Scrivo, recito, vivo

Finalmente sono tornato a pieno regime. Giro il Paradiso delle signore, scrivo la saga, seguo le vendite della Divina Avventura, e vivo la vita.

In questi mesi intensi che hanno prima preceduto il lancio del libro e poi i mesi a seguire, ho imparato tanto. C'è una qualità, nel fare ciò che si desidera, che nessun libro può insegnare. L'esperienza empirica. Il comprendere i nessi tra situazioni e opportunità che a colpo d'occhio sembrano slegate, e invece sono connesse.

Per esempio, ho scoperto che andando "da solo" mi sono precluso la possibilità di fare firma copie del libro e di uscire in libreria. É qualcosa che già sapevo e avevo fatto i conti con questo. Ma poi, vuoi per caso, vuoi per destino, vuoi per fortuna che, come dice Seneca, "è il talento che incontra l'opportunità" ho incontrato un'opportunità, appunto, che ho colto al balzo.

Un'opportunità che mi darà la possibilità di fare tutto quello che non ho fatto finora, senza dover rinunciare al lavoro fatto fino ad adesso. Più avanti vi informerò.

In questi giorni ho scritto il primo lungo capitolo del secondo volume della saga. Pagine strazianti, difficili, che mi prosciugavano mentre le scrivevo. É un'esperienza nuova scrivere una storia in volumi. Perchè quando scrivi un volume singolo, ti poni davanti alla responsabilità di "quando cominciare", ti devi chiedere in quale momento la storia inizia davvero, per evitare di raccontare fatti che non sono inerenti al grande disegno che hai in mente.

Ma quando scrivi in volumi, è diverso. Il secondo volume non può che continuare li dove il primo si è concluso. Ma come vi ho detto, questa storia non è solo una storia d'amore, ma di tempo e di destino. E quindi, anche se il secondo volume continua "lì dove il primo si è concluso", comincia 16 anni dopo. Non preoccupatevi, capirete tutto quando lo leggerete.

Mi chiedono spesso "ma quando riesci a scrivere con tutto quello che fai?". É una domanda complessa, nel senso che ci sono mille modalità di scrittura. C'è la prima fase, cioè lo scrivere "la storia", la struttura. É una fase lunga e cogitativa, che avviene perlopiù tra le fibre dei miei neuroni. Una fase in cui nomi, luoghi, eventi, sono fluidi, indistinti, in cui sono alla ricerca del tema, delle domande, dei miei desideri. Il momento in cui le idee mi vengono in mente e in cui, paradossalmente, non scrivo, proprio per permettere alla mia mente di maturare, di produrre con libertà. Questo lo faccio sostanzialmente sempre, ovunque, persino nel sonno.

Poi, strutturata la storia, passo alla fase creativa. Una fase in cui scrivo letteralmente le scene. In cui piano piano la storia prende corpo e da favola che era, diventa qualcosa di tangibile, in carne ossa, mura e meteo. Questa è la fase più difficile per me, perchè richiede almeno un paio di ore di solitudine, nel quale posso immergermi nella mia fantasia, e creare di tutto punto qualcosa di interessante. Una fase che somiglia alla recitazione, in un certo senso.

Provo a creare ogni giorno, ma purtroppo non riesco, poiché non è facile, considerando la mia fitta agenda, infilare 2 ore di buco di fila. Ma faccio di tutto per farlo e rinuncio a molte altre cose.

Infine, c'è l'editing, il pulire e limare la prosa. Individuare le incoerenze, aggiungere piccoli dettagli, trovare il tono e la voce del narratore e fare in modo che tutto sia consistente su tutta la durata del testo. Spesso faccio questo lavoro nel pomeriggio, tra un momento e l'altro. Il bello di questa fase è che può essere fatta a piccoli blocchi, perchè sono già stati scritti.

Spesso, durante una scena di buco sul set, dopo che ho cambiato costume, mi siedo alla mia scrivania del camerino, e mi immergo, per quanto possibile, nel mondo che sto immaginando.

Mi piacerebbe un giorno dedicarmi esclusivamente alla scrittura, avere uno studio personale, un luogo dove coltivare la mia immaginazione, con libri, legno e il mio fedele computer.

Sono convinto che arriverà.

Scrittura e Recitazione

Ho ricominciato a girare "Il paradiso delle signore". É incredibile come recitare mi influenzi l'immaginazione.

Spesso mi rendo conto che a forza di frequentare un personaggio, ne assorbo i desideri, le paure, che poi si riflettono sulla mia scrittura. Tancredi in questo periodo di Set sta vivendo delle esperienze molto forti, potenti, che rimettono in discussione tutta la sua vita. E vuoi per osmosi, vuoi per sensibilità, io faccio lo stesso con i personaggi che scrivo.  A volte mi capita addirittura di creare situazioni simili a quelle che ho affrontato sul set, come per proiettare altrove quello che ho vissuto "davvero". 

Questo comunicare di arti che passa dal mio corpo alla mia mente, al mio cuore, è una vera fortuna. 

Sto scrivendo assiduamente. Mi sto occupando della stesura di ciò che deve accadere in ogni volume della saga. Il primo volume è completo, il secondo volume era già chiaro, quindi facile. Gli altri tre hanno invece richiesto molta immaginazione per essere completati in modo da continuare a portare avanti la fiaccola dell'interesse. Sarà un esercizio di destrezza narrativa non indifferente, ma sono fiducioso, perchè mi sto divertendo un sacco a creare colpi di scena. E questo è un buon segno.

Nella saga dell'Anello di Saturno, il destino sarà al centro della poetica, una voce importante. Ovviamente, quando si affrontano le tessiture del fato, non si può non prendere in considerazione il libero arbitrio. Le scelte.

A volte, mentre sto per strada e cammino con le mie cuffie attraverso il flusso di persone che mi viene contro, mi chiedo come sia possibile che esistano così tante realtà tutte l'una vicina all'altra. L'umanità sembra un organismo multidimensionale, dove ognuno di noi ha desideri, paure, obiettivi, amici, parenti, storie e ambizioni diverse.

Eppure, siamo tutti collegati dalle scelte che facciamo quotidianamente. Il famoso "libero arbitrio".

Ma se dovessimo risalire alle origini di tutto - "La catena della colpa" come le chiama Kato - potremmo davvero parlare di libero arbitrio? Io non ho scelto il mio nome, nemmeno dove nascere, in che tempo vivere, in che corpo essere. Queste sono variabili che influenzano enormemente il nostro futuro.

Per esempio, nutro dubbi sul fatto che se non fossi cresciuto un bel ragazzo avrei fatto l'attore... Forse la vita mi avrebbe portato verso altri orizzonti. Forse mi sarei messo a scrivere subito. Oppure avrei studiato alla Bocconi. Oppure, oppure oppure… Non c'è fine all'immaginazione.

Sta di fatto che noi siamo il prodotto delle nostre scelte, ma anche di quelle degli altri. I miei personaggi, nella saga - ma anche nella Divina Avventura - sono spesso messi davanti a scelte critiche, cioè scelte che non permettono di tornare indietro. Trovo che siano determinanti per una buona storia. Poiché in quelle scelte si forgia e si definisce il carattere dei personaggi: Nelle azioni che conseguono.

Io credo più nell'azione che nella parola. Alla fine, i fatti parlano chiaro.

I due protagonisti dell'Anello di Saturno, che all'inizio sono poco più che adolescenti - giovani adulti come direbbero i professionisti - faranno scelte, vuoi per volontà, vuoi per destino. E queste scelte, ognuna di queste scelte, come il battito di una farfalla, avrà nel tempo degli effetti deflagranti.

E date che mi piace giocare con la magia, persino il destino sarà coinvolto...

Amore e Destino, due entità opposte che nella saga si dovranno scontrare, incontrare, conoscere, e chissà forse amare.

Che cos'è l'originalità?

Ricorderò sempre le parole di Anna Laura Messeri, che fu la direttrice della scuola del teatro stabile di Genova, nella quale ho avuto la mia prima vera infarinatura artistica.

Ognuno dei miei maestri aveva una cultura teatrale, artistica - e attoriale - davvero vasta. Aver potuto frequentare queste persone, ascoltarle, il tutto gratuitamente, è stato per me una fonte inesauribile di creatività per gli anni a seguire. Ogni volta che mi sento perso, oppure che non so quale scelta fare, tendo a ritornare a quei momenti, a quelle discussione che avevo con ognuno di loro, e ricordo i consigli fantastici che ricevevo.

Insomma, un giorno la direttrice, notando la mia ossessiva ricerca di originalità, mi disse una cosa che mi colpì davvero molto: "Flavio, essere originali non vuol dire non copiare. Essere originali vuol dire non essere copiabile!"

Una frase che sembrò un tuono per quanto scosse le mie certezze. Ma come, l'originalità quindi non è un rifugiarsi in luoghi dove nessuno è andato? Non è tentare nuove strade che nessuno hai mai osato?

Ero confuso. Avevo sempre visto l'originalità nell'arte come un segno di distinzione, di ricerca. Poi, compresi meglio cosa intendeva con quella frase. Rimuginando per giorni, cercando di spiegarmi meglio cosa intendeva, compresi: l'originalità è nella capacità dell'artista di far emergere la propria essenza, poiché essa non può essere copiata, in quanto perfettamente allineata con l'anima e la tecnica dell'artista.

L'originalità non è nel gesto tecnico e nemmeno nel concetto espresso e neanche nella potenza - o qualità - interpretativa, ma è in tutte queste sfaccettature insieme. Solo un approccio olistico può essere così complesso e originale da non essere "copiabile". L'artista diventa unico quando la sua espressione tecnica è naturale come il suo respiro, quando la sua immaginazione è libera - proprio grazie alla tecnica - di farsi comprendere da coloro che sono "fuori" dalla sua anima.

Ecco cos'è l'originalità. Non è una moda, non è una ricerca ossessiva del diverso. No. Siamo noi e tanto olio di gomito. Così tanto che finisce per sparire e fa emergere il diamante che ognuno di noi ha dentro.

Se davvero vogliamo essere originali, dobbiamo essere fedeli ai nostri desideri, a quello che sognavamo di essere a 5 anni, ma non è sufficiente. Poi dobbiamo studiare, studiare così tanto che non ce la facciamo più, e poi ancora e ancora. Fino a che lo studio diventa la forma naturale del nostro procedere, fino a che non siamo, noi stessi, l'espressione della tecnica che abbiamo fatto nostra. Solo in quel momento, potremmo, forse, ambiare all'originalità.

Questo pensiero sembra in una posizione quasi diametralmente opposta con un'altra famosa, attribuita a Picasso (sebbene la provenienza sia oggetti di dibattito): "Il bravi artisti copiano. Il grandi artisti rubano".

Cosa vuol dire? Che il grande artista deve avare una sensibilità capace di cogliere l'unicum di ciò che ha di fronte. Questo non vuol dire però che, fatto questo "furto" (se davvero possiamo chiamarlo così), allora l'artista produce arte originale. No. Quello che intende dire la frase è che il processo di imitazione è sì, alla base della creatività, ma non è la punta.

Si parte dall'imitazione, proprio per un giorno farla così tanto nostra da reinventarla, da produrre qualcosa di originale, proprio perchè intrisa della nostra essenza, della nostra anima.

E invece per voi, che cosa è l'originalità? Vi aspetto nei commenti.

le Paure di un Attore di 44 Anni

Questa è la settimana della scelta.

Come vi ho scritto nella pagina precedente, ho scelto di scrivere una pentalogia, una saga in cinque volumi. Una storia d'amore, di tempo e di destino.

Ma ora ho una scelta altrettanto importante da fare: Continuare o meno il "Paradiso delle signore".

Come molti di voi sanno, oltre a scrivere recito, e in questo ultimo anno ho intrapreso l'avventura di recitare "Tancredi di Sant'Erasmo" nel fantastico Daily di Rai Uno. Un personaggio molto ambiguo, c'è chi dice terribile, manipolatore, ma innamorato. Io lo definisco "il lato oscuro del romanticismo."

Ho cominciato a girare la serie del paradiso - che andrà in onda ora - a Maggio. Sono molti mesi di lavoro, per fare una stagione, lavoriamo ininterrottamente da giugno a gennaio dell'anno successivo. Durante lo shooting, è molto difficile partecipare ad altri progetti, perché siamo molto impegnati sul set.

Tancredi è un personaggio che ho imparato ad amare, e che in questa stagione avrà molte trasformazioni. Molti segreti, molte scoperte. Insomma sarà sicuramente al centro del fulcro narrativo.

A questo punto vi chiederete per quale motivo dovrei essere titubante se continuare o no a recitare dentro a questo stupendo progetto. Innanzitutto, dovete sapere che - per fortuna - in questa stagione, sulla Rai, uscirò con altri bei progetti, un fil m tv su Margherita Hack in cui interpreto il marito di lei, Aldo de Rosa (uno scrittore peraltro) e una serie sulla caduta del fascismo in cui interpreto Umberto II di Savoia. Insomma, sarà uno di quegli anni in cui sarò come il prezzemolo. Poi, c'è "La Divina Avventura", e poi ci sono i libri che sto preparando. Infine c'è il Diario. Ah, dimenticavo, ho una figlia di 6 anni e una meravigliosa famiglia. Insomma, ho moltissime cose e pochissimo tempo. E questo è il mio primo timore.

Un altro timore è quello di rimanere incastrato in un ruolo o in un progetto. E' una paura che ho, quella di essere poi relegato a "tu sei quello del paradiso". Ma non credo di incorrere in questo pericolo. In fondo sono anche quello de "Un medico in famiglia" oppure de "Distretto di polizia". Insomma, di progetti popolare (e non) ne ho fatti tanti, quindi oso sperare che piano piano la gente riesca a riconoscermi per tutti questi messi insieme.

L'ultima paura, la più grande, è il timore di perdere opportunità di lavoro. Come vi dicevo, facendo una serie importante come il "paradiso delle signore", non ho la possibilità di affrontare altri protagonisti. E con i miei 44 anni, sto entrando in un'età che viene definita "l'età dell'oro" per l'attore uomo. Sono ancora in forma, ma ho esperienza, so recitare e posso affrontare personaggi importanti, che hanno un bagaglio di vissuto forte ed emozionante. Sento di essere pronto a regalare interpretazioni complesse. E questo tipo di lavoro richiede un asseto diverso. Spesso è più facile farlo in un film, oppure in uno spettacolo teatrale, piuttosto che in una daily. Badate, Tancredi è un personaggio molto complesso e devo ammettere che quest'anno le giravolte emotive alle quali sono sottoposto non sono mica da ridere, anzi. Complimenti agli autori.

E poi dopo le paure, ci sono anche le cose  belle. Lavorare nel paradiso delle signore è come lavorare in una grande famiglia, si comincia a conoscere tutti, ci si saluta, ci si sente via Whatsapp. Ci si scambia opinioni, si affrontano le difficoltà del set insieme. Si trovano compromessi.

E poi è un lavoro che mi da molta stabilità, e nei giorni liberi che mi rimangono durante le settimane (perchè ci sono) posso scrivere. E questo, per chi ha imparato a conoscermi, non è un dettaglio da poco.

Insomma, domani devo incontrare il mio agente, Luca. Un amico. Sono 20 anni che lavoriamo insieme. E con lui parlerò del da farsi. Lui penso che preferisca che io salpi verso nuovi orizzonti. Io… io non lo so. Ma lo scoprirò a breve.

"L'anello di Saturno" - Un'Avventura d'Amore, Destino e Tempo

Oggi ho fatto una scelta importante, che definirà i prossimi anni della mia vita. Ho deciso che il prossimo libro non sarà uno, come avevo previsto, bensì 5. La sotira ha un respiro così ampio che non voglio relegarmi ad un volume soltanto. Questo ovviamente è una scelta difficile, perchè significa scrivere e strutturare una storia che possa reggere per ben 5 libri da 200-250 pagine l'uno. Insomma, mi sto imbarcando in un'odissea mica da ridere che richiederà almeno un paio di anni per essere completata.

Proverò ad andare il più velocemente possibile, anche perchè non amo perdere tempo, ma visto che ormai mi conoscete, sono un perfezionista, quindi non intendo pubblicare nulla fino a che almeno i primi 3, forse 4 libri sono pronti. Temo che questo significa che per il tempo a venire, il diario sarà il mio modo di aggiornarvi in quella che sarà certamente l'avventura più complessa, dal punto di vista narrativo, che abbia mai affrontato.

Ho già la storia, che parte dal primo libro che stavo scrivendo. Arrivato a metà del libro, mi sono reso conto che volevo espanderlo, che aveva bisogno di più spazio. Quindi mi è balenata l'idea di procedere a divedere il libro in due volumi. Ma a questo punto, qualcosa dentro di me è scattato, e mi sono detto - se non lo faccio ora, quando lo faccio? - e quindi, 5 volumi, storia d'amore epica tra destino e tempo.

Ho strutturato i cinque volumi in una notte, ho deciso cosa sarebbe successo in ognuno di essi. Questo fine settimana dovrei riuscire a completare la prima stesura del primo volume, il che mi darà un aiuto per non sentirmi perso davanti a questa montagna da scalare.

Perchè l'ho fatto?

Perchè, in un certo senso, sono consapevole che la mia scrittura è ancora compressa. Che ciò che ho detto nella "Divina Avventura" sarebbe potuto essere sviluppato tranquillamente in una trilogia, dando ampio spazio ai personaggi, ai luoghi, alle storie del passato, etc etc. In questo sono pessimo, tendo a non spiegare, perchè mi sembra così evidente che temo di essere didascalico e pedissequo, invece poi scopro che sono ermetico e arrogante.

Insomma, a questo giro invece, sarà la fiera dello spazio, del godere e della descrizione. Voglio prendermi il tempo di scrivere senza fretta, senza quel desiderio di ottimizzazione che a volte mi fa uccidere semi che sarebbero potuti diventare meravigliosi alberi se solo avessi creduto in loro. A questo giro, colgo tutto, pianto tutto, evviva!
Il progetto per ora ha un titolo provvisorio : "L'Anello di Saturno" e sarà, come accennato, sviluppato in 5 volumi, ognuno il prosèguio del precedente. Non saranno episodi, ma bensì una saga. Immaginate una serie, di quelle che hanno la storia che procede in avanti. Ecco, 5 stagioni. Voglio prima concludere tutti i libri per poi poter uscire con ogni volume ogni 3 mesi. Così da creare una piacevole anticipazione, un desiderio di saperne di più, di sapere come andrà a finire questa storia che ho creato.

Il primo volume, ovviamente in stato estremamente grezzo, è il tassello fondamentale. In esso presento i personaggi principali, i temi e gli oggetti che saranno poi sviluppati nei volumi successivi. Ho le idee chiare e vi prometto che non vi deluderò. Ma vi chiedo solo di essere pazienti. Nel frattempo, potete (ri) leggere la "Divina Avventura", oppure - se già lo avete fatto - suggerirla ai vostri amici, regalarla a nipoti, figli, fratelli etc etc. Più siamo, più l'avvento dell'"Anello di Saturno" sarà speciale.

Detto questo, torno a scrivere che qui se non mi sbrigo divento vecchio prima di concludere!

Quanto conta la disciplina nell'arte?

Spesso, quando si parla di disciplina, si pensa ai militari, alle righe perfette, ai movimenti sincronizzati dell'armata rossa, alle severe bacchettate dei maestri degli anni 50.

Pochi, credo, quando sentono la parola "disciplina" pensano all'arte.

Eppure, l'arte richiede una grande disciplina. E non solo formale, ma anche mentale, emotiva. Ci vuole tempra per scavare dentro sé stessi e mostrare quello che abbiamo trovato agli altri. Quel "folle coraggio" di cui parlo spesso. Ogni arte ha la sua specifica disciplina. Per esempio, i cantanti fanno le scale, i ballerini la barra, gli attori leggono, parlano, allenano la parola.

E gli scrittori?

Gli scrittori scrivono. La disciplina dello scrittore è relativamente semplice. Ogni giorno, bisogna scrivere. Non importa se scrive un libro, oppure un diario o una poesia, l'importante è che le dita volino sulla tastiera! L'immaginazione è come un cavallo selvaggio, come Spirit nelle colline statunitensi. La libertà di viaggiare, di cavalcare l'erba, l'affrancamento dalla paura di esprimersi, si ottiene perdurando nell'esercizio.

Alcuni giorni fa mi chiedevo se valesse davvero la pena continuare a produrre due episodi a settimana del Diario. Ognuno di essi mi richiede un grande lavoro. Sia di scrittura che poi di registrazione, montaggio, etc…

Ne parlai con una ragazza scrittrice conosciuta su Instagram. E Le espressi questa mia incertezza. Lei mi disse che per lei il diario era diventato un appuntamento importante. Che lo aspettava con ansia. E che quando riceveva l'email con l'articolo, si ritagliava un momento speciale durante la giornata, si faceva una tisana e mi ascoltava in cuffia.

