Il coraggio della rinuncia

Diario D'artista
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Il coraggio della rinuncia
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Viviamo spesso in quello che viene anche chiamato "il dilemma di Icaro".

Icaro, figlio di Dedalo, lo visse nel momento in cui decise, andando contro il suggerimento del padre, di avvicinarsi troppo al sole. Come spesso succede, i miti greci ci aiutano a definire i nostri problemi e, a volte, a trovare proprio attraverso queste storie soluzioni per la nostra quotidianità. È questa la vera forza del mito, poiché non esemplifica un esempio preciso, bensì rappresenta piuttosto una metafora ad ampio raggio, che echeggia dentro di noi in maniera libera.

Icaro, figlio dell'architetto che costruì il labirinto in cui Minosse volle nascondere il minotauro, fu incarcerato insieme al padre all'interno del labirinto. Non avevano scampo: sarebbero presto stati uccisi e mangiati dal mostro, e nemmeno Dedalo era capace, tanto era complicato il labirinto da lui costruito, di trovare la via d'uscita. Così, insieme al figlio, decise di recuperare cera e piume d'uccello, con le quali fare ali per librarsi sopra le grandi mura e volare via dalla minaccia.

Il padre, premuroso e ferito nell'anima da un evento accadutogli in gioventù, quando il nipote, Taio, per eccesso di zelo festeggiò convinto di aver inventato lui la sega (che invece fu creata da Dedalo) e così facendo precipitò da un terrazzo e Taio morì tragicamente. Così Dedalo si preoccupava molto di dire al figlio di non avvicinarsi al sole, poiché la cera si sarebbe sciolta.

Sole… metafora del desiderio.

Sappiamo bene come andò. Il giovane, ebbro di libertà e di volo, desiderò salire verso il sole, toccarlo con mano e, chissà, magari incontrare il Dio che lo trascinava nel suo carro. Ahimè, proprio come aveva previsto Dedalo, le ali del figlio si sciolsero e Icaro precipitò rovinosamente nel mare, sparendo per sempre.

Tutti noi viviamo questo dilemma tra la razionalità e il desiderio. L'artista, per esempio, deve decidere quando fermarsi. Quando eccede nel darsi troppo, nel fare della sua fragilità un punto di contatto con chi lo segue, esponendo ferite ancora fresche che avrebbero bisogno di solitudine per rimarginarsi. Oppure quel momento in cui bisogna scegliere tra i soldi o la visione. Insomma, i dilemmi sono molteplici e, come ho detto all'inizio, si presentano a ogni uomo e donna di questo mondo, non solo agli artisti.

Quante volte vi siete trovati a dover fare una scelta, una decisione? Decidere: tagliare la testa alla vittima. La scelta, qualunque essa sia, è quindi una rinuncia. Ed è proprio in quella rinuncia che forgiamo il nostro carattere e definiamo, come le ali della farfalla, il nostro lontano futuro.

Ricordo bene quando decisi, molti anni fa, di rinunciare alla mia posizione vantaggiosa dentro al teatro stabile di Genova (ero un giovane regista pieno di promesse) per inseguire sogni di gloria nel cinema e nella televisione a Roma. Fu una scelta drastica, che cambiò per sempre la mia vita.

Quest'anno, per me, sarà all'insegna della scelta e del coraggio della rinuncia. La saga dell'anello di Saturno affronta questo dilemma nel suo senso più profondo, ma anche il videogioco che abbiamo creato con Untold Games gira attorno al concetto di scelte e ripercussioni. Piccole scelte, "atomizzate", ma che se messe una dopo l'altra, generano storie completamente diverse. E dovrò occuparmi a pieno dei semi da me seminati, e questo significa che ho dovuto rinunciare ad opportunità attoriali.

Vi lascio il link al trailer del videogioco, semmai foste curiosi di scoprire questo altro "lato" di me: City 20 - Official Announcement Trailer

E voi? Qual è la scelta che avete fatto che più di tutte vi ha definito come persone?

Vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina

Il potere della memoria

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Il potere della memoria
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La memoria... questa magica e inafferrabile realtà che vive dentro di noi, è stata fonte di ispirazione per centinaia, migliaia di autori. Proust, con la sua Madeleine, ne fece il tassello fondamentale dell'anima. Noi siamo la nostra memoria. E senza memoria, cosa saremmo?

Personalmente, ho sempre vissuto con un occhio verso il domani, piuttosto che al passato. Ho un approccio piuttosto diffidente nei confronti della mia memoria, forse perché non mi fido del tutto di essa. Ho spesso la sensazione che sia fallace. Per esempio, sono pessimo con i nomi. Non mi ricordo i nomi di nessuno, e questo mi porta a diventare molto chiuso, poiché, in un certo senso, il dubbio di non sapere con esattezza il nome della persona con la quale sto parlando mi mette in una situazione in cui preferisco non interagire. Ed ecco fatto l'introverso. Scrivendo, mi rendo conto che forse la mia introversione è proprio una questione di memoria. Forse, se mi ricordassi meglio i nomi, non sarei così timido.

Nei miei scritti, sia nelle poesie che nella prosa da romanzo, mi ritrovo spesso ad avere a che fare con il ricordo. Un ricordo che muta a seconda di chi lo ricorda. Mi viene in mente il film "Rashomon" di Akira Kurosawa, che affronta, appunto, la stessa scena ricordata da tre persone diverse. Ogni racconto differisce significativamente dagli altri, presentando versioni contrastanti degli stessi eventi, che gettano luce sulle complesse nature umane dei personaggi e sulla difficoltà di stabilire una "verità" oggettiva.

Il ricordo ha questo potere: riscrive la realtà vissuta, collocandola là dove ci viene meglio ricordarla. Il ricordo che abbiamo nella mente non è una fotografia esatta del momento vissuto, quanto piuttosto una fotografia di come stavamo noi in quel momento, della nostra - limitata - prospettiva. È una fotografia che più viene richiamata alla memoria, più muta, proprio per via della sua caratteristica fuggente e mutevole, quasi liquida. E così, quello che era una semplice giornata in spiaggia con gli amici prende nel tempo connotazioni favolesche, magiche, dalle atmosfere romantiche. Baci rubati.

Insomma, la memoria è una parte fondamentale di quello che ci rende umani. La società stessa non potrebbe esistere senza memoria. La cultura, l'arte, le scienze sono tasselli che vengono man mano registrati nella memoria collettiva e che creano, negli anni, strutture conoscitive gigantesche, che ci permettono di immaginare il nostro futuro, di diventare demiurgi della materia, di controllare la nostra vita. La memoria è conoscenza, esperienza, strumento di sopravvivenza.

Non posso esimermi dal pensare, però, che la memoria stia diventando, nel nostro mondo iper-digitalizzato, qualcosa di statico, di immobile. Le informazioni che registriamo sono così tante che non vi sembra più esserci spazio per l'attribuzione, per l'errore, per il margine di magia. I ragazzi nati ora avranno tutta la loro vita registrata, bit per bit, su internet. Foto, frasi, video, pensieri. Tutto sarà lì, a disposizione del prossimo. E così, il margine di mistero si fa sempre più sottile, sempre più inesistente, e questo mi dispiace, perché la magia del mito, sta proprio in quello spazio di ignoto.

Per questo scrivo i miei libri: per lasciare un segno marginale, indefinito, un luogo di mistero che dia al lettore la possibilità di rileggermi e di scoprire, in questo marasma di parole, qualcosa di sé stesso.

Alla prossima pagina

Audiolibro Spedito

Perfetto, ti confermo che il primo audiolibro della "Divina Avventura" è stato spedito al tuo indirizzo e-mail. Gli altri seguiranno nei prossimi giorni.

A presto!

Come credere in noi stessi

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Come credere in noi stessi
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La vita dell'artista è costellata da dubbi. Dubbi sulle proprie capacità, dubbi sulle scelte da fare.

Non esiste artista che non abbia dubitato, per l'intero arco della sua carriera, della propria arte, e, di conseguenza, di sé stesso. Pochi giorni fa, proprio tra i commenti a queste pagine del "Diario D'artista", mi fu fatta la domanda: "ma come si fa a credere in noi stessi se nessuno crede in noi?"

Una domanda difficile, alla quale non so se sono capace di rispondere. Voglio evitare le solite frasi fatte. "Credi in te stesso" "Sei tu il centro del tuo mondo" etc…

Comincerò col dire che il superamento dell'insicurezza non è semplicemente un atto di volontà personale, ma un processo complesso che coinvolge molteplici aspetti della nostra vita.

Se dovessi risalire alla prima fonte del problema e immaginare una soluzione che produca, sul lungo termine, effetti positivi, direi che forse trovare persone che credono in noi sia la prima cosa da fare. Una mia cara amica, divenuta negli anni un'ottima psicologa, un giorno mi disse che esistono due tipi di persone: quelle che tirano fuori il meglio di noi, e quelle che tirano fuori il peggio. Ecco, circondarsi delle prime e allontanare le seconde è sicuramente un'igiene costruttiva.

Un'altra via è quella della formazione e dell'incontro con maestri. I maestri si scelgono, quindi dipendono da noi, dal nostro desiderio. Attraverso i maestri acquisiamo non solo una profonda consapevolezza della tecnica artistica, dell'arte in generale, ma anche parte della loro corazza. Una difesa temporanea, forse, ma utile per tutti coloro che hanno la pelle sottile e l'anima fragile. La scuola d'arte può dare, all'artista in nascere, certezze illusorie che saranno utili a sconfiggere i primi demoni, quelli superficiali.

E poi c'è la vita, quella quotidiana, semplice, ma fondamentale. Nelle cose più semplici spesso risiede il segreto di un'anima forte. La nutrizione, l'amore per il proprio corpo, per la propria salute, sono elementi che aiutano a svegliarsi con un occhio positivo verso noi stessi. Senza esagerare, ovviamente, ma camminare, fare sport, mangiare bene e farsi piacere con moderazione sono tutti elementi che, se messi uno accanto all'altro, giovano non poco all'autostima.

E infine, proprio come dice il saggio "Mens sana in corpore sano", vi è la mente. Dobbiamo allenarla, stimolarla, nutrirla. Leggere i classici, guardare film che hanno superato l'esame del tempo, evitare il cibo (mentale) spazzatura, evitare di sprecare il nostro tempo in quei contenuti che non hanno un secondo grado di lettura, figuriamoci un terzo o quarto. Siamo nell'era in cui il volume e la quantità la fanno da padroni sulla qualità.

Quindi l 'artista deve quindi essere consapevole di cosa immette nel proprio immaginario, perchè solo una mente ben nutrita può produrre frutti succulenti.

Alla prossima pagina.

La fragilità dell'artista

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A volte mi sento fatto di cristallo. Mi basta un niente per perdere fiducia in me e in tutto quello che faccio. Una folata di vento negativa, un momento in cui mi volto e non vedo nessuno, ed ecco che subito mi proietto in un universo di vuoto e fallimenti.

Immagino che succeda a tutti, che sia normale percepire quel vuoto esistenziale. Forse è dovuto a come uno ha dormito. Oppure al meteo. Ma quando succede, l'unico colpevole sono io. Ho la cattiva abitudine di sentirmi responsabile di tutto ciò che mi succede. Anche adesso che ho concluso il quarto volume della saga, in cui ho continuamente affrontato il contrasto tra destino e volontà, non riesco a non pensare che la situazione nella quale sono sia dovuta, perlopiù, alle mie scelte, ai miei desideri.

C'è da dire che mi manca da scrivere l'ultimo volume della saga. Forse il più importante. Quello in cui vi è la risoluzione, la conclusione, il mio punto di vista. E lo temo. Temo di dover fare una scelta tra questi due poli opposti della natura della vita. La volontà contro le intemperie del destino. Flavio, o tutto il resto?

Oggi che scrivo queste parole, mi sento fragile. È uno di questi giorni. Per fortuna ho accumulato, negli anni, un po' di esperienza, sufficiente a non farmi sprofondare. È come se avessi acquisito un piccolo agente nel mio cuore che quando percepisce che il limite sta arrivando, ferma tutto e dice: "Vai a dormire, vedrai che domani andrà meglio." e ormai ho imparato ad ascoltarlo.

Il timore è che al mio risveglio, quella sensazione sia ancora lì. E allora scrivo. Recito. Faccio, creo, sogno. Fuggo. Realizzo, nella speranza di dimostrare, prima di tutto a me stesso, che quello che faccio ha un senso.

La mia carriera si è mossa, fin dall'inizio, su vari distinti binari. Quello recitativo, performativo, che mi ha dato molte soddisfazioni, e quello artistico, registico, narrativo. Dentro di me brucia il sogno di lasciare il segno, di incidere, come una ferita, la mia anima nel tempo. Ma è difficile. Trovare l'equilibrio giusto tra forma, contenuto, tecnica e cuore, volontà e successo, è difficile. La volontà nasce da me, ma il successo dipende dal mondo. Un po' come il destino.

E così, in questa affannata ricerca di equilibrio, a volte, guardandomi allo specchio, mi chiedo se io non sia come Don Chisciotte, eternamente votato a combattere contro giganti che in realtà, non sono altro che mulini a vento.

Alla prossima pagina.

La buona scrittura

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La buona scrittura
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Ho concluso il quarto volume della saga dell'anello di Saturno. Ora, come mi ero promesso, lavorerò per alcune settimane sulla coerenza narrativa degli eventi di tutti questi volumi. Questo significa scrivere le date, tenere a mente il passaggio di tempo, ciò che i personaggi si sono detti, e fare in modo che lo sviluppo narrativo sia come una sequenza di domino che cascano uno dopo l'altro, in maniera naturale, senza che vi sia l'artificio del deus ex machina, a meno che non sia voluto.

Ma in questa fase di revisione, per quanto io mi trattenga dal lavorare sullo stile e la forma delle frasi, il mio occhio non può che cascare lì. Appena mi rileggo, ecco che parte in me l'editor che cambierebbe quella frase, quella parola, quella virgola.

Stephen King suggerisce, nel suo meraviglioso libro "On Writing" di scindere in maniera netta la scrittura dall'edizione. Cosa significa? Che la prima bozza deve essere brutta, illeggibile. La prima bozza non è per gli altri, è solo un suggerimento a noi stessi, un modo per incanalare la creatività in maniera fluida e cangiante. Per questo motivo è meglio evitare di renderla bella, per non fissarla.

Un altro grande scrittore, Chuck Palahniuk, racconta di come lui odi i software di editing di testo (come word, per intenderci) Il motivo? "Perché sembra già bello", dice. (Vi consiglio di guardare, se conosce l'inglese, l'incredibile intervista di Joe Rogan a Palahniuk, vi lascio il link sul sito. Occhio, sono contenuti espliciti: #1726 - Chuck Palahniuk - The Joe Rogan Experience | Podcast on Spotify)

Insomma, bisogna rimanere elastici, così da non affezionarsi alle proprie idee. Un'altra espressione inglese è "Kill your darlings" che tradotto fa più o meno "Ucciditi i tuoi preferiti". Questa frase sta a significare che spesso le idee alle quali siamo più affezionati, sono anche le più deboli e andrebbero eliminate. nel mio caso, per esempio, la storia dell'Anello di saturno iniziava in modo molto diverso. Si completava in due volumi. Ho dovuto lavorare molto su me stesso per trovare il coraggio di cancellare quel finale, e di produrre una storia nuova dalle sue ceneri. Chissà, forse un giorno ne parlerò più a fondo.

Questo lavoro di autodistruzione è delicato e va esercitato con precauzione ed esperienza. Ma devo dire che spesso mi è capitato di riscontrare in esso una grande verità. Questo non vale solo nel campo della scrittura. Marco Sciaccaluga, di cui ero allievo regista, spesso mi suggeriva di non affezionarmi alle mie idee registiche.

Che cosa è, quindi, la buona scrittura? Sono i temi? É la storia? O la prosa? Oppure la forma? Ovviamente, è un po' tutto questo messo insieme, ma anche quel talento che permette ad ogni bivio (e ce ne sono davvero tanti) di fare la scelta "giusta". Ma qui entriamo nel metafisico. Cosa sia giusto o meno per gli altri io non lo so, ma sento che dentro di me, a volte, c'è una bussola che si agita quando mi avvicino a qualcosa di interessante, e che si spegne quando mi ritrovo nel deserto.

Mi piacerebbe acuire questo senso, questa eccitazione che sale quando il filone è corretto. Riuscire a percepirla appena nasce, e poi soprattutto avere il coraggio di seguirla. Spesso ci riesco, ma spesso mi ritrovo a dover lottare con le voci interiori che mi castrano, che mi dicono che "no, è una scelta troppo difficile", oppure che potrebbe non piacere.

