di "entrare nella parte", cioè riuscire a comprendere appieno il personaggio, i suoi desideri, le sue movenze, i suoi pensieri. Non ho mai avuto problemi a farlo, perché in sostanza, non l'ho mai fatto. Non credo nella recitazione che prova a dipingere un altro da me. Credo in qualcosa di più semplice: esporre la mia anima, e metterla nelle condizioni di essere sincera, umana, emozionante.

Questo significa che non sono io, con le mie scelte attoriali, a dipingere il personaggio. Non sono altro che un tramite che, con l'aiuto di costumi, trucco e parrucco, dà vita ad un altro Flavio, che vive in un'epoca diversa, che dice parole diverse (scritte da qualcuno che, quello sì, ha avuto il compito di immaginarsi un essere umano diverso).

Quindi quando intendo "l'abito fa il monaco" intendo dire che il mio modo di arrivare al "personaggio" se così possiamo chiamarlo, non è di fare una ricerca interiore, di inventarmi il suo passato familiare, storie di cui non si parla nemmeno in sceneggiatura. No, il mio compito è dirla bene, essere sincero e comprensibile. Il resto lo fa "la magia del cinema" (e cioè il montaggio, la regia, i reparti, etc...)

Per me, l'attore diventa monaco indossando gli abiti del monaco. Ma è la sua capacità a toccare le corde dell'anima che giustifica il suo cachet.

Ma c'è di più. Sapevate che a forza di portare una maschera, ne diventiamo noi stessi lo specchio? A forza di essere burberi, per esempio, diventiamo burberi dentro. A forza di sorridere, la nostra anima sorride. A volte sforzarci di essere quello che non siamo in quel momento, è il primo passo per diventare quello che desideriamo.

Grotowski, grande teorico della biomeccanica e del teatro fatto di carne, ossa, sudore, uomini, spesso esponeva un aneddoto. L'aneddoto del grizzly: "Poniamo che siete in una foresta e davanti a voi appare un enorme grizzly, terribile, spaventoso che vi punta. La prima cosa che fate è fuggire. Ma la mia domanda è. Avete paura e quindi fuggite, oppure fuggite di riflesso e la paura vi viene mentre state correndo via dal pericolo?"

Ecco qua, queste sono le due scuole di pensiero della recitazione. La prima è detta Stanislavskiana o Strasberghiana (Actor's studio), parla della nascita dell'azione (cioè della fuga dal grizzly) partendo dall'interiorità (cioè dalla paura che nasce dentro). La seconda, la scuola Grotoswkiana, ipotizza che invece la "maschera" generi lo stato d'animo interiore. Cioè che sia la fuga a generare la paura e non il contrario.

In poche parole, se volete indurre in voi la felicità, ci sono più strade: potete pensare a qualcosa che vi rende felice, e fare la scuola Strasberghiana, oppure potete sorridere e basta, e i pensieri felici verranno da soli.

E voi, quale delle due preferite?

Alla prossima pagina.

#097 Lavoro e Passione

Chi mi conosce lo sa: ho fatto tanti lavori, soprattutto in gioventù, lavori creativi come assistente alla regia, autore, regista, montatore, ma anche lavori opposti alla direzione artistica che poi ho intrapreso.

Quando ero ventenne, ho fatto il cameriere per una stagione. Doppio turno, ristorante di pesce. L'anno successivo ho lavorato come magazziniere nella società di trasporti nella quale lavorava mia madre. Un paio di mesi difficili, ma utili. Ho anche fatto il tecnico luci in vari spettacoli teatrali, montaggio e smontaggio della scenografia. Erano lavori faticosi, che mi hanno insegnato molto sul valore che la nostra società dà alla fatica fisica: ben poco.

A scuola, non sono mai stato il migliore della classe. Anzi si, lo sono stato quando non serviva studiare, verso gli 8 anni. Mi bastava ascoltare per essere brillante. Poi, con il crescere dell'età mi sono allontanato sempre di più dalle cattedre e dall'interesse nel sistema scolastico. A parte alcuni maestri che - pur non essendo stato io il loro pupillo - mi porto nel cuore, i ricordi che ho delle aule scolastiche e del sistema nel suo insieme sono tristi: poco entusiasmo, poca passione, molta imposizione. Capisco che è nella natura dei sistemi essere così, ma non fanno per me. Ho un'avulsione naturale per il potere.