Devo ammettere che questo suo messaggio mi ha scaldato il cuore. Scrivere non è come essere a teatro, non ci sono gli applausi a fine spettacolo. Però ci sono i commenti, e grazie ai Social, a volte, quando la disciplina cede, il sostegno arriva da voi. E questo è davvero bello.

Insomma, continuerò, con disciplina, a scrivere il diario. Ma soprattutto sono arrivato alla conclusione che in fondo io non scrivo questo diario solo per voi. Ma pure per me stesso. Il diario serve, quasi come in una terapia, a scoprirmi, a sublimare le mie paure insieme a voi, attraverso un processo creativo, artistico.

Ogni pagina è una fotografia del mio spirito, che poi condivido con voi, provando a renderla il più interessante possibile, affinando la mia tecnica di scrittore e di attore.

In una società dominata dai video di 15 secondi, da messaggi fatti di emoji, da una comunicazione tanto dura quanto superficiale, penso che sia importante ritagliarsi un momento per andare a fondo, per racchiudersi in un pensiero, in un'emozione che non sia solo fatta di dopamina, di paura o di sesso.

Esistono le sfumature, e sono meravigliose. Dobbiamo accarezzare l'anima e mostrare a coloro che si sono dimenticati cosa significa, che è bello, che farlo ci permette di conoscerci e di diventare più forti.

Un articolo che ho letto alcuni mesi fa mi ha scioccato. Vi lascio il link se parlate l'inglese. In sostanza dice che circa 5-7 persone su 10 NON hanno un dialogo interiore.

Non ci potevo credere. Faccio ancora fatica a crederci. Possibile che così tante persone abbiano dentro solo il silenzio? Possibile che mentre camminano per strada siano assorti dal mondo e non dai loro pensieri? Non so se augurarmelo o no. Io non riesco a fermare i miei  pensieri, le idee. Non penso nemmeno di volerlo. Ma chissà, forse il silenzio è il segreto della felicità…

Voi che ne pensate? Ci credete a questa teoria che la maggioranza delle persone non ha un dialogo interiore?

Come rinunciai alla mia cittadinanza

Sono nato nel '79, ero tra quelli che avrebbero dovuto fare il famigerato "servizio di leva". Riguardo a questo, voglio raccontarvi un fatto che mi successe. Una cosa piuttosto incredibile.

A 19 anni, tornato dal collegio in Francia, mi iscrissi alla facoltà di informatica di Milano. Passai alcuni esami, ma presto compresi che seguendo quel percorso non avrei mai realizzato il mio vero sogno: creare videogiochi. Una notte, guardando Rai 3 e vedendo gli attori divertirsi nella LIIT (Lega Italiana Improvvisazione Teatrale), decisi di tentare anche io. Cominciai con un corso serale e da lì entrai nella prestigiosa scuola del Teatro Stabile di Genova.

Vi dico questo perchè, dopo essere entrato allo Stabile, fermai gli studi universitari e i militari si fecero ben presto sentire, per chiamarmi a fare il militare. Io, ingenuamente, dissi che frequentavo un'altra scuola. Ma quando dissi che era una scuola "di Teatro", la loro faccia fu più che sufficiente a farmi capire che mi ero infilato in un vicolo cieco.

"La tua scuola di teatro non è riconosciuta per il rinvio del servizio militare." Mi dissero. Al che, avendo io all'epoca la doppia cittadinanza italo francese (sono Nato a Parigi, mio padre è italiano e mia madre è Francese) risposi con un "Va bene, allora vorrà dire che lo farò in Francia."

Dovete sapere che in Francia il servizio militare era stato cancellato! E quindi ero convinto di essere sfuggito alla ferrea disciplina militre. Ma alcuni mesi dopo, una telefonata mi gelò il sangue.

"Visto che non fai il militare in Francia, lo devi fare in Italia."

Impossibile chiedere un permesso. Impossibile chiedere un rinvio. Il mio sogno di recitare si stava per infrangere davanti ad una burocrazia morente! Ero l'ultima leva a dover fare il militare! Cosa potevo fare? Avevo davvero una scelta? 

Un avvocato mi disse che una soluzione c'era, ma non era molto semplice… avrei dovuto rinunciare alla cittadinanza italiana. Avendone due, non sarei finito apolide.  Mi spiegò che avevo poco tempo, e che per farlo, dovevo andare all'ambasciata italiana di Francia, a Parigi.

Partii quindi da solo per Parigi e mi presentai all'ambasciata, vestito con una maglietta, un jeans i capelli arruffati e degli occhiali. "Voglio rinunciare alla mia cittadinanza italiana." dissi.

La segretaria mi guardò corrugando la fronte: "Va bene, puoi venire Giovedì prossimo." mi disse, fissandomi un appuntamento. 

Il giovedì successivo quindi mi presentai in orario, pronto a firmare qualsiasi cosa per poter finalmente seguire il mio sogno. Entrai nel grande ufficio dell'ambasciatore, con una grande scrivania di mogano, sopra il quale c'era un grande documento, un foglio di carta enorme, con scritto sopra una miriade di cose che non lessi, tanto il succo quello era.

"Dove devo firmare?" chiesi. L'ambasciatore (credo che fosse lui) mi indicò il punto in cui firmare, poi la segretaria aggiunse. "Dove sono i suoi testimoni?""

"I miei cosa?" chiesi frastornato dalla notizia.

"I suoi testimoni. Servono due testimoni."

Deglutii. "Urca, non lo sapevo." Sembravo un film di Pozzetto.

Uscii dall'ufficio e cercai se ci fossero persone disposte a farmi da testimone per rinunciare alla cittadinanza italiana. Trovai una gentile coppia che si offrì di aiutarmi.

Insomma, firmai, e il resto della storia la conoscete, divenni un attore in Italia, e partecipo attivamente alla crescita artistica del paese che adoro, purtroppo non come italiano, ma come uno straniero. 

Sembra un tema ricorrente della mia vita: sono straniero persino in casa mia.

La Mia Routine di Rigenerazione

Qual è il vostro primo ricordo di vacanza?

Quando andavo in collegio, dai 13 ai 19 anni, la vacanza era il momento in cui "andavo via da scuola" e tornavo dai miei genitori. Le grandi vacanze, poi, erano un momento di trasformazione. Passavo l'estate in un piccolo borgo ligure di nome Tellaro. Un luogo in cui ho sepolto mille dolori e mille amori. Un luogo che ho chiamato casa, pur sentendomi uno straniero per tutta la vita. Pochi amici, molte ferite. Ma era il luogo in cui sono cresciuto, in cui mi abbronzavo (passando inevitabilmente per scottature indicibili). Il luogo da cui tornavo per cominciare un nuovo anno in collegio.

Da giovane le vacanze erano il mio modo per rinnovarmi, per tornare un Flavio nuovo, pieno di esperienza, di cose belle da raccontare. Un'illusione, ovviamente, poiché tornavo sempre il solito ragazzo, al solito tempo, come direbbe il poeta che c'è un me.

Ricordo che un anno tornai così abbronzato che i miei amici fecero fatica a riconoscermi. Sono di carnagione chiara, e diciamolo, piuttosto restìo al sole. Ma quell'anno, forse fu quello dei miei sedici anni, passai delle vacanze sotto il sole. Probabilmente per amore.

Ora sono un adulto, un uomo, e la vacanza assume per me un valore diverso, un momento di pace e tranquillità in cui riposarmi. Mi aspettano 10 giorni di Sardegna, nel quale farò di tutto per rilassarmi. Ma riuscirò a non pensare, a non scrivere, a non generare idee? No. Lo so già. Non ne sono capace.

Anzi, quando mi immergo in seduto rilassanti, in momenti di vuoto, ecco che una valanga di idee fresche mi travolge il cuore. E sento la necessità di scriverle, soprattutto se sto, come adesso, generando una nuova storia. Sento il desiderio impellente di buttare giù qualcosa, di sentire che sto procedendo verso la fine, verso quel momento in cui la prima stesura è completa e inizia il lavoro "comodo", cioè l'editing, la bella, il momento in cui tutto torna, in cui i nomi dei personaggi si fanno roccia, in cui, come un indagatore, vado alla ricerca delle coerenze nei fatti e negli eventi della mia storia, in cui faccio ricerca minuziosa su un punto preciso, magari tecnico, che richiede fedeltà e realismo.

Insomma, io e le vacanze non siamo mai andati d'accordo. Vuoi per estraneità ai fenomeni di gruppo (non parlatemi di discoteche, fuggo) vuoi per incapacità personale di "vacare" nel senso latino del termine, cioè di trovare un vuoto.

Non sono capace di andare in vacanza, è questa la verità. Eppure, ci andrò. Quando leggerete questo articolo sappiate che starò cuocendo sotto un sole feroce, alla ricerca di una coca cola ghiacciata e un po' di ombra. La mattina, prevedo di scrivere con un bel caffè americano e il mio portatile. Il nuovo libro sta andando avanti, sono arrivato alla prima stesura del trentesimo capitolo, prevedo di scriverne 100, ma la sinossi è pronta, quindi la storia, nella mia mente, c'è.

Il dilemma ora è decidere se continuare come ho fatto con "La Divina Avventura" cioè andare da solo, senza casa editrice, oppure cambiare approccio e tentare un percorso più classico. Non riesco a trovare la risposta perchè dentro di me, come sempre, ferve il mio tragico desío d'indipendenza.

Prima o poi dovrò fare una scelta, ma nel frattempo, torno a giocare con Elettra sulle rive del mare, a ridere con lei, a gioire della mia famiglia e di quanto preziosa sia questa vita. Buone vacanze a tutti. Grazie di seguirmi. Ci vediamo al mio rientro.

Può l'Arte Resistere al Tempo?

Da giovane, collezionavo DVD. Avevo l'antologia dei miei due registi preferiti. Hitchcock e Kubrick. Possedevo tutti i loro film, che ho guardato e riguardato non so quante volte. I miei preferiti? Forse 2001 per Kubrick, anche se adoro il lento scorrere di Barry Lindon, e per Hitchcock, direi "Vertigo". Ma ognuno dei loro film è un capolavoro senza tempo.

Se dovessi scegliere tra Kubrick e Hitchcock, forse sceglierei Kubrick. Ammiro molto la sua capacità camaleontica di aver cambiato genere ad ogni film che ha affrontato. Sembrava deciso a vagare tra le trame dei generi e fare, di ogni sua opera, un mondo unico, che si aggiungesse al ventaglio incredibile di emozioni che aveva affrontato nei precedenti.

Solo Kubrick è stato capace di passare dall'incredibile comicità di Sellers in "Dr Stranamore" alla folle violenza di "Arancia Meccanica". Ogni suo film è un capolavoro che va preso quasi come una stella a sé stante, un universo a parte. Io ambisco a questo.

La domanda originale è però di tutt'altro sapore, quanto dura l'arte? Ha una data di scadenza? A volte mi fa paura il pensiero. Per esempio, guardo un capolavoro come 2001 che tratta di concetti alti, di antropologia, di filosofia, è lisergico, visionario, ma la parte nella base lunare, per quanto anch'essa visionaria, è figlia dei suoi tempi, della moda, della contemporaneità che si fa subito vecchia, antica.

Eppure, il film sopravvive al tempo, anzi, piano piano il suo valore, come i materiali nobili, aumenta. HAL, il computer intelligente che decide di uccidere gli uomini è più attuale di tanti cineasti moderni che vogliono parlare dei problemi dei nostri tempi. Certo, questo è dovuto allo scrittore del libro di Arthur C. Clarke, ma Kubrick ha saputo dipingerlo nel migliore dei modi e il film è il frutto di una collaborazione tra i due.

Kubrick ha dipinto HAL 2000 in maniera elegante, precisa, impietosa. Un occhio rosso che è diventato, nel corso del tempo, l'icona del grande fratello, di colui che tutto sa e tutto spia. Una presenza quasi divina, anzi - demoniaca.

Alcune case editrici dicono che un libro, passato i primi 6 mesi della sua uscita, è "vecchio". Davvero un libro ha una data di scadenza così terribilmente breve? Io voglio pensare che le parole scritte possano sopravvivere persino a colui che le ha immaginate, che possano solcare il tempo, surfare l'onda dell'evoluzione e parlare ai posteri, persino meglio che ai contemporanei.

Io sono certo che sia così, perchè quando rileggo i grandi filosofi greci, io vedo me stesso. Eppure loro non avevano il telefonino, l'intelligenza artificiale, l'elettricità. Eppure i pensieri sopravvivono. Per quale motivo? Penso che sia perchè i problemi fondamentali che affrontiamo, la morte, il divino, l'amore, il destino. Sono tutti temi che sono validi ora e lo saranno tra mille anni. Lo saranno fino a che rimarremo umani, finché saremo vivi.

Durante questo cammino verso il mio futuro da scrittore, ho incontrato molte persone, anch'esse appassionate dall'arte di narrare delle storie. Alla domanda "perchè lo fai?" quasi tutti mi hanno dato una risposta simile: "Voglio lasciare un segno, lasciare qualcosa."

In fondo, ciò che spinge l'artista a "fare" è questo: la speranza che quel suo gesto rimanga nel tempo. Che non abbia data di scadenza. Secondo voi l'artista è un illuso? Tutto prima o poi scompare oppure davvero coloro che sono toccati dalla grazia del mistero riescono a diventare immortali?

Vi aspetto nei commenti,

Quanto c'è di me in ciò che faccio?

Sono un romantico. Nel senso più stretto del termine, ciò non riesco a fare la differenza tra ciò che faccio e ciò che sono.

Lo sono così tanto che ho deciso di fare del mio lavoro la mia indole. Dell'arte la mia espressione. Questo approccio, così emozionante, fa si che una critica al mio operato come artista, spesso si ripercuota su di me come persona. Sono terribile ad accettare le critiche.

Poco fa ho scritto una pagina in cui parlavo di come fare delle critiche un punto di costruzione, un momento di opportunità per crescere. Ma in realtà io faccio fatica ad accettarle, perchè le prendo sul personale. Quando frequentavo gli Stati Uniti per promuovere la società di videogiochi che ho aiutato a fondare, e incontravo giornalisti per il videogioco che avevamo sviluppato, mi resi conto che questa caratteristica è molto comune negli italiani.

Addirittura è noto, nel mondo del lavoro statunitense, che gli italiani sono creativi, passionali e divertenti, ma hanno un grande difetto: prendono tutto sul personale. Gli statunitensi invece, così pragmatici, hanno ben chiara la delimitazione tra personale e lavoro.

Una critica lavorativa è esclusivamente mirata ad un certo aspetto della vita, quella del lavoro appunto. Da noi, una critica lavorativa rischia di finire con citazione di madri e insulti che farebbero rivoltare nella tomba i nostri avi in men che non si dica.

Quindi, alla domanda quanto c'è di me in ciò che faccio come artista, dovrei dire "tutto". Ciò che faccio è ciò che sono. Non c'è nessuna distinzione. I personaggi che scrivo sono frammenti di me, come pezzi di uno specchio rotto, che riflettono una parte più o meno sepolta del mio io.

Ogni volta che vengo attraversato da un sentimento o da un'idea, un agente dentro di me se la ricorda, ne prende nota. É un processo inconscio, al quale non faccio più nemmeno caso. Ma è come se sepolto sotto il mio io, ci fosse una valigia di ricordi, emozioni, sensazioni, che al momento giusto, mentre sono nella furia descrittiva di una scena, prendono il sopravvento e cominciano a riversarsi nelle pagine. A volte rimango stupito da quello che ho scritto, non perchè sia trascendentale o stupefacente in sé, ma perchè non mi sembravano idee o emozioni presenti al momento in cui posavo le dita sulla tastiera.

Per esempio, mi succede che nel recitare una scena, io venga travolto da qualcosa che in quel momento emerge in me, per via delle parole dette. Come se vi fosse un lato mio nascosto a me stesso, che attraverso il mio operato artistico si manifesta. Ricordo che quando girai cenerentola, mio nonno era mancato da poco. Alcune scene, che non erano legate al tema del lutto, furono invece delle valvole di sfogo durante le quali riuscii ad andare in un profondo contatto con questa parte ferita di me.

Oggi ho scritto una scena tra due personaggi del mio prossimo libro. Due donne sui 60 anni, Rosa e Flora. Entrambe con un bagaglio di odio e non detti lungo quanto una vita nei confronti l'una dell'altra. Mi aspettavo che dalla scena emergesse un'energia nervosa, violenta quasi. Un litigio almeno. Invece, le due donne hanno trovato un punto in comune nel loro dolore, qualcosa che poi le ha unite il tempo di un silenzio. E la scena si è conclusa con un invito a bere il tè e parlare. Non me lo aspettavo proprio. Chissà, forse significa che anche io ho bisogno di riappacificarmi? 

Personalmente, non penso che un artista possa distanziarsi a tal punto dalla sua opera da dire "è tutta tecnica". Almeno, io non vorrei diventare quell'artista. Penso che la tecnica, come ho detto più volte, sia necessaria, ma non sufficiente. Bisogna cedere qualcosa in questo scambio continuo con il lettore, con lo spettatore. L'essere umano riconosce l'autenticità. Siamo costruiti per essere i più abili e sopraffini analizzatori della realtà. Non ci facciamo fregare facilmente, almeno, non nel profondo. Per coloro che sono alla ricerca di un senso, di poesia, che hanno allenato il loro cuore a frequentare l'autenticità, non c è verso di fregarli: l'artista deve donare qualcosa di sé. Persino nell'arte concettuale.

Per me l'arte è fondamentalmente un processo romantico, la manifestazione empirica di un sentimento interiore ineffabile. Mistico, ma reale. E per voi, cosa è l'arte? Perchè c'è questa necessità di fruire e fare arte nel nostro mondo?

Indipendenza Artistica

Sin da bambino sono sempre stato un ragazzino pieno di indipendenza. Sempre alla ricerca di un modo per non dover rendere conto agli altri.

Questo mi ha portato ad amare la mia solitudine, cosa che scoprii, solo più tardi nella vita, essere una caratteristica più unica che rara. Insomma, adoro la solitudine, amo quella libertà, quell'orizzonte di possibilità che si porta dietro. Il non dover dipendere dagli altri è una parte essenziale di me, e anche, per forza di cose, del mio spirito artistico.

Se fate un salto sul mio sito, vi renderete conto che ho coltivato negli anni - chi mi segue da molto lo sa - una miriade di progetti indipendenti, e tutti, in un modo o in un altro, hanno trovato vita, senza però "esplodere" come potrebbero esplodere progetti che sono connessi al mondo.

Mi spiego meglio, penso di aver pagato - con piacere - il mio auto isolamento. In fondo, perchè un progetto funzioni nella società, perchè ottenga un riconoscimento "generale" è necessario che anche altri agenti siano coinvolti. Che i "grandi giocatori", come vengono chiamati coloro che muovono i grossi numeri, abbiano qualcosa da guadagnare dal successo di quell'opera.

Sennò perchè dovrebbero attivarsi?

Non è un caso che i premi, sia nel cinema che nell'editoria, siano un'esclusiva delle grosse produzioni, o delle grandi distribuzioni. Il motivo è, da una parte, l'alta qualità fornita da questi "player" che, avendo a disposizione grandi capitali sono capaci di produrre contenuti eccezionali. Ma dall'altra parte, quel successo è dovuto alla fusione dell'ecosistema, in cui tutti hanno qualcosa da guadagnare da questa sinergia comune.

Ecco dove il mio essere indipendente paga lo scotto. La mia volontà di farcela da solo è talmente forte che potrebbe essere definita tragica. Sono destinato, come Tantalo, a non arrivare mai li dove vorrei. Il mio intento, nel momento in cui mi esprimo, è quello di parlare ai più. Ma vorrei farlo da uomo libero, senza i vincoli di altri che - giustamente - vogliono mettere bocca sull'opera.

Ripeto, giustamente. Le case editrici, i distributori conoscono bene il mercato, sanno cosa funziona e cosa no, e quindi sanno dare a chi collabora con loro le indicazioni corrette per massimizzare le opportunità di successo.

Ma allo stesso tempo, quante volte é successo che grandi artisti venissero ignorati dal mercato, e che diventassero, dopo la loro morte, riconosciuti? Questo è un tema ricorrente nel mio diario, me ne rendo conto. Ma come avrete capito è anche qualcosa che mi tocca particolarmente.

Io ho un sogno, quello di creare un legame diretto tra l'artista e lo spettatore. Dove è lo spettatore ad essere la fonte di sostentamento dell'artista. Sogno uno scambio equo, in cui l'artista procede nel suo percorso di ricerca e condivide con chi lo segue i frutti preziosi del suo lavoro.  

Un rapporto reciprocamente benefico.