Bisogna avere coraggio, nell'arte. E quel coraggio non lo troverete nelle parole degli altri, ma solo in voi stessi.

Voi conoscete metodi per non avere paura del giudizio interiore? Per trovare il coraggio di seguire le vostre intuizioni? Ci sono tecniche? La meditazione, forse? Vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina.

Il talento della volontà

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Il talento della volontà
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A volte mi chiedo se ho talento.

Anzi, più che "a volte", è proprio una domanda ricorrente e costante nel mio percorso d'artista.

Non sto condividendo questo pensiero per avere conferme, tutt'altro, semplicemente per rassicurare chiunque si trovi in una situazione artistica che il dubbio è un elemento fondamentale e integrante del processo creativo.

L'arte ha un problema di fondo, irrisolvibile - per fortuna oserei dire, poiché la rende ancora una disciplina misteriosa - L'arte è soggettiva. Chiunque può dire che un libro è bello, o brutto. Non importa quanto importante sia l'autore. Si può dire che un dipinto è piacevole o blando. Non ci sono regole scritte che lo impediscono. Anzi, appena qualcuno prova a creare un manifesto, a definire ciò che funziona, ecco che arriva un cigno nero che riesce, con una semplicità disarmante, a trasformare tutto.

Mi ricordo la bellissima scena dell'Amadeus di Milos Forman in cui Salieri, (interpretato da un magnifico Murray Abrahams che conobbi sul set di Peter Greenaway), incontra per la prima volta Mozart che gli fa sentire una rivisitazione di un suo brano. L'operato di Mozart è perfetto, magico, allegro. Il primo terribile incontro con la genialità che porterà Salieri alla follia.

Quindi si, spesso mi dico che forse non ho il talento necessario per essere all'altezza delle mie ambizioni. Ma per fortuna, c'è un altro aspetto del mio carattere che in questi momenti di difficoltà interviene in mio aiuto.

Sono caparbio. Ho una volontà di ferro. E se mi metto in testa una cosa, c'è il rischio che non stacco più fino a che non sono riuscito ad ottenerla. Un tratto tipico degli ossessivi, ma che, lo ammetto, mi è stato molto utile in tutti questi anni.

"Ciò che il talento non può, la volontà sopperisce."

Molte cose non vengono dette dell'arte. Ma una in particolare non viene quasi mai espressa: nell'arte il talento non è che la punta dell'iceberg. Una minuscola parte dell'artista. Importante, certo, ma instabile, mutevole come la dinamite. Per lasciare che il talento danzi come una fiamma al vento, servono basi solide, robuste. Serve tecnica, disciplina, organizzazione. E per eccellere in tutte queste cose, serve la volontà. Il famoso desiderio di cui tanto parlo nella Divina Avventura.

La forza di volontà - ed è anche uno dei temi principiali della saga dell'anello di saturno - piega anche il destino. Nella mitologia giapponese, spesso l'eroe è dipinto come un uomo volto all'abnegazione, al sacrificio. Ha una volontà tale che si rialza dopo ogni caduta. Perde, ma non importa. Poiché ogni sconfitta è in realtà un insegnamento.

Il percorso dell'artista è costellato di cadute. Molte più delle vittorie. Ma man mano che si procede verso la maturità, la proporzione cambia, perché l'esperienza, frutto del desiderio di farcela, porta l'artista a capire di più su sé stesso, e sulla sua arte.

Quindi, piuttosto che chiederci come si sviluppa il talento, dovremmo chiederci come si sviluppa la volontà? Quale è il segreto per desiderare? La mia ricetta la conoscete: esplorare, scoprire, capire e trovare ciò che ci piace. E poi farlo, farlo e rifarlo fino a che, dopo 10.000 ore, dopo 1 milione di parole, l'arte diventa la naturale continuazione della nostra anima.

Ho 44 anni, e ancora sono alla ricerca della mia dimensione artistica. Chissà se un giorno la troverò. Forse l'ho già trovata e non l'ho ancora capito. Un'unica cosa è certa: come una trottola impazzita, continuerò a girare fino a che avrò energia.

E voi in cosa credete? Nel talento o nella volontà? Oppure in un misto dei due?

Piccola nota a margine, forse alcuni di voi lo hanno già notato, ma ho creato una nuova sezione del sito, che si chiama"Eventi" che in sostanze è il calendario degli eventi e dei firmacopie che farò in giro per l'italia. Come vedrete, è previsto che venga a Latina, a Frascati, nel pieno centro di Rome e Udite udite, Napoli! Per i dettagli, è sufficente guardare la pagina. Non vedo l'ora di vedervi!

Alla prossima pagina.

Una sorpresa per te

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Ho scelto, come narratore della saga dell'Anello di Saturno, il Destino: un personaggio interessante e, a quanto ne so, davvero poco usato in narrativa.

Ho cominciato a scoprirlo man mano che la saga si dipanava davanti ai miei occhi. Un essere superiore, che trama l'universo e sa cosa succederà, ma anche cosa sarebbe successo se… Ama l'ordine, le direzioni chiare, i piani ben congegnati.

E ha un solo nemico: Amore.

Amore, un essere caotico, potente, selvaggio, indipendente. Vettore di confusione, di attrazioni, di pensieri che non pensano, e di cuori che non smettono di pulsare. Amore che, con un bacio, riesce a sfilare anche la più intricata trama del destino.

Quindi, visto che la saga è, in buona sostanza, una magica storia d'amore, chi, se non colui che odia l'amore, sarebbe stato il mio perfetto narratore? Il Destino.

Ovviamente, questa dimensione di colui che racconta la storia non è altro che la confezione della storia, la sua pelle più superficiale, ma non certo la sua anima o il suo cuore. Attraverso questa saga, ho cercato di maturare la mia scrittura. Consapevole di peccare di eccessiva densità, dovuta soprattutto al mio amore per la poesia sintetica ed essenziale (le mie poesie, le potete leggere qui sul mio sito, sono molto brevi ed intense, amo quel tipo di impatto). Insomma, ho compreso, con la divina avventura, che la densità può rivelarsi un'arma a doppio taglio. Permette di essere molto profondi in poco spazio, di toccare vette di forma e contenuto, ma il costo è la concentrazione richiesta al lettore per apprezzare a fondo il lavoro di incastro che l'autore ha fatto.

Quindi, In questa saga, senza abbandonare la mia natura, che ovviamente ha fatto di tutto per tornare, ho lottato contro il desiderio di essere conciso e ho cercato di dare aria alla mia prosa. Ecco un brano della saga dell'Anello di Saturno.

Luca scendeva i grandi scalini dietro piazza Cavour, numerosi ma bassi e agevoli. Con lo sguardo incollato allo schermo del Game Boy, illuminato dalla luce gialla dei lampioni, giocava a Tetris con grazia e calma. La batteria del gioco era ormai quasi esaurita, segnalata dalla spia rossa più debole del solito. Quando la spia lo abbandonò, tutto si spense improvvisamente. Luca si arrestò, e alzò lo sguardo per la prima volta.
Si trovava in fondo alla scalinata, di fronte agli alberi del parco, lontano dalla piazza. Alzando gli occhi verso la piazza, intravedeva ancora la punta del monumento ai caduti, ma i rumori del borgo erano scomparsi. L'odore della natura riempì le sue narici e notò il silenzio dei grilli, un'insolita quiete piacevole e cullante.
Il cielo era tempestato di stelle, più brillanti di quanto le avesse mai viste. «Sono così tante…», pensò, ammirando la Via Lattea visibile a occhio nudo e individuando pianeti come Marte, Venere e Saturno in un colpo solo.
Poi si accorse di non essere solo. A una decina di metri da lui, alla sua sinistra, sedeva una ragazza sotto la luce gialla dell'unico lampione acceso. Era ferma, con le ginocchia piegate, un libro in mano e una sigaretta spenta tra le labbra.

Ecco. Ora, senza neanche saperlo, siete diventati lettori della saga! Spero che questo piccolo anticipo vi abbia fatto piacere. Ho scelto un brano che anticipa e racconta, ma che non svela nulla, se non la sensazione di quel mondo in cui spero vi tufferete insieme a me: il mondo di Luca e Anna.

Ovviamente, attendo i vostri commenti qui sotto sul sito 🧡

Alla prossima pagina.

Un firmacopie disastroso

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Un firmacopie disastroso
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Mi conoscete, non sono un divo. Tutt'altro. Provo ad essere radicato al suolo, forse proprio per questo mio essere stato sradicato così tanto da giovane, sento la necessità di essere gentile con tutti, anche con chi non incontrerò più. È un modo per lasciare un segno positivo nel mondo, per migliorarlo, se vogliamo. Perché a volte, basta un grazie per far sorridere qualcuno.

Ma ciò che sto per raccontarvi mi ha fatto davvero incavolare. Come sapete, sabato scorso avevo un firmacopie in una grande libreria romana. Non farò il nome, chi vuole può andarsela a cercare. Premetto che so che ogni libreria agisce in piena autonomia, e che vi sono dei limiti, anche legali, su cosa si può o non può mettere all'interno di uno spazio pubblico. Poiché vanno rispettate certe distanze per i passaggi etc.

Ma vi pare normale che un autore, che va in una libreria a firmare delle copie (si spera) del proprio libro, non venga fornito di un tavolo dove sedersi? Io lo trovo allucinante. A prescindere che fossi io un attore di TV o un giovane autore, non importa. Ognuno merita il buonsenso. Se vi dico di chiudere gli occhi e immaginare così, come uno scatto fotografico, un autore che firma copie, voi cosa vedete? Vedete il lettore che dà la sua schiena a gobbo per permettere all'autore di firmare? L'autore che pianta il libro al muro e cerca con una mano di scrivere in verticale?

No, vedete una persona, tranquilla, seduta al tavolo, con una pila di libri a destra e sinistra, una fila di persone che aspettano, e lui che, sorridente, firma e restituisce le copie.

Quindi potete immaginare cosa ho pensato, alle 11 precise, quando sono arrivato nella libreria e ho visto questo:

Devo dire che sul momento mi sono sentito piccato, poi ho chiamato la casa editrice, cercando di capire se fosse normale (io non essendo di questo mondo, potevo anche avere un'idea sbagliata), e le risposte sono state "ma no, normalmente c'è un tavolo". E te credo.

Visto che l'orario non era proprio diciamo "leggero" (11-19), appena mi sono visualizzato lì, come una zucchina in mezzo ai libri, seduto su uno sgabello, vampate dello straniero di Camus mi sono ritornate nel cuore. No, io così no. Ecco cosa mi sono detto. Mi vergognavo anche un po', temendo che fosse divismo, ma poi ci siamo detti: "no, non esiste!" e alle 13 sono andato via a malincuore.

Dico a malincuore perché so che molti di voi erano venuti nel pomeriggio, nella speranza di incontrarmi, e purtroppo non c'ero. Ho chiesto scusa, e mi prendo la responsabilità di questo gesto.

Ma a volte, bisogna esprimere la propria necessità di rispetto. Non fa bene solo a chi lo fa, ma, si spera, anche a chi ascolta.

Alla prossima pagina.

Disiscrizione Avvenuta

Ti auguro una splendida continuazione 😊

Dall'Idea al Libro

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Dall'Idea al Libro
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Ieri ho parlato con Aurora, la mia editrice e le ho esposto la saga dell'Anello di Saturno, provando, in pochi paragrafi a riassumere quello che sarà a tutti gli effetti un grosso libro da 1300/1500 pagine suddiviso in cinque volumi.

Potete immaginare quanto sia difficile riassumere questa mole di lavoro in poche parole. Per fortuna, usando la mia "tecnica della pizza" (quella in cui parto da un aneddoto, una piccola frase e poi la espando) mi basta dire l'aneddoto iniziale per dare più o meno un'idea della storia.

"Una magica storia d'amore, narrata dal Destino."

Sono molto impaziente di farvela leggere, e questa volta, se va tutto bene, dovrei riuscire anche a farne un audiolibro completo. Quindi, proprio come per la Divina Avventura, il primo capitolo del volume sarà offerto sul mio sito, sia in formato testuale che letto da me, e poi, come prima le versioni Ebook, Cartacea su Amazon e l'Audiolibro.

Ma c'è di più, Aurora è fortunatamente rimasta entusiasta del poco che le ho comunicato e insieme abbiamo deciso di accelerare i tempi di sviluppo e di pubblicazione della saga. Non posso ancora dirvi il motivo di tale accelerazione, ma vi prometto che ne varrà la pena. È una scelta che mi mette in difficoltà, perché significa che devo andare un po' più veloce del previsto, ma le occasioni non si devono perdere, e se serve rimboccarsi le maniche per riuscirci, sono il primo a farlo.

Peraltro, sono anche abbastanza avanti nella scrittura, ad oggi sono arrivato al 60% del quarto volume. Questo significa che il traguardo è vicino. Ma come dicevo alcune pagi ne del diario fa, la saga ha preso vita, e come un fuoco lasciato in mezzo alla steppa, incendia tutto quello che tocca. Scrivendo il quarto volume, mi rendo conto che dovrò tornare indietro di molte pagine a riaggiustare tante cose, perché è la storia che lo chiede. I personaggi diventano persone, più precise. I loro desideri sono chiari, i loro intenti e i loro modi di fare anche. Mi è ora evidente quanto la scrittura metta a fuoco le idee dello scrittore.

Sono uno che progetta ogni cosa, ogni dettaglio, ogni svolta. Eppure, mi ritrovo, inevitabilmente, con una storia che ad un certo punto mi impone di farla respirare come vuole lei. Quando succede, so che ho intrapreso la strada giusta.

Per ricapitolare, devo pubblicare il primo volume, ma io sono convinto di dover concludere il quinto volume, prima di farlo, perché voglio dare all'intera saga una coerenza interna forte. Ma come faccio a concludere addirittura il volume cinque in tempo? Soprattutto considerato che avrò anche da fare le seconde e terze stesure di ogni volume… poi c'é la società di videogiochi, e il diario d'artista, la mia vita… insomma, era una bella gatta da pelare.

Ho scelto quindi di scrivere il quarto volume, e poi di fare un trattamento molto particolareggiato del quinto. Ma non lo scriverò, non lo svilupperò, lo terrò al caldo, da curare con calma e amore. Quando ne avrò fatto un trattamento, tornerò al primo volume e lo infiocchetterò in modo perfetto, per la pubblicazione.

E quando il primo volume sarà pubblicato diventerò "legato" ad esso, egli diventerà il faro per la coerenza interna della saga. E non si torna indietro.

Sarà un'avventura, in tutti i sensi. Solo che questa volta non sarà "Divina", bensì "Romantica".

Alla prossima pagina.

L'abito fa il monaco

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L'abito fa il monaco
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Diventiamo la maschera che portiamo.

C'è un detto, "L'abito non fa il monaco." Oggi vorrei sfatare questo mito e spiegare come, secondo me, l'abito faccia il monaco eccome.

Lo so per esperienza, di abiti io me ne intendo. Ogni volta che indosso un personaggio, qualcosa di esso rimane in me. Un ricordo, un pensiero, qualcosa che piano piano cresce, come un nuovo albero, introducendo nel vecchio Flavio nuovi concetti, nuovi sentimenti, nuove visioni del mondo.

È uno dei più grandi lussi della recitazione: quello di vivere la vita altrui. Non solo perché è molto divertente, e lo si fa in una situazione controllata, in cui parole, azioni e reazioni sono già state scelte, ma soprattutto perché l'attore ne rimane arricchito. E non parlo del portafoglio, ma del bagaglio umano che abbiamo in noi.

Spesso si parla di "entrare nella parte", cioè riuscire a comprendere appieno il personaggio, i suoi desideri, le sue movenze, i suoi pensieri. Non ho mai avuto problemi a farlo, perché in sostanza, non l'ho mai fatto. Non credo nella recitazione che prova a dipingere un altro da me. Credo in qualcosa di più semplice: esporre la mia anima, e metterla nelle condizioni di essere sincera, umana, emozionante.

Questo significa che non sono io, con le mie scelte attoriali, a dipingere il personaggio. Non sono altro che un tramite che, con l'aiuto di costumi, trucco e parrucco, dà vita ad un altro Flavio, che vive in un'epoca diversa, che dice parole diverse (scritte da qualcuno che, quello sì, ha avuto il compito di immaginarsi un essere umano diverso).

Quindi quando intendo "l'abito fa il monaco" intendo dire che il mio modo di arrivare al "personaggio" se così possiamo chiamarlo, non è di fare una ricerca interiore, di inventarmi il suo passato familiare, storie di cui non si parla nemmeno in sceneggiatura. No, il mio compito è dirla bene, essere sincero e comprensibile. Il resto lo fa "la magia del cinema" (e cioè il montaggio, la regia, i reparti, etc...)