Ben presto ho capito di amare la pratica. Se posso applicare ciò che mi viene insegnato, allora ne divento ghiotto, mi entusiasmo e mi impegno molto di più. Ma se sono costretto a studiare qualcosa solo perché devo, senza ricevere un vantaggio diretto da una immediata applicabilità, allora perdo l'interesse.

È un limite, ne sono consapevole, ma sono fatto così. Non a caso ho cominciato a studiare davvero in età quasi adulta, quando le mie passioni erano emerse e stavo comprendendo cosa mi interessava approfondire. Studiare mi aiutava a precorrere la strada d'artista che sto ancora scoprendo.

Il lavoro e la passione... antagonisti che dovrebbero essere sinonimi. Il lavoro rientra nella sfera del "devo" mentre la passione in quella del "voglio". Come sarebbe bello se formassimo le nuove generazioni con l'intento di insegnargli ad unire queste due cose, invece di dividerli!

Come diceva Confucio: "Scegli il lavoro che ami e non lavorerai un giorno in tutta la tua vita." Facile da dire, ma non così facile da fare, perché la vera difficoltà è scoprire quello che ci piace. Perchè nel mondo ci sono così tante cose.

Come possiamo fare per scoprire ciò che amiamo?

Io credo curiosando tra le insenature della società, leggendo prospettive originali, camminando per le strade con il naso all'insù, guardando dove gli altri non vedono, e continuare la ricerca di cose nuove, facendo, giocando, scoprendo, cercando anche la crisi.

Perché così facendo, piano piano, seminerete piccoli segni apparentemente confusi sulla tela della vostra vita. Ma abbiate fiducia, vedrete che succederà qualcosa di magico: ad un certo punto, quei puntini si uniranno da soli e disegneranno il vostro destino.

Alla prossima pagina.

#096 Come essere felici

La felicità, bel mistero.

In un film che girai ormai più di dieci anni fa, chiamato "Io sono l'amore", il personaggio di mia sorella, interpretata dalla bravissima Alba Rohrwacher, alla mia domanda "Sei felice?" rispondeva con: "Felice non si dice, è una parola che immalinconisce."

Non sono d'accordo. "Felice" si dice eccome!

Chi conosce il film sa che questa frase proveniva dall'ambiente borghese Milanese del nord, un po' freddo, lasciatemelo dire, persino per me che vengo da Parigi. "Felice" si dice. Anzi, la felicità dovrebbe essere un faro che ci guida quotidianamente nelle nostre scelte. Certo, tutto deve essere mediato da equilibrio: prima di tutto la nostra felicità non può diventare causa dell'infelicità altrui.

Inoltre, è importante ricordare che la spinta alla gioia, all'entusiasmo, al lato bello delle cose, deve essere coltivata ogni giorno, proprio per non farla scemare in quel grigiore che si porta via il sole.

Ma come si fa ad essere felici? Mi viene in mente un aneddoto divertente che mio padre mi disse un giorno in macchina: "Vuoi controllare la tua felicità? Fai come quel monaco tibetano, che passava tutto il giorno a frustarsi i cosiddetti. Viveva tutte le sue giornate in un dolore inenarrabile, e non si fermava mai." "Vabbè ma così mica era felice" dissi. "Certo che no. Ma quando smetteva, lo era. Se davvero vuoi controllare la tua felicità, ti tocca fare così: controlla la tua infelicità, ma non ne vale la pena." Quanta saggezza. È proprio così, non si può controllare la felicità, essa viene e va.

Però, sotto sotto, sono convinto che ognuno di noi sappia ciò che lo rende triste o malcontento, e anche ciò che lo rende una persona migliore. Forse essere felici vuol dire proprio questo: Fare qualcosa che ci rende una persona migliore di quella che eravamo prima. Non intendo in maniera etica o morale. Non voglio dire di fare beneficenza o occuparsi dei più deboli (che comunque ben venga), intendo che dobbiamo stimolare quell'agente interno che ci fa sorridere. Perché quando facciamo qualcosa che ci fa sorridere, lo facciamo meglio e più a lungo. É il sorriso a renderci migliori.