Insomma, indipendente o mainstream? Non lo so. Ma quello che posso dire è che essere entrambi è molto difficile. Io ne sono in un certo senso una doppia incarnazione. Scisso in due. In quanto attore, posso essere definito mainstream, popolare. Ma come artista, come poeta, regista, scrittore, sono un indipendente.

Tuttavia, in un mondo liquido di meteore digitali, credo che l'integrità artistica, nel tempo, sarà sempre più apprezzata. Ogni volta che sono tentato di vendere la mia arte al mainstream, qualcosa dentro di me resiste, valorizzando la libertà sopra tutto. Sono, e rimango, un idealista.

E voi, cosa ne pensate? Il compromesso è necessario? Anzi, benefico? Oppure bisogna lottare per i propri ideali al punto da sacrificare il guadagno in cambio della purezza?

La Formula dei "Cinque Movimenti"

Ho iniziato a scrivere quando ero bambino. Ricordo che, verso i dieci anni, avevo creato il mio primo fumetto. Ero un grande fan dei fumetti della Bonelli, e il mio fumetto era vagamente ispirato a Conan il Barbaro, raccontando la storia di un ragazzo preistorico che cacciava e si tuffava nei laghi. Non avevo ancora alcuna vera competenza nella narrazione, ma sentivo l'irresistibile bisogno di esprimere la mia fantasia.

In seguito, durante gli anni di collegio, ho composto poesie d'amore per le donne di cui mi innamoravo. Ricordo una poesia che avevo ornato con un cerino, pronto a essere bruciato in caso di rifiuto. Ho sempre avuto un debole per il dramma.

Il mio amore per la scrittura ha trovato la sua piena espressione quando sono arrivato alla scuola di recitazione. Ho scritto cortometraggi che ho poi diretto, e pezzi teatrali che ho messo in scena al Teatro Stabile di Genova. Tra questi, c'era una commedia sui pirati, intitolata "Rum", che ha ottenuto un discreto successo, portandomi fino alla finale del Premio Dante Capelletti. Ho anche scritto una novella, "La Valle dei Burgher", che forse un giorno renderò disponibile al pubblico.

Il mio percorso di scrittura si è poi arricchito di sceneggiature, produzioni e serie televisive. Mentre scrivevo, come ho già accennato in altri articoli, non smettevo mai di studiare. Credo fermamente che applicare la teoria appresa durante l'apprendimento sia il modo migliore per assimilare e ricordare la conoscenza.

Oggi vorrei condividere con voi una scoperta che ho fatto nel corso del mio viaggio nella scrittura. Si tratta di una "formula", per così dire, che ritengo abbia un valore intrinseco, ma che deve essere utilizzata con intelligenza e sensibilità. La chiamo la "formula dei cinque movimenti". Questi cinque movimenti sono alla base di una composizione narrativa, poiché definiscono il processo di trasformazione del racconto.

Il primo movimento è INTRIGO.

É l'entrata in scena ma non solo. É anche un'ombra non manifesta, ma percepita. Qualcosa di inaspettato ma ancora sepolto. Le luci si abbassano, un po' di fumo arriva sul palcoscenico e il mago entra in scena. Una spettatrice, accompagnata dalla sua famiglia, entra in ritardo nel teatro e si siede in platea.

Il secondo movimento è STUPORE.

Il mago, ora circondato da fumo e giochi di luce, vestito di tutto punto, tira fuori minaccioso una pistola. La pistola in un soffio, si trasforma in una rosa. Il mago chiama sul palcoscenico uno spettatrice. Proprio lei, quella spettatrice di prima, e gli da la rosa che si trasforma in una chiave dorata. Il mago sparisce e riappare ammanettato in una scatola piena d'acqua: Sta affogando.

Il terzo movimento è SUSPENCE.

Una voce narrante parla e dice alla spettatrice: "Con la chiave che hai in mano, puoi salvare il mago oppure…" e appare in scena una scatola con dentro un enorme diamante "…oppure puoi aprire la scatola e prendere il diamante. Sarà tuo. Ha un valore di un milione di euro. Qualsiasi scelta farai, non ci saranno ripercussioni legali. Scegli: salvare il mago o diventare ricca?" La spettatrice vede il mago cha sta affogando. Cosa scegliere? Quel diamante potrebbe risolvermi la vita, pensa. Se davvero è come dicono e non ci saranno conseguenze, diventerebbe ricca. Ma se sceglie il diamante il mago morirà? No, dice,  sicuramente hanno preparato già tutto. Questo è solo uno spettacolo e quel diamante è un pezzo di vetro e basta. Ma se non fosse così? Si volta verso la platea alla ricerca di aiuto ma le luci la accecano. "E poi  cosa penseranno i miei figli? E mio Marito?"

Il quarto movimento è EMOZIONE.

La spettatrice senza esitare apre la scatola con il mago incatenato, l'acqua sembra finalmente scendere. Lo ha salvato. Ma qualcosa non va. Il mago rimane bloccato con le manette e non riesce ad uscire. L'acqua non esce alla velocità giusta. Non riesce a respirare. La spettatrice non sa cosa fare. Ha paura. Urla aiuto. Colpisce la scatola. In platea nessuno capisce se quello che sta succedendo è parte dello spettacolo o no. Dopo alcuni terribili minuti l'acqua finalmente esce del tutto dalla scatola e il mago, senza vita, cade a terra. Silenzio. É morto? La spettatrice si avvicina e in quel momento - proprio mentre tutto sembra essere finito - Il mago sputa l'acqua dai polmoni. É vivo. Applausi.

Il quinto movimento è RIFLESSIONE.

Di ritorno a casa, la spettatrice parla con la sua famiglia in macchina. Cosa avrebbero fatto gli altri? Ha fatto bene a scegliere? Ora deve tornare nella sua casa modesta, al suo lavoro modesto. Niente sogni di gloria, solo una vita modesta. Ma non è così male. Sdraiandosi nel letto accanto al marito, lui le dice, addormentandosi, che ha fatto bene: h a dimostrato ai figli che una vita vale più di un milione di euro. Anche se avrebbero fatto comodo. E si mette a russare. 

La spettatrice sorride, e si addormenta.

Il mio approccio al self-publishing

Sono nato come informatico.

Non ve l'ho mai raccontato, ma prima di studiare recitazione al Teatro Stabile di Genova, aspiravo a creare videogiochi. Ho sempre desiderato intraprendere quella carriera. Mio padre è un imprenditore, così come lo era mio nonno. Ci fu un tempo in cui mio nonno Pietro costruì un ristorante con le sue mani, un locale che divenne uno dei migliori della città. Mio papà ha creato il suo mondo di indipendenza attraverso l'informatica. E io ho sempre voluto seguire le sue orme. Mia madre mi ha sempre spronato all'eccellenza, a essere irreprensibile. Perciò, per imitazione, ho sempre sognato di essere indipendente, di riuscire a fare ciò che desideravo. Ho fallito molte volte, ma a volte le cose sono andate bene. L'azienda di videogiochi, per esempio, è un esempio di cosa possono offrire talento, opportunità e un pizzico di fortuna ai coraggiosi.

Oggi voglio parlare del self-publishing e di come affronto questo processo - non dal punto di vista dello scrittore - ma da quello dell'imprenditore. Ho iniziato a studiare il settore a gennaio 2023. Sono passati otto mesi durante i quali ho osservato attentamente cosa stava succedendo negli Stati Uniti e come si muovevano gli scrittori indipendenti.

Oggi vi svelerò i segreti che ho scoperto su come dobbiamo fare marketing per il nostro libro.

  1. Avere un sito web. Il sito è la nostra casa. È il luogo in cui abbiamo il controllo totale, dove se un giorno un social network, una piattaforma o chiunque decide che non siamo più i benvenuti, possiamo sempre tornare. È il luogo dove ci potranno sempre trovare. Il sito è il posto in cui ci presentiamo e presentiamo i nostri progetti.
  2. Ora che abbiamo un sito web, dobbiamo creare una mailing list. Si tratta di persone che sono interessate a ricevere da noi notizie relative ai nostri libri, ecc. Non è facile attrarre persone, il modo migliore per farlo è offrire qualcosa in cambio, qualcosa di gratuito, gli americani lo chiamano il "lead magnet". Una storia breve? I primi cinque capitoli in formato audiolibro? Poesie? Scegliamo noi, ma sia strettamente legato a quello che si aspettano da noi: cioè qualcosa di scritto.
  3. Ora che abbiamo persone nella mailing list, non possiamo dimenticarci di loro! Sono le persone che ci hanno dato la loro fiducia, che ci hanno fornito nome, cognome e indirizzo email, si aspettano qualcosa da noi. Qualcosa di bello. Qualcosa di scritto. Ecco dove entra in gioco la newsletter. Ogni tanto, in base alle nostre capacità di produzione (l'importante è essere consistenti, sempre lo stesso giorno, sempre la stessa ora), scriviamo agli iscritti alla mailing listi che ci seguono qualcosa che sia personale, ma anche utile. Qualcosa che sia in sintonia con la nostra carriera di scrittori. Che abbia a che fare con i temi che trattiamo, con il desiderio di emozionare a parole coloro che ci seguono. Queste email che invieremo saranno apprezzate e permetteranno a coloro che ci vogliono seguire e conoscerci meglio, di interagire con noi e di attendere con ansia il nostro prossimo scritto.
  4. Abbiamo un sito, abbiamo la mailing list e scriviamo le nostre newsletter. Ottimo. Nel frattempo abbiamo anche terminato il libro, fatto l'editing, formattato, trovato un buon copertinista. (Nessuno ha mai detto che pubblicare da soli sia facile). Ora è il momento di fare pubblicità. Creiamo una pagina sul nostro sito dove presentiamo il nostro libro, scriviamo, disegniamo, invogliamo chi visita quella pagina a sfogliare le pagine del nostro libro. Appena il libro è disponibile su Amazon, mettiamo in moto la nostra newsletter, i nostri social network, i nostri contatti. Facciamo sapere, in modo organico, che il nostro libro è disponibile. Cerchiamo di far accedere il più alto numero di persone alla nostra pagina su Amazon. Se possiamo permettercelo, possiamo fare pubblicità a pagamento sui social network, ma è un'arte difficile e soprattutto non è efficace quando si ha solo un libro.
  5. Il nostro libro è uscito, la nostra mailing list cresce. Chiediamo ai nostri lettori di lasciare una recensione su Amazon e di seguirci con la nostra newsletter o sui social. In questo modo, al prossimo libro, saranno con noi (a patto che il nostro libro sia stato di loro gradimento, ovviamente).

Ora, vi lascio l'ultimo segreto, quello più importante, quello che supera tutti gli altri: scrivere il prossimo libro, andare avanti e ripetere questo processo raffinandolo ogni volta. Continuare fino a che non funziona.

Potrei entrare in ogni punto e scrivere altri 10 articoli per ognuno di essi. Forse lo farò, se vedo che è utile per gli autori che decidono di prendere questa strada. Se avete altri suggerimenti, oppure delle domande, vi aspetto nei commenti.

Arte, poesia e soldi

Spesso percepisco una marcata distinzione, quasi un senso di imbarazzo, nelle persone con cui dialogo quando affronto l'argomento dell'arte e dei soldi. L'approccio più superficiale, spesso adottato da coloro che ancora non vivono di arte come vorrebbero, è di pensare che "l'arte sia una cosa e i soldi un'altra." In effetti, come dar loro torto? L'arte, la poesia, nasce dal bisogno di esprimerci, di comunicare ciò che desideriamo. Questo è assolutamente corretto, ma allora, se questo assioma fosse vero, tutta l'arte sarebbe equipollente. È davvero così? Ogni quadro è altrettanto bello? Ogni libro altrettanto interessante? Ogni casa altrettanto ben costruita?

Evidentemente no. È sempre difficile avere un approccio generico alla realtà, ma mi sento di dire che esistono opere "migliori" di altre. Nel senso che riescono a vibrare con più anime, a curare più ferite, ad emozionare un numero maggiore di persone. Ed è in questo frangente, nell'"efficacia" dell'arte, che i soldi entrano in gioco. Almeno, così sembra...

I soldi, il guadagno, sono per chiunque viva in questo mondo, il modo di sopravvivere, di rispondere ai bisogni primari della nostra natura: i soldi sono cibo, acqua, vestiti, sopravvivenza. Vivere della propria arte significa, in termini semplici, riuscire a sopravvivere facendola.

"Quindi chi ha più soldi è più bravo, Flavio? È questo ciò che stai dicendo?"

Orrore! No. Ovviamente no. Ma forse sì. È un discorso complesso. Come si misura l'arte? Ci sono due modi di farlo, si può una valutazione contemporanea, cioè contingente al tempo nel quale viene valutata, oppure una "classica" che quindi viene storicizzata.

L'artista di successo può essere eccellente nella contemporaneità delle sue espressioni e quindi "di successo" nell'immediato e rivelarsi però, dopo poco, una meteora che scompare nel mare del tempo. Allo stesso modo, artisti non visti, gli invisibili, hanno la possibilità, con il passare del tempo, di riemergere come fece Kafka con la sua "Metamorfosi" (in tutti i sensi, si potrebbe dire!). Oppure possono rimanere invisibili per sempre.

Come dice un mio amico, su una linea temporale abbastanza lunga, il tasso di sopravvivenza è 0. Tutto sparirà, noi spariremo, l'umanità sparirà, la Terra sparirà. Non siamo altro che piccoli granelli di sabbia nella meccanica del cosmo.

Quando lasciai il teatro per il cinema, e poi il cinema per la televisione, fu soprattutto per una questione di sopravvivenza. Il teatro pagava poco, e lavoravo 5-6 mesi l'anno. Era difficile costruirsi un futuro. Quando me ne andai dal teatro stabile, fu doloroso. Lì avevo una posizione invidiabile per un ragazzo di 24 anni. Ero un regista, un attore protagonista, avevo la stima di persone che dell'arte ne avevano fatto la loro vita. Ma la stabilità che trovai con "Distretto di Polizia", con "Medico in Famiglia" e tutti gli altri progetti che ho fatto, mi ha permesso di pensare a fare una famiglia, di viaggiare, di trovare un centro di gravità permanente, come direbbe Battiato. Non mi manca il palcoscenico, amo recitare ovunque. Che sia con Woody Allen o nel Paradiso Delle Signore, il mio approccio non cambia.

Tornando a noi: i soldi e l'arte. Sono come due fratelli: non si sopportano, ma uno non può fare a meno dell'altro. Il miglior teatro fu scritto quando era il principale media consumato dalle persone. Perché? Perché erano disposti a pagare il biglietto per vederlo. E questi soldi pagavano i poeti, che a loro volta, scrivevano i drammi. Shakespeare in Inghilterra, Molière in Francia, tutti artisti "di successo". Persino Mozart, che morì in una fossa comune, fu, durante la sua vita, un musicista di grande successo. E quindi un musicista che produsse molto. E tra le migliaia di composizioni di Mozart, alcune sono così preziose da essere più importanti delle stelle.

È la legge della sopravvivenza. Chi riesce a vivere della propria arte, ne produce di più, e così facendo aumenta la sua possibilità di successo, e quindi di essere ricordato. In un certo senso, si potrebbe dire che i soldi (intesi come successo) non sono un "valore" qualitativo dell'arte, ma piuttosto un "tesoretto" che potrebbe dare all'opera abbastanza carburante da sopravvivere nel tempo.

Insomma, non ho, come sempre, una risposta definitiva. Tuttavia, ora che ho finito l'articolo, ho più domande di quando l'ho iniziato a scrivere. È un buon punto di partenza. E voi, cosa ne pensate? Arte e soldi... sono distinti o sono uniti?

Vi aspetto nei commenti.

Come Evitare il Blocco dello Scrittore

Molti mi chiedono come riesco a evitare il blocco dello scrittore.

Ho scritto un libro e ne sto scrivendo un altro, ho scritto sceneggiature, poesie, film e videogiochi, ma non ho mai sperimentato il blocco dello scrittore. Come è possibile? Come lo faccio? In realtà, la risposta è piuttosto semplice e si basa su una combinazione di disciplina, curiosità e continua attenzione al mondo che mi circonda.

Il blocco dello scrittore può insorgere per molte ragioni: può derivare da una mancanza di ispirazione, dalla paura di affrontare questioni dolorose, o, come ritengo sia il caso per molti, da una mancanza di chiarezza di intenti.

Cominciamo con l'ispirazione. Che cos'è l'ispirazione e come la si trova? L'ispirazione non è un diamante nascosto o una pepita d'oro che si scopre scavando nelle profondità del proprio io; quelle sono le idee. L'ispirazione è uno stato vitale, un modo di affrontare l'esperienza e la vita. Nasce dall'osservazione del mondo, dallo scrutare la natura, l'umanità, le debolezze e le meraviglie che ci circondano. L'ispirazione consiste nel tenere gli occhi aperti e lasciare che la continua trasformazione del tempo e dello spazio ci trasformi a nostra volta. L'ispirazione è costante cambiamento, è l'antitesi della stasi. Pertanto, se vi sentite privi di ispirazione, uscite, camminate, leggete, cercate qualcosa fuori da voi stessi. Non temete, l'ispirazione non si cerca, si vive.

In seguito, affrontiamo la paura. La paura di scoprire qualcosa di noi stessi, di dire qualcosa di vero, qualcosa che potrebbe ferire gli altri o creare tensioni con il nostro mondo. L'artista, non importa cosa si dica, è innanzitutto un prisma di coraggio. In tutte le sfaccettature della luce che emana, c'è una folle dose di coraggio. Esprimere onestamente i propri pensieri richiede coraggio, così come mostrare le proprie fragilità. L'artista punta il dito sulla realtà come un bambino che, inconsapevolmente, fa cadere il peso della verità sugli adulti che continuano ad ingannarsi per non affrontarla.

Infine, giungiamo alla chiarezza di intenti. È l'elemento fondamentale di ogni narrazione. Se sapete realmente di cosa parla la vostra storia, di cosa tratta, quale tema sostiene, quale idea la guida verso la realtà, allora non vi bloccherete mai fino a quando non l'avrete completata.

Se sapete cosa volete dire e riuscite a esprimerlo in una singola frase, allora siete sulla buona strada. Il metodo e la tecnica vi aiuteranno a sviluppare nel migliore dei modi lo scheletro della vostra opera e una volta completata la struttura, tutto ciò che vi resterà da fare sarà sedervi davanti a voi stessi e raccontare una storia che conoscete già.

Buona scrittura e buona scoperta.

Ci vediamo .

Il destino di un padre

Era notte. Mi trovavo in un villaggio medievale, un tipico borgo italiano in salita. Provavo una strana sensazione di vuoto, come se una parte di me si fosse allontanata, come se una solitudine straziante mi stesse aspettando. Potevo sentire i grilli e i miei passi sull'asfalto. Ero io, ma apparentemente più vecchio. Era un sogno, sebbene non ne fossi consapevole. I sogni, mentre li viviamo, spesso appaiono indistinguibili dalla realtà. Dentro di me c'erano tutti i ricordi preziosi che avevo accumulato durante la mia vita - la mia infanzia, la mia famiglia.

Mentre salivo il ripido sentiero di cemento, notai un'automobile, una macchina gialla antica, quasi fuori dal tempo, con il motore acceso. Dal tubo di scarico usciva del fumo. Era sul punto di partire. Avvicinandomi, realizzai che conoscevo chi era al suo interno. Era Elettra, mia figlia. Nonostante sapessi che era cresciuta, non potevo fare a meno di pensare a lei come una bimba di sei anni. Era alla guida dell'auto. Non la potevo vedere, ma sapevo che era lì.

Il motore aumentava di giri, era pronto per partire. In quel momento, mi resi conto che ero stato io a insegnarle a guidare, che avevo dedicato la mia vita al suo futuro, che le sue mani sul volante erano il risultato delle mie scelte, del suo amore, del suo desiderio di imitarmi, di seguire il mio cammino. E proprio in quel momento, mi resi conto di non averle insegnato a frenare.

"Non partire!" gridai. Ma in questo sogno, ero muto, ero solo con i miei pensieri, il mondo non era altro che una proiezione delle mie paure più profonde. La paura di perdere il controllo, la paura della perdita.

Mentre osservavo l'auto allontanarsi rapidamente, fui sopraffatto dalla disperazione per non averle insegnato a frenare.

Mi svegliai di colpo. Era ancora notte. Ero nel letto, l'aria condizionata era accesa, a 26 gradi, un clima confortevole. Mi alzai senza svegliare nessuno e mi diressi verso la stanza di Elettra. Il suo piccolo corpo addormentato sul letto era meraviglioso. Sembrava voler occupare tutto lo spazio disponibile, con le braccia larghe, le gambe distese e la bocca aperta. Mi avvicinai per guardarla meglio. Piccolo naso, occhi chiusi, guance così lisce...

"Un giorno crescerai, un giorno te ne andrai. Ma non sarà stanotte e nemmeno domani. Prometto che ti insegnerò a correre. Ma anche a frenare."