Per me, l'attore diventa monaco indossando gli abiti del monaco. Ma è la sua capacità a toccare le corde dell'anima che giustifica il suo cachet.

Ma c'è di più. Sapevate che a forza di portare una maschera, ne diventiamo noi stessi lo specchio? A forza di essere burberi, per esempio, diventiamo burberi dentro. A forza di sorridere, la nostra anima sorride. A volte sforzarci di essere quello che non siamo in quel momento, è il primo passo per diventare quello che desideriamo.

Grotowski, grande teorico della biomeccanica e del teatro fatto di carne, ossa, sudore, uomini, spesso esponeva un aneddoto. L'aneddoto del grizzly: "Poniamo che siete in una foresta e davanti a voi appare un enorme grizzly, terribile, spaventoso che vi punta. La prima cosa che fate è fuggire. Ma la mia domanda è. Avete paura e quindi fuggite, oppure fuggite di riflesso e la paura vi viene mentre state correndo via dal pericolo?"

Ecco qua, queste sono le due scuole di pensiero della recitazione. La prima è detta Stanislavskiana o Strasberghiana (Actor's studio), parla della nascita dell'azione (cioè della fuga dal grizzly) partendo dall'interiorità (cioè dalla paura che nasce dentro). La seconda, la scuola Grotoswkiana, ipotizza che invece la "maschera" generi lo stato d'animo interiore. Cioè che sia la fuga a generare la paura e non il contrario.

In poche parole, se volete indurre in voi la felicità, ci sono più strade: potete pensare a qualcosa che vi rende felice, e fare la scuola Strasberghiana, oppure potete sorridere e basta, e i pensieri felici verranno da soli.

E voi, quale delle due preferite?

Alla prossima pagina.

Lavoro e Passione

Diario D'artista
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Chi mi conosce lo sa: ho fatto tanti lavori, soprattutto in gioventù, lavori creativi come assistente alla regia, autore, regista, montatore, ma anche lavori opposti alla direzione artistica che poi ho intrapreso.

Quando ero ventenne, ho fatto il cameriere per una stagione. Doppio turno, ristorante di pesce. L'anno successivo ho lavorato come magazziniere nella società di trasporti nella quale lavorava mia madre. Un paio di mesi difficili, ma utili. Ho anche fatto il tecnico luci in vari spettacoli teatrali, montaggio e smontaggio della scenografia. Erano lavori faticosi, che mi hanno insegnato molto sul valore che la nostra società dà alla fatica fisica: ben poco.

A scuola, non sono mai stato il migliore della classe. Anzi si, lo sono stato quando non serviva studiare, verso gli 8 anni. Mi bastava ascoltare per essere brillante. Poi, con il crescere dell'età mi sono allontanato sempre di più dalle cattedre e dall'interesse nel sistema scolastico. A parte alcuni maestri che - pur non essendo stato io il loro pupillo - mi porto nel cuore, i ricordi che ho delle aule scolastiche e del sistema nel suo insieme sono tristi: poco entusiasmo, poca passione, molta imposizione. Capisco che è nella natura dei sistemi essere così, ma non fanno per me. Ho un'avulsione naturale per il potere.

Ben presto ho capito di amare la pratica. Se posso applicare ciò che mi viene insegnato, allora ne divento ghiotto, mi entusiasmo e mi impegno molto di più. Ma se sono costretto a studiare qualcosa solo perché devo, senza ricevere un vantaggio diretto da una immediata applicabilità, allora perdo l'interesse.

È un limite, ne sono consapevole, ma sono fatto così. Non a caso ho cominciato a studiare davvero in età quasi adulta, quando le mie passioni erano emerse e stavo comprendendo cosa mi interessava approfondire. Studiare mi aiutava a precorrere la strada d'artista che sto ancora scoprendo.

Il lavoro e la passione... antagonisti che dovrebbero essere sinonimi. Il lavoro rientra nella sfera del "devo" mentre la passione in quella del "voglio". Come sarebbe bello se formassimo le nuove generazioni con l'intento di insegnargli ad unire queste due cose, invece di dividerli!

Come diceva Confucio: "Scegli il lavoro che ami e non lavorerai un giorno in tutta la tua vita." Facile da dire, ma non così facile da fare, perché la vera difficoltà è scoprire quello che ci piace. Perchè nel mondo ci sono così tante cose.

Come possiamo fare per scoprire ciò che amiamo?

Io credo curiosando tra le insenature della società, leggendo prospettive originali, camminando per le strade con il naso all'insù, guardando dove gli altri non vedono, e continuare la ricerca di cose nuove, facendo, giocando, scoprendo, cercando anche la crisi.

Perché così facendo, piano piano, seminerete piccoli segni apparentemente confusi sulla tela della vostra vita. Ma abbiate fiducia, vedrete che succederà qualcosa di magico: ad un certo punto, quei puntini si uniranno da soli e disegneranno il vostro destino.

Alla prossima pagina.

Come essere felici

Diario D'artista
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Come essere felici
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La felicità, bel mistero.

In un film che girai ormai più di dieci anni fa, chiamato "Io sono l'amore", il personaggio di mia sorella, interpretata dalla bravissima Alba Rohrwacher, alla mia domanda "Sei felice?" rispondeva con: "Felice non si dice, è una parola che immalinconisce."

Non sono d'accordo. "Felice" si dice eccome!

Chi conosce il film sa che questa frase proveniva dall'ambiente borghese Milanese del nord, un po' freddo, lasciatemelo dire, persino per me che vengo da Parigi. "Felice" si dice. Anzi, la felicità dovrebbe essere un faro che ci guida quotidianamente nelle nostre scelte. Certo, tutto deve essere mediato da equilibrio: prima di tutto la nostra felicità non può diventare causa dell'infelicità altrui.

Inoltre, è importante ricordare che la spinta alla gioia, all'entusiasmo, al lato bello delle cose, deve essere coltivata ogni giorno, proprio per non farla scemare in quel grigiore che si porta via il sole.

Ma come si fa ad essere felici? Mi viene in mente un aneddoto divertente che mio padre mi disse un giorno in macchina: "Vuoi controllare la tua felicità? Fai come quel monaco tibetano, che passava tutto il giorno a frustarsi i cosiddetti. Viveva tutte le sue giornate in un dolore inenarrabile, e non si fermava mai." "Vabbè ma così mica era felice" dissi. "Certo che no. Ma quando smetteva, lo era. Se davvero vuoi controllare la tua felicità, ti tocca fare così: controlla la tua infelicità, ma non ne vale la pena." Quanta saggezza. È proprio così, non si può controllare la felicità, essa viene e va.

Però, sotto sotto, sono convinto che ognuno di noi sappia ciò che lo rende triste o malcontento, e anche ciò che lo rende una persona migliore. Forse essere felici vuol dire proprio questo: Fare qualcosa che ci rende una persona migliore di quella che eravamo prima. Non intendo in maniera etica o morale. Non voglio dire di fare beneficenza o occuparsi dei più deboli (che comunque ben venga), intendo che dobbiamo stimolare quell'agente interno che ci fa sorridere. Perché quando facciamo qualcosa che ci fa sorridere, lo facciamo meglio e più a lungo. É il sorriso a renderci migliori.

Così, ora mi chiedo: cosa mi fa sorridere? Quale è il pensiero che mi riempie di felicità e speranza e mi regala un sorriso? Penso che in questo frangente della mia vita, oltre a mia figlia, (ma li vabbè, gioco facile) forse è scrivere. Scrivere produce in me reazioni ambivalenti: a volte mi intimorisce, certo, ma il più delle volte provo un vero entusiasmo nel perdermi nelle storie, nel cercare di stupirmi raccontando, scoprendomi a mia volta.

Mi fa sorridere persino scegliere la forma giusta, le parole giuste, il punto e il capoverso giusto. È proprio il processo nella sua interezza che mi entusiasma. Addirittura, mi entusiasma anche l'idea di farlo diventare un lavoro, un'impresa. A proposito, come avete visto, ho rifatto il sito internet, che è la casa dal quale parte un po' tutta questa mia avventura da scrittore ma anche da attore, regista produttore.

Se lo spulciate un po', se leggete le mie poesie, che interpreto, oppure date un occhio alla mia biografia, capirete che questa avventura creativa non è certo nata ieri. Anzi, ha radici molto profonde che risalgono persino a tempi antecedenti il mio percorso di attore.

E a voi? Cosa vi fa sorridere? Vi aspetto nei commenti.

Alla prossima pagina.

Svolte del 2024

Diario D'artista
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Voglio ancora parlare del futuro.

Questa volta per informarvi di tutto ciò che mi aspetta quest'anno. Sento che sarà un anno importante, in cui la mia vita prenderà strade inesplorate. Un "turning point", come lo chiamano in gergo tecnico quando si scrive una storia: il momento in cui tutto cambia, in cui un evento sposta la direzione della storia e ci tiene incollati, in attesa del proseguio.

Quest'anno mi aspettano: una miniserie, un film TV, una daily, vari eventi firmacopie, la partecipazione a festival letterari, la pubblicazione di 2 o 3 volumi della saga de "l'Anello di Saturno" e il nuovo videogioco realizzato dalla mia società di videogiochi. Per non parlare del resto: la vita, i doveri, i piccoli piaceri quotidiani e soprattutto uno spazio per l'ignoto, per l'inaspettato.

Adoro arrivare con almeno dieci minuti di anticipo a ogni appuntamento. Adoro camminare. Adoro avere una bolla di vuoto in cui perdermi totalmente nell'osservazione, nella contemplazione di ciò che mi circonda e di ciò che ho dentro. Spesso, quando vado a giocare a scacchi al bar del Fico, cammino; mi permette di riattivare quella freschezza vitale che poi mi dà la carica. E m i fa sorridere.

Voglio poi vedere mia figlia crescere. Già ora, che ha sei anni e mezzo, è uno spettacolo alzarsi e vedere che ragiona meglio del giorno precedente. Sa comportarsi, capisce che ci sono situazioni in cui certe cose si fanno e altre no. Ha un talento spiccato per lo sport, l'espressione, il ritmo e la musica. Ma è anche schizzinosa sui vestiti da mettere. Ieri mi ha detto che una sua amica le ha prestato lo smacchiante per togliersi il rossetto che si era messo sotto gli occhi per sembrare uno zombie. Ha già delle amiche che le prestano lo smacchiante! La vita è davvero inarrestabile.

Tra un mese circa, finirò di girare "Il Paradiso delle Signore" e mi dedicherò molto di più alla saga. Devo assolutamente chiuderla entro fine aprile, al massimo metà maggio. Ho la necessità di farlo perché mi rendo conto che più vado avanti a scrivere, più la storia assume contorni personali, indipendenti, che mi costringono a tornare indietro e riscrivere pezzi sempre più ampi. Sono certo che l'ultimo volume, proprio per come è pensato, mi costringerà a rivedere molte sfaccettature, non solo di personaggi che si realizzano al massimo nel quarto volume, ma dell'opera stessa, del messaggio che veicola nella sua ampiezza.

Per me, un'opera non può non viaggiare su vari livelli: certo, c'é quello diretto delle parole, degli eventi, delle passioni e desideri. Ci deve essere qualcosa in più, qualcosa di filosofico, di spirituale. Qualcosa che non solo ampli le vedute, ma apra il cuore. Una visione, se così possiamo chiamarla, del mondo nella sua complessità.

Ecco, devo fare tutto questo entro aprile! Scappo.

Alla prossima pagina!

Vivere Il Futuro

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Vivere Il Futuro
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Il 2024 sembra fantascienza, altro che "2001 Odissea nello spazio".

Mi sento in un mondo che sta cambiando velocemente, così velocemente che penso di perdere la maggior parte degli eventi che verranno davvero ricordati. Tento in tutti i modi di stare al passo con il progresso. Chi mi conosce sa del mio penchant tecnologico. Sono figlio di un informatico e la scienza in generale mi affascina: quella delle stelle, la fisica, la biologia, la tecnologia. Tutti campi che sono esplosi negli ultimi secoli e che ora, grazie all'avvento di elettricità, transistor, microchip, stanno diventando qualcosa che sembra non avere più limiti. Sembra che tutto sia a portata di mano. Viviamo in un presente giá nel futuro. È una cosa stupenda, per me bambino che adoravo la fantascienza, è un'esperienza magica, che tra l'altro, mi rendo conto ora scrivendo, è la stessa che ha, in un certo senso, il protagonista maschile de "l'Anello di Saturno".

Si chiama Luca. Avrò modo di parlarne.

Insomma, cosa ci aspetta in questo 2024? Altre guerre? Un nuovo social network? Una nuova influencer? Che bello sarebbe se invece di tutto ciò, avessimo di fronte mesi pieni di gente che fa la pace, di bambini che cominciano a giocare con la natura, e di avere, in prima serata su Rai Uno, qualcosa che ci faccia davvero, e dico davvero, rimanere incollati allo schermo.

Sono un po' saturo di film e di serie TV. Forse perché sono bombardato di serie dall'avvento delle piattaforme, ora ce ne sono più delle M&M's nel mondo. E si sa, se un prodotto si moltiplica, il suo valore diminuisce… E soprattutto, le M&M's dentro, sono tutte uguali. Certo, cambia il colore, giallo, rosso, blu, verde ma in fondo, sempre una nocciolina, cioccolato e zucchero sono. Ecco, molte serie e film degli ultimi anni mi danno un po' questa sensazione. Quanto mi piacerebbe perdermi di nuovo in un "Breaking Bad", "Lost", "24" o nella magia dei film di Spielberg e Zemeckis degli anni 90.

E poi, mi sembra che tutto venga venduto come un capolavoro. Il marketing la fa da padrone, e quindi tutti si sentono in obbligo di sbracciare per farsi vedere. Siamo come al mercato: "Coccooo!" "Patate buonissime!" ma invece del gusto al palato, si urla al capolavoro.

Ma in questo entra in gioco il giudice supremo: il tempo. Il tempo è tiranno, ma è anche giusto. Il tempo decreta - nel tempo appunto - il vero valore intrinseco dell'arte. Non a caso molti geni sono morti poveri. Mozart in una fossa comune, Van Gogh nella miseria e molti, molti altri.

Come fare, quindi, per fare pulizia di tutto questo caos che subiamo quotidianamente? Io fuggo, mi rifugio dentro la mia immaginazione, o tra gli abbracci di mia figlia, della mia famiglia, e mi piacerebbe anche di più dei miei genitori. Che non vedo abbastanza. Ecco, nel 2024 voglio vedere di più i miei genitori. Se lo meritano. Hanno fatto tanto per me. E ho la fortuna di averli ancora accanto .

Domani li andrò a vedere.

Alla prossima pagina.

Grazie

Ti auguro una splendida lettura e aspetto con ansia la tua recensione 😊

Tempo di cambiamenti

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Tempo di cambiamenti
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Anno nuovo, vita nuova!

Il tempo è un'illusione, eppure il suo effetto su tutti noi è manifesto e inarrestabile. Cosa rappresenta una data, se non un punto immaginario in uno spazio immaginario? Tuttavia, ci ritroviamo qui, pronti a celebrare ogni volta che possiamo quella frontiera costituita da minuti, anni e secondi.

Devo ammettere che i compleanni non mi piacciono. Mi vergogno di festeggiarmi, almeno non pubblicamente. Preferisco gratificarmi personalmente, magari concedendomi una deliziosa cena di coppia in un ristorante romantico, o un viaggio verso località inesplorate.

E se non mi piacciono i compleanni, potete immaginare il mio pensiero sul Capodanno. Abbiamo stabilito che in quel momento, tutto cambia. Che "da ora in poi, sarò finalmente la migliore versione di me stesso." Ma, diciamolo francamente, è solo un pretesto. Un modo per nascondere sotto il tappeto tutta la polvere accumulata durante l'anno, sperando che scompaia magicamente.

Le nuove risoluzioni sono una iniezione di fiducia, ma anche una forma di autoinganno. Il cambiamento avviene gradualmente, passo dopo passo. Esiste una regola non scritta nella realtà: ciò che si costruisce lentamente, si dissolve con la stessa lentezza. Più accurata e organica è la costruzione di una trasformazione, più solido e duraturo sarà il risultato. È come nella cucina: una cottura lenta, priva di fiamme violente, fa emergere sapori intensi, che rimangono impressi non solo al palato, ma anche nella memoria.