Così, ora mi chiedo: cosa mi fa sorridere? Quale è il pensiero che mi riempie di felicità e speranza e mi regala un sorriso? Penso che in questo frangente della mia vita, oltre a mia figlia, (ma li vabbè, gioco facile) forse è scrivere. Scrivere produce in me reazioni ambivalenti: a volte mi intimorisce, certo, ma il più delle volte provo un vero entusiasmo nel perdermi nelle storie, nel cercare di stupirmi raccontando, scoprendomi a mia volta.

Mi fa sorridere persino scegliere la forma giusta, le parole giuste, il punto e il capoverso giusto. È proprio il processo nella sua interezza che mi entusiasma. Addirittura, mi entusiasma anche l'idea di farlo diventare un lavoro, un'impresa. A proposito, come avete visto, ho rifatto il sito internet, che è la casa dal quale parte un po' tutta questa mia avventura da scrittore ma anche da attore, regista produttore.

Se lo spulciate un po', se leggete le mie poesie, che interpreto, oppure date un occhio alla mia biografia, capirete che questa avventura creativa non è certo nata ieri. Anzi, ha radici molto profonde che risalgono persino a tempi antecedenti il mio percorso di attore.

E a voi? Cosa vi fa sorridere? Vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina.

#095 Svolte del 2024

Voglio ancora parlare del futuro.

Questa volta per informarvi di tutto ciò che mi aspetta quest'anno. Sento che sarà un anno importante, in cui la mia vita prenderà strade inesplorate. Un "turning point", come lo chiamano in gergo tecnico quando si scrive una storia: il momento in cui tutto cambia, in cui un evento sposta la direzione della storia e ci tiene incollati, in attesa del proseguio.

Quest'anno mi aspettano: una miniserie, un film TV, una daily, vari eventi firmacopie, la partecipazione a festival letterari, la pubblicazione di 2 o 3 volumi della saga de "l'Anello di Saturno" e il nuovo videogioco realizzato dalla mia società di videogiochi. Per non parlare del resto: la vita, i doveri, i piccoli piaceri quotidiani e soprattutto uno spazio per l'ignoto, per l'inaspettato.

Adoro arrivare con almeno dieci minuti di anticipo a ogni appuntamento. Adoro camminare. Adoro avere una bolla di vuoto in cui perdermi totalmente nell'osservazione, nella contemplazione di ciò che mi circonda e di ciò che ho dentro. Spesso, quando vado a giocare a scacchi al bar del Fico, cammino; mi permette di riattivare quella freschezza vitale che poi mi dà la carica. E m i fa sorridere.

Voglio poi vedere mia figlia crescere. Già ora, che ha sei anni e mezzo, è uno spettacolo alzarsi e vedere che ragiona meglio del giorno precedente. Sa comportarsi, capisce che ci sono situazioni in cui certe cose si fanno e altre no. Ha un talento spiccato per lo sport, l'espressione, il ritmo e la musica. Ma è anche schizzinosa sui vestiti da mettere. Ieri mi ha detto che una sua amica le ha prestato lo smacchiante per togliersi il rossetto che si era messo sotto gli occhi per sembrare uno zombie. Ha già delle amiche che le prestano lo smacchiante! La vita è davvero inarrestabile.

Tra un mese circa, finirò di girare "Il Paradiso delle Signore" e mi dedicherò molto di più alla saga. Devo assolutamente chiuderla entro fine aprile, al massimo metà maggio. Ho la necessità di farlo perché mi rendo conto che più vado avanti a scrivere, più la storia assume contorni personali, indipendenti, che mi costringono a tornare indietro e riscrivere pezzi sempre più ampi. Sono certo che l'ultimo volume, proprio per come è pensato, mi costringerà a rivedere molte sfaccettature, non solo di personaggi che si realizzano al massimo nel quarto volume, ma dell'opera stessa, del messaggio che veicola nella sua ampiezza.

Per me, un'opera non può non viaggiare su vari livelli: certo, c'é quello diretto delle parole, degli eventi, delle passioni e desideri. Ci deve essere qualcosa in più, qualcosa di filosofico, di spirituale. Qualcosa che non solo ampli le vedute, ma apra il cuore. Una visione, se così possiamo chiamarla, del mondo nella sua complessità.

Ecco, devo fare tutto questo entro aprile! Scappo.

Alla prossima pagina!

#094 Vivere Il Futuro

Il 2024 sembra fantascienza, altro che "2001 Odissea nello spazio".