Come ho Imparato a Rispettare Gli Altri

Quando ero un ragazzino ("pischello", come si direbbe a Roma) non ero un bravo studente. Non perché mancasse l'intelligenza, ma piuttosto perché, da vero Toro, non trovavo nelle lezioni teoriche un'applicazione pratica che potesse migliorare la mia vita. Sono una persona semplice: quando imparo qualcosa, è perché mi serve, altrimenti la dimentico. Infatti, il mio apprendimento è proseguito ben oltre l'età della maturità. Ho iniziato a studiare seriamente all'età di 20 anni, quando ho preso in mano libri che mi servivano per migliorarmi nei campi che trovavo interessanti e che avevo deciso di coltivare per gli anni a venire: la comunicazione, la recitazione, la scrittura. Non avete idea di quanti manuali ho accumulato nel corso degli anni. Per più di un ventennio, ogni mio scritto era sempre accompagnato da un nuovo manuale, un testo di riferimento sul quale studiavo e applicavo le teorie che incontravo. Ho bisogno di mettere in pratica per capire. Ricordo il funzionamento di qualcosa solo quando riesco a realizzarlo.

Al collegio, la professoressa di francese ci aveva dato un compito da svolgere in gruppo. Eravamo in tre: Vincent, Emanuele ed io. Eravamo i tre italiani della classe (il collegio era in Francia) e quindi eravamo legati, seppur molto diversi tra di noi. Emanuele, negli anni, divenne uno dei miei più cari amici. Ognuno di noi doveva fare una parte del compito. Non ricordo cosa mi toccò, ma ricordo bene che la domenica prima della consegna del compito, prevista per il lunedì, non avevo fatto nulla. Assolutamente nulla. Ero così, all'epoca. Non mi interessava nulla, se non andare nel bosco con i miei amici e divertirmi. E così avevo fatto, abbandonando ogni responsabilità. Ma finché questo completo abbandono riguardava solo me, nessuno mi aveva mai rimproverato. In questo caso, tuttavia, stavo danneggiando altri ragazzi, un gruppo che non avevo scelto. Emanuele mi diede una lezione che ancora ricordo. Mi spinse, mi fece cadere, mi disse che dovevo rispettare gli altri, che non potevo comportarmi come se fossi l'unico al mondo. Fu una lezione dura, sia per il mio orgoglio che per la violenza che conteneva. Eppure, fu una lezione che ancora porto con me e che, dopo più di 25 anni, non ho dimenticato.

Emanuele aveva ragione, forse non nei modi, ma nel contenuto. Sapeva che ero un ragazzo sveglio, sapeva che potevo fare meglio, e soprattutto non avrebbe mai permesso a qualcuno di calpestare la sua libertà. Siamo tutti collegati, ognuno di noi è parte di un sistema, ognuno di noi è responsabile di qualcosa oltre al proprio piccolo mondo. Ogni volta che vi mettete in macchina, ogni volta che decidete di agire, lo fate per voi, ma lo fate in un luogo dove anche altri agiscono.

Pochi hanno avuto l'opportunità di cambiare rotta durante il loro percorso in questa vita, di cambiare radicalmente approccio. Passai la notte a recuperare quel compito. Feci tutto il possibile per farlo al meglio delle mie limitate risorse, poiché, come vi ho detto, non studiavo. Riuscii a produrre ciò che mi era stato richiesto, e ottenemmo un voto sufficiente per il compito. Non fu un trionfo, almeno non dal punto di vista del risultato. Ma quel giorno, grazie alla tenacia di colui che poi divenne un amico per la vita, cominciai a cambiare verso il Flavio che sono oggi.

Quindi, un ringraziamento speciale a Ema.

Interpretare "La Principessa sul Pisello"

Oggi desidero discutere sul senso delle cose. È giusto voler attribuire un significato a tutto? È corretto desiderare di trasmettere un messaggio chiaro, oppure è preferibile raccontare una storia nel migliore dei modi e lasciare che sia lo spettatore a interpretare la morale? È un dilemma interessante, ricco di sorprese inaspettate.

Ricordo una volta in cui scoppiò un acceso dibattito tra i miei genitori riguardo alla favola "La principessa sul pisello". Molti di voi la ricorderanno. In sostanza, la storia racconta di un principe che, dopo aver cercato invano una principessa adatta, si lamenta una sera di temporale che non esistono donne abbastanza sensibili, belle e delicate per lui. La madre, che ha respinto tutte le pretendenti con la fermezza tipica di una suocera, concorda con lui. Durante quella notte tempestosa, una giovane ragazza, fradicia dalla testa ai piedi, bussa alla porta del castello. Ha un volto splendido e modi garbati, e afferma di essere una principessa proveniente da un regno lontano, venuta per incontrare il principe. La regina, molto scettica, decide di mettere alla prova la delicatezza della presunta principessa. Ordina alla servitù di preparare un letto con ben sette materassi, e sotto il primo materasso - quello in fondo alla pila - pone di nascosto alcuni piselli secchi. La ragazza ringrazia per l'ospitalità e si ritira a dormire.

La mattina seguente, con un bel sole a illuminare il cielo, la giovane esce dalla stanza. La regina le chiede subito: "Come hai dormito, cara?" "Terribilmente", risponde la ragazza. "È come se avessi dormito sulla roccia. Questi materassi sono davvero scomodi, non so come riusciate a dormirci sopra!" In quel momento, la regina capisce di avere a che fare con una vera principessa. Non passa molto tempo prima che il principe e la giovane si sposino e, come si suol dire, vivano felici e contenti. (Anche se ho qualche dubbio, e ora vi spiego il perché.)

Ero nel grande salone di casa a Milano e non ricordo come, ma io e i miei genitori finimmo a parlare di questa favola. La cosa più stupefacente furono le due diverse interpretazioni che emersero dalla storia. Uno dei due sostenne che "La principessa era così sensibile, con una pelle così fine e un'anima così delicata, da sentire persino i piselli sotto sette materassi". L'altro invece affermò: "Ma no, è evidente che non è possibile sentire tre piselli sotto sette materassi. Il fatto stesso che la principessa si sia lamentata di sette materassi dimostra che è una principessa! La regina ha capito che era una principessa perché, nonostante avesse tutto per dormire alla perfezione, si è lamentata comunque!"

Come è possibile che due interpretazioni così diverse possano emergere dalla stessa storia? Questo è, come ho già accennato, il potere dell'attribuzione. Ma è anche il potere della lettura. La lettura è un atto creativo, che genera in chi legge idee, visioni e morali singolari, specchi del nostro io. Nel processo di lettura non c'è "imposizione" del pensiero, ma piuttosto "creazione" del pensiero. Leggere significa libertà, crescita, autonomia. È l'esperienza più vicina che abbiamo al vivere qualcosa, senza i rischi annessi.

Quindi leggete! Leggete! Leggete! Chissà, forse una storia già letta potrebbe rivelarsi, dopo una rilettura, una storia completamente diversa.

L'arte Cura l'Anima

Ieri ho ricevuto una recensione privata che mi ha molto commosso e che desidero condividere con voi. Ho anche altre domande riguardanti una diretta che voglio realizzare, e dato che questo è il luogo ideale per comunicare senza disturbi (quella famosa "chiarità di segnale" di cui parlo), ne approfitterò per scrivere qui.

Per ora, vi lascio con quello che la lettrice ha scritto riguardo a "La Divina Avventura":

"Un viaggio interiore che letto al momento in cui ne hai bisogno, ma che non sai di avere, ti porta a riflettere e a " guarire" delle ferite inconsce."

Queste parole mi hanno colpito profondamente, perché l'intento di questo libro era proprio questo: suscitare nel lettore una sorta di rinascita. Partendo dagli istinti della materia, cioè da quel giovane intrappolato dentro un carro armato a vivere di ricordi, così simile ai ragazzi di oggi chiusi dietro gli schermi dei loro telefoni, ho cercato di guidare il lettore verso le cime della gioia di vivere. Attraverso la crisi, certo, ma in questo caso, oltre al viaggio, direi che la destinazione conta molto. Quella frase, "Anche se non le vedete, le stelle brillano anche di giorno", riassume il percorso di Overton. Egli è riuscito, anche grazie alla tenace perseveranza di Kato, alimentata dall'illusione di un Dio che Dio non è (ma che quindi non è del tutto dannosa, poiché ha generato una nuova generazione di uomini), insomma Overton è riuscito a liberarsi dal suo passato e persino dal suo futuro. Overton non cerca più la perfezione, ma accetta che questa Divina Avventura sia un mistero per il quale, forse, dovremmo solo essere grati.

La vita di un libro è misteriosa, può richiedere mesi o addirittura anni per raggiungere la persona giusta. Quindi, come vi ho già detto, invece di limitarmi a seguirne il percorso, mi sono messo a scrivere il prossimo libro.

Mi avete già chiesto se sarà il seguito de "La Divina Avventura"... ma chi mi conosce sa che sono più simile a Overton che a Kato. Io guardo l'orizzonte, mi precipito verso nuovi mondi quindi sarà una nuova storia. Ma prima di dirvi di cosa tratterà, e non solo perché desidero coinvolgervi in tutto il processo creativo, sono curioso di sapere cosa vi aspettate.

Detto questo, nonostante l'enorme mole di lavoro che mi attende per il prossimo libro, ho deciso di continuare a pubblicare due post settimanali sul Diario D'artista. Questo per mostrare quanto mi importa di questo piccolo giardino!

A volte mi chiedo quale sia il ruolo dell'artista. Non credo che l'artista debba essere necessariamente politico, né etico o morale. Per me, l'aspirazione più grande è creare un mondo, una storia, con temi e personaggi che aiutino a curare l'anima di chi legge. Anche un semplice tocco gentile va bene. Credo che sia questo, almeno per me, la responsabilità dell'artista.

Per quanto riguarda il prossimo, prometto di fare tutto il possibile per superare me stesso.

PS: A che ora e in che giorno vi piacerebbe una diretta in cui rispondo alle vostre domande?

In viaggio verso il mio nuovo libro

Ho iniziato a scrivere il mio prossimo libro. Nei mesi a venire, il mio diario d'artista, noto per tracciare le mie personali idiosincrasie relative ai pensieri più o meno ortodossi dell'arte, si trasformerà in un luogo dove condividerò non la trama del libro, ma le sensazioni e le emozioni che la scrittura mi suscita.

Mi trovo attualmente in una fase successiva alla strutturazione della storia, su cui ho lavorato per più di un mese. Avevo già un'idea in mente e, qualche mese fa, in aprile se ricordo bene, mi sentivo spinto dal mio solito impulso di dover fare qualcosa, e decisi di iniziare a scrivere il mio secondo libro. Addio Avventura, benvenuto Amore!

Tuttavia, non posso ancora concludere. Devo seguire la Divina Avventura, difenderla per mesi come Don Chisciotte e i suoi mulini a vento. Non mi fermerò fino a quando non li avrò sconfitti! Sono perfettamente consapevole che stanno solo girando al vento, non sono mostri. Ma credo che anche Don Chisciotte lo sapesse.

In termini tecnici narrativi, mi trovo in quella fase denominata "il momento del vomito", dove tutto viene estratto e, anche se può sembrare disgustoso, non importa perché il vero lavoro viene dopo.

Il vomito, questa parola evoca immediatamente un senso di disgusto, un colore nauseabondo. Eppure, il vomito è un atto primordiale, indispensabile per l'artista. Non c'è arte senza vomito, poiché l'arte, tekne, tecnica, è proprio la scienza che trasforma il piombo in oro. In alchimia, esiste la "prima materia" (chi ha letto La Divina Avventura alzi la mano!) La prima materia - in alchimia - è il materiale nella sua forma più pura, da cui, attraverso vari processi, si può estrarre "l'oro", cioè la sua essenza.

Lo stesso processo si verifica nell'artista, che, dopo aver delineato il quadro generale (o piccoli dettagli, a vostra scelta), intraprende un viaggio dentro se stesso e vomita, estraendo frammenti di memoria, tempo, dolori e piaceri, da incastonare nella corona che sta forgiando per i suoi re: gli spettatori.

Oggi ho "vomitato" il primo capitolo, mi sono immerso in un "io" che so essere esistito, ma che ora è diverso, eppure così simile.

Sono Luca, sono Tancredi, sono Edoardo, sono Lorenzo. Ma, in fondo in fondo, sono Flavio.

Come Liberare la Tua Anima Creativa

"La Sindrome dello Scolaretto"

Non penso che esista una sindrome come questa, almeno nei manuali. Tuttavia, l'ho spesso incontrata e agli inizi della mia carriera vi sono caduto più volte dentro. La denomino "la sindrome dello scolaretto" perché, in sostanza, equipara arte e compiti scolastici.

Molti artisti, soprattutto i novizi (e non tecnicamente parlando, s'intende, ma nel percorso di introspezione e ricerca, perchè è questa è la vera strada dell'artista - nessun manuale potrà insegnarvelo.) Insomma, i "novizi" confondono spesso "espressione personale" e "tecnica". Trasformano la tecnica in espressione, proprio come uno studente che affronta il compito non per un processo personale, ma per appagare l'insegnante.

Se questo può funzionare in una dimensione scolastica, nell'arte produce dei mostri. Perchè ciò che conta è il cuore, l'anima, l'amore, il sesso, la morte, la tragedia, la commedia. Bisogna far vibrare le anime! E nessuna tecnica ve lo insegnerà, perché la tecnica non è luce, la tecnica è "pulizia del segnale". Serve a togliere i fruscii, a pulire il messaggio, ma se per essere "giusti e corretti" sacrificate il cuore sull'altare del compito perfetto, ciò che avrete tra le mani alla fine sarà un'opera facilmente dimenticabile, apprezzabile forse solo da altri amanti della tecnica perfetta. E fidatevi, sono pochi. Perché se qualcuno investe tempo, denaro e attenzione nella vostra arte, in cambio cerca solo una cosa: trasformazione. Vuole ridere, piangere, emozionarsi, cambiare punto di vista sul mondo, raccontare agli amici della scoperta. Questo è l'arte.

Quindi fatevi un favore, dimenticate la pila di manuali che avete accumulato per anni, dimenticate ciò che credete sia "giusto". Dimenticate. E lasciatevi guidare dalla necessità, dal desiderio di esprimere ciò che vi sta realmente a cuore, scavate nella vostra anima, trovate un diamante e portatelo fuori. Poi, pulitelo, certo. Rendetelo splendente quanto volete. Ma fidatevi, potete pulire quanto volete un pezzo di chincaglieria da quattro soldi, ma resterà sempre chincaglieria.

Per fare arte bisogna sbagliare, bisogna conquistare territori inesplorati, quindi è inevitabile che vi troviate molto spesso davanti al muro dell'incomprensione dei vostri pari. Perché la maggior parte della gente - anche nell'arte - affronta il processo creativo a livello mimetico. Imita. Qualcosa funziona? Lo copio così funzionerà anche per me. Io sono per il processo mimetico, come diceva R. Girard, è fondamentale sia per la formazione l'individuo che per la stabilità della collettività. Ma il processo mimetico appartiene allo studente, non al maestro. L'artista è colui che trascende i suoi maestri e trova in sé e nel mondo che lo circonda l'ispirazione per rompere que gli argini nei quali è cresciuto. Solo così l'anima creativa si libera, solo così nasce lo stupore.

Siate minatori, cacciatori di nulla, farfalle che si sentono aquile, fragili bolle di sapone nel tornado della vita. E non desistete, perché ricordate, come dice Overton, che "Anche se non le vediamo, le stelle brillano anche di giorno."

Come gestire le critiche costruttive per migliorare la creatività?

Come Gestire le Critiche in Maniera Costruttiva?

Questo è un argomento delicato, specialmente per i romantici, quindi se siete tra coloro che tendono a prendere tutto sul personale, allacciate le cinture perché si prospetta un viaggio sulle montagne russe.

La critica. Quella maledetta critica. Come diceva Alberto Sordi, "i critici che devono fà? devono criticà". Quindi, prima di tutto, se la critica proviene da una fonte affermata, da un vero critico, che capisce il processo creativo, egli merita tutta la nostra attenzione. Siamo qui per migliorare, questo è il primo punto da ricordare. Nessuno di noi è perfetto. E mai lo sarà, come vi direbbe Argo, uno dei protagonisti della Divina Avventura.

Pertanto, quando affronto un commento, una critica, cerco di avere l'approccio più costruttivo possibile. Leggo, analizzo, cerco i miei errori. È faticoso! È incredibilmente doloroso! Essere consapevoli delle proprie debolezze, delle proprie imperfezioni è per me fonte di grande frustrazione. C'è qualcosa dentro di me che anela solo all'applauso, lo desidera intensamente. Quando recitavo accanto a Mariangela Melato in Madre Coraggio e i suoi figli, mi colpiva sempre il suo desiderio finale di applausi. Aveva bisogno di quell'approvazione, era il motivo del suo essere lì. Ecco, penso che molti artisti siano attratti dal conforto dell'applauso. Ma dobbiamo cercare anche la critica, perché è lì, come direbbe Overton, che si trova la crescita. L'ignoto.

Tuttavia, c'è un ma.

In questo nuovo mondo, in questo forum collettivo dove ognuno è sia produttore che consumatore di informazioni, cioè internet, tutti hanno lo stesso valore. Siamo tutti uguali di fronte al temibile algoritmo! Ogni opinione è valida, ogni giudizio è valido e non può essere messo in discussione. Ma è giusto? Valiamo davvero tutti allo stesso modo? Direi di sì, se tutti fossimo sinceri e non ci si mettesse di mezzo l'aspetto più Macchiavellico dell'essere umano. Quel "mors tua vita mea" che sembra alimentare alcune persone.

In quel caso, l'opinione del recensore non nasce dal desiderio di esprimere un punto di vista, ma da quello di manipolare il lettore. Dicendo non ciò che pensa, ma ciò che vorrebbe che gli altri pensassero. Una forma di manipolazione in cui usa quel poco di autonomia che gli è rimasta per ferire l'autore e sentirsi, per qualche istante, importante, prima di essere nuovamente dimenticato e precipitare nel baratro della frustrazione. Ho ricevuto una recensione simile poco fa, al lancio del libro. Penso che sia un rito necessario e inevitabile.

Inoltre, e questo vale per gli scrittori su Amazon, avere critiche negative è molto utile, perchè danno credibilità a quelle buone. Quindi, ben vengano le critiche negative!

Come dice Jeff Bezos: "nella creazione di Amazon, non ho mai pensato alla concorrenza, ma solo al cliente." Parafrasando questa affermazione capitalista, nella mia carriera poliedrica, non ho mai pensato alla concorrenza, ma sempre allo spettatore. A voi. Quello è l'unico legame che mi interessa.

Le recensioni del libro stanno arrivando e sono eccezionali. Io non posso che ringraziare ciascuna/o di voi che mi ha lasciato meravigliose parole. E approfitto di questo spazio per fare un cenno a chiunque non l'abbia ancora lasciata di farlo. Perchè sarà d'aiuto al libro per farsi conoscere:

Detto questo, concluderò con un consiglio che mi diede uno sceneggiatore Hollywoodiano che incontrai a Los Angeles, durante una festa a Venice Beach. "Il metodo dell'hamburger". Quando vuoi fare una critica, usa il metodo dell'hamburger. Tre strati. Un complimento/Una critica/Un complimento. In questo modo, chi ti ascolta sarà più incline ad accettare la critica.

Come la recitazione mi ha aiutato ad affrontare la timidezza

Quando ero un ragazzino, un giorno mio padre mi disse qualcosa che sconvolse la prospettiva sul mondo. Mentre mi parlava, stavo a braccia incrociate con un'espressione accigliata sul volto. Dovevo avere circa 13, 14 anni. Mi chiese se lo stavo ascoltando. Risposi di sì, ma lui replicò: "Se una persona ha le braccia incrociate, significa che non è aperta al dialogo, quindi non mi stai ascoltando davvero."

Dopo questa rivelazione, il mondo intorno a me cambiò. Cominciai a osservare i comportamenti degli altri: il modo in cui si comportavano, le braccia incrociate, le gambe incrociate, lo sguardo distante piuttosto che intensamente impegnato nell'interazione con me. Fu come se avessi scoperto una nuova dimensione della comunicazione, ed in effetti era così.

Questo percorso continuò, anni dopo, nei miei studi di recitazione. Dopotutto, quale altro mestiere costringe a una profonda comprensione dei comportamenti umani, con l'obiettivo di riprodurli o addirittura di assimilarli? Grotowski, in un celebre aneddoto, pose questa domanda: "Immaginate di essere in una foresta e di trovarvi davanti a un gigantesco grizzly. Cominciate a correre, quasi istintivamente. La mia domanda è: avete paura e quindi correte, oppure correte, e correndo diventate paurosi?"