Il tempo... è una costante mutevole, che varia a seconda del nostro stato d'animo. Scorre velocemente quando siamo felici e sembra eterno nei momenti di apatia o tristezza. Il tempo è un concetto così affascinante che ne ho fatto il tema centrale della saga dell'Anello di Saturno. Benché sia stato esplorato in mille modi, sono convinto di poter offrire una prospettiva unica e originale. E questo 2024, si sa, sarà l'anno di Saturno!

Insomma, il nuovo anno è arrivato. Ma non solo il nuovo anno, anche il nuovo mese, il nuovo giorno, anzi, la nuova ora, il nuovo minuto! Tante avventure quante le stelle nel cielo!

Buon anno a tutti. Vi auguro una continua e graduale trasformazione verso l'apice dei vostri desideri.

Alla prossima pagina.

Magia del Natale

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Magia del Natale
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Natale.

Cosa rappresenta il Natale? In un certo senso, ritengo che questa festività, come ogni bene di valore che possediamo, sia carica di una storia da raccontare. Immaginiamolo come il protagonista di un racconto.

La storia di come nacque il Natale.

C'era una volta, molto tempo fa, un popolo di uomini primitivi, intelligenti, con grande potenziale davanti a sé, ma ancora troppa poca conoscenza. Persone piene di miti, di leggende. Vivevano in un mondo magico, dove ogni cosa era intrisa di mistero. Senza atomi, senza sole, senza neve. Ogni evento era un atto misterioso.

In questo mondo, c'erano la luce e la notte, il sole e la luna. E quanto era spaventosa la notte! Con tutti quegli animali pronti a mangiarli, i suoni della foresta. Un luogo in cui bisognava rifugiarsi in fondo alle caverne per avere la certezza di non essere aggrediti di notte, nel caso in cui il fuoco si spegnesse.

E che sollievo, quando nella notte del 21 dicembre, la notte iniziava ad essere più corta del giorno precedente. Un momento di sospensione, di introspezione, in cui finalmente si prospettavano le giornate felici della primavera.

Quella data, (che ancora "data" non era, poiché il tempo ancora non aveva nome), era un punto di svolta nella natura, un momento climatico cruciale. Un momento in cui tutto diventava più bello. E così, si scambiavano regali, augurandosi, con quel dono, una promessa di fertilità, di opulenza.

Fu così che per centinaia, forse migliaia di anni, gli uomini celebrarono la rinascita della vita, del sole, della luce. Man mano che la realtà si delineava davanti ai loro occhi, che nascevano i primi pensieri, la filosofia, le religioni, la scienza, il mondo acquistava un senso, la nostra capacità di prevedere il futuro si rafforzava. E dopo la nascita della parola, la scoperta delle stelle e del sole, quel giorno magico fu battezzato "il solstizio d'inverno".

"Solstizio", dal latino "solstitium", composto da "sol (sole)" e "stitium (stasi, fermo)". Il momento in cui il sole si ferma.

"Inverno", dal latino "Hibernus", la stagione fredda.

Il momento in cui il sole si ferma, durante la stagione fredda.

Dopo avergli dato un nome, gli attribuimmo anche un significato più elevato, filosofico, umanistico. Il momento della nascita della vita. Nacquero storie e racconti sulla magia di quel momento, che trovò, in ogni luogo e ogni epoca, un'identità diversa, ma che veicolava lo stesso messaggio.

E fu così che il Natale arrivò fino a noi. Tralascerò il modo in cui il costume di San Nicola, dal verde, divenne il rosso e bianco di Babbo Natale, influenzato, diciamolo, dalla pubblicità della Coca-Cola.

Ma a noi che importa? Ciò che conta è che da ora in poi, ci sarà sempre più luce e sempre meno buio.

Buon Natale a tutti voi.

PS: queste vacanze il diario d'artista uscirà solo una volta alla settimana, e poi si riparte!

Cuori contro circuiti

Diario D'artista
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Cuori contro circuiti
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Tutto ha un prezzo, si dice. Ma si sostiene anche che ciò che ha davvero valore non può essere comprato. È davvero così? Cosa conta veramente nell'arte? Il prezzo dell'opera ne definisce il valore? Questo dilemma complesso introduce elementi che spesso gli artisti desiderano distinguere in modo netto e definitivo: arte e soldi, poesia e marketing.

Voglio però sostenere tutti coloro che credono che entrambe le cose possano coesistere. Un artista può essere anche un imprenditore, anzi, dovrebbe esserlo, poiché l'arte è espressione. L'espressione vive quando ci sono orecchie per ascoltare, occhi per vedere, un'anima per emozionarsi. Desidero raggiungere quante più persone possibile, non per egoismo o per un piacere narcisistico di essere riconosciuto, ma perché ho dedicato la mia vita all'immaginazione, alle storie, alla fantasia. Amo sognare e voglio che i miei sogni prendano vita in voi, che la mia fantasia vi aiuti a trovare la vostra, perché senza di essa, il mondo diventa grigio come una lapide.

La fantasia ha dato vita a tutte le belle cose che possediamo, ma ora è in pericolo. Stiamo entrando in un'era in cui la fantasia è relegata alla superficialità del già detto, ai remake, alla gratificazione istantanea. Ciò che conta è la facilità di ricordo e la diffusione capillare, non importa la qualità o la profondità. È un fiume che divora tutto sul suo cammino, spazzando via fragilità e sensibilità, un toro dalle corna d'oro affamato di denaro, di attenzione, di nutrimento per il proprio ego.

Questa macchina, ancora animata da persone, non durerà a lungo. Presto, quasi tutto sarà sostituito dalle macchine. Creativi, attori, artisti, scrittori, siamo tutti di fronte a una minaccia incredibile che emerge all'orizzonte. L'intelligenza artificiale presto supererà l'uomo in molti compiti. Quindi, quale posto rimane per l'uomo? Dove stiamo andando?

Il tema che affronto è complesso ma essenziale: che cos'è un artista nel 2024? Che cosa deve fare un poeta per rimanere indipendente, per non essere travolto dalle macchine, per rimanere umano e, allo stesso tempo, avere successo? Sembra un rebus senza soluzione, ma forse, solo forse, ne ho una. Essere vicini alla propria anima, tangibilmente imperfetti, interagire con chi ci segue, discutere, dialogare, trasformare attraverso il dialogo chi incontriamo, e toccare corde espressive profondamente personali, ma imperfette e universali.

Gli scacchi, che sono una mia passione, hanno già vissuto questa fase. La macchina ha battuto il più forte giocatore umano, Garry Kasparov, contro Deep Blue. Eppure, gli scacchi non sono scomparsi. Gli umani amano ancora giocare a scacchi. Come è possibile, se le macchine sono superiori? La risposta è semplice. L'uomo cerca l'uomo. Vuole il contatto con la propria imperfezione, vuole migliorare, anche grazie alle macchine, ma il motivo del suo miglioramento risiede nella sua umanità. Vuole condividere il suo percorso, sentirsi parte di qualcosa, vivere insieme.

Quindi, artisti, siate umani, siate imperfetti, siate fragili, ma anche studiosi, disciplinati e un po' folli. Scavate in voi stessi, ascoltando gli altri, per forgiare nuove storie che colpiranno il cuore di nuovi uomini.

Alla prossima pagina.

I misteri dell'Anima

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Oggi desidero parlare della Divina Avventura, del processo creativo alle sue spalle, delle motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro, delle mie aspirazioni e dei risultati che credo di aver raggiunto.

L'ispirazione è nata da un'immagine lontana, grigia e sfocata, mentre passeggiavo per Villa Borghese, conversando al telefono con un'amica, Paula. Fu in quel momento che ebbi una visione, piccola ma significativa: una città vicino al Mare Baltico, bianca, lineare e pulita, Baltica. Inizialmente, non c'era nulla di ciò che poi si è sviluppato man mano che la mia immaginazione si dispiegava, ma quel barlume iniziale ha lasciato una nostalgia triste, che per ovvie ragioni ha preso vita propria.

Il mio obiettivo era esplorare il concetto di perfezione, e soprattutto criticare la nostra società, che ci impone un'adesione alle regole mascherata da "perfezione". Ci viene detto che apparteniamo e siamo corretti solo se concordiamo e ci conformiamo. In Cina, ad esempio, esiste il social score, un sistema che valuta quanto i cittadini aderiscano alle leggi. Da questo punto, il passo verso la perfezione e la tunica bianca è breve. Questo era il mondo che desideravo dipingere con Baltica, KS e Kato: un luogo dove non esiste più la moneta, né forme di governo tradizionali, ma solo un autogoverno imposto dalle macchine, dove l'eternità dell'anima diventa l'unico miraggio, l'unica cosa che conta. Ho intenzionalmente mescolato religioni, sociologia e tecnologia per riflettere quello che osservo nella nostra società, sempre più attaccata alle regole, al politically correct, al demagogico, come direbbero gli oratori greci.

E quale entità è più demagogica della macchina che tutto sa, che rappresenta la media della conoscenza umana, il perfetto centro, il nulla più assoluto ed eterno, già plasmato e immutabile? In questo contesto, ho creato un personaggio, un ragazzo di nome Overton, come la finestra di Overton, un principio sociologico che descrive l'ambito dell'accettabile in costante mutamento. Overton proviene dagli abissi dell'imperfezione, dal deserto, dal dolore, dalla morte. È facilmente ingannabile con una semplice menzogna: "Posso farti incontrare tua madre morta". Una falsità che, nel contesto del racconto, sembra assurda, ma che in realtà non è così diversa dalle promesse di alcune religioni.

Siamo fragili, la morte ci spaventa, la perdita dei nostri cari o di noi stessi ci terrorizza. Ma non Overton. Lui ha già perso tutto, e dal suo dolore, ho voluto forgiare un eroe, un ragazzo che supera gli insegnamenti del maestro, diventando a sua volta un maestro non solo di sé stesso, ma anche della sua generazione. Una generazione che non sapeva desiderare, ma che ora, grazie all'amore di una madre, al mistero della vita, alla tragica resilienza di un maestro vissuto nell'illusione, intraprende un viaggio verso l'orizzonte.

Il libro è una speranza, un desiderio di preparare la nuova generazione alle sfide spirituali ed esistenziali che dovrà affrontare. Il futuro promette meraviglie, ma queste meraviglie tecnologiche hanno un costo. Cosa resta dell'umanità quando le macchine la superano in tutto? L'anima? Il nostro io? I nostri desideri? E oltre ai desideri, cosa c'è? L'amore? Queste sono le domande che ho voluto esplorare nel libro, per comprendere un pezzo di me stesso e tracciare un percorso oltre il quale speravo di scoprire un'altra parte di me.

E così è stato. La Divina Avventura mi ha aperto il cuore e l'anima, e ancora oggi ringrazio il momento in cui ho deciso di scriverla. È un testo denso e a tratti complesso, ma ricco di entusiasmo che sarà difficile eguagliare. Se l'avete letto, grazie. Se non lo avete ancora fatto, vi consiglio di acquistarlo, di conservarlo e di leggerlo quando avrete tempo. E se avete un figlio, un nipote o un giovane in procinto di affrontare l'oceano della vita, sono certo che, come per le centinaia di persone che hanno lasciato una recensione positiva, toccherà corde importanti, che spero si porteranno dietro nel tempo.

Alla prossima pagina.

La Saga prende vita

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La Saga prende vita
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L'anello di Saturno procede. Ho completato i primi tre volumi e sto ora scrivendo il quarto, il penultimo. Il percorso di scrittura di una saga è davvero emozionante.

Il mio metodo narrativo, come ho indicato in molti articoli precedenti, l'ho denominato "il metodo della pizza". Parto da una frase che racchiude tutta la mia storia, come fosse un aneddoto, e da lì, poco a poco, la faccio lievitare. In questo caso, si tratta di una storia di circa 350.000 parole.

Potete immaginare come, a un certo punto, il tutto prenda vita da sé! I personaggi, che all'inizio l'autore ancora non conosce e quindi plasma, riescono, dopo circa 100.000 parole, a parlare da soli. Addirittura, cominciano a reagire in maniera diversa, portando la storia verso direzioni non progettate inizialmente.

Quando ciò accade, è estremamente divertente, perché si avverte che non si tratta più solo di creazione, ma di collaborazione. L'autore collabora con la sua creazione che, essendo divenuta viva, ha le sue necessità, le sue richieste. Scrivere richiede una forma di rispetto nei confronti dell'opera scritta, e quindi, del nostro passato sé.

Se abbiamo scritto questo, non possiamo cancellarlo, ma dobbiamo abbracciarlo, costruendo, mattone dopo mattone, un edificio che rappresenti non solo la nostra volontà, ma anche il nostro inconscio, il nostro sé passato, con i suoi desideri, le sue visioni.

Ho approcciato questa saga in un modo piuttosto originale, lo vedrete. È una storia d'amore e di tempo, con un narratore molto particolare e un flusso creativo altrettanto unico. Ogni volume affronterà un sottogenere della storia d'amore, con forti movimenti narrativi che metteranno i personaggi in situazioni inaspettate e diverse ad ogni volume.

Durante la presentazione della Divina Avventura, ho incontrato Antonello Venditti, il copertinista. Il suo lavoro è stato così apprezzato che l'ho scelto per tutti e cinque i volumi de "L'anello di Saturno". Ho avuto l'idea, insieme a lui, di rendere la copertina parte dell'esperienza, aiutando i lettori a scoprire dettagli e segreti nascosti tra le parole dei volumi.

In sintesi, sto lavorando sodo per creare un'esperienza coinvolgente e stimolante, sia dal punto di vista della fantasia che emotivo. Qualcosa che vi faccia piangere, provare adrenalina, curiosità e, soprattutto, che vi faccia sognare.

Detto questo, torno al lavoro!

Alla prossima pagina.

Passi avanti da Scrittore

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Passi avanti da Scrittore
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Venerdì ho presentato "La Divina Avventura" al Salone del Libro "Più Libri Più Liberi" pubblicato dalla PAV.

È stato un momento emozionante e straniante. Mi sono reso conto di quanti libri vengono stampati e di quanta gente si dedica quotidianamente alla creazione di storie. Questo mi ha lasciato un po' frastornato.

Come autore auto pubblicato, fedele alla mia scelta di mantenere la mia indipendenza artistica, ho vissuto questa fiera come se uscissi dalla mia bolla. Ho scritto il libro e l'ho pubblicato nel marasma di internet, focalizzato esclusivamente su quello che facevo e sul feedback ricevuto. Invece ora lo vedevo nella realtà. Lavorare su internet è strano, è come muoversi senza avere punti di riferimento, senza una reale percezione del proprio progresso.

Alla fiera, osservando gli stand e le migliaia di persone che vi lavoravano o che passavano con sguardi curiosi, ho capito che la strada sarà lunga. Un libro non basta per definirsi autore; ne serviranno molti altri. Alcuni saranno successi, altri fallimenti, ma mirerò a farli rispecchiare la mia anima e il mio desiderio di intrattenervi e stimolare la vostra fantasia.

Sono felice della collaborazione con la Pav. Aurora, la direttrice con cui sono in contatto, si è mostrata molto disponibile ed entusiasta. Nei prossimi mesi farò delle sessioni di firma copie, partendo dalle liberie Romane. Girando "Il Paradiso delle Signore", sarà complicato viaggiare per tutta Italia, ma sono certo di riuscire a visitare sia il Nord che il Sud per incontrare tutti voi.

Ecco il link per l'acquisto della versione PAV del libro, davvero bellissima: https://pavedizioni.it/prodotto/la-divina-avventura.

Durante la fiera, molte cose mi hanno colpito. Ad esempio, un giovane ragazzo attratto dalla copertina del mio libro, dopo aver letto la quarta di copertina, l'ha riposto. Ho capito che la quarta di copertina non deve spiegare il libro, ma invogliare a leggerlo. Una lezione preziosa per la mia futura "Saga dell'Anello di Saturno".

È stato bello incontrare nuove persone e vendere loro il libro, ma ancora più bello è stato incontrare chi l'aveva già letto. Il libro unisce e offre una base comune per conversazioni più facili.

Tante lezioni, tante emozioni e tanta voglia di futuro. Vi lascio un paio di foto dell'evento sul mio sito.

Alla prossima pagina.

Ricordi

Ti prendo,
Come un caco d'estate.
Ti mangio,
Come marmellata.
Mentre vuoi andare
Ma non puoi che restare
Col pensiero già corto
E un respiro d'amore
Tra le labbra socchiuse.

Vita

Preparo il terreno
Arando concetti,
Annaffiando idee,
Per far crescere in te
Il seme di me.
Le cui radici,
Tra i muscoli e i tendini,
Giungeranno lì dove nessuno
Mai
Ti ha preso.
E lì,
Ti donerò il piacere
Con un bacio.