Mi sento in un mondo che sta cambiando velocemente, così velocemente che penso di perdere la maggior parte degli eventi che verranno davvero ricordati. Tento in tutti i modi di stare al passo con il progresso. Chi mi conosce sa del mio penchant tecnologico. Sono figlio di un informatico e la scienza in generale mi affascina: quella delle stelle, la fisica, la biologia, la tecnologia. Tutti campi che sono esplosi negli ultimi secoli e che ora, grazie all'avvento di elettricità, transistor, microchip, stanno diventando qualcosa che sembra non avere più limiti. Sembra che tutto sia a portata di mano. Viviamo in un presente giá nel futuro. È una cosa stupenda, per me bambino che adoravo la fantascienza, è un'esperienza magica, che tra l'altro, mi rendo conto ora scrivendo, è la stessa che ha, in un certo senso, il protagonista maschile de "l'Anello di Saturno".

Si chiama Luca. Avrò modo di parlarne.

Insomma, cosa ci aspetta in questo 2024? Altre guerre? Un nuovo social network? Una nuova influencer? Che bello sarebbe se invece di tutto ciò, avessimo di fronte mesi pieni di gente che fa la pace, di bambini che cominciano a giocare con la natura, e di avere, in prima serata su Rai Uno, qualcosa che ci faccia davvero, e dico davvero, rimanere incollati allo schermo.

Sono un po' saturo di film e di serie TV. Forse perché sono bombardato di serie dall'avvento delle piattaforme, ora ce ne sono più delle M&M's nel mondo. E si sa, se un prodotto si moltiplica, il suo valore diminuisce… E soprattutto, le M&M's dentro, sono tutte uguali. Certo, cambia il colore, giallo, rosso, blu, verde ma in fondo, sempre una nocciolina, cioccolato e zucchero sono. Ecco, molte serie e film degli ultimi anni mi danno un po' questa sensazione. Quanto mi piacerebbe perdermi di nuovo in un "Breaking Bad", "Lost", "24" o nella magia dei film di Spielberg e Zemeckis degli anni 90.

E poi, mi sembra che tutto venga venduto come un capolavoro. Il marketing la fa da padrone, e quindi tutti si sentono in obbligo di sbracciare per farsi vedere. Siamo come al mercato: "Coccooo!" "Patate buonissime!" ma invece del gusto al palato, si urla al capolavoro.

Ma in questo entra in gioco il giudice supremo: il tempo. Il tempo è tiranno, ma è anche giusto. Il tempo decreta - nel tempo appunto - il vero valore intrinseco dell'arte. Non a caso molti geni sono morti poveri. Mozart in una fossa comune, Van Gogh nella miseria e molti, molti altri.

Come fare, quindi, per fare pulizia di tutto questo caos che subiamo quotidianamente? Io fuggo, mi rifugio dentro la mia immaginazione, o tra gli abbracci di mia figlia, della mia famiglia, e mi piacerebbe anche di più dei miei genitori. Che non vedo abbastanza. Ecco, nel 2024 voglio vedere di più i miei genitori. Se lo meritano. Hanno fatto tanto per me. E ho la fortuna di averli ancora accanto .

Domani li andrò a vedere.

Alla prossima pagina.

#093 Tempo di cambiamenti

Anno nuovo, vita nuova!

Il tempo è un'illusione, eppure il suo effetto su tutti noi è manifesto e inarrestabile. Cosa rappresenta una data, se non un punto immaginario in uno spazio immaginario? Tuttavia, ci ritroviamo qui, pronti a celebrare ogni volta che possiamo quella frontiera costituita da minuti, anni e secondi.

Devo ammettere che i compleanni non mi piacciono. Mi vergogno di festeggiarmi, almeno non pubblicamente. Preferisco gratificarmi personalmente, magari concedendomi una deliziosa cena di coppia in un ristorante romantico, o un viaggio verso località inesplorate.

E se non mi piacciono i compleanni, potete immaginare il mio pensiero sul Capodanno. Abbiamo stabilito che in quel momento, tutto cambia. Che "da ora in poi, sarò finalmente la migliore versione di me stesso." Ma, diciamolo francamente, è solo un pretesto. Un modo per nascondere sotto il tappeto tutta la polvere accumulata durante l'anno, sperando che scompaia magicamente.