Questa domanda racchiude uno dei grandi paradossi della recitazione: si giunge a un'emozione dall'esterno (la corsa) o dall'interno (la paura)? Da questa premessa nascono vari metodi di recitazione che cercano di favorire un approccio piuttosto che l'altro. La recitazione moderna, da Stanislavski all'Actor's Studio, propende per una ricerca interiore, per stabilire nel proprio io un'analogia personale con ciò che il personaggio prova, al fine di essere autentici. Ma è veramente così? Un altro famoso aneddoto coinvolge Laurence Olivier e Dustin Hoffman sul set de Il Maratoneta. Quest'ultimo amava correre per chilometri per entrare nel ruolo e un giorno Olivier gli disse: "Perché fai tutto questo? Devi solo recitare."

Io mi allineo più alla scuola di pensiero di Olivier, credo nella recitazione come un atto sincero e immediato, privo di psicologismi, che permette al personaggio di emergere, non nascosto dietro le rughe dell'attore, ma tra le righe del poeta.

Quindi, grazie alla consapevolezza acquisita attraverso la recitazione, a 20 anni decisi di non incrociare mai più le braccia. Ho trascorso i successivi 20 a impormi di essere aperto, costringendomi in un certo senso a essere ricettivo verso ciò che mi circondava. Questo è stato molto utile per me, dato che il mio essere timido e introverso aveva bisogno di questo cambio per trovare vitalità e crescita.

Poi, un mio maestro mi lasciò in una lettera d'addio, queste parole: "Ricorda: è proprio quando dici 'è troppo' che il lavoro inizia..." Niente di più vero. Così vero che, a un certo punto, intorno ai quarant'anni, mi resi conto che era arrivato il momento di incrociare nuovamente le braccia. Ero così abituato a non farlo, che la mia "crisi" sarebbe stata proprio questa: ritornare dentro di me. Riscoprire quella introversione che mi aveva plasmato così profondamente. Il mio primo cuore.

E quindi eccomi qui, a scrivere libri e pagine del Diario d'Artista.

Chi Ruba i Tuoi Sogni

Il mondo è pieno di bugiardi, speculatori, persone così perse, così distanti dai propri desideri, che vivono rubando quelli altrui- nel migliore dei casi - o addirittura distruggendoli.

Ma perché, per quale motivo una persona si ritrova, all'improvviso, dall'altra parte della riva? Io credo che molti di loro, all'inizio, fossero giovani aspiranti sognatori, persone con un desiderio, con un obiettivo. Poi la vita, il destino o chi per esso, ha scelto diversamente, e lentamente, forse per non perdere quel legame con i desideri, hanno cominciato a nutrirsi dei desideri altrui, come parassiti della felicità. Si sono incanalati in un tunnel di frustrazione, dove vedevano emergere, davanti ai loro occhi, i loro desideri, ma incarnati nei corpi di altri.

Un destino insostenibile.

Un'altra possibilità è che, nel loro percorso artistico, hanno incontrato un muro. Qualcosa di così potente da spazzare via la volontà che li teneva in piedi. Potrebbe essere il genio. Quanti tragici destini sono legati all'incontro con il genio. Quanti meravigliosi destini pure. Il genio si ama, non si lotta. Ma la volontà a volte gioca brutti scherzi, soprattutto se legata alla superbia. E chi incontra il genio ma non lo ammette e lotta contro di esso, spesso si ritrova naufrago su un'isola deserta.

Questo accade a Kato e a molti altri personaggi de "La Divina Avventura". Tutti sono mossi dal desiderio, chi più chi meno, chi nella lotta, chi nel passato, chi nella scoperta. Nel romanzo affronto gli effetti della volontà. Sia primitiva, cioè della sopravvivenza, attraverso l'istinto, sia quella del prosperare, della ricerca del miglioramento, della perfezione, sia, infine, quella spirituale dell'accettazione.

"La volontà di accettare."

Può sembrare un paradosso, ma non lo è. Basta vedere il percorso di Overton.

Tornando agli speculatori che si nutrono delle aspirazioni degli artisti, come si possono riconoscere? Onestamente, non lo so. Ma può venirci in aiuto l'incomparabile Collodi, con il suo Gatto e la sua Volpe. Anche vari poeti come La Fontaine, o il nostro Esopo: chi liscia troppo il pelo, chi vende sogni facili, chi non fa altro che mostrarvi uno specchio nel quale potete sentire di essere perfetti. Ecco, sono loro. Fuggite! Cercate la crisi, quella brutta, oscura e gobba, perché è lì che si nascondono i segreti della crescita.

Ricordate, nella natura, tutto ciò che è bello, è letale. Non è un caso se i colori vivaci, le forme meravigliose, e gli odori inebrianti servano ad attirare le prede per mangiarle meglio.

Sono stato fortunato, nella vita non ho incontrati molti parassiti, alcuni, certo, ma è inevitabile. Se dovessi dare un consiglio disinteressato a tutti gli artisti, fidatevi di coloro che guadagnano SOLO se la vostra arte ha successo. Chiunque siano i vostri collaboratori, sono loro a lavorare per la vostra arte e non il contrario. E se saranno bravi, a loro spetterà una parte dei guadagni derivanti dal vostro lavoro in quanto artista. Non pagate per sentirvi più belli, più intelligenti, o artistici.

La vanità è la peggiore delle consigliere.

Il Segreto di Paperon De Paperoni

Una cosa alla volta.

Non ricordo chi nella mia vita mi abbia sempre ripetuto questo mantra: "una cosa alla volta". Forse mio padre. O mia madre? Fatto sta che in queste quattro parole si cela un segreto tanto semplice da passare quasi inosservato. Se esiste un ingrediente segreto che permette di portare a termine ciò che si inizia, è proprio questo: procedere un passo alla volta. Nella scrittura, significa una parola alla volta. Un'idea alla volta.

Un personaggio della Disney, Paperon De Paperoni, solitamente afferma che si diventa ricchi un centesimo alla volta. Forse è da lui che ho preso questo motto, e la mia mente, nel tempo, l'ha sottratto al capitalismo imperante che trasuda da quelle parole, per conferirgli un significato più spirituale, più filosofico.

Si accumula conoscenza un pensiero alla volta. Si crea un'opera d'arte un gesto alla volta. Se questo è vero, e io penso che lo sia, allora la disciplina diventa un altro elemento fondamentale. Alzarsi e correre. Alzarsi e scrivere. Alzarsi e fare. Sempre una cosa alla volta. Come affermavo in una pagina precedente del diario, l'ispirazione nasce dall'azione. Ma non solo l'ispirazione. Anche la cura nasce dal fare. Sembra che, indirizzando le nostre energie verso un obiettivo, un desiderio di realizzazione, possiamo lenire i nostri mali, dando alla nostra vita un senso, una direzione: completare qualcosa.

Sabato, mentre ero al mare a bere una birra, seduto al tavolino di legno eroso dal tempo, con il vento del tramonto sulle spalle bruciate dal sole, io e alcuni dei miei amici abbiamo incontrato per caso un'amica di scuola di uno dei commensali. Avendo con me La Divina Avventura e sapendo da uno dei miei amici che questa ragazza era un'assidua lettrice, ho colto l'occasione per mostrarle il libro (non bisogna mai perdere un'occasione!). Dopo aver ascoltato la mia ormai rodata presentazione: "È una sorta di Siddhartha e La Storia Infinita insieme", mi guarda e dice: "C'era un filosofo giapponese, non ricordo il nome, che sosteneva che nella vita bisogna fare tre cose: avere un figlio, piantare un albero e scrivere un libro". Ho risposto che a piantare un albero ci metterei un attimo.

Detto questo, non posso che dare ragione a quel filosofo giapponese. La creazione è vita. E creare, che sia una pianta, un libro, un monumento, o un'altra vita, sembra essere non solo una fonte inesauribile di energia, ma anche di gioia e di senso.

Quindi, domani, quando mi alzerò, come oggi ripeterò a mia figlia: "Elettra, una cosa alla volta. Fatta bene. E poi vai avanti". Ormai lei alza gli occhi al cielo e sbuffa. Mi sembra di sentirla dire: "Uffa, papà... ancora con questa storia?" E nei miei occhi, non c'è altro che amore incondizionato e gioia infinita.

Come Affrontare il Vuoto Post-Creazione?

Non posso fare altro che iniziare questa settimana del "Diario D'artista" parlando del lancio del mio libro.

Venerdì, finalmente, "La Divina Avventura" è stata pubblicata. È ufficialmente fuori dal mio controllo ed ora si trova nel limbo dei libri: quelli scritti ma ancora non letti. È in una sfera d'ignoto che contiene ogni possibilità, ogni successo e ogni fallimento.

Solo l'idea che qualcuno, in questo preciso momento, stia leggendo per la prima volta quelle parole che ho coltivato, cresciuto e selezionato con tanto impegno, mi fa battere il cuore. Pensare che ormai questa storia è scritta, conclusa, incisa per sempre nel tempo mi riempie di gioia. Sì, è vero, ha le sue debolezze, le sue fragilità. Possiede forse l'ingenuità di un'opera prima, ma porta con sé anche l'entusiasmo, la leggerezza e soprattutto, un messaggio.

Sapere che ora anime sconosciute (e non) stanno per comprendere questo messaggio è sinonimo di profonda felicità e gratitudine per me.

Ma come ogni medaglia che si rispetti, c'è un rovescio. L'artista, dopo aver creato, si trova a confrontarsi con quella che io chiamo "la bolla di vuoto": quel momento post-creazione in cui non c'è più nulla, solo il vuoto. Molto simile a quella fase della vita in cui il figlio è andato via di casa e ora la sua stanza, tutta addobbata, che conserva ancora il suo profumo, ha perso la sua funzione primaria.

Scrivere La Divina Avventura mi ha tenuto compagnia per circa 18 mesi, occupandomi la mente, l'anima e il cuore. Fino a saturare ogni parte di me. Non avevo più spazio per altro. Non volevo più spazio per altro. Era puro amore, totale, incondizionato. Solo così riesco a toccare le mie corde più intime, solo così riesco a commuovermi nella scrittura di un paragrafo. Solo così posso immaginare un evento, o trovare un significato alle mie stesse parole. E ora, tutto questo non c'è più. Ora, questi pensieri, queste idee, queste emozioni, devono vivere di luce propria, devono camminare con le proprie gambe. Io ho fatto tutto quello che potevo, come ogni genitore premuroso. Avrò sbagliato da qualche parte, e da qualche altra avrò fatto la cosa giusta. Ma ora, caro libro, il mondo è tuo. Vai, corri verso i tuoi lettori, persegui il tuo scopo, scuoti le loro anime, fai vibrare i loro cuori e crea quei meravigliosi ponti tra l'autore e il lettore.

Ma io? Cosa dovrei fare io, ora che mi hai lasciato solo? Ti vedo lì, sulla mia scrivania... con la tua copertina che raffigura una barca, il mare e torri nere. Mi dispiace, ma non riesco più a leggerti. Non perché non voglia, so che ci sono refusi qua e là, so che sei imperfetto. Ma, come dici tu stesso ad un certo punto: l'imperfezione è bellezza. Un giorno, forse, correggerò i tuoi piccoli difetti, che ti donano quell'aura di inizio, di principio, ma se devo essere onesto, per ora mi piaci così come sei.

Credo che mi godrò quel sano vuoto che segue la creazione e mi preparerò per il prossimo viaggio. Nel silenzio troverò terreno fertile per nuove semine, che daranno vita a un nuovo raccolto.

L'ho già anticipato, il prossimo libro parlerà di Amore e del Tempo. Il tempo tiranno, il tempo che passa, il tempo che fugge e l'amore, sempre l'amore.

La gioia del fallimento

"Fallire è la prerogativa dei migliori." Avete mai sentito questa frase?

Il successo nasce dagli errori. E non uno. Nemmeno dieci, ma innumerevoli: bisogna fallire finché non si coglie la corretta via. E questa potrebbe essere dietro l'angolo oppure oltre l'orizzonte. Attraverso i fallimenti impariamo a progredire e progredendo, impariamo a gestire le sconfitte, finché un giorno, dopo aver esplorato ogni possibilità, ci si trova a volare. La strada della conoscenza è un sentiero costellato di esperienze non andate a buon fine, poiché l'esperienza stessa altro non è che l'equilibrio tra l'informazione acquisita e il tentativo di applicarla, in un eterno ciclo di feedback.

Lasciate che vi racconti la mia vita.

É stata una serie di tentativi e fallimenti, in gran parte artistici. Iniziai a suonare il violino a 8 anni e smisi a 12, quando mi confrontai con una giovane prodigio che schiacciò, con il suo talento, ogni mia velleità "Paganiniana". A lenire il dolore ci pensò il mio primo computer, regalatomi da mio padre, un informatico nell'era degli anni '80. Arrivato in collegio, intrapresi la chitarra, ma non riuscii ad eccellere nemmeno lì. Strimpellavo. A scuola non brillavo, anzi, mi hanno addirittura bocciato. Poi, una volta tornato in Italia, intrapresi gli studi in informatica all'università, ma anche lì, il percorso non mi si addiceva. Fu allora che scoprii il teatro, dove trovai una certa facilità nel fare ciò che mi veniva richiesto con risultati più che discreti.

Dopo aver messo da parte qualche soldo lavorando per l'ex marito di mia sorella come cameriere durante l'estate, produssi il mio primo spettacolo teatrale, che, pur andando in perdita, mi aprì le porte della regia al Teatro Stabile di Genova. Li scrissi e diressi altri tre spettacoli, l'ultimo dei quali fu talmente controverso da offendere così tanti che mi fu chiaro che quello non era più il posto per me. Andai a Roma dove girai film famosi e serie tv popolari. Spesi i soldi guadagnati per dirigere tre film indipendenti, che potete vedere gratuitamente sul mio sito QUI. Non guadagnai nulla, se non sicurezza e conoscenza.

Poi, non avendo trovato nessuno disposto a investire in me, decisi di investire tutto ciò che mi rimaneva in un progetto audace: un videogioco in realtà virtuale. Fortunatamente, trovai persone competenti con cui fondai "Untold Games", che ora è una delle più importanti realtà di gaming in Italia.

Oggi, come molti di voi sanno, ho deciso di cimentarmi nella scrittura di romanzi - e non solo - visto che mi pubblico da solo. Insomma, non smetto di cercare i muri dove sbattere la testa!

Guardandomi indietro, vedo una strada costellata di fallimenti, sì, ma vedo anche lezioni di vita inestimabili, vedo la gioia di seguire le mie passioni, e ricordo amici che non vedo più ma che sono e saranno per sempre nel mio cuore. Non importa quanto sia difficile perseguire i propri sogni, farlo è un'avventura degna di essere vissuta.

Recentemente ho avuto una conversazione con un mio amico che, dopo aver venduto la sua azienda per una somma straordinaria, a cena mi confidò: "Flavio, non so cosa fare ora." In effetti, mi chiedevo anch'io: cosa fai quando hai la possibilità di fare qualsiasi cosa, ma ti sembra di non avere più niente da fare? Gli risposi: "Ricorda quello che desideravi fare da bambino e fai proprio quello." Sorrise, e ancora oggi, quando ci incontriamo, mi ringrazia per quel consiglio.

Segreti e Tecniche di un Attore

"Dove risiede l'ispirazione?"

Ricordo il mio primo anno di recitazione presso la Scuola di Genova. Ci venne affidato l'incarico di apprendere un testo a scelta tra tre opzioni: un estratto di un libro, una favola e un testo legale. Mi toccò un passaggio del "Mein Kampf", un estratto difficile che richiedeva un'intensa energia per essere declamato. Lì, dovevo interpretare le deliranti idee di Hitler sulla gioventù sportiva.

Un giorno, salii sul palco e, prima di iniziare, attesi. Diversi secondi trascorsero prima che la mia insegnante mi esortasse: "Cosa stai facendo? Stai aspettando l'ispirazione? Devi recitare." Ancora oggi quelle parole echeggiano in me come un monito. Certo, serve l'ispirazione, ma bisogna anche agire, agire e ancora agire. Niente genera più ispirazione dell'atto di creare. È una sfida agonistica, il sudore dell'anima, la mente che si riscalda fino a incendiare i pensieri, dimenticando i propri problemi per accedere a quel misterioso luogo dove nascono le idee.

Non è tanto una questione di dove si trova l'ispirazione, ma piuttosto di come la si cerca. Credo che si trovi nell'atto, nel gesto. Ogni arte ha il suo gesto, strettamente legato al suo strumento. La parola per l'attore, La penna o la tastiera per lo scrittore. Lo strumento musicale per i musicisti, il disegno per l'architetto e così via.

Un altro elemento fondamentale è: "Non fidatevi dei pensieri generati in una stanza chiusa." Non potrei essere più d'accordo. Camminare all'aria aperta, con il mondo che scorre al ritmo dei nostri passi, è un incredibile stimolo per la creatività. Camminare favorisce la circolazione del sangue, in modo più dolce e organico rispetto all'esercizio in palestra. Ci permette di interagire con il mondo che ci passa davanti. Da piccolo mi divertivo a immaginare che non ero io a camminare, ma il mondo sotto di me a ruotare. Amo camminare, come mia nonna che lo ha fatto fino a quando le è stato possibile. Più invecchio, più noto che le persone longeve sono solitamente grandi camminatori. Non credo sia una coincidenza.

Camminare era una prerogativa anche degli antichi greci, maestri di filosofia, etica e morale. I "Peripatetici", studenti di Aristotele, erano così chiamati perché il filosofo insegnava mentre camminava nel portico del Liceo, la scuola da lui fondata ad Atene. I filosofi erano grandi camminatori, ed è comprensibile, perché è camminando che arrivano le idee migliori.

Un'altra fonte di ispirazione sono le persone che ci sono vicine, che conosciamo bene e che possono guidarci o servire da esempio. Vi rivelerò un segreto: ho sempre "studiato" i miei genitori in tutto. Volevo capire in cosa eccellevano e in cosa avrei potuto migliorare rispetto a loro, magari evitando i loro errori o le loro distrazioni. I nostri modelli, che siano i genitori, persone famose, amici, rappresentano una grande fonte di ispirazione.

Infine, ci siamo noi stessi a fungere da fonte di ispirazione. Tuttavia, questo è un tema che potrebbe generare un intenso dibattito. Credo che, crescendo e avvicinandoci alla fine della nostra esistenza, abbiamo via via l'opportunità di diventare il riferimento per noi stessi, ma si tratta di un percorso lungo e graduale che non può - e non deve - escludere il mondo esterno.

A volte, mi guardo allo specchio e quasi non mi riconosco, perché è da tanto che non mi osservo veramente. Notando una ruga, un sorriso, un volto più scavato, mi viene da ridere. Mi chiedo: chi è davvero quella persona che vedo di fronte a me?

Spero di non scoprirlo mai del tutto, per avere sempre l'opportunità di incontrare me stesso ogni tanto e chiedermi come sto.

Il potere dell'Attribuzione

Nell'arte, abbiamo due attori protagonisti: l'artista che, con la sua abilità, manifesta una opinione, un enigma, una disputa, una soluzione, una trama; e lo spettatore, che guarda, valuta, critica, adora e detesta.

Il legame tra questi due soggetti è incredibilmente avvincente. Durante il mio periodo di formazione presso la scuola del teatro di Genova, il mio mentore - uno dei migliori della sua generazione - Massimo Mesciulam, aveva l'abitudine di discorrere di "attribuzione".

Mentre mi preparavo per recitare una scena, mi ribadiva l'importanza dell'attribuzione. Per illustrarlo, faceva riferimento alla scena dell'Agamennone di Eschilo.

L'entrata in scena del protagonista, figura di immenso prestigio e carisma, doveva rispecchiare la sua potenza, pressoché divina. Ma come può un attore "mostrare una forza quasi divina" senza diventare ridicolo? Ve lo dico io: non può. Perché anche una figura imponente come "The Rock", muscoloso e coperto di tatuaggi, apparirebbe comica nello sforzarsi di mostrare potenza. Qui, l'attribuzione viene in nostro soccorso. In questo specifico contesto, significava trovare un modo per far sì che tutti attribuissero all'attore che interpretava Agamennone quella potenza divina. Così, il peso di quella presenza non risiedeva più nelle mani dell'attore, ma in quelle di tutti coloro che lo circondavano. In base al comportamento degli altri, lo spettatore avrebbe attribuito ad Agamennone tale forza. Perché se tutti evitano di guardarlo negli occhi, abbassano il capo e la voce diventa più flebile quando gli parlano, è evidente che quest'uomo, Agamennone, è un uomo da temere.

Una lezione simile l'ho appresa durante la mia esperienza come assistente alla regia con M. Langhoff, un rinomato regista tedesco. Mi illustrò che, nelle scene di combattimento, il lavoro più impegnativo non è di chi attacca, ma di chi viene colpito. Perché è la vittima a rendere la violenza "reale" nella sua finzione. Anche in questo caso, l'attribuzione della forza era nelle mani di un altro.