Fragile

Ho il cuore a fior di pelle
Congelato dal timore
Di sciogliersi
Con un soffio di voce tua.
Ho gli istinti che premono
Come Icaro il sole
Piume di desiderio
Cera fragile
Che si scioglie
Al tuo pensiero.

Musa

Dammi la mano,
Ti porterò via dai pensieri oscuri.
Ti aprirò i cancelli
E ad occhi chiusi ricorderai
La bellezza d'un presente
Inconsapevole, effimero.
Eterno.

Rimani

Figlia fragile
In volo
Alla mercé
Dei ricordi.
Scivoli tra i monti
E, lieve, ti posi
Su un mare d'argento.
Sei bella come la luna.
Ti guardo e mi perdo.
Mi lancio e ti rubo.
Per una notte di sensi,
Un abbraccio d'oblio.

Continua

Un tuo soffio
Mi accende
Mi brucia.
Ti sfioro col pensiero
E mi travolgi
Con un niente.
Ho fisse nella mente
Voglie continue di te.
Continua.

Stai

Immobile sulla sedia,
Gonna aperta e
Sguardo stupito.
Sorridi, come fosse
La prima volta.
Brilli d'imbarazzo
E nell'aria si sente
Un equilibrio
Che ci silenzia.

Libero

Mi inginocchio
Libero nella resa,
Pronto a perdere il senno,
A prendere il seno,
A lasciare che fugga
Ogni cosa che ho,
A lasciare che venga
Ogni cosa che vive.

Torna

Torna, o musa
Come segno o come scusa
Lascia che ti prenda
Nei miei sogni,
In una tenda
A scoppiare di calore,
Di sudore,
Nel silenzio tra le erbe
Incontaminate
Delle tue urla.

Mare di nebbia

Risalirò fiumi d'inchiostro,
E in vetta a montagne di carta,
Strapperò via le parole dal cielo.
Ne farò stelle,
Per tempestare di luce
I tuoi occhi chiusi
Sotto di me.

Trova la tua corda

Diario D'artista
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Trova la tua corda
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Oggi vi racconto un aneddoto della mia carriera di regista. Iniziai come assistente alla regia di un grande, purtroppo scomparso, regista: Marco Sciaccaluga, al Teatro Stabile di Genova.

Ciao, Marco.

Ero assistente alla regia di uno spettacolo molto complesso, con oltre venti attori, scenografie imponenti e, come protagonista, Mariangela Melato, grandissima attrice, anch'ella mancata.

Ciao, Mariangela.

Il ruolo dell'assistente consiste nel segnare tutte le note di regia, suggerire agli attori, e, se il regista lo ritiene abbastanza abile, gestire aspetti minori come scene di transizione, fonica, luci, eccetera. Ma il vero compito dell'assistente, a teatro, è imparare, ascoltare, comprendere e avere una visione globale della macchina teatrale per poi diventare, un giorno, un regista.

Io annotavo sul mio copione, un labirinto di frecce, disegni, note importanti, maiuscole, minuscole, testo sbarrato, riscritto - una stele di Rosetta persino per me. Consumavo matite senza sosta. Ma il peggio era che quasi ogni giorno le perdevo. Dentro di me, non riuscivo a spiegarmi come, quasi immancabilmente, mi ritrovassi a fine giornata senza la matita acquistata il giorno prima.

Non c'era verso. Spariva. La causa era semplice: avevo la testa per aria, molte responsabilità da seguire e la matita diventava il simbolo della mia disattenzione. La trascuravo, povera matita. Marco mi prendeva in giro per questo. Io, testardo, mi ripetevo di dovercela fare. Acquistai una matita più costosa, sperando nel suo valore come deterrente all'oblio, ma anche lì fallii, finché un giorno decisi di legarla al copione con uno spago di canapa.

Arrivai in teatro mesto, vedendo questa scelta come una sconfitta, poiché, nella mia mente, non ero riuscito a disciplinarmi a sufficienza da non perdere le matite. Ma Marco, entusiasta, mi disse: «Dovresti essere contento, hai trovato una soluzione. Che importa se non è perfetta come quella che avevi in mente. Funziona. Ora vai avanti, devi lavorare.»

Ecco, questo piccolo aneddoto fu uno scalino che mi allontanò, ripensandoci, da quel mio desiderio di perfezione interiore che mi logorava. Credevo che l'unico vero modo per non perdere la matita fosse disciplinare me stesso. Trovare un modo per piegare mente e corpo, per educarmi. Quella corda io la vedevo come un mero trucco per nascondere la mia manifesta incapacità.

Ma non era così. Quella corda era un modo per andare avanti. Per continuare il grande percorso, quello importante, quello di imparare a fare il regista. E perdendo sempre le matite, sarebbe stato più difficile.
Quando abbiamo un problema, a volte basta una toppa, una corda, un po' di nastro adesivo o un po' di colla, e si riparte, più forti di prima!

Alla prossima pagina.

Oltre i limiti

Diario D'artista
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Oltre i limiti
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Oggi voglio esplorare i miei limiti. Cosa vuol dire? Cosa sono i limiti? Esistono o sono solo nella nostra immaginazione? C'è chi dice che ogni limite può essere superato. In francese, addirittura, c'è un detto: "Impossible n'est pas français", che significa "impossibile non è francese". Quindi, davvero non ci sono limiti?

Io penso di no. Credo che i limiti esistano e che siano, anzi, un punto di forza, quando compresi. Uno dei più grandi errori linguistici nei quali cadiamo è quello di usare i quantificatori universali per definire il mondo. Per quantificatori universali, intendo quelle parole che racchiudono una totalità al loro interno, come "tutto", "niente", "mai", "sempre". Quando vengono usati, proiettiamo, con il nostro linguaggio, una dimensione illimitata, senza confini. Il risultato è che non riusciamo ad individuare il reale problema. Se ci chiedessimo: "tutti chi?" "mai quando?" piano piano andremmo nel dettaglio delle trame del creato, ed emergerebbe davvero il problema nella sua individualità, nel suo confinamento, che, appunto, lo identifica. "Tutti" diventa "mio fratello" oppure "un amico"; "mai" diventa "al lavoro" oppure "durante i weekend". E si può andare ancora più nel dettaglio, fino a che, come per magia, il problema scompare, perché finalmente sappiamo che faccia ha.

È una magia questa, non trovate? Limitando le cose, ampliamo la nostra consapevolezza. Definendo con cura maniacale la realtà, la apriamo a nuove domande, più alte, più significative, più complesse. Quindi, tramite un processo limitativo interiore, creiamo un processo inverso nella nostra percezione del mondo.

Un mio maestro mi lasciò, molti anni fa, un biglietto di augurio per il mio futuro. Una lettera, un messaggio: "Caro Flavio, ricorda, è proprio quando dici 'è troppo' che il lavoro inizia. Grazie per quello che hai fatto, e per quello che farai ancora. E merda. Matthias." Questo per me fu un messaggio incredibile, che mi portò a sbloccare tantissimi limiti, quasi a pensare che non esistessero.

Ma i limiti esistono. Anche nel processo creativo, nell'arte. Per esempio, quando è il momento giusto per lasciare un'opera? Quando è il momento giusto per dire che una poesia è finita, che un film è montato, ecc.? Proprio per questa nostra capacità di andare sempre più nel dettaglio, noi continuiamo a vedere difetti anche in una cosa che all'occhio esterno sembra già perfetta. Ci abituiamo, riformuliamo il nostro senso di "normalità" in base alle nostre percezioni attuali e ci adattiamo. E così, anche l'artista si adatta alla propria opera e comincia, dopo un po', ad allucinare, a vedere problemi dove non ce ne sono, a cancellare cose nate dall'impeto, ma che la ragione non comprende, ad autodistruggersi. È quindi fondamentale imparare a fermarsi, a dire: "Ecco, ora basta. Ora il mio operato è pronto a vivere." E poi passare al prossimo obiettivo.

Ma come fare?

Cambiando prospettiva, guardando non l'opera, ma la nostra vita, come il capolavoro che stiamo costruendo. Allora sarà più facile abbandonare un "figlio" per farne un altro. É il percorso che definisce la crescita di un artista. Un'opera, per quanto importante, è il risultato di un percorso di vita. Dante ha scritto molto prima di giungere alla Divina Commedia, e come lui molti altri. A noi rimane solo il meglio, la punta dell'iceberg. Ma dietro ogni opera divina vi sono centinaia, se non migliaia, di piccole tappe concluse, che hanno dato all'artista i semi che, nel tempo, sono cresciuti rigogliosi nella sua anima.

Alla prossima pagina.

Sublimare le emozioni

Diario D'artista
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Sublimare le emozioni
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Perché fare arte? Perché esprimersi?

È una domanda che non mi pongo spesso, ma ogni volta che lo faccio, sono costretto a vedere le mie fragilità. Le prime risposte - che non è detto che siano quelle giuste - sono che "lo faccio per un appagamento personale", "per esistere, per essere riconosciuto. Essere amato." Spesso si dice che gli artisti (gli attori soprattutto) siano vanesi, narcisisti. Spinti solo dal desiderio di apparire.

Ma è davvero così?

Forse no. Almeno, non tutti. Io ho capito che lo faccio per vivere e per sopravvivere. Per affrontare meglio quelle difficoltà che emergono durante la vita, con strumenti di consapevolezza diversi, più intimi, profondi, naturali. L'arte non solo affila tali strumenti, ma né genera di nuovi.

Recitare, per esempio, mi fa vivere dimensioni che altrimenti non conoscerei: "la vita di un altro", scrivere mi permette di indagare su di me, sul mio stato, sulla mia vita. In entrambi i casi, si tratta di sublimazione.

"Sublimare" è una parola stupenda, soprattutto se legata al marcio che dentro tutti noi giace. Come diceva De André: "Dal diamante non nasce niente, dal letame, nascono i fior." Sublimare è quella cosa che eleva il magma interiore a diamante pronto ad essere mostrato ed indossato.

Certo, quanto più piace quel diamante, quanto più ritorno economico l'artista avrà dal suo operato. Non nego che sia importante, per tutti, anche l'artista, l'inflazione è reale. Ma il guadagno attraverso l'arte è quella che si chiama una condizione necessaria, ma non sufficiente, almeno per me.

Io credo che l'arte debba curare l'anima. Portando chi ne fruisce e chi la esercita su un binario comune, in cui per vie quasi magiche, la sublimazione dell'artista permette al fruitore di individuare i propri nodi interiori, come uno specchio dell'anima. Perché solo così, individuandoli, si possono affrontare i demoni.

Come si può sconfiggere ciò che non si conosce?

L'artista si immola, cavia di sé stesso, e scava dentro di sé per esplorare l'inconscio, il subconscio, il noumeno, per trovare ciò che sobbolle tra i demoni e gli angeli, nella terra del sangue. E poi, con un principio che supera persino l'alchimia, ne fa piccole perle da restituire a coloro che avranno la pazienza e la voglia di fruirne.

Questo principio di ricerca, che nulla ha a che fare con la consapevolezza meditativa del conoscersi, ma più con la potente esperienza dell'affrontarsi e del plasmare con le proprie proiezioni qualcosa di manifesto, vero. Questo processo è necessario. Questo processo per me è arte.

Il resto, come direbbe qualcuno, sono solo canzonette.

Alla prossima pagina.

Il mio percorso

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Il mio percorso
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Nel mio percorso di artista, ho avuto vari maestri. I primi sono stati gli insegnanti, inconsapevoli, quelli che hanno creduto in me. Un professore di arti plastiche in Francia, un giovane professore di matematica in Italia, ma poi, mentre crescevo e trovavo nella vita passioni inconsapevoli, come la recitazione, i maestri si sono manifestati da soli.

È proprio vero il detto che dice che "è sempre l'allievo a scegliere il maestro e non il contrario".

All'età di 19 anni, ho cominciato a cercare attivamente maestri: Insegnanti di recitazione che mi hanno aperto la mente sulle meccaniche (o pragmatiche) della comunicazione umana. E poi registi che mi hanno insegnato la messa in scena, la comprensione testuale, e infine, scrittori e i loro libri e manuali, che mi hanno insegnato il racconto come mezzo di espressione, di sfogo, di liberazione.

La fase registica fu la più difficile. Si svolse al teatro stabile di Genova. Il teatro è un ambiente serio, spartano. Parlo del vero teatro, quello classico. Fui l'allievo di grandi registi, che più che insegnarmi la regia - che per osmosi uno apprende anche osservando il lavoro- mi insegnarono il metodo, ma soprattutto, la disciplina e la resilienza. Me la insegnarono attraverso un rapporto contrastato, doloroso a volte, come quello che guida la mano di un padre benevolo ma severo. Ricordo che spesso andavo a piangere tra un quarto d'ora di pausa e l'altra, per la pressione che non riuscivo a sostenere, per quel mio dover essere perfetto, quel non dover sbagliare mai, che non è altro, alla fine, che una promessa di sconfitta.

Poi, arrivò il momento delle mie regie. Tutto nacque verso i 24 anni. Dopo alcuni anni di assistenze alla regia, decisi di produrre il mio primo spettacolo. Affittai persino un teatro dove invitare tutti. 12 attori, un mese di prove, videoproiezioni, musiche originali! A ripensarci, non so proprio come ho fatto. Dopo quello spettacolo, lo stabile mi affidò le prime regie, una... due... fino alla messa in scena dei miei testi, poi spettacoli in cartellone, ero partito! Penso di essere stato, in quel periodo, uno tra i registi più giovani di tutti gli stabili d'Italia.

E poi, come la piuma di Forrest Gump, il destino mi ha portato verso altre vie. Il cinema, la televisione. Nel frattempo che partecipavo a film e serie, ho continuato il mio percorso produttivo, producendo, scrivendo e dirigendo nell'arco di quattro anni due film e una serie interattiva, oltre ad alcuni cortometraggi. Fu un momento di febbrile produzione, ma anche dell'emergere in me della consapevolezza di quanto ero estraneo al sistema produttivo cinematografico. Producevo, ma non vedevo risultati, e non capivo perché. Qualcosa dentro di me continuava a dire "ma come, prima o poi qualcuno mi vedrà, qualcuno dirà: questo gruppo di giovani è proprio forte, investiamoci sopra!". Ma non successe, e dopo molti tentativi falliti, scavai dentro di me, cercando di capire cosa davvero io volessi, cosa volevo fare, oltre al mestiere d'attore che non mi ha mai del tutto completato.

Volevo qualcosa di mio. Di fertile. Di stimolante.

E mi tornò in mente la mia passione antica: i videogiochi. Io sono un amante di quelli che mi raccontano storie, che mi catapultano in dimensioni immaginarie. E così mi dissi, "e se ne facessi uno io?". In quel momento diressi tutte le mie forze verso la produzione di un'idea: un videogioco in realtà virtuale. Trovai 5 programmatori (sempre a Genova, vedi il destino) con i quali cominciai un'avventura che ancora continua. Produssi, insieme a loro, un videogioco per la realtà virtuale di Playstation e insieme fondammo Untold Games, una società di videogiochi con sede a Genova. L'anno prossimo usciremo con il nostro prossimo videogioco. Sarà un momento speciale.

Poi, dopo aver dedicato soldi e tempo (più di tre anni) allo sviluppo della società, tv e cinema mi richiamarono. Era chiaro che non potevo dedicare tutto il mio tempo ai videogiochi e quindi delegai. Mi fidai dei miei soci. Fu la scelta corretta, poiché hanno, negli anni, reso quel piccolo gruppo che eravamo una realtà con più di 30 dipendenti.

Ma io ero ancora davanti a me stesso. Cosa dovevo fare? Che strada potevo percorrere? Regia? no. Produzione? No. Montaggio/cinema? No. Videogiochi? Nemmeno.

Arrivò la fine del 2019, avevamo deciso di andare a vivere a Parigi qualche mese per vedere se qualcosa si muovesse. In quel periodo, proprio mentre ero in aeroplano in direzione della "ville lumière", cominciai a scrivere. Iniziai con una poesia che però si allargò, e nacque in me il desiderio di svilupparla.

Passai i mei giorni parigini a scrivere "La Rovina Dell'anima" un libro di fantascienza che si svolge in una Roma futurista, la storia di un collettore di dati, ma anche la storia di un futuro in cui l'uomo vale poco e niente, in cui il mondo si è spento, pur di accendere le macchine.

In quel momento compresi che scrivere are una strada che volevo percorrere. Ma poi, mi scontrai con le lentezze dell'editoria. Trovare un agente... parlare con Editori che hanno migliaia di manoscritti ancora da leggere e che hanno poco interesse ad investire su uno "sconosciuto".