Le nuove risoluzioni sono una iniezione di fiducia, ma anche una forma di autoinganno. Il cambiamento avviene gradualmente, passo dopo passo. Esiste una regola non scritta nella realtà: ciò che si costruisce lentamente, si dissolve con la stessa lentezza. Più accurata e organica è la costruzione di una trasformazione, più solido e duraturo sarà il risultato. È come nella cucina: una cottura lenta, priva di fiamme violente, fa emergere sapori intensi, che rimangono impressi non solo al palato, ma anche nella memoria.

Il tempo... è una costante mutevole, che varia a seconda del nostro stato d'animo. Scorre velocemente quando siamo felici e sembra eterno nei momenti di apatia o tristezza. Il tempo è un concetto così affascinante che ne ho fatto il tema centrale della saga dell'Anello di Saturno. Benché sia stato esplorato in mille modi, sono convinto di poter offrire una prospettiva unica e originale. E questo 2024, si sa, sarà l'anno di Saturno!

Insomma, il nuovo anno è arrivato. Ma non solo il nuovo anno, anche il nuovo mese, il nuovo giorno, anzi, la nuova ora, il nuovo minuto! Tante avventure quante le stelle nel cielo!

Buon anno a tutti. Vi auguro una continua e graduale trasformazione verso l'apice dei vostri desideri.

Alla prossima pagina.

#092 Magia del Natale

Natale.

Cosa rappresenta il Natale? In un certo senso, ritengo che questa festività, come ogni bene di valore che possediamo, sia carica di una storia da raccontare. Immaginiamolo come il protagonista di un racconto.

La storia di come nacque il Natale.

C'era una volta, molto tempo fa, un popolo di uomini primitivi, intelligenti, con grande potenziale davanti a sé, ma ancora troppa poca conoscenza. Persone piene di miti, di leggende. Vivevano in un mondo magico, dove ogni cosa era intrisa di mistero. Senza atomi, senza sole, senza neve. Ogni evento era un atto misterioso.

In questo mondo, c'erano la luce e la notte, il sole e la luna. E quanto era spaventosa la notte! Con tutti quegli animali pronti a mangiarli, i suoni della foresta. Un luogo in cui bisognava rifugiarsi in fondo alle caverne per avere la certezza di non essere aggrediti di notte, nel caso in cui il fuoco si spegnesse.

E che sollievo, quando nella notte del 21 dicembre, la notte iniziava ad essere più corta del giorno precedente. Un momento di sospensione, di introspezione, in cui finalmente si prospettavano le giornate felici della primavera.

Quella data, (che ancora "data" non era, poiché il tempo ancora non aveva nome), era un punto di svolta nella natura, un momento climatico cruciale. Un momento in cui tutto diventava più bello. E così, si scambiavano regali, augurandosi, con quel dono, una promessa di fertilità, di opulenza.

Fu così che per centinaia, forse migliaia di anni, gli uomini celebrarono la rinascita della vita, del sole, della luce. Man mano che la realtà si delineava davanti ai loro occhi, che nascevano i primi pensieri, la filosofia, le religioni, la scienza, il mondo acquistava un senso, la nostra capacità di prevedere il futuro si rafforzava. E dopo la nascita della parola, la scoperta delle stelle e del sole, quel giorno magico fu battezzato "il solstizio d'inverno".

"Solstizio", dal latino "solstitium", composto da "sol (sole)" e "stitium (stasi, fermo)". Il momento in cui il sole si ferma.

"Inverno", dal latino "Hibernus", la stagione fredda.

Il momento in cui il sole si ferma, durante la stagione fredda.

Dopo avergli dato un nome, gli attribuimmo anche un significato più elevato, filosofico, umanistico. Il momento della nascita della vita. Nacquero storie e racconti sulla magia di quel momento, che trovò, in ogni luogo e ogni epoca, un'identità diversa, ma che veicolava lo stesso messaggio.

E fu così che il Natale arrivò fino a noi. Tralascerò il modo in cui il costume di San Nicola, dal verde, divenne il rosso e bianco di Babbo Natale, influenzato, diciamolo, dalla pubblicità della Coca-Cola.

Ma a noi che importa? Ciò che conta è che da ora in poi, ci sarà sempre più luce e sempre meno buio.

Buon Natale a tutti voi.

PS: queste vacanze il diario d'artista uscirà solo una volta alla settimana, e poi si riparte!

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