Ma la vera magia dell'attribuzione si verifica nella fantasia dello spettatore. L'arte è un dialogo tra l'artista e lo spettatore, dicevamo. Se l'artista espone tutto in modo esplicito, esibendo ogni piccolo dettaglio, ogni imperfezione, ogni desiderio, è come se stesse monopolizzando la conversazione. È come un monologo, un tedioso soliloquio in cui esalta se stesso... Ma se invece lascia un vuoto, un'apertura, cosa accade? Avviene quello che si verifica nei migliori libri, film e brani musicali. Lo spettatore, attraverso la propria immaginazione, utilizza questo spazio vuoto per proiettare sé stesso, per attribuire significati. In questo modo, lo spettatore si trasforma in un artista, e si innesta il meraviglioso processo dei neuroni specchio, della capacità di immedesimarsi in quel personaggio, in quelle parole, in quella melodia. È su questo confine, a mio avviso, che risiede l'arte. Siamo tutti discendenti degli stessi antenati, condividiamo molti aspetti, e al tempo stesso ne possediamo di unici e distintivi. Quando riusciamo a creare un dialogo tra anime che permette sia l'unione di ciò che ci accomuna sia l'evoluzione di ciò che ci rende unici, produciamo una conversazione che arricchisce il mondo dell'artista e quello dello spettatore.

Come affermava la mia direttrice della scuola: "la recitazione è relazione." Io andrei oltre, affermando che l'arte, nella sua essenza, è relazione. E la bellezza è un territorio misterioso, dove l'unicità si lega all'archetipo. Dove l'inconscio collettivo si manifesta nell'individuo singolo, atipico, unico, imperfetto. Proprio come tutti i suoi simili.

Come dicono gli anglossassoni: "Beauty is in the eye of the beholder".

Come trasformare la propria vita in un'opera d'arte

La questione dell'arte. Mi chiedono spesso cosa direi a un giovane aspirante attore per aiutarlo. Questa richiesta porta però con sé un peso, perché in un certo senso, una risposta diretta può indirizzare quella persona lungo un percorso difficile. Quindi, invece di elencare i requisiti per essere un attore o un artista, parlerò del mio personale viaggio in questa professione.

Sin dall'inizio, sono stato abituato al cambiamento. In parte per necessità, cambiando scuola ogni tre anni, e in parte per l'educazione ricevuta. Ho viaggiato molto, i miei genitori mi hanno portato in posti meravigliosi come il Senegal, la Giordania, il Marocco. Subito dopo la caduta del Muro di Berlino, si sono messi in auto per scoprire quell'Europa che ancora non si era omologata alla cultura occidentale. Durante la guerra in Iugoslavia, trascorrevamo le estati in Croazia. I miei genitori sono due avventurieri che mi hanno instillato l'amore per la diversità.

Da piccolo, ero un buon studente a scuola, ma con il tempo, forse a causa di questi cambiamenti continui, sono diventato quello del banco in fondo, critico, autonomo, mediamente bravo pur senza studiare. Non certo un modello da seguire, ma questo atteggiamento mi ha avvicinato a nuove passioni. Alcune positive, altre meno. Ma l'arte era già nelle mie vene. Volevo essere parte dello spettacolo di fine anno della scuola, e poi decisi che il mio destino era creare videogiochi, quello che per me è la più grande forma d'arte contemporanea.

Tuttavia, quando sono tornato in Italia, ho dovuto fare i conti con la realtà dell'università italiana, priva di pratica e applicazione. Così, esame dopo esame, ho realizzato che l'informatica non mi avrebbe portato dove volevo. Ma ho scoperto la recitazione, e l'arte, ancora una volta, mi chiamò.

Sono un mix tra Forrest Gump e James Dean. Ho seguito le mie passioni, con la sana follia e leggerezza di chi non ha responsabilità. Ma c'è una cosa che mi ha aiutato, soprattutto all'inizio: non ho mai fatto debiti. Questo mi ha permesso una grande flessibilità, cosa che l'arte richiede.

Spendi i soldi in modo preciso: investi in strumenti del tuo lavoro creativo, evita gli sprechi. Compra un buon computer, una macchina fotografica, libri su sceneggiatura, regia, recitazione, storyboard, e poi altri libri ancora. Spendi per imparare, mai per consumare.

Ricorda che la parola "tecnologia" deriva da "teknè", che significa arte. Gli strumenti, per qualsiasi artista, sono cruciali. Ogni percorso artistico è unico. Ogni vita è una storia a sé. Le regole di condotta si sanno inconsciamente, ma le ribadirò: Ama te stesso e richiedi rispetto. Circondati di persone che ti migliorano. E vivi questa avventura con un pizzico di follia, una generosa dose di disciplina, e affina la tua mente e i tuoi strumenti per brillare come un diamante appena tagliato.

Ricorda: l'arte non è una destinazione, ma un viaggio. Una danza intricata tra chi sei e chi desideri diventare. È la tua storia unica che rende il tuo percorso artistico inimitabile.

Quindi, se sei un giovane che sogna di diventare un artista, la mia raccomandazione non è tanto su cosa devi fare, ma piuttosto su come devi essere. Sii curioso, sii appassionato, sii aperto al mondo e alle sue molteplici sfaccettature. Permetti alla tua arte di evolvere con te, perché alla fine, l'arte che crei è un riflesso di te stesso.

Forma vs sostanza

Oggi mi soffermerò sull'abissale conflitto in cui la nostra società ci immerge quotidianamente: "la forma o la sostanza"?

Questa tematica non è confinata alla nostra società, ma sembra essere un leitmotiv che assilla l'artista sin "dalla notte dei tempi", come recita l'evocativo cliché.

Forma e Sostanza. Questo enigma esistenziale assilla ogni artista. Quando prevale la forma e quando la sostanza? Conta di più la copertina del libro oppure il suo contenuto?

"Il contenuto!" potreste rispondere. Ma se nessuno sfoglia quel libro, quel contenuto è come se non esistesse. Se nessuno compra il libro, l'autore non potrà godere del trionfo della sua arte e neanche riempire la sua tavola di cibo. Questo lo condurrà, inevitabilmente, a cercare altre praterie in cui essere accolto, come lavorare alle poste, come accadde a H. Melville dopo aver composto Moby Dick. Infatti, sappiate che l'autore del più importante romanzo moderno americano cessò di scrivere dopo che il suo libro fu bollato come mediocre dai critici dell'epoca e non conquistò il favore dei lettori. Solo un secolo dopo, il libro fu ristampato e ottenne l'enorme successo che lo pone, ancora oggi, tra i bestseller annuali.

Se Melville avesse adottato una forma differente, avrebbe forse avuto successo? Ma se si fosse piegato alle regole del mercato, forse non avrebbe scritto quel capolavoro. Forse avrebbe prodotto quello che tutti gli altri suoi coevi scrivevano, risultando "uno fra tanti."

Insomma, l'aderenza artistica rappresenta un autentico dilemma. Un artista che rimane totalmente indipendente corre il rischio serio di non riuscire a vivere della sua arte, e un artista che invece aderisce alle regole del mercato, rischia di non essere autenticamente un artista, ma un copista, un impiegato a tempo indeterminato. Esistono compromessi? C'è un modo per far convivere entrambe le cose?

Forse sì. Molti artisti svolgevano due lavori. Uno per "guadagnarsi il pane" e uno per "Dialogare con l'eternità". Mantenevano questi due impieghi separati, quasi ermeticamente, in modo che uno non inquinasse l'altro. Almeno, ci provavano, ma non tutti ci riuscivano. Sicuramente, molti di loro conducevano una vita difficile, perché in fondo, l'anima romantica dell'artista lo permea in ogni sua cellula, e la mancanza di riconoscimento non può che condurlo alla frustrazione, a quel dubbio terribile di essere, come sottolineavo in un'altra pagina del Diario, "un impostore".

Ci saranno quelli che sostengono che l'arte risiede dove c'è commercio, e non posso dire che sbaglino. Molti grandi movimenti artistici furono legati a un successo commerciale, basta pensare al fastoso teatro del 1600/1700, epoca aurea della drammaturgia, che ci ha donato i Shakespeare, i Molière e i Lope de Vega. In quel periodo c'erano più drammaturghi che panettieri, (si fa per dire), e quindi, per una pura questione di statistica, i migliori erano davvero "migliori". L'abbondanza genera qualità, in un certo senso. La sopravvivenza del più forte. La legge della natura applicata all'arte.

Ma ci sono anche le "pecore nere", coloro che hanno lasciato il segno nella nostra storia senza essere minimamente riconosciuti durante la loro vita. Kafka è l'esempio più evidente. Addirittura scrittore postumo. Ma come Kafka, molti pittori, musicisti. Mozart fu sepolto in una fossa comune. Immaginate, Mozart.

Cosa significa tutto ciò? Non lo so. Non ho risposte a questa domanda. Credo che ognuno di noi si confronti con la propria etica, morale. I propri desideri. E non credo che ci siano desideri più giusti o meno giusti. C'è chi aspira al successo. Chi invece vuole perseguire la verità a ogni costo. Chi è convinto di qualcosa di cui nessun altro è convinto. Chi ha ragione e chi ha torto.

Concluderò con un altro esempio straordinario: Ignaz Semmelweis, un medico ungherese del XIX secolo. Celebre per aver proposto che i medici dovrebbero lavarsi le mani prima di assistere le donne durante il parto per prevenire la febbre puerperale. Questa era una malattia mortale che colpiva molte donne dopo il parto. Le teorie di Semmelweis furono largamente ignorate o respinte dai suoi contemporanei, che non compresero il nesso tra igiene e infezione, dal momento che i germi e i batteri non erano ancora stati scoperti.

Semmelweis cadde in disgrazia nella comunità medica e, alla fine della sua vita, fu ricoverato in un manicomio dove morì in circostanze misteriose.

Solo dopo la sua morte, e con la scoperta dei germi da parte di Louis Pasteur e Robert Koch, il suo contributo alla medicina fu riconosciuto e apprezzato.

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La favola di Gianni

Lasciate che vi narri la storia di Gianni, un bimbo con i riccioli aurei, ancora abbastanza piccolo da essere cullato tra le braccia dei suoi genitori quando il sonno lo assaliva.

Gianni, durante le lezioni scolastiche, ascoltava la voce della sua entusiasta maestra, ma non ne decifrava completamente il significato. Lei gli aveva detto: "Ricorda, Gianni, nella vita esistono porte piccole e porte grandi. Le porte grandi accolgono un gran numero di persone, mentre quelle piccole, al contrario, ne accolgono poche. Scegli la porta piccola e scoprirai il mondo."

Gianni proseguì la sua esistenza con la sua solita allegria e leggerezza, dimenticando queste parole sagge e criptiche della maestra. Tuttavia, il seme piantato nel suo cuore cominciò a germogliare durante i suoi anni del liceo, quando Gianni, probabilmente guidato da quella frase dell'insegnante, iniziò a riflettere in maniera autonoma.

Quando avvertiva che tutti erano in accordo su un argomento, in modo quasi istintivo, Gianni cercava la porta piccola, quell'opinione che nessuno condivideva o conosceva. Stimolato dalla curiosità, Gianni si avventurava nelle intricate vie del mondo, alla scoperta dell'invisibile, dell'ineffabile. Questa ricerca lo riempiva di gioia, poiché lentamente Gianni comprendeva che la verità non è sempre quella che ti fanno credere, che ciò che è considerato "giusto" o "sbagliato" non si trova necessariamente dietro la porta grande.

Al contrario, spesso si trovava dietro la porta piccola con la realizzazione che, in un certo modo, il mondo stava cercando di ingannarlo.

"Perché?" si chiedeva Gianni. "Perché dalla porta grande continuano a giungere messaggi pacifici, uniformi, accomodanti, ma spesso ingannevoli?" Gianni non riusciva a trovare una risposta. "Perché la gente, come un gregge privo d'anima, si riversa in quel portone senza fare una piega, senza mettere in dubbio nulla?" Queste riflessioni tormentavano Gianni, che ora, trasformatosi in un giovane adulto, aveva fatto della sua passione il suo mestiere, proprio grazie alle sue decisioni.

"Non potrai mai vivere decentemente con la passione! La passione non mette il cibo sulla tavola! Trova un vero lavoro, come gli altri!" Questo è quello che gli dicevano coloro che sceglievano la porta grande. Ma Gianni, invece, aveva fatto un tesoro della sua passione. L'aveva nutrita con amore, l'aveva sviluppata con orgoglio. E da quel piccolo seme che era la sua arte, crebbe un albero sempre più prezioso, sempre più unico. Un albero che, ad un certo punto, quando Gianni divenne un uomo maturo, fu esibito proprio nella sala della porta grande.

Grande fu lo stupore di Gianni quando tutti quelli che prima lo ignoravano, ora lo acclamavano. Gianni si ritrovò un uomo apprezzato, un "maestro", come si dice.

Potreste pensare che Gianni, dopo una vita di solitudine, accompagnato solo da rare connessioni con anime affini (quelle che come lui sceglievano la porta piccola), ora avrebbe trovato la felicità. Ora che finalmente aveva raggiunto il successo, finalmente sarebbe stato felice.

Ma il successo, come suggerisce la parola stessa, è qualcosa che è già "successo". Il successo appartiene al passato, è dietro di noi, dietro a Gianni. E così, Gianni, solo in mezzo alla folla, con lo sguardo lucido di fronte alle espressioni emozionate dei suoi ammiratori, si rese conto di aver percorso anche lui la via della porta grande.

Fu pervaso da una tristezza profonda, sentì di aver fallito nel suo ruolo di pioniere, di guardiano del nuovo, dell'ignoto. Era un albero maestoso, e ora era questo il suo destino? Era venuto il momento di accontentarsi? Era venuto il momento di fermarsi e di gioire, finalmente, di quella porta larga e comoda che accoglieva chiunque?

Gianni sapeva che se fosse rimasto immobile lì, in mezzo alla folla che lo acclamava, sarebbe presto diventato l'ombra di se stesso. La vita lo avrebbe superato. Sarebbe diventato obsoleto. No, non poteva permetterlo.

E così Gianni, con la schiena curva e i capelli ormai ingrigiti dal tempo si allontanò silenziosamente dalla sala in cui tutti lo ammiravano. Salutò i suoi amici con discrezione e annunciò che non sarebbe tornato, ma che, se avessero deciso un giorno di varcare la porta stretta, lui li avrebbe accolti con amore e gioia.

E fu così che Gianni scomparve, lasciando dietro di sé scintille di meraviglia.

Chi sono io?

"Chi sono?" Vi siete mai fatti questa domanda? Io lo faccio costantemente. Sono un esistenzialista nell'anima. Quando scrivo, è come se lentamente mi guardassi allo specchio e la mia immagine diventasse sempre più chiara. Le mie paure inconsce e i miei desideri emergono dalla scrittura e grazie a voi che mi leggete e ai vostri commenti, diventano evidenti. Riflettendo su ciò che scrivete, ho riconosciuto alcuni temi ricorrenti nei miei pensieri e nelle mie parole: la fuga, la sensazione di non appartenere. Costruisco la mia casa con i mattoni che mi fornite voi, con i vostri commenti.

Pensando alla mia inarrestabile ricerca di qualcosa di diverso, ho cercato di capire perché sono fatto così. Chi sono?

La mia infanzia è stata colma d'amore da parte dei miei genitori, ma anche piuttosto movimentata. Ho viaggiato molto, cambiato scuole più volte di quante  un bambino possa contare sulle dita. E quando le dita non bastano più, è doloroso, perché ci si sente soli. Ci si crea un mondo personale, si trova rifugio nei libri e nei videogiochi, si teme l'altro, non per diffidenza, ma per paura che anche quella persona, prima o poi, finirà nell'album di ricordi di viaggio. Sono cresciuto vagabondo. Mi paragonerei a una "pianta in un vaso" , senza radici nel terreno. Il vantaggio è che, spostandosi da un terrazzo all'altro, si possono ammirare diversi tramonti, esperire soli di diverse intensità, piogge forti o leggere. Si gusta la diversità del mondo. Ma le radici rimangono nel vaso, non si connettono a quelle delle altre piante intorno. Si cresce forti e rigogliosi, ma soli.

Ognuno di noi ha la vita che gli è stata assegnata. Ieri ho ricevuto un'email molto toccante da una signora che mi segue. Descriveva la sua situazione difficile. Molto difficile. Mi ha stretto il cuore. Non avendo parole o soluzioni da offrire, le ho scritto un breve messaggio di incoraggiamento. Mi sono sentito così superficiale nel confortare una persona che potrebbe avere il doppio della mia età. Chi sono io per dire "Andiamo" o "La vita è bella", quando della vita ho conosciuto principalmente la fortuna? Certo, conosco i miei angoli bui, ma a volte penso che siano fin troppo illuminati.

Sì, sono fortunato.

Tuttavia, se riusciamo a guardare oltre noi stessi, siamo tutti fortunati. Siamo fortunati a vivere in Italia, o meglio, in Europa. Un paese che non ha vissuto una guerra per quasi 80 anni. Un paese che aiuta chi è in difficoltà, che accetta diverse fedi religiose, agnostici, atei. Un paese con una storia millenaria. Siamo fortunati a essere nati qui. Ma se allarghiamo ulteriormente la nostra visione, siamo fortunati semplicemente a essere vivi. Il processo di fecondazione che chiamiamo "amore" è un campo di battaglia. Per la nascita di ciascuno di noi, milioni di spermatozoi hanno incontrato un destino negato. Solo uno ha trionfato. Uno solo. Siamo i vincitori della lotteria della vita. E per questo, dovremmo essere grati per le sofferenze, le delusioni, le gioie, i ricordi e tutto ciò che il tempo e lo spazio ci donano incessantemente.

La mia esistenza è un mosaico di luoghi, persone e esperienze. Tutti pezzi unici che insieme creano il quadro della mia vita. C'è tristezza e gioia, solitudine e compagnia, ma attraverso tutto, c'è la scrittura. Il mio specchio, il mio rifugio e il mio mezzo per esplorare chi sono.

È un viaggio costante alla scoperta di noi stessi, e ogni giorno è una nuova opportunità per leggere e scrivere la propria vita. Quindi non smettiamo di farci domande, di cercare risposte, di riflettere sulla vita e sulle esperienze. Continuiamo a viaggiare, a sperimentare, e  a imparare.

Il Paradiso delle Signore

Tra poco, precisamente martedì, mi aspetta l'atteso fitting dei costumi per "Il Paradiso delle Signore". Dopo aver terminato le riprese a fine gennaio 2023, il periodo da gennaio a maggio è stato intenso e proficuo. Ho avuto modo di lavorare su molteplici progetti: l'implementazione di un nuovo sito web, la creazione di questo audio blog, il completamento della "Divina Avventura" e  la creazione di una campagna pubblicitaria per annunciare la mia nuova carriera. Ho anche girato un film per la TV con Cristiana Capotondi su Margherita Hack. Fortunatamente, sono riuscito a fare molto.

Ieri ho anche terminato la stesura del "trattamento" per il mio prossimo libro. Un trattamento è un documento dettagliato che descrive gli eventi di ogni capitolo del libro. In questo caso, sono 18 pagine di "sintesi" che però contengono l'essenza di ciò che verrà sviluppato, dalla psicologia dei personaggi, ai loro archi narrativi, ai luoghi e agli eventi. Insomma, è la "trama" del romanzo. Era fondamentale terminare questo documento prima di tornare sul set del "Paradiso delle Signore".

Questa è una foto della prima pagina, del primo pdf che ho ricevuto per la prossima stagione de "Il paradiso delle signore". Si comincia!

Recitare ne "Il Paradiso delle Signore" è un'impresa impegnativa. Ci sono giornate in cui dobbiamo preparare 8/9 scene a memoria, un lavoro che richiede una preparazione mnemonica intensa. L'anno scorso, mi sono prefisso l'obiettivo di arrivare sul set sapendo tutte le mie scene a memoria, senza improvvisazioni. Il mio personaggio, Tancredi, è ricco di sfaccettature, preciso, dotato di un'eccellente dialettica e di una psicologia complessa ma chiara e coerente. Sono molto soddisfatto del risultato, e nonostante sia un personaggio negativo, sono entusiasta di interpretarlo nuovamente quest'anno e di scoprire insieme agli autori cosa succederà.

Martedì prossimo, dunque, ci sarà la prova costumi, l'occasione per vedere i vestiti, i colori selezionati e gli oggetti che il mio personaggio avrà con sé. Mi farebbe piacere ascoltare i vostri suggerimenti: quali colori vi piacerebbe vedere su Tancredi? C'è un abito o un'immagine che vorreste condividere con me? Prometto di portarli al costumista e di discuterne con lei. A volte le intuizioni esterne possono essere molto utili. Scrivete nei commenti.