Così nacque l'idea di andare da solo con il self publishing. Pur avendo trovato un agente letterario, decisi di mollare questa strada, scrivere un altro libro e pubblicarlo io. É così che nacque la Divina Avventura.

Grazie a questa esperienza ho capito molte cose, cosa (forse) funziona, cosa (forse) non funziona. Come procedere in avanti.

"L'anello di Saturno" sarà figlio di tutta la conoscenza acquisita, non solo in questi anni di scrittura e pubblicazione, ma dentro vi troverete la mia regia, la mia recitazione, e persino i miei videogiochi.

Insomma, per tutti coloro che sono ancora alla ricerca di un senso, di una dimensione nella quale sbocciare come fiori, non demordete. Fate, cercate, scoprite. Ci penserà la vita ad unire i puntini.

Alla prossima pagina.

Un futuro radioso

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Un futuro radioso
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Che dire, le prossime settimane si riveleranno intense.

Sembra che Tancredi finalmente riprenda in mano la sua vita. Ho molte scene, si comincia a sentire la fine della stagione, e tutto ciò che ne consegue. Sarà una stagione importante, questa del paradiso delle signore. Una stagione che vi ricorderete a lungo.

Ho anche una bellissima notizia da condividere con voi. Venerdì 8 dicembre (segnatevelo!) dalle 13, alla Nuvola dell'Eur, a Roma, presenterò ufficialmente l'edizione da libreria de "La Divina Avventura".

É un'edizione speciale, curata da un'editor, nel quale sono state apportate piccole modifiche, sia di testo che di formattazione, e soprattutto con una copertina del tutto nuova che svelerò durante la conferenza stampa, che avverrà all'interno de "Piu libri più liberi" che è la fiera della piccola e media editoria. Non solo presenterò il libro, ma per tutto il giorno sarò li pronto a fare il firmacopie, quindi, se venite, sappiate che firmerò con grande piacere qualsiasi cosa!

Questo per me sarà un momento importante, in cui questa impresa di scrittore che ho cominciato quasi un anno fa sta lentamente prendendo vita e dando frutti insperati. "La Divina Avventura" ha ricevuto tantissime recensioni positive, non potevo davvero chiedere di più. Grazie a tutti e tutte per l'appoggio incondizionato che mi avete dato in questi mesi e se verrete alla presentazione, ve ne sarò grato.

Per chi non potesse essere presente l'8 dicembre, ripeterò il firmacopie anche domenica 10, sempre alla nuvola, tra le 14 e le 16.

Detto questo, Natale è alle porte. Si cominciano a comprare gli addobbi, ci si scalda il cuore quando le luci sulle strade sopra i negozi, di notte, scintillano. Io uso un albero di plastica. Da una parte sono consapevole che è un mostro anti-ecologico, dall'altra, è un albero tagliato in meno che non lascia aghi ovunque (ma neanche emana quello splendido odore) ed è super comodo da montare e smontare. Vi prometto che quando lo avremo addobbato, vi posterò una foto sui social.

Non solo Natale, ma anche Capodanno! Quest'anno abbiamo preparato una cosa spettacolare per Elettra, che non posso svelare perché è un segreto talmente segreto che non vogliamo che nessuno lo sappia. Diciamo solo che abbiamo preparato un lungo viaggio verso una destinazione che, quando scoprirà qual è, credo che esploderà in una gioia incontrollata. Non vedo l'ora di vederla saltare di entusiasmo.

E poi arriverà il nuovo anno. Il 2024 sarà un anno pieno di sorprese. Ho scelto di continuare a fare il paradiso delle signore per almeno un'altra stagione. Tancredi, come vedrete, quest'anno affronterà delle grandi sfide, che metteranno a dura prova la sua persona. Il prossimo anno, forse, sarà un anno di rinascita e di scoperte di un pezzo di cuore che non sa nemmeno lui dove sta, chissà... Non vedo l'ora di scoprirlo insieme agli autori.

Ma prima della prossima stagione del Paradiso, ci sono due progetti a cui tengo molto che usciranno all'inizio dell'anno. "La Lunga Notte" in cui interpreto Umberto Secondo di Savoia, e "Margherita delle stelle" in cui interpreto Aldo de Rosa, il marito di Margherita Hack. Le date non sono state ancora definite con precisione, ma si tratta dei primi due mesi dell'anno prossimo. Comunque, anche lì, vi farò sapere tutto tramite il diario e i social.

Insomma, la vita dell'artista è piena di sorprese, su questo non ci sono dubbi. Alti e bassi, crisi ed entusiasmi, è una montagna russa di emozioni del quale sono grato, sia nel bene che nel male.

Come diceva Clark Gable, riflettendo con humour sulla lunga ed estenuante strada che gli attori devono percorrere nella loro carriera, suggerendo che le difficoltà non finiscono mai veramente, nonostante l'apparente "facilità" acquisita con l'esperienza:

"Non dimenticare che nel mestiere di attore solo i primi 30 anni sono duri."

Clark, ho superato i 20 anni, altri 10 e poi mi rilasso!

Alla prossima pagina.

Una giornata particolare

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Una giornata particolare
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Oggi non ho voglia di scrivere, non ho voglia di parlare. Ci sono giorni in cui il silenzio è il miglior amico del pensiero. Ma poi, ripenso ad Eminem, che ogni giorno scrive chilometri di testo. E alla domanda "Ma poi cosa fai con tutti questi brani?" lui risponde "Questi non andranno mai in registrazione, questi li scrivo per non perdere la penna."

Non perdere la penna. Mi piace come espressione, non voglio perderla nemmeno io. E poi, questo spazio è anche un luogo dove, attraverso la scrittura, scavo dentro di me, mi cerco, provo persino a parlarmi, a chiedermi come sto.

La vita è complessa, più si va avanti e più i pezzi in gioco sono tanti, e ogni scelta diventa una ragnatela di conseguenze che sembrano andare aldilà della nostra capacità di comprensione. E quindi come fare? Come agire? D'istinto? Oppure scrivendo tutto su un pezzo di carta e poi rileggersi per capire dove siamo?

Non lo so.

Una cosa che mi aiuta, quando sono perso, è proprio questo scrivere. Questo dedicarmi a qualcosa che produco, che realizzo e che poi vi regalo. É un piccolo obiettivo, un mattoncino in quello che poi, un giorno, sarà la raccolta di un mio periodo.

Mio padre, un giorno, mi disse che il segreto della felicità è riuscire a fare una cosa al giorno. Farla, finirla. Io per quello che riguarda i miei obiettivi, che siano quotidiani o a lungo termine, uso una applicazione che si chiama "ToDo". Ho suddiviso i miei obiettivi in varie categorie. Ci sono le attività da fare a breve, e poi ci sono i miei progetti, il diario d'artista, l'anello di saturno, il paradiso delle signore, e poi ci sono categorie selvagge, come "idee di scrittura" oppure "libri e film da guardare e leggere".

Ne ho anche una che è "La casa perfetta" in cui metto ogni cosa/idea che trovo e che mi ispira per una casa dei sogni. Dentro ci sono cose assurde come "un pianoforte a coda che suona da solo in salone" oppure "Accanto ad un mercato" e molte altre chicche che disegnano una parte di sogno che un giorno, chissà, forse realizzerò.

La settimana è stata complessa, ho girato il paradiso delle signore, poche scene, il mio personaggio, Tancredi di Sant'Erasmo, attraversa, in questo momento di set (che è traslato di circa tre mesi con la messa in onda) una fase simile a quella che sto vivendo io: è in una bolla, in attesa di.

Ho scritto molto, sono arrivato quasi alla fine del terzo volume dell'anello di Saturno. Il primo volume è addirittura pronto per la stampa. Voglio arrivare a giugno che tutto è pronto per voi. Ho scelto di pubblicare i cinque volumi a tre mesi di distanza. Ascoltando le vostre risposte, mi è sembrato un buon compromesso tra attesa e desiderio.

E poi c'è la mia vita, quella semplice, fatta di Elettra, di famiglia, di portarla a scuola, vederla crescere ogni giorno. I suoi pensieri sono sempre più raffinati, la sua proprietà di linguaggio anche. Ha un entusiasmo che le invidio, e che, lo ammetto, mi contagia.

Che fortuna averla vicino.

A volte ha anche delle idee bellissime, e quando le racconto delle storie, me ne suggerisce delle migliori. Vorrei essere di più con lei, essere più capace di dedicarle il mio tempo. Ma poi ecco che ricasco nel mio desiderio di produrre, che fagocita tutto. E non riesco a fermarmi, non riesco ad abbandonare questo fuoco.

Per fortuna, il mio lavoro ha anche molte bolle di tempo libero, e penso di essere un padre presente, seppur folle, che le trasmette questa sua passione per l'espressione, per il gioco, le storie, la magia.

Cosicché un giorno, come un "eco genetico", sarò vivo nella sua voce, oltre che nel suo cuore.

Ecco, poi emoziono troppo.

Alla prossima pagina.

L'inverno e le stagioni dell'anima

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L'inverno e le stagioni dell'anima
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Siamo animali stagionali. Fino a pochi anni fa, cinquemila, circa, noi uomini sapiens, eravamo schiavi della migrazione, ci spostavamo, da landa a landa, navigavamo la terra con la forza dei nostri piedi, in piccole tribù nomadi, alla ricerca dell'eterna primavera.

Le stagioni sono dentro di noi, sono parte di noi, della vita. É come se la stagionalità fosse una manifestazione del decorso naturale di un'opera d'arte.

Pensateci. Tutto nasce con la primavera, lo sbocciare dei fiori, il nascere dei profumi, la nascita di un amore, di un incontro, della magia.

In estate poi, tutto si scalda, l'amore diventa eros, il conflitto battaglia, la potenza del sole accende la vita, ma la brucia, l'intensità della luce che non solo fa esplodere la natura, ma la punisce.

E poi, dopo che l'intensità del sentire si spegne, le lente vibrazioni dell'autunno emergono dentro di noi. I pensieri sull'estate vissuta, la percezione di qualcosa dentro di noi, l'autunno della vita, l'esistenzialismo, l'umanesimo.

Infine, ed è proprio il caso di dirlo, arriva l'inverno. Quello che a breve incontreremo anche noi. Un momento dove il freddo ferma la natura, i pensieri. Un momento in cui tutto rallenta, in cui la dolce neve degli anni, che cade sui capelli d'argento, ovatta il rumore del mondo, e ci culla, verso l'eterno dormire.

Ma ecco che, sotto la coltre di freddo, di bruma e di neve, un bocciolo è ancora vivo. Non solo, è proprio grazie a questo freddo che è riuscito ad accumulare le energie per sbucare fuori, per tornare a vivere! La primavera è tornata! E tornerà sempre. Noi siamo la vita, e la nostra anima, persino il nostro ciclo artistico, trova in questi quattro movimenti un ordine, un senso.

Ognuno di noi è un vettore autonomo, che si muove, certo, tra le stagioni del mondo, ma che ha, dentro di sé, quelle che chiamo le stagioni dell'anima. E a volte, anzi, il più delle volte, queste stagioni discostano da quelle della natura.

In questi cinquemila anni ci siamo evoluti, abbiamo cominciato a coltivare, siamo diventati sedentari, abbiamo costruito strumenti per creare società sempre più stanziali e forti, e il nostro orizzonte degli eventi (cioè la nostra capacità di vedere il futuro) si è espansa oltre la velocità della luce. Sappiamo addirittura quando andare via dal sistema solare prima che il sole ci inghiotta tutti diventando una gigante rossa (per vostra informazione, sono circa cinque miliardi di anni nel futuro, quindi c'è tempo).

Insomma, siamo diventati autonomi dalla natura, ma ci portiamo ancora dentro questi movimenti atavici, questo sentire il ciclo della vita. Soprattutto chi vive in città (io per primo) non si rende davvero conto di quanto la natura cambi con le stagioni. Abbiamo il condizionatore, i termosifoni, la televisione, internet, la realtà virtuale. Tutte cose che ci permettono di fuggire dal presente, dal momento, dalla finestra sul mondo, quella vera, quella che avete accanto, quella fatta di vetro.

Ogni volta che vado dai miei genitori, in campagna, mi rendo conto di quanto sia importante il contatto con la natura, non tanto per una questione etico-filosofica, morale o politica, no. Per una questione umanista, animista, oserei dire.

Stare a contatto con le stagioni, sentirsi abbracciati da esse ci permette di riallineare il nostro mondo interiore con i cicli naturali del caldo, del freddo, del sole e della luna, dell'inverno, dell'estate. Ci fa tornare alla nostra natura, a quell'equilibrio che in fondo giace in tutti noi, ma che tendiamo a dimenticare, così presi da noi stessi e dal nostro mondo interiore.

Mi piace pensare che l'equilibrio, se mai esistesse, non venga raggiunto attraverso un percorso personale di isolamento, ma attraverso la connessione con ciò che ci circonda. Con le Idee, gli uomini e le donne. La vita, la natura. Esularci da essa, pensare che davvero noi siamo come i chip dei nostri smartphone, è limitare la nostra essenza, la nostra natura. Noi siamo vita, e abbiamo bisogno di vita per sentirci bene. Il vento freddo sulle guance, il suono del mare, la neve tra i palmi delle mani, i piedi immersi nel bagnasciuga di giugno, il calore di un falò, il profumo del carbone sul quale il cibo cuoce.

Insomma, spegniamo il telefono e godiamoci questa fantastica parentesi che ci è stata donata, provando ad allinearci con la natura. Sta arrivando l'inverno? E che inverno sia anche per la nostra anima, così da prepararci alla rinascita che, sicuramente, arriverà!

Alla prossima pagina.

La guerra dentro di noi

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La guerra dentro di noi
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La guerra. La guerra non finisce mai. Tra i confini immaginari di una terra che ben si beffa di queste linee disegnate dalle scimmie, di risorse che sono di uno o dell'altro in base a chi ci arriva per primo, a chi ha più carri armati.

Ma oggi è della guerra dentro di noi che voglio parlare. Quella che ogni giorno ci confronta con i nostri desideri, le nostre paure. Quel dilemma infernale tra l'essere o l'avere, tra il "chi sono?" e il "chi voglio essere."

Come possiamo pretendere che milioni di uomini agiscano in pace, se non sono capaci di essere con sé stessi, in pace? In effetti, la pace interiore, quello stato quasi magico a cui molte religioni provano a far ascendere i loro proseliti, è un punto di partenza, un luogo in cui i ponti possono essere costruiti, in cui amori, unioni, e persino la morte e la malattia possono essere abbracciati senza contrasti, ma con accettazione.

L'artista, forse più di altri, vive questo contrasto quotidianamente, anche semplicemente per il fatto che la sua scelta di vita, spesso è ostacolata da coloro che gli vogliono bene, soprattutto all'inizio. É una vita difficile, quella dell'artista, una vita fatta di rinunce alle sicurezze, per inseguire la propria passione a scapito di molte cose, anche di relazioni, di amori, di guadagni sicuri.

Io sono stato fortunato, i miei genitori mi hanno sempre appoggiato nelle mie scelte, con un valore incrollabile che mi hanno ripetuto ad ogni angolo, ad ogni bivio della mia trama. "Qualsiasi cosa tu scelga, sappi che hai le spalle coperte, Flavio. Noi siamo qui." Ecco se dovessi indicare cosa rappresenta più di tutto per me l'amore genitoriale, direi che è proprio questa frase qui. Una frase che in un certo senso, mi ha appacificato con le mie paure, mi ha tranquillizzato. Mai, in tutti questi anni, ho necessitato di questo aiuto che mi fu sempre offerto, ma il fatto di sapere che fosse disponibile nel caso in cui ne avessi avuto bisogno, mi ha dato quella spensieratezza necessaria per andare avanti.

Spensieratezza.

Ecco una parola che ha una sua magia. Credo che molte guerre interiori, se ci fosse più spensieratezza, si scioglierebbero come neve al sole. Altro che trascendere, buddità o illuminazione. Un po' di spensieratezza e via!

Ma poi nasce in me un dilemma di cui ho già parlato. Ma se fossimo tutti spensierati, l'arte sarebbe davvero la stessa? Si dice che gli artisti diano il meglio di loro nei tormenti dell'anima, nella solitudine che li pone di fronte all'abisso esistenziale. Un artista spensierato non è forse come un violinista senza strumento?

Ecco, sta emergendo in me un pensiero: l'artista è il combattente di sé stesso. Perennemente in lotta contro i suoi demoni, le sue visioni. Proprio come coloro che, con visioni, paranoie e generalizzazioni, proiettano sul "nemico" tutto l'odio, tutta la paura, tutta l'ira che i loro demoni sopiti hanno covato senza trovare sfoghi.

Sfoghi. Ecco qua. Se è vero che l'artista vive di contrasti e lotte interiori, è anche vero che egli trova, proprio attraverso l'arte, una possibilità di sublimare il torbido che ha in sé, si sfogarlo. L'arte è un atto terapeutico per l'anima di chi la fa, e - se fatta bene - anche per l'anima di chi l'ascolta, la guarda, la sente.

Quando ero piccolo, e cominciavo il mio percorso di artista, guardavo con stupore i soldati al fronte. Nelle tende del deserto, tra proiettili e solitudini. Mi chiedevo come fosse possibile resistere in quell'inferno. E poi scoprii che molti di loro, proprio per non collassare sotto il peso della difficoltà, si tuffavano nell'arte. Nei libri, nei film, nella musica. Alcuni persino nella scrittura.

In quel momento, mi ho capito che l'artista e il soldato sono due facce della stessa medaglia. Due combattenti, uno dell'anima, l'altro della terra. Entrambi cercano la pace, entrambi attraversano territori pericolosi, ma in dimensioni contrapposte. Senza il soldato, la pace necessaria a far fiorire l'arte non ci sarebbe. Ma senza il sollievo dell'arte, i soldati avrebbero la vita difficile.

É un dialogo silenzioso, agli opposti dell'etica, della morale, e della visione del mondo.

Arte e guerra. Amore e morte. Fratelli distanti, eppure indivisibili.

Alla prossima pagina.

Il Costo dei Desideri

Diario D'artista
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Il Costo dei Desideri
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Viviamo in un mondo in cui tutto è proiezione: le Pubblicità ci proiettano in mondi migliori, I film ci proiettano in emozioni più grandi, più belle, più perfette. I social ci proiettano in versioni aumentate di noi stessi, in cui il nostro controllo su ciò che mostriamo diventa un divario che piano piano ci divide da ciò che siamo.

Quante volte avrete sentito le teorie di molti guru del "self-improvement" che vi dicono che per ottenere qualcosa basta desiderarla. "Visualizzarla", così dicono. Che vogliono convincervi a suon di stage intensivi che la potenza del desiderio è sufficiente per far manifestare nel mondo ciò di cui voi avete bisogno?

Questa visione, oltre ad essere puerile e adolescenziale, è anche deleteria. La proiezione - se non è gestita nel modo giusto - distrugge. Un'anima sensibile, che ancora non si regge da sola, che ha bisogno di forza, di tempo e di coraggio, di fallimenti e di dolore, rischia di trovare nella proiezione, l'eden perfetto nel quale non affrontare mai le proprie difficoltà. Rischia di continuare a vivere di proiezione (e di stage) fino alla sua morte.

Come dice il proverbio. "Chi vive sperando…"

Penso che l'illusorio convincimento che basti desiderare qualcosa per ottenerlo, provenga dalla manifestazione di varie generazioni viziate dall'amore di genitori (loro sì, veri lavoratori). Una deriva che ha portato piano piano a pensare che tutti debbano per forza essere premiati a prescindere dal risultato ottenuto.

"La partecipazione come metro di successo, invece del merito."

Da un estremo all'altro. Siamo passati dalla violenta competizione ultra-capitalista ad un "all you can eat" del buonismo, in cui uno vale uno a prescindere da tutto.

Ma non è così, per una semplice e buona ragione: i desideri prendono spazio, nel mondo reale. Chiunque, animato da un desiderio, agisce e si comporta di conseguenza. Quindi il desiderio esiste e richiede di essere riconosciuto. Richiede energia, prende energia, spazio vitale.

E se esiste in questo mondo, che è fatto di risorse finite, allora è fisicamente impossibile che tutti i desideri di tutti gli uomini possano essere avverati solo per via della volontà di chi li muove. L'universo è un equilibrio sempre cangiante, in cui, come diceva Lavoiser, "nulla si perde, nulla si crea, tutto si trasforma."

E quindi è vero che i desideri trasformano il mondo, ma vi siete mai chiesti il loro costo qual è?

Se le risorse non sono infinite, è possibile che un mio desiderio fagociti quello di un altro. É molto possibile. Anzi, direi che è addirittura certo. Proprio per via del manifestarsi di tale desiderio nella realtà.

Ecco, mi piacerebbe che si parlasse di più dei costi dei desideri, più che della loro realizzazione.

Alla prossima pagina.

La Perdita di Controllo

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La Perdita di Controllo
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Il controllo. Questo maledetto controllo.

C'è una pubblicità che dice: "La potenza è nulla senza controllo."

Ma è davvero così?

E se invece il controllo fosse proprio ciò che ci impedisce di esondare da noi stessi, di trovare parti nascoste, intime, sopite e potenti che abbiamo dentro?

Da millenni, tutte le società umane hanno instaurato, tramite riti, ricerca, droghe, farmaci, sistemi di controllo e di perdita di controllo. É insito dentro di noi cercare altro da quello che conosciamo. La vita è esplorazione, la vita è andare oltre. Ma la vita è anche regole, rispetto, ordine.

E l'arte?

Si dice che la materia grigia, l'ultima innovazione della biologia per quanto riguarda il nostro cervello, e quindi - si suppone - la punta massima dell'evoluzione percettiva, serva per affrontare concetti alti come la filosofia, l'arte, l'astrazione matematica. In ognuno di questi campi vi è un regno di conoscenza da scoprire che potrebbe essere inesauribile. Un prato di conoscenza vasto come l'infinito. Come potrebbe dunque il controllo permetterci di navigarlo?

Penso alle tre caravelle, all'errore che diede nascita al nuovo mondo. Un'illusione di controllo, basata su un'intuizione corretta, che però non aveva preso in considerazione la nostra incapacità di sapere cosa nasconde l'ignoto. In questo caso, un intero continente.

Colombo, quindi, navigava con grande controllo tecnico, altrimenti mai sarebbe stato capace di superare l'oceano, ma con anche una forte dose di follia - intesa come la convinzione di avere ragione. Questo, per sua fortuna, non lo portò al baratro di un mondo piatto, ma alla scoperta, appunto, del nuovo mondo.

Come può l'artista scoprire nuovi mondi ed avere il controllo, se i nuovi mondi sono irreali, inesistenti, tangibili come i pensieri e i sogni? Si può davvero controllare la propria anima, le proprie emozioni, e allo stesso tempo navigare lì dove non ci sono regole?

Temo di no. Ed è questo lo scotto dell'artista. Perdersi nel proprio viaggio. Farsi trasportare dall'emozione, dal piacere, da tutte le vibrazioni che lo portano alla creatività, ma che permeano non i suoi fogli di lavoro, non le sue cartelle sulla scrivania, ma i suoi sentimenti, i suoi desideri.

L'artista vuole perdere il controllo. Brama quel momento in cui sa che ormai è troppo tardi, in cui non gli rimane che continuare ad immergersi nell'opera, che sia testuale, musicale, visiva, carnale. É in quella perdita di controllo che vi è il regalo, il dono che lascia nell'opera. É il suo segno.

Ma la difficoltà vera non è perdersi, ma ritrovarsi. L'artista, dopo essersi steso sui fiori dell'abbandono, tra i profumi di eros e thanatos, deve tornare qui, in questo mondo, per cercare altri orizzonti. E quel momento, quella recisione con un pezzo di sé, è difficile.

All'inizio della carriera è quasi impossibile e poi, con gli anni, piano piano, l'artista trova modi per mitigare il dolore della separazione, per rifiutare i canti soavi del desiderio di rimanere nella sua bolla e dimenticare tutto e tutti.

Piano piano l'artista si risveglia e si rende conto che sono state illusioni, proiezioni, vere come l'amore, tangibili come la morte. Una dicotomia percettiva che trova, con il tempo, un nuovo equilibrio, pronto ad essere di nuovo distrutto dalla prossima opera, dal prossimo desiderio.

Alla prossima pagina.

Voglio un luogo comune

Diario D'artista
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Voglio un luogo comune
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Il luogo comune... prima di tutto cos'è?

Un luogo comune, noto anche come cliché o banalità, è un'idea, espressione, opinione o elemento narrativo che, a causa del suo uso eccessivo, ha perso di originalità, impatto ed efficacia. Si tratta di un pensiero o un concetto che è diventato così familiare e ripetitivo che non suscita più interesse o riflessione critica. I luoghi comuni possono essere trovati in vari contesti, dalla letteratura alla conversazione quotidiana, e spesso servono come scorciatoie per esprimere pensieri complessi in modo semplice, anche se a volte superficiali.

Una definizione tutto sommato negativa, che induce a pensare che il luogo comune sia tanto banale da dover essere bandito dal discorso collettivo.

Eppure, ieri, ragionando, mi sono reso conto che se non ci fossero i luoghi comuni, luoghi che per tutti noi vogliono dire la stessa cosa, non potremo discutere. Il luogo comune è un ponte che possiamo attraversare insieme, un luogo in cui non serve discutere, perché siamo già d'accordo. É un luogo di pace.

Persino la parola è luogo comune. I nomi delle cose non sono forse luoghi comuni? Se ognuno di noi chiamasse la rosa per un altro nome, potremmo davvero discutere della sua bellezza senza incappare in complicati malintesi?

In un momento così teso della società, in cui muoiono persone per volontà altrui, dove le bombe sono giustificate dall'odio, e l'odio è giustificato dalla fede, come si può non amare il luogo comune? Perchè alla fine, è proprio di questo che abbiamo bisogno.

Di un luogo comune.

E ce lo abbiamo, è qui. É attorno a noi. É un ragionamento utopico, idealista, ne sono consapevole, ma lasciatemi almeno una volta sognare il desiderio di un'umanità unita, che accetti che la terra sia la terra di tutti, che possa vivere insieme, in pace, collaborando, senza che individui pretendano ciò che è di altri come se fosse loro. Un'umanità che non eserciti più violenza, ma provi sempre, in ogni momento, a cercare un dialogo, un punto d'incontro: un unico luogo comune.

Forse un giorno ci arriveremo, grazie alla tecnologia, grazie ad un rinnovato umanesimo che, confrontato con i suoi limiti, porterà l'uomo alla consapevolezza di ciò che è: un piccolo granello di sabbia tra le ruote del cosmo, insignificante, periferico, fragile come una scintilla nei fondi del mare. E in quel momento, chissà, forse un granello si alzerà, aprirà le braccia e chiederà all'altro granello accanto a lui di prendergli la mano.

E tutti rimarranno a guardarsi, ad abbracciarsi, e a godere di quel poco di fortuna che ci è stata data.

I bambini non hanno colpe.

Alla prossima pagina.

Perdersi per trovarsi

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Sono arrivato ad una conclusione, figlia dei miei anni di viaggio e di scoperta: Il momento più bello di una vacanza, è quando ci si perde. Non ho dubbi a riguardo e il motivo è semplice. Perdersi significa incontrare l'ignoto. É un momento di sospensione, ma anche di riscoperta di ciò che siamo diventati, un'opportunità per cacciare o fissare comportamenti, riflessi, echi di noi stessi.

Ma cosa significa perdersi? E cosa significa ritrovarsi? Noi siamo sempre noi, abbiamo sempre la possibilità di sapere chi siamo, eppure, come l'occhio che non vede sé stesso, siamo un mistero a noi stessi. É una condizione inesorabile e non possiamo, almeno di avere uno specchio dell'anima, vederci davvero.

Uno specchio dell'anima... un amico, una compagna, un'amante, a volte anche uno sconosciuto. Specchi sono gli incontri con la novità, che non può che avvenire nel momento in cui ci perdiamo, e che ci costringono a ridefinire ciò che siamo, ciò che ci piace, ciò che desideriamo.

Come sapete, ho cambiato molte volte scuola da piccolo. E ogni volta avevo l'opportunità di perdermi. Perdermi tra i lunghi corridoi, nelle nuove aule, ma anche tra i nuovi compagni, e anche, di rimando, in un nuovo me stesso. Essere un'ardesia vuota da scrivere agli occhi degli altri è un toccasana per tutti coloro che non vogliono avere etichette, che fuggono dai pregiudizi, che ambiscono ad essere altri.

Un mio caro amico, per trovare sé stesso, è dovuto fuggire dal luogo in cui era cresciuto, in Sicilia. Il motivo era - tra i tanti - che il crescere in quella città gli aveva imposto un'etichetta che era ormai più simile ad un marchio a fuoco che ad altro. Se l'individuo continua a crescere, perché legge, perché incontra nuove persone, perché si perde appunto, nell'ignoto, ha bisogno che gli si venga riconosciuta quella nuova identità, altrimenti, soffrirà.

Ma nei meccanismi degli uomini e della vita, vige l'omeostasi, che in poche parole è quella cosa per cui, quando arriva un cambiamento, gli organismi tendono a voler tornare alla situazione precedente, per una mera questione di sopravvivenza. Perché in buona sostanza, la vita sa che ciò che non conosce è potenzialmente pericoloso. E ciò invece che conosce, per via dell'esperienza acquisita, è sicuro. Da lì la famosa paura dell'ignoto.

La vita è allo stesso tempo refrattaria al cambiamento, ma soggetta ad esso tramite l'evoluzione.

Se un individuo cambia, perché in un certo senso è "illuminato", non è detto che la società attorno a lui sia capace di accettare quel cambiamento, proprio perché quel cambiamento costringe anche la società a trasformarsi.

Il cambiamento non cambia solo noi stessi, ma anche tutti coloro che ci circondano. Per questo motivo cambiare sé stessi vuol dire cambiare il mondo. Ecco perché Gandhi diceva: "Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo."

Perdersi, sotto questa ottica, diventa lo strumento che lava via i preconcetti, che stende una tela vergine sulla quale la nostra coscienza può ridisegnarsi. Perdersi è l'igiene dell'anima.

Quindi un giorno al mese, lasciamo stare il GPS, lasciamo stare i programmi, i "to-do", le preparazioni, i progetti e perdiamoci.

Perché solo così potremo capire davvero chi siamo davvero.

Alla prossima pagina.

Il Consenso degli altri

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Il Consenso degli altri
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Quanto conta il consenso degli altri?

Quante volte ci siamo ritrovati a pensare con la testa di qualcun altro? A me è successo tantissime volte. Anzi, penso addirittura che nei miei 44 anni, siano di più gli anni in cui ho scelto seguendo il consiglio di terzi piuttosto che il mio.

Ma le migliori scelte, quelle che hanno cambiato la mia vita, quelle le ho fatte senza il consenso di nessuno.

Ora che sono adulto, a pensarci bene, mi pare una vera follia non pensare con la mia testa. Ma è un discorso complesso, che nasce dalla formazione, dalla mimetica, cioè da come si crea l’apprendimento negli uomini. Il primo modo di imparare è per imitazione, quindi, in fondo, tutti noi cresciamo con un principio naturale che ha permesso alla vita di sopravvivere milioni di anni: "coloro che vengono prima di noi, hanno ragione su tutto." Il che è vero, e salva gli infanti da morte certa. Il fuoco brucia, nell'acqua si annega. Insomma, l'esperienza ha un suo valore intrinseco, è indubbio.

Ma quanti di noi sono poi riusciti a svincolarsi dal delegare tutto all'esperienza - che sia altrui o popolare- da abbandonare questo affrancamento della responsabilità?

Coloro che scelgono per noi non rimangono per forza i genitori, possono essere il compagno o la compagna, un fratello, una cugina, un amico, un influencer.

Ognuno di noi è vittima di questa trappola, poiché è insita nella crescita umana. Ognuno di noi è “programmato” per non pensare con la propria testa sin dall’infanzia, perché, da infanti, la nostra testa è vuota, priva di conoscenza.

Ma arriva un momento in cui la nostra testa ha il diritto di pensare per sé. Non solo il diritto, il dovere. La manifesta capacità di pensare meglio degli altri, soprattutto per quanto riguarda le nostre scelte, la nostra vita.

La vera crescita, il "secondo livello" se vogliamo, è liberarsi dalle voci interiori ed esteriori, liberarsi da quella ricerca di assenso e consenso per una scelta che temiamo di fare. Scegliere per noi stessi, prenderci le nostre responsabilità.

Come dice la Nike: "Just do it."

Applico questo metodo ormai da molti anni, da quando ho capito che molti di coloro che incontravo e che tuttora incontro, paventano conoscenze che sono in realtà pozzi di ignoranza, e si lodano di meriti che meriti non sono. Come dice un’altra pubblicità: “perché io valgo.”