Subito dopo la prova costumi, alla fine di maggio, riprenderemo le riprese. Saranno mesi impegnativi, durante i quali non solo lavorerò duramente sul set, ma dovrò anche affrontare l'effettiva pubblicazione del libro su Amazon. Molti di voi stanno attendendo la versione cartacea per effettuare l'acquisto. Per completare la versione cartacea, devo prima finire l'ultima revisione con Federico, il mio editor. La data di pubblicazione è prevista per il 16 giugno, e poiché la stesura definitiva non è ancora stata completata, potete immaginare quanto stiamo lavorando a ritmo serrato. Ma ne usciremo a testa alta.

Questo non è un momento di bilanci, ma un momento di speranze per il futuro. E il mio futuro è chiaro: voglio continuare a scrivere  per voi, grazie al vostro aiuto spero di incontrare nuovi lettori che possano apprezzare la mia scrittura, e ho l'ambizione di crescere questo spazio dove è possibile dialogare con i lettori. Migliorare e crescere insieme a voi, per portarvi in luoghi che solo gli Hu-ga di questo mondo possono raggiungere.

PS: (Se non sapete chi è Hu-ga, ecco il link alla favola. Ho sentito dire che verrà letta a una classe di bambini di 10 anni. Spero che qualcosa di questo spirito di esplorazione dell'ignoto e di condivisione rimanga nei loro cuori.)

Hu-ga e il Paradiso Nascosto

Molto tempo fa, in una terra non troppo lontana da noi, viveva Hu-ga, un ragazzo del Paleolitico superiore. Aveva la mascella larga, gli occhi neri e una folta chioma. Non era alto, ma si muoveva bene ed era curioso. Se ne stava nel suo villaggio stanziale insieme alla sua tribù. Oggi era il giorno di caccia, ma lui non era stato invitato. Huga non era un abile cacciatore o pescatore come i suoi atletici coetanei, era troppo distratto, aveva sempre lo sguardo rivolto verso il cielo. Così, il capo villaggio aveva deciso di lasciarlo con le femmine, ad occuparsi dei figli.

Quella notte, dopo che tutti i neonati erano finalmente calmi tra le braccia delle madri addormentate, Huga si allontanò, osservando la luna piena. Così luminosa da sembrare un sole. Si guardò indietro, il falò del villaggio era lontano, ma la luna non sembrava avvicinarsi. Questa cosa lo incuriosì a tal punto che decise di continuare la sua camminata. Una lucciola gli fece strada, poi altre mille, e Huga si inoltrò nella foresta, circondato dalle piccole luci fosforescenti degli spiriti del bosco.

Armato solo di un bastone rudimentale, Huga cammina tutta la notte, superando ostacoli, affrontando il buio. Non vede cosa lo circonda, ma nota occhi luminosi, sente ruggiti lontani, bestie gigantesche, corni, mostri. Mentre procede cercando di fare silenzio, le sue fantasie prendono vita. Immagina serpenti a sei teste, cavalli alati con corna d'oro. Ma alla fine della notte, proprio quando l'alba tinge di rosso il manto erboso, emerge dalla foresta scoprendo un meraviglioso lago. Cristallino, placido e colmo di pesci da vederli ad occhi nudi. Il suo stupore è immenso: mai, nella sua vita, aveva visto qualcosa di simile.

Huga passa la giornata a godersi il lago, nuotando, ridendo e bevendo a bocca spalancata l'acqua dolce in abbondanza. Dagli alberi, frutta matura, intonsa, sembra aspettare di essere mangiata. Ma, sdraiato all'ombra di un albero, Huga si rende conto che tutta questa gioia non ha senso se non viene condivisa. Così, decide di tornare al villaggio per condividere la sua scoperta. Il viaggio di ritorno è pieno di pericoli, ma Huga ora conosce la strada, conosce le rocce dietro le quali nascondersi, gli alberi sui quali salire per evitare i mostri. La notte è sua. La luna è un'amica che lo aiuta a superare le paure.

Tornato al villaggio, Huga narra le sue avventure davanti a un fuoco acceso. Tutti lo ascoltano con meraviglia. Persino il capo, così severo e duro, cede alle incredibili storie che Huga racconta, usando gesti, disegnando sulla sabbia quello che aveva visto, prendendo gli spettatori per le spalle, raccontando con entusiasmo e forza la sua impresa, la sua avventura. Le sue storie sono piene di emozione e di stupore, Huga descrive creature incredibili, e soprattutto, un paradiso nascosto. Un luogo incantato, dove acqua, cibo e pace aspettano chi lo seguirà. Tutti sono a bocca aperta davanti a questo racconto. E il ragazzo che una volta era considerato un sognatore distratto, diventa un portatore di speranza. Stimato e rispettato.

Alla fine della sua storia, Huga invita i suoi simili a seguirlo, a scoprire il paradiso che ha trovato. Il capo teme per l'incolumità della sua tribù: "In quella foresta ci sono i mostri. Moriranno." Ma Huga spiega come fare, bisogna camminare silenziosi nella notte. Come ha fatto lui. Il capo guarda il suo villaggio, le scorte sono finite, l'inverno è alle porte, forse quel paradiso potrebbe dare alcuni anni in più alla sua breve vita. E così, tutti partono per un esodo notturno che li porta, proprio come successe a Huga, verso il paradiso.

Fu così che Huga, pioniere di nuove scoperte e immaginazione, diede nuova vita al suo villaggio, ai suoi simili e in fondo, a tutti noi. In un certo senso, Huga è stato il primo artista dell'umanità, che usò le sue parole per dipingere immagini vive nella mente di coloro che lo ascoltavano. Il precursore di molti dopo di lui, che insieme, fecero crescere il ruolo dell'arte come mezzo per condividere esperienze, stimolare l'immaginazione e unire le persone. 

La Nascita dell'Arte

Cos'è un artista, davvero?

In una serata indimenticabile, durante il matrimonio di un vecchio compagno di collegio, a cui ero stato invitato come testimone, ho trovato un risvolto amaro alla risposta di questa domanda. Fu un invito che accettai con gioia e senza esitazione. Il matrimonio si svolgeva in una splendida città del Nord Europa, e mi offrì l'opportunità di trascorrere una giornata rilassante con un vecchio amico che non vedevo da tempo. Era come fare un salto indietro nel tempo, rievocando tanti "ti ricordi" e piani per il futuro.

In seguito, quella stessa sera, avevamo prenotato un tavolo in un ristorante indiano. Durante la cena, si verificò un incidente che, a posteriori, avrei identificato come il preludio della fine della nostra amicizia. Mentre attendevamo papadam e samousa, discutevamo dei nostri rispettivi progetti futuri. Il mio amico aveva sempre aspirato a essere un artista, con interessi che spaziavano dalla regia alla scrittura, e possedeva un talento indiscutibile. Tuttavia, le circostanze della vita lo avevano portato su un percorso diverso. Io, al contrario, avevo scelto di diventare un narratore fin dai vent'anni, percorrendo un sentiero che non ho mai abbandonato, nonostante i molti sacrifici necessari per raggiungere i miei obiettivi. 

Mentre discutevamo di arte, la neosposa del mio amico mi chiese, con un tono che oscillava tra il polemico e il sardonico: "Ah, quindi tu ti ritieni un artista?" Ricordo di essere rimasto molto ferito da quella domanda e soprattutto dal fatto che il mio amico non disse nulla per difendermi. Non risposi, ritenendo che non valesse la pena di farlo. Tuttavia, era evidente che quella domanda aveva creato una crepa irrimediabile tra noi. Nei mesi successivi, ci siamo scritti sempre meno, finché, dopo un altro scontro causato da un commento che ho percepito come eccessivamente critico e cattivo su un mio primo romanzo (mai pubblicato), decisi che era arrivato il momento di tagliare i ponti con questo amico di lunga data.

Vi racconto questo episodio perché, anni dopo, mi pongo ancora la fatidica domanda: cosa significa essere un artista? Vuol dire essere una persona che vive del proprio mestiere artistico? O è qualcuno che crea arte indipendentemente dal guadagno? O forse qualcuno che ha la "sensibilità" di osservare il mondo attraverso lenti uniche? La discussione è aperta e non esistono risposte definitive. L'arte assume tante forme quanto le opinioni e le idee che la circondano. E le modalità per esprimerla - emotive, intellettuali, fisiche - non pongono limiti alla sua definizione.

Per questo, oggi, ho deciso di tentare un esperimento inusuale. Questa pagina di "Diario d'artista" sarà in due episodi. Ho l'intenzione di inventare e raccontare una favola a questo proposito: "Cos'è un artista?"

Permettetemi di presentarvi Hu-ga. Potreste trovare il suo nome insolito. Ma, al tempo di Huga, le parole come le conosciamo non esistevano ancora. I fulmini erano considerati manifestazioni divine, il fuoco era una magia che cadeva dal cielo, e il sole non era nemmeno trascinato dal carro di Helios, perché la ruota, ai tempi di Huga, non era stata ancora inventata. Huga apparteneva a un folto gruppo di uomini e donne: una tribù. Vestivano pelli, erano forti e robusti, e i più abili tra loro brandivano bastoni con una roccia affilata all'estremità. Huga era speciale. Possedeva un dono, anche se ancora non ne era consapevole. Era giovane, ma secondo gli "standard dell'epoca", era un uomo nel pieno della sua vita. Dovete sapere che durante il Paleolitico superiore, l'aspettativa di vita era notevolmente più bassa rispetto a oggi. Un uomo poteva considerarsi fortunato se raggiungeva i 30 anni. Huga, con i suoi 16 anni, era quello che oggi chiameremmo un "uomo nel fiore degli anni". In questo breve racconto, intendo narrare la sua storia. La storia del primo artista della specie umana.

IL PRIMO ARTISTA

Molto tempo fa, in una terra non troppo lontana da noi, viveva Huga, un ragazzo del Paleolitico superiore. Aveva la mascella larga, gli occhi neri e una folta chioma. Non era alto, ma si muoveva bene ed era curioso. Se ne stava nel suo villaggio stanziale insieme alla sua tribù. Oggi era il giorno di caccia, ma lui non era stato invitato. Huga non era un abile cacciatore o pescatore come i suoi atletici coetanei, era troppo distratto, aveva sempre lo sguardo rivolto verso il cielo. Così, il capo villaggio aveva deciso di lasciarlo con le femmine, ad occuparsi dei figli. Quella notte, dopo che tutti i neonati erano finalmente calmi tra le braccia delle madri addormentate, Huga si allontanò, osservando la luna piena. Così luminosa da sembrare un sole. Si guardò indietro, il falò del villaggio era lontano, ma la luna non sembrava avvicinarsi. Questa cosa lo incuriosì a tal punto che decise di continuare la sua camminata. Una lucciola gli fece strada, poi altre mille, e Huga si inoltrò nella foresta, circondato dalle piccole luci fosforescenti degli spiriti del bosco [...]

, per la continuazione e conclusione della favola.

Il futuro dell'arte nell'era degli algoritmi

Oggi tocco un tema caldissimo: Il futuro dell'arte in un mondo di algoritmi...

Spesso rifletto sulla figura dell'artista e sulle difficoltà che dovrà affrontare negli anni a venire: Il mondo si trasforma, evolve, e noi continuiamo ad osservarne i dettagli cangianti ogni giorno, senza sapere se esserne terrorizzati o affascinati.

Come ho già affermato, immagino l'artista come un esploratore di mondi. Se dovessi immaginarlo ai tempi in cui il sapiens ancora migrava, l'artista sarebbe colui che partiva - da solo - alla ricerca di qualcosa oltre la foresta e, dopo alcuni giorni, tornava con una storia da raccontare davanti al fuoco. Forse non aveva carne o acqua, ma portava entusiasmo, stupore, energia e amore. Ecco ciò che, a mio avviso, alimenta l'artista dentro di noi; sono queste le qualità che devono emergere nel momento in cui una storia - qualsiasi storia, che sia scultura, danza, architettura, musica o poesia - viene raccontata.

Ma ora, con l'arrivo degli algoritmi generativi, come si devono comportare gli artisti? Fotografi, illustratori e ora anche scrittori e musicisti (e presto attori, registi, montatori) temono l'avanzata degli algoritmi, capaci di produrre contenuto infinito, sempre diverso e perfetto come una sfera stampata in 3D. È dunque questo il futuro che ci aspetta? Un panorama artistico di pillole perfettamente sferiche, senza difetti, che nutrono i nostri desideri nel modo più "corretto" possibile in base ai nostri profili social? Il Dio macchina sta per dominarci con una carezza? E se fosse così, allora quale futuro ci sarebbe per l'arte?

Ma in tutto questo, la vera domanda che io pongo gli artisti è: pensate davvero che lo spettatore si accontenterà della riproduzione meccanica e perfetta di ciò che è già stato fatto? Credete che la vita si limiti a galleggiare placidamente nel costrutto artificiale di ciò che è, in effetti, morte? Perché ciò che viene generato dall'algoritmo di intelligenza artificiale non è altro che la somma di ciò che è già stato creato. L'algoritmo è un Moloch che assorbe e rigetta. È uno strumento, non un creatore. È una calcolatrice. Utile se si ha qualcosa da fare o da dire.

Vi faccio un esempio. Quanto stupido può sembrare una persona che chiede a una calcolatrice di fare 123523532543/346674534 ed esulta quando ottiene il risultato? Completamente stupida, perché di per sé il calcolo non è interessante. Ma se mi dite che questo calcolo serve per capire quanto carburante deve essere messo in un motore per compiere tot chilometri per arrivare su Marte, ecco che la calcolatrice trova il suo giusto contesto di utilizzo.

Tornando alla figura dell'artista in questa nuova era tecnologica, credo che debba fare ciò che sto cercando di fare io: sviluppare una relazione diretta con chi lo segue. Non affidarsi più alle piattaforme (Facebook, Instagram, ecc.), ma creare un legame il più diretto e concreto possibile con chi lo apprezza, per generare un piccolo giardino di speranza e arte in cui prosperare. Ed è questa la funzione di "Diario D'artista", del sito e di tutto ciò che vedete. È il mio modo di creare un legame con voi. Ed è l'unico futuro possibile per l'artista: una "rete" che lo lega a coloro che vogliono viaggiare con lui.

"La divina avventura" è solo la punta di questo gigantesco iceberg che sto cercando di costruire, ma che non avrebbe senso se non ci foste voi a seguirmi.

Quindi questa pagina la dedico a te, che mi stai leggendo, che mi segui, che guardi le fiction in cui partecipo, che magari conosci "Sogno Farfalle Quantiche" o "#ByMySide", che hai seguito la follia di "Days" e che ora tifi perché questo libro abbia successo.

Grazie di cuore, senza di te, io non sarei qui.

La sindrome dell'impostore

Conoscete la sindrome dell'impostore? Oggi voglio parlare di questo pensiero subdolo che spesso assale gli artisti, affermati e meno noti. È importante sapere che l'artista, costantemente in attesa di un riscontro sul suo operato, è spesso una persona fragile, o almeno, si pone in una posizione di fragilità, in quanto lascia che sia il giudizio altrui a definire, se non la sua felicità, sicuramente una parte della sua esistenza. Pertanto, l'artista si interroga frequentemente sul valore del suo lavoro: "Ne varrà la pena?", "Riuscirò mai a guadagnare abbastanza per farne una professione?", "Forse avevano ragione i miei genitori/parenti/amici/opinionisti a dire che l'arte non dà da mangiare."

Tuttavia, grazie alla fatica, alla volontà, allo studio, l'artista, a volte, raggiunge il successo. A questo punto, si potrebbe pensare che tutto sia risolto, che non avrà più problemi e che godrà del riconoscimento di tutti. Tutti gli diranno quanto sia bravo nel fare ciò che gli piace. Finalmente, la pace! Eppure, non è così. Dietro la porta del riconoscimento, si nasconde la sindrome dell'impostore.

In sostanza, la sindrome dell'impostore scatta quando l'artista inizia a dubitare di sé e del suo successo, pensando che forse tutto sia un bluff. Magari non è così bravo come credeva o come gli altri pensano. Magari invece ha ingannato tutti! E così pensa che per un'incomprensibile allucinazione collettiva, tutti lo hanno elevato a un livello che non merita. Mentre i suoi amici - forse più talentuosi - meriterebbero molto più di lui. Queste insicurezze possono portare a conseguenze tragiche, in quanto sentirsi un impostore è il preludio all'annientamento dell'identità e all'infertilità creativa.

È interessante sapere che esiste un concetto chiamato "profezia che si autoavvera", un tema affascinante. Per riassumere: noi amiamo avere ragione. Quindi, se iniziamo a pensare che "tutti gli uomini tradiscono" (tanto per fare un esempio), inconsciamente inizieremo a cercare uomini che tradiscono, così da poter confermare la nostra teoria! Questa follia è stata analizzata e confermata da molti esperti. Funzioniamo in questo modo, vogliamo realizzare ciò in cui crediamo. Quindi, fate attenzione alle vostre convinzioni!

Tornando alla sindrome dell'impostore, l'artista, anch'esso soggetto alla profezia che si autoavvera, pensa di sé: "Sono un impostore". E non importa quanto coloro che gli vogliono bene si ostinino a dirgli il contrario, lui continua a nutrire questa insicurezza e si perde in essa.

Personalmente, vivo questa sindrome ogni giorno, sia come attore che come artista in generale. Quando ho finito la scuola di recitazione di Genova, ero convinto di essere circondato da attori più bravi di me, e ne sono tuttora convinto. Attori che magari non lavorano o che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Per non parlare delle mie regie e delle mie produzioni, delle mie poesie. E ora del libro. Ho un costante tarlo nella mente che mi dice: "Sei un bluff, dietro tutto quel parlare c'è solo il vuoto. Sei qui solo perché hai gli occhi azzurri." Sono serio, purtroppo questi pensieri, dopo 20 anni di carriera, continuano a corrodere la mia anima.

E cosa si può fare? Onestamente, non lo so. Mi piacerebbe cancellarli, dimenticarli, o dimostrare a me stesso che non è vero. Forse è quello che sto facendo quotidianamente, scappare lontano, senza fermarmi, per mostrare a me stesso che no, non sono un impostore, che c'è qualcosa dentro di me che ha valore, che è mio, che ho coltivato personalmente e che mi rispecchia.

Non credo che riuscirò mai a trovare la pace, perché questa mia corsa, in fondo, fa solo cambiare continuamente il panorama, ma io sono sempre io: un uomo che corre e non si ferma mai, per paura di guardarsi allo specchio.

Il mio percorso artistico

Il mio debutto artistico, per rintracciare le mie radici, risale a mio nonno: un falegname, pittore e cuoco. Insomma, uno di quella generazione che ha contribuito a ricostruire l'Italia con impegno e sensibilità. Era letteralmente un uomo d'altri tempi, con occhi così chiari da sembrare quasi bianchi. La sua storia d'amore con mia nonna durò oltre 60 anni, e quando lei se ne andò, lui la raggiunse un anno dopo. Ciao Nonna. Ciao Nonno. Vi capita mai di pensare che ci stiano osservando e ridendo, considerando quanto poco sappiamo di ciò che ci aspetta dopo? A me sì.

Tornando al mio percorso artistico. Dicevo, nonno pittore. Ma anche Zia illustratrice. Per 40 anni ha messo in pagina i migliori fumetti francesi, tra cui quelli di Enki Bilal. I miei genitori non sono artisti, ma ho avuto una costellazione di persone che mi hanno dato, negli anni, i semi necessari per conquistare i miei desideri: l'amore incondizionato dei miei genitori mi ha permesso di crescere sorretto dalla certezza che loro sarebbero stati lì a raccogliermi in caso di caduta. E così è stato.

L'ultimo mio anno di maturità, avevo studiato così poco che i libri - acquistati ad inizio anno - erano rimasti così chiusi che ad aprirli si sentiva la colla che legava le pagine "rompersi" 😁

Ero una "pecora nera", al punto da essere espulso dal collegio negli ultimi quattro mesi, proprio prima degli esami di maturità. Mio papà mi raggiunse, mi aiutò a studiare e mi sostenne durante tutto quel periodo. Contro ogni aspettativa, mi diplomai con menzione, nonostante fossi considerato nel collegio un personaggio da evitare perché troppo "borderline". I pregiudizi accumulati in 5 anni di collegio sarebbero degni di un capitolo a parte.

Non sono mai stato un bravo studente, ma ho letto e continuo a leggere molto, arricchendo il mio bagaglio culturale giorno dopo giorno. Perché? Perché non ho mai smesso di cercare. Coloro che si fermano e accettano le risposte senza discutere, aderiscono al sistema ma non crescono più. Sono un ribelle nell'anima e ho così tanti aneddoti dal collegio che forse, un giorno, scriverò qualcosa a riguardo. Ogni volta che a tavola ne racconto uno, esce sempre fuori una voce che dice "ma scrivi il libro!" Quindi chissà.

Tornando al tema principale, la tecnologia e l'arte: nonno, zia, scuola, e poi mio padre, un informatico che mi mise tra le mani un computer all'età di otto anni. Da lì, il mio percorso artistico si è sviluppato attraverso recitazione, regia, produzione, film, serie, videogiochi, poesie e libri. Non credo ci sia un regno della narrazione in cui non abbia messo piede!

In molti di questi ambiti, soprattutto quelli "antichi" come il teatro e l'editoria, ho percepito una forte avversione verso la tecnologia. Tuttavia, l'etimologia della parola "tecnologia" deriva da "Teknè" (arte) e "Logos" (discorso). La tecnica è parte integrante dell'arte e ogni nuova forma d'arte è legata alla tecnologia, come il cinema.

Grazie alle mie passioni nerd, ho sempre avuto una propensione verso la produzione di arte "tecnologica". Eppure, ora mi confronto con il libro, l'origine di tutto. Anche lì, le cose sono cambiate. Pensate a questo articolo e a quanti aspetti tecnologici nasconde: registrazione audio, commenti, condivisioni via e-mail e sui social network. Tutto ciò richiede una vasta combinazione di conoscenze tecnologiche, oltre, ovviamente, a contenuti interessanti e significativi.

L'arte continuerà a evolvere parallelamente alla tecnologia. L'intelligenza artificiale e le nanotecnologie trasformeranno il mondo futuro (purché non lo distruggiamo prima), e l'artista deve essere colui che si trova in prima linea, inseguendo instancabilmente qualcosa di nuovo e sperando di non essere colpito da un proiettile vagante.

La mia storia personale e la mia esperienza con l'arte e la tecnologia dimostrano che è possibile combinare tradizione e innovazione. Che si tratti di raccontare storie attraverso il teatro, il cinema, i fumetti o i libri, l'arte è destinata a cambiare e adattarsi alle nuove sfide e alle nuove opportunità offerte dalla tecnologia.

Come artisti, dobbiamo abbracciare il cambiamento e utilizzare la tecnologia per ampliare le nostre possibilità espressive e comunicative. Non dobbiamo temere l'avanzata della tecnologia, ma piuttosto imparare a lavorare con essa, sfruttandone le potenzialità per creare opere d'arte che possano ispirare, emozionare e stimolare il dibattito.

Nel mio percorso, sono grato per l'eredità artistica di mio nonno e mia zia, e anche di tanti altri, e per il sostegno - soprattutto - incondizionato dei miei genitori. Grazie a loro, ho potuto esplorare il vasto universo della narrazione e della creatività, sperimentando le intersezioni tra arte e tecnologia.

L'emozionante fase finale della creazione del mio libro

In questi giorni, mi sto dedicando all'ultima stesura del mio libro. Questa fase è carica di emozioni, poiché rappresenta una sorta di addio al mondo e alla storia che ho creato. È simile al momento in cui si preparano i bagagli per il proprio figlio che partirà per il college, come nei film americani. Presto, la mia opera sarà nelle mani di lettori e io non so cosa ne penseranno.

Lavorare sull'ultima stesura è un'esperienza unica, ricca di emozioni contrastanti. Il libro è frutto di un lungo percorso creativo che si sviluppa nel corso degli anni, durante il quale l'autore cambia e cresce. Rileggendo il testo, noto alcune ingenuità, errori banali e inconsistenze nella storia o nei personaggi. Tuttavia, è estremamente gratificante mettere ordine nel caos e scoprire dettagli magici dimenticati tra le pagine. Grazie alla chiarezza della tecnica e alla conoscenza acquisita, queste gemme hanno ora la possibilità di brillare e, forse, di toccare l'anima dei lettori.

Questa pagina del mio diario d'artista è più intima e personale, non voglio parlare di come si fa qualcosa o di cosa mi è successo in collegio. È una confessione sui motivi che mi spingono a scrivere. Ci sono innumerevoli ragioni che possono portare una persona a dedicare anni alla creazione di una storia, ma quali sono le mie? Non mi sono mai posto questa domanda. Sono spinto dall'entusiasmo e faccio le cose perché mi piacciono. Tuttavia, la scrittura per me è diversa, poiché sin da piccolo ho sentito il bisogno di raccontare storie.

Da bambino, l'insicurezza mi ha portato a inventare mondi immaginari; ora che ho acquisito sicurezza, continuo a farlo, ma con scopi più elevati. La mia scrittura non è una maschera, ma qualcosa di profondamente mio, una scintilla che persiste nella mia anima anche in mezzo alle difficoltà. Una parte di me scrive per l'eternità, per lasciare un messaggio in una bottiglia come direbbe Sting, ma forse è più un desiderio che un motore.

Viviamo in una società che ci fa credere di essere sull'orlo del collasso, ma non è così. Siamo immersi in un eterno presente, che ruota su sé stesso, in cui non si affrontano questioni importanti come l'etica o la filosofia, perché non rispondono a bisogni primari. Le mie poesie e i miei scritti sono, in fondo, la ricerca di un significato. Scrivo perché non mi conosco ancora abbastanza e perché desidero compensare la mia solitudine con uno scambio. Voglio che la mia creazione venga letta per comunicare, scoprire e condividere il percorso intrapreso durante la scrittura.

Il libro che ho scritto è il mio "pezzo di carne". Non è un'autobiografia, né un racconto delle vicissitudini di un ragazzo con doppia nazionalità diventato un attore popolare. Il mio dono è il libro stesso, poiché rappresenta il frutto della mia ricerca interiore, il risultato del mio percorso di crescita. In questo caso, è l'espressione della mia anima.

Sto per concludere il lavoro su questo libro. Una volta scritte queste righe, mi dedicherò all'ultimo capitolo, che invierò a Federico per la revisione. Riceverò poi il testo corretto, lo sistemerò e formatterò adeguatamente, occupandomi dei font, dei capoversi e di tutti gli altri dettagli. Ma nel profondo, il mio pensiero è già rivolto al prossimo libro, che sobbolle tra i miei neuroni. Sarà una storia d'amore, ancora una volta ambientata in un contesto fantastico.

Pensare in due lingue

Una delle domande più comuni che si pongono a chi parla due lingue è: in che lingua pensi? La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare. In questo articolo, vi racconto la mia esperienza personale nel padroneggiare due lingue e come questa abilità ha influenzato il mio pensiero e il mio modo di essere.

Sono di madrelingua francese, e mio papà è italiano. Ho imparato il francese per primo, e poi l'italiano quando mi sono trasferito in Italia all'età di 8 anni. Il processo di apprendimento di entrambe le lingue non è stato affatto semplice, ma mi ha permesso di conoscere due culture diverse e di imparare a navigare tra di loro.

Quando ci trasferimmo in Italia, frequentai prima la scuola francese di Milano, l'istituto Stendhal. Tuttavia, non imparavo l'italiano, quindi, per risolvere il problema, i miei genitori mi iscrissero alla scuola pubblica italiana sotto casa, in Viale Zara. Questa scuola aveva la particolarità di accogliere nelle sue classi studenti con disabilità uditive o con disturbi dello spettro autistico. Gli anni trascorsi in questa scuola sono stati meravigliosi e mi hanno permesso di conoscere due maestre eccezionali, Adele e Laura, che mi hanno insegnato la meravigliosa lingua italiana.

Durante il mio tempo alla scuola pubblica italiana, ho stretto amicizia con un ragazzo con disabilità uditive di nome Giampiero. Quindici anni dopo, ricevetti una telefonata da Giampiero: riusciva a sentire e parlare al telefono! Sentirlo parlarmi di quello era successo in questi anni di distanza mi colmò di gioia e mi fece anche capire quanto sia importante la comunicazione nella nostra vita quotidiana.

Dopo aver imparato l'italiano e aver dimenticato un po' il francese, tornai allo Stendhal. Qui, iniziai a mescolare le due lingue, creando una sorta di lingua di transizione tutta mia. Alla fine, le due realtà si divisero dentro di me e anche i due aspetti psicologici. Le lingue riflettono infatti l'identità di un popolo, il suo modo di pensare e ciò a cui attribuiscono importanza. I francesi tendono ad essere radicali, razionali e logici, mentre gli italiani privilegiano il piacere, la seduzione e l'emozione. Descartes. De' core. Questa dicotomia mi ha aiutato a capire chi sono io e come le mie radici biculturali abbiano contribuito a formare la mia identità.

La domanda finale è, quindi: in che lingua penso? Nei sogni, sogno in francese o in italiano? La risposta non è semplice. Per come la vedo io, il pensiero non ha una forma precisa e non esiste se non nel linguaggio astratto della nostra mente.

Il linguaggio è uno strumento di comunicazione esterna che ci permette di esprimere i nostri pensieri agli altri in modo comprensibile. È un traduttore del pensiero. Di per sé, il pensiero, se rimane all'interno del nostro cervello, non ha una forma necessariamente legata alla lingua di chi lo produce. Solo quando dobbiamo comunicare con qualcuno, siamo costretti a esprimere i nostri pensieri in una lingua piuttosto che un'altra.

La lingua del pensiero: Se devo dare una risposta alla domanda iniziale, direi che penso in "pensese", una lingua immaginaria che simboleggia la lingua del pensiero e che ci unisce tutti come esseri umani. Il "pensese" è la lingua dell'anima, e tutti noi la parliamo fin dalla nascita.

Per concludere, essere bilingue mi ha permesso di vivere due culture diverse e di comprendere meglio il modo in cui le lingue influenzano il nostro modo di pensare e di essere. Nonostante le difficoltà nel padroneggiare Francese e Italiano, sono grato per questa opportunità e per come mi ha permesso di crescere sia come individuo che come comunicatore. La lingua in cui penso potrebbe non essere chiara o definita, ma ciò che conta è il legame che ho sviluppato con entrambe le culture che rappresento.

Alla fine, il potere del linguaggio va oltre le parole che pronunciamo; è uno strumento che ci permette di connetterci con gli altri e di esprimere la nostra identità. Che si tratti di italiano, francese o "pensese", ciò che conta è la nostra capacità di comprendere e apprezzare la diversità linguistica e culturale che ci circonda, così come la nostra capacità di utilizzare le lingue per costruire ponti e superare barriere.

Come ho scelto la copertina del mio libro

La copertina del libro: per molti, dopo il titolo, rappresenta il fulcro, il centro di tutto, l'autentico ingresso nel mondo immaginario dell'autore. Una copertina è un biglietto da visita. Durante le mie ricerche per prepararmi al lancio del libro, ho scoperto che una persona guarda la copertina per soli due secondi prima di decidere se è interessata o meno. Due secondi!

Il tempo di un saluto e la scelta è già stata fatta.

In molti aspetti della vita, pur dando importanza alla ragione e al pensiero elaborato, spesso le nostre decisioni avvengono in un istante, quasi istintivamente. Le nostre scelte sono il risultato di chi siamo e non richiedono ulteriore elaborazione, poiché in fondo "già sappiamo" cosa scegliere ancor prima di farlo. Siamo pre-programmati dalle nostre esperienze, dalla nostra vita e dalla nostra storia. Così si formano i giudizi e i pregiudizi.

Per questo è fondamentale nutrire il proprio inconscio con "cibi" sani. In questo modo, quando non sarà possibile affidarsi completamente alla ragione, la disciplina con cui avete coltivato il vostro sapere vi sosterrà. Detto in altre parole, se continuate a consumare contenuti superficiali e vuoti, come i social media, i reality e altri contenuti basati sulla banalità, non solo state perdendo tempo, ma vi state danneggiando. State nutrendo il vostro inconscio con materiale povero, e quando arriverà il momento di fare quella fatidica scelta, non sarà Platone a guidarvi, ma un qualunque influencer e i suoi selfie in spiaggia.

Tornando alla copertina, vi racconto come ho incontrato il mio copertinista. Forse non tutti sanno che ho fondato, dieci anni fa, un'azienda di videogiochi (http://www.untoldgames.com) che dà lavoro a molte persone e prospera nella splendida città di Genova. Per il primo gioco che sviluppammo, "Loading Human", abbiamo collaborato con un artista per creare gli "artwork" che avrebbero ispirato i grafici del gioco. Questi artwork sono stati realizzati dal grande Massimo Porcella, artista rinomato e di fama internazionale. La sua formazione nella concept art proviene da master di concept art con la CGSociety, poi diventata CGMA nel corso degli anni. Potete ammirare i suoi lavori qui: https://www.artstation.com/max

L'ho contattato subito per chiedergli se fosse disposto a realizzare la copertina del mio libro, ed eccola qui:

La copertina de "La Divina Avventura"

A causa di quei due secondi a disposizione per catturare l'attenzione, la copertina deve trasmettere un messaggio semplice e immediato. Non potevo perdermi nei dettagli, almeno non prima di aver chiarito quale fosse l'energia da comunicare. E voi, cosa vedete? Cosa vi ispira questa copertina? Lasciate un commento e vi risponderò spiegandovi cosa volevamo esprimere noi. Vedremo se l'intento e la percezione coincidono.

La copertina del libro è un elemento fondamentale nella decisione di leggere o meno un'opera. Ecco perché è importante dedicare tempo ed energia alla sua creazione, collaborando con artisti di talento come Massimo. In un mondo in cui siamo bombardati da informazioni e stimoli visivi, avere una copertina accattivante può fare la differenza nel successo di un libro.

Alla fine, come autore, il mio obiettivo è condividere con voi la mia passione e le mie idee attraverso le parole, e la copertina è il primo passo in questo viaggio. Spero che, oltre ad essere attratti dalla copertina, possiate immergervi nel mondo che ho creato e trarre piacere, emozioni e ispirazione dalla mia storia.

Il potere del desiderio e della speranza: verità o illusione?

Il potere del desiderio e della speranza. Innumerevoli autori hanno scritto sulla forza della volontà e sulla capacità di "visualizzare" ciò che si vuole diventare per realizzarlo. Questo concetto, affine alla filosofia buddista, ha origini molto lontane. Uno dei primi libri a trattare tale argomento è il celebre "Think and Grow Rich" di Napoleon Hill, scritto nel 1937 su commissione di un filantropo curioso di scoprire il denominatore comune dei grandi magnati dell'epoca. La conclusione dell'autore è che chi ha successo vive come se lo avesse già ottenuto, come se la profonda convinzione fosse la chiave per trasformare il desiderio in realtà.

Da qui nasce il primo libro di auto-miglioramento della storia, che divenne un successo editoriale e generò numerosi seguaci di questa filosofia. Negli anni '80, il famoso "The Secret" con il suo mantra "visualizza ciò che desideri per ottenerlo", e oggi la "fisica" quantistica (tra virgolette perché di fisica ce n'è ben poco), secondo la quale la nostra volontà influisce sulla realtà.

Ma è veramente così? Sono davvero i nostri sogni il motore della nostra felicità? Personalmente, sono scettico riguardo a quest'approccio semplificato e viziato, dove tutto ciò che desideriamo può essere ottenuto. Nella Divina Avventura, questo tema viene esplorato nei suoi meandri più oscuri, proprio perché volevo comprendere e scoprire fin dove potesse condurre il desiderio ostinato.

Il grande regista Mario Monicelli sosteneva che "La speranza è una trappola". In parte, sono d'accordo con lui: la speranza può bloccare il pensiero e renderlo immobile. Il desiderio di ottenere qualcosa può intrappolarci in quello che fu chiamato, nelle scienze cognitive, "effetto gelo", ovvero la difficoltà o l'impossibilità di rimettere in discussione una scelta fatta. Questo fenomeno fu teorizzato per la prima volta in un trattato di psicologia sociale scritto da Robert-Vincent Joule, "Piccolo Trattato di Manipolazione ad Uso degli Onesti", che consiglio vivamente.

In pratica, c'è il rischio che, desiderando troppo qualcosa, perdiamo di vista le opportunità e gli imprevisti che potrebbero allontanarci dal nostro obiettivo, ma avvicinarci forse alla felicità. L'idea che bisogna seguire i propri desideri per essere felici è fuorviante, perché non è detto che una persona sappia davvero cosa la renda felice, a meno che non abbia passato la vita intera a scoprire tutto ciò che il mondo offre. Difatti, come possiamo sapere che cucinare tailandese ci piace, se non abbiamo mai cucinato o mangiato cibo tailandese?

Racconterò un aneddoto interessante riguardante la mitologia greca, il mito di Pandora. Pandora fu la moglie di Epimeteo, fratello di Prometeo (colui che rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, da lui stesso creati). Zeus, per vendicarsi, non solo condannò Prometeo a essere incatenato a una rupe, dove un'aquila gli divorava il fegato ogni giorno per poi rigenerarsi (una personcina a modo, questo Zeus), ma si vendicò anche del fratello, creando Pandora, una donna bellissima ma curiosa, e dandola in sposa a Epimeteo, che incredulo per l'opportunità datagli, la sposò con gioia.

Come dono di nozze, Zeus diede loro un vaso con la ferma regola di non aprirlo mai. Ma non appena Epimeteo lasciò la casa, Pandora, curiosa, aprì il vaso. Improvvisamente, tutti i mali del mondo uscirono dal vaso: malattie, guerra, sofferenza e altre disgrazie. Tuttavia, un elemento positivo rimase nel vaso dopo la fuga di tutti gli altri mali: la speranza. Questo simboleggia l'idea che, nonostante tutte le difficoltà e sofferenze che l'umanità affronta, la speranza persiste e ci dà la forza di continuare e superare le avversità.

Ma se il vaso conteneva davvero tutti i mali del mondo, e la speranza fu l'ultimo elemento rimasto al suo interno, non è che la speranza fosse il male peggiore di tutti? Perché, come diceva Monicelli, la speranza ci intrappola nell'accettazione.

Voi cosa ne pensate? Cos'è la speranza per voi? Quanto contano i desideri?

Perché ho scelto il self-publishing: i problemi con l'editoria tradizionale.

Oggi desidero condividere con voi un argomento molto personale e controverso, che potrebbe sollevare dibattiti accesi soprattutto tra coloro che lavorano e prosperano nel mondo dell'editoria. Il tema che affronterò è il vero motivo per cui ho scelto di percorrere la strada del self-publishing.

Prima di tutto, cos'è il self publishing?

"Il self-publishing, o autopubblicazione, è un approccio alla pubblicazione di libri e altri contenuti in cui l'autore decide di pubblicare il proprio lavoro senza l'intervento di un editore tradizionale. In pratica, l'autore si assume la responsabilità di gestire l'intero processo di pubblicazione, dalla stesura del manoscritto fino alla promozione e alla distribuzione del libro."

Innanzitutto, tengo a sottolineare che non nutro alcun risentimento nei confronti di chi si dedica con passione alla scrittura, alla produzione e alla distribuzione di libri. L'editoria è un settore nobile e meraviglioso, e sarò sempre grato a tutte le collane (Adelphi e Astrolabio, parlo a voi!) che mi hanno permesso di arricchire il mio bagaglio culturale e di scoprire strumenti utili per la mia crescita personale. Pubblicare con un editore tradizionale può essere un'opzione affascinante e prestigiosa, soprattutto per chi non si sente portato per l'imprenditoria.

Tuttavia, ho notato che l'editoria italiana (e non solo) presenta alcune criticità che mi hanno spinto a optare per il self-publishing. Benché non abbia molta esperienza nel settore, ritengo che i seguenti problemi siano abbastanza gravi da aver influenzato la mia scelta.

Il primo problema riguarda la lentezza del processo editoriale. Da quando il manoscritto arriva sulle scrivanie degli editori alla sua pubblicazione possono trascorrere anni, il che rappresenta un ostacolo sia per il mio temperamento impaziente sia per il mio entusiasmo creativo. Gli artisti tendono a rinnegare i lavori precedenti e a voler promuovere solo le opere più recenti; un ritardo nella pubblicazione potrebbe quindi costringere un autore a promuovere un libro che non lo rappresenta più.

Il secondo problema concerne la libertà creativa. Un autore conosce a fondo la propria opera e desidera proteggerla come un figlio. Tuttavia, firmando con un editore tradizionale, l'autore rinuncia al controllo su aspetti cruciali come la copertina e la quarta di copertina. In caso di insuccesso, l'editore potrebbe decidere di abbandonare il progetto, mentre nel self-publishing l'autore ha la possibilità di cambiare strategia e di continuare a promuovere il proprio lavoro con determinazione.

Il terzo e più rilevante problema è di natura economica. Dopo aver dedicato almeno un anno e mezzo alla stesura del manoscritto, un autore che sceglie di pubblicare con un editore tradizionale riceverà un anticipo e dovrà attendere circa un anno per conoscere le vendite del proprio libro. La percentuale che gli spetta sul prezzo di copertina varia solitamente tra il 5 e il 10%, dopo aver coperto l'anticipo ricevuto