Certo, valgo. Ma non solo. Sono fiero di prendermi le mie responsabilità e di dire, nel caso succeda il peggio: “Si, questa cazzata l’ho fatta io.” E anche, ovviamente “Sì. Ci sono riuscito ed è merito mio.”

Vi faccio questa domanda: quando chiedete consiglio a qualcuno riguardo ad una vostra scelta di vita, quella persona davanti a voi, ha dimostrato di saper fare meglio quella scelta di voi?

Se è "no", allora vuol dire che siete ancora intrappolati nella paura di prendere le redini della vostra vita. Se è "si", allora siete l’allievo che presto, spero, supererà il maestro.

E se invece non avete più nessuno a cui chiedere, perché nessuno è in grado di capire davvero la situazione?

In questo caso, il maestro siete voi.

In definitiva, il viaggio attraverso le sfide della vita ci porta ad affrontare molteplici pressioni esterne. Il consenso altrui, per quanto confortante, può diventare una gabbia se non impariamo a distinguere tra ciò che gli altri ritengono giusto per noi e ciò che veramente desideriamo. La vera libertà nasce quando siamo capaci di prendere decisioni autentiche, basate sulla nostra intuizione e conoscenza, piuttosto che sull'approvazione altrui. Se vogliamo vivere una vita soddisfacente, è essenziale imparare a fidarci di noi stessi e delle nostre capacità.

Perché la scelta più importante da fare è se vivere la nostra vita o quella di qualcun altro.

Alla prossima pagina.

Il desiderio dei desideri

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Il desiderio dei desideri
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Quanto proiettiamo i nostri desideri in ciò che ci circonda? A volte penso che molti dei significati che noi diamo alla vita, siano in realtà dei desideri reconditi, un modo quasi infantile di plasmare la realtà secondo il nostro volere.

Vi è una certa ingenuità in questo processo mentale, ma anche una fonte inesauribile di poesia. Cosa sarebbe il mondo, se non avessimo gli occhi per vederlo, se la nostra imperfezione non facesse, appunto, di questa realtà, qualcosa di magico, di imperfetto.

In realtà, è un punto cruciale del concetto di "magico". Magico è ciò che non può essere spiegato con la conoscenza che si ha in quel momento. Magico è ciò che la nostra imperfezione (sia cognitiva che fisica) proietta sul mondo.

Io sono miope, ci vedo molto male da lontano, e quindi porto gli occhiali. Questo mio essere imperfetto, mi ha costretto molte volte a fare uso di altri strumenti per compensare, uno tra tutti l’immaginazione. Io non vedo i tratti di una persona da lontano, devo riconoscerlo per altri suoi “tratti”, magari non facciali, ma corporali, la postura, la schiena, le proporzioni, oppure la voce.

Ma tornando alla magia, l’amore non è forse questo? Occhi imperfetti che accettano la perfezione in colui che ha la fortuna di essere amato? Molti amori però sfumano quando la vista si acuisce, quando ci avviciniamo, quando riusciamo a vedere i tratti più fini, quelli celati, i difetti, le qualità inespresse, quelle cose che ci ricordano magari, qualcun altro...

Ma a volte – è un caso più unico che raro, lo ammetto – a volte due anime si incontrano, e più si guardano, più si conoscono, più si avvicinano e più si amano. È una magia ancor più potente delle altre, quasi mistica, divina. Qualcosa di così perfetto che supera persino la crescita, la consapevolezza. É come la natura. Avete mai guardato una foglia? È perfetta. A qualsiasi livello la si guardi, i suoi disegni sono organici, ogni cosa è a suo posto, è funzionale, ma è anche bella. È la vita. Ecco, l’amore più potente somiglia proprio a questo, è vivo, è necessario, e pulsa nel cuore di coloro che unisce.

Ed è di questo amore che parlerò ne “l’Anello di Saturno”. Un amore eterno, che va oltre gli uomini, persino oltre gli Dei e oltre il destino.

Devo ammettere che ero indeciso all’inizio se affrontare un tema così delicato e soprattutto trito e ritrito come l’amore, ma – proprio come la foglia – più lo affronto e più sento che vi è uno spazio enorme nel quale giocare. Un campo che va al di là dei miei confini, che non mi stufa e non mi sazia.

Ora capisco perché centinaia di poeti prima di me lo hanno esplorato in largo e in lungo, perché è inesplorabile, e nulla è più magico di ciò che non finisce mai.

Alla prossima pagina

La crisi dell'artista

Diario D'artista
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La crisi dell'artista
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Ieri ero in crisi nera, non sapevo se continuare a scrivere. Succede.

La mia crisi verteva sulla fattibilità economica della scrittura, sulla mia abilità, in un modo o nell'altro, di rendere questa arte un lavoro redditizio. Una sfida a dir poco colossale.

Ora recito, ho un lavoro fortunato, che ho conquistato negli anni, più di 20 di carriera. Invece nella scrittura sono agli inizi, sto facendo la gavetta, se così si può dire, e va bene così. Ma è evidente che da una parte (la recitazione) ho il successo, dall'altra, invece, faccio fatica e ancora non ho trovato il mio pubblico.

Piano piano sento che sta arrivando, che è qui dietro l'angolo, che ci stiamo per incontrare. Ma un libro non basta per dimostrare di saper scrivere, o di essere uno scrittore. Nemmeno il diario basta, devo scrivere altri libri.

"Devo."

Ecco che con questa parolina, l'hobby diventa professione, ecco che entra in gioco la disciplina, quella la volontà ferrea che ti obbliga a produrre a fare, a vendere. Ma l'arte in tutto questo dove finisce? Rischia di essere dimenticata?

É un discorso complesso e vecchio come il cucco, ho scritto tanti articoli a riguardo e non voglio ripetermi, ma la convivenza tra arte e impresa è davvero un ambito delicato, nel quale vi è una crisi ad ogni incrocio.

Il motivo per cui sto affrontando "l'Anello di Saturno" come una serie di cinque volumi è vario, ed è sia artistico che imprenditoriale. Da una parte, la mole di scrittura richiesta è enorme, almeno quattro volte la Divina Avventura, e il rischio che mi prendo è piuttosto alto: perché voglio scrivere tutta la serie prima di pubblicarla, in modo da avere una forte coerenza tra i volumi.

Ma se per caso il primo volume non piace? Avrò scritto altri quattro volumi "a vuoto" (sempre parlando del lato impresa della scrittura, naturalmente. Il processo di scrittura artistico non è messo in discussione).

Quindi, per abbassare un po' questo rischio d'impresa, se possiamo chiamarlo così, ho scelto un genere che sapevo potesse interessare anche gli altri, il "romance". Poi la serie, come vedrete, si svilupperà attraversando, da volume a volume, tanti altri generi, il drama, il thriller, il mystery e altri che non dirò per non rovinarvi la sorpresa.

E poi, oltre l'impresa - dietro l'impresa - nel cuore, c'è l'arte della scrittura.

Scrivere è un processo strano, è un misto di creatività pura, di strutturazione quasi architettonica, di immaginazione, ricerca e studio di altri scrittori. É bellissimo, arricchente, divertente. É un'arte alla quale ho dedicato migliaia di ore di lettura di manuali, manoscritti, consigli, studi.

Quindi oggi proverò ad alzarmi con una volontà rinnovata, con la consapevolezza che ho scelto di seguire una strada, quella della scrittura, che non è facile, e che soprattutto sembra essere tra le più difficili da far diventare economicamente viabili. Ma ci voglio provare. Se non ci riuscirò con l'Anello di Saturno, allora ci proverò con la prossima e la prossima ancora.

Non è certo venuto il momento di arrendersi. Però ecco... penso che l'età porti ad un "abbassamento" della soglia di resa. Più passano gli anni, più ci si arrende facilmente. Forse per paura, forse per stanchezza, chissà.

Quindi è fuori discussione fermarsi: questa è la mia ultima grande mossa - probabilmente - e me la voglio giocare fino in fondo.

Oggi voglio ringraziare questo diario. Queste strane pagine, nate un po' per caso, dentro le quali spazio nei miei pensieri, scavo e scopro dentro di me risposte che non conoscevo. É un processo che mi aiuta ad andare avanti, e allo stesso tempo, a raccontarmi a voi in un modo che mai avrei pensato possibile.

Che strana avventura, la vita.

Alla prossima pagina.

Un violento desiderio di rivalsa

Diario D'artista
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Un violento desiderio di rivalsa
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Ho una teoria sull'artista, piuttosto complessa e alquanto contrastante.

Ho la sensazione che uno dei motori dell'artista, in generale, sia il desiderio sfrenato di essere amato. Un desiderio che penso nasca in età giovanile.

Spesso, lo si può vedere dalle biografie, gli artisti sono persone difficili, con passati turbolenti e anime fragili, complesse. Non penso sia una coincidenza.

Nel mio caso, credo di essere stato spinto da un desiderio di rivalsa, come di una lotta perenne con il mondo che mi circondava, con tutto ciò che pensavo potessero pensare gli altri. "Ce la farò" sembrava dire il mio costante produrre. "Nonostante tutto, nonostante so che pensate che non ce la farò, che non è possibile, che è da folli."

Ma perché? Come mai questa spinta?

Se dovessi fare un'analisi del mio passato, direi che proviene da una commistione di eventi e sensazioni. In parte viene da quell'essere cresciuto in una bolla dove cambiavo scuola e paesi, ma non può essere solo questo. Da giovane ero piuttosto effeminato, sia nelle movenze che nei tratti, almeno secondo gli standard maschili dell'epoca. E mi chiamavano "Frou Frou" e ricordo che subivo - per questo motivo - quello che ora chiamano bullismo. Non era bullismo scolastico, ma vacanziero. I miei genitori andavano sempre nello stesso villaggio ligure per le vacanze, e lì ho subito per molti anni, per molti mesi, questa forma di violenza.

Penso che sia questo che abbia alimentato il mio desiderio di rivalsa.

Ogni volta che facevo un film famoso, che diventavo protagonista di una serie conosciuta, c'era qualcosa in me che diceva "Ecco, ora quelli lì vedranno che non sono così come mi dipingevano, che sono bravo, che ce l'ho fatta". Ovviamente, non fui mai del tutto dissetato, perché per quanti successi avessi, quella non è una strada che porta alla vera sazietà, a un momento in cui si può dire "basta, ecco, sono contento".

Un altro fatto che ha alimentato il mio perseguire l'arte è quella sensazione di non essere all'altezza, quella sindrome dell'impostore che mi accompagna. Anche lei ha lati positivi e a volte, mi ha spinto a migliorarmi, a cercare angoli bui dove fare quello che gli altri non avevano mai provato a fare.

Ma ora? Ora che sono grande, non ho più bisogno di tutto questo. É come se tutti questi motori fossero diventati antiche zavorre, che sono ancora lì solo perché una parte di me non li vuole lasciarle andare, perché quella parte di me ha paura che senza quelle zavorre, non rimanga molto.

Ora però sento che è venuto il momento di accettare che non sono più quel ragazzino fragile che non sapeva bene con quale postura affrontare il mondo. Sempre ingobbito, dalla voce acuta, incerto su sé stesso e alla ricerca del consenso. Sento che è venuto il momento di affrontare la mia maturazione, sia come uomo che come artista.

É facile dirlo ora che sto lavorando come attore, che so che ho una base economica stabile che mi permette appunto di ragionare in questi termini. Ma nel momento in cui questa base venisse a mancare? Sarei davvero così spavaldo nei miei intenti? Riuscirei a mantenere la sicurezza necessaria per lasciare segni tangibili, coerenti e forti come artista?

Non ne sono sicuro.

Ecco... scrivendo mi rendo conto che la sicurezza nell'arte non è solo un motore che permette di investire nella propria arte, ma è anche una condizione di partenza per una fase più matura. Ho fatto le mie scelte, ho scelto di fare il paradiso delle signore proprio per avere una base economica solida per poter scrivere i miei prossimi libri con tranquillità.

Un lusso. A volte mi chiedo se la comodità non sia in realtà un velato handicap. Se la mancanza di difficoltà circostanti non renda l'arte prodotta troppo "morbida" e poco incisiva, non so se mi spiego...

Ho cominciato questa pagina con la premessa che forse l'arte nasce dal disagio, e che poi si sviluppa come uno strumento del desiderio per essere amato, ma quando l'artista raggiunge la maturazione, che sia economica o spirituale, allora la sua arte che cosa diventa? Qual è il suo posto in questa nuova esistenza?

E poi, esiste davvero una "fase matura dell'artista", oppure è solo un'illusione per ignorare che il tempo passa, e che i migliori anni - forse - sono dietro di noi?

Alla prossima pagina

Il freddo cuore delle macchine

Diario D'artista
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Il freddo cuore delle macchine
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Nell'articolo precedente ho parlato del mio lato nerd, e di come mi abbia portato alla "periferia degli altri."

Ma ci sono, come sempre, molti risvolti. Molti lati ai difetti, che poi, in fondo, sono qualità inespresse.

Parecchio di quello che ho fatto finora, da un punto di vista creativo, viene da questo mio desiderio di unire la cultura della tecnologia con quella della narrazione. Il mio percorso verso raccontare le storie è fortemente permeato dal mio lato nerd. Ma non solo, anche il modo in cui approccio l'aspetto programmatico del self publishing deriva da questo modo di pensare. Mi piace automatizzare, mi piace delegare i compiti banali alla macchina, così da ritagliarmi il tempo di tuffarmi nella creatività pura, nel flusso di coscienza, in cui mi perdo e mi ritrovo.

Penso che l'unione di questi due aspetti, nerd e narratore, sia forse quello che più caratterizza non solo la poetica dei mei racconti, ma anche la loro forma. Io scrivo su internet, queste pagine sono quello che alcuni potrebbero definire una "Nerdata".

"Il diario d'artista" appare in varie forme in base a dove viene fruito. Via e-mail è testuale, sul mio sito è un'unione di testo e voce, su Instagram è un video con i sottotitoli, su Spotify è un podcast audio. Ho organizzato tutto in modo da non dover ogni volta fare i post su Sito, Facebook, Instagram, Spotify, e-mail, twitter (x) perché sennò non riuscire a fare altro. Quindi, ho sviluppato dei processi di automazione. Io scrivo l'articolo sul sito, e il resto "si fa da sé" con un po' di programmazione. Niente di più nerd.

Senza tediarvi nei processi di automazione che esploro per poter fare di più facendo di meno, posso dirvi che le possibilità sono davvero illimitate per chi ha creatività e voglia di tuffarsi. Sarò felice, se vi interessa, di scrivere una pagina più "tecnica" dove espongo alcuni degli strumenti e piattaforme che uso per comunicare la mia arte.

Spesso vengo attraversato da una paura, quella di vedere il "tocco umano" sfumare via. Chi ha letto la Divina Avventura penso lo abbia percepito. Ho paura della digitalizzazione delle anime. Mi sembra che la società stia prendendo una deriva transumanista eccessiva, in cui la mente la fa da padrona, in cui il corpo e le sue necessità primordiali sono viste come un tabù, come una cosa da evitare, e in cui l'anima viene relegata ad un'equazione.

Chi ha letto libro sa che io non la penso così, nutro un grande amore per la vita, per l'ignoto. E attraverso le parole di Overton, sono io che parlo, che urlo ai ragazzi di fuggire da quelle torri nere, di partire alla scoperta dell'orizzonte. Ma sono anche Kato, con i miei dubbi, il mio tragico scoprire che ciò in cui credo non è sempre vero, e la mia natura umana, fragile, e soprattutto, effimera.

Insomma, gli algoritmi di intelligenza artificiale sembrano poter sostituire l'artista. Fanno paura, è indubbio. Ma se prendiamo per buono il concetto di artista che esprimo nella piccola favola di Hu-Ga, non penso che le macchine potranno mai essere artiste. L'artista va alla scoperta di ciò che non conosce, mentre gli algoritmi creano in base a ciò che funziona, a ciò che sappiamo che esiste. L'immaginazione è uno strumento molto più potente, poiché permette di far esistere ciò che prima non esisteva. É l'unico nostro atto davvero creativo e non demiurgico.

Davanti ad un mondo in cui, quando accendo la tv, vedo standing ovations per l'ennesima ripetizione di ciò che è stato visto, rivisto e stravisto. Davanti ad un mondo dove coloro che pensano fuori dal coro sono censurati, cancellati, dimenticati. Davanti ad un mondo che elegge l'algoritmo alla quintessenza della creazione, la mia risposta è che no, la vita non è questo.

La vita è una divina avventura, è misteriosa, è ignota, e non sarà mai completa.

Alla prossima pagina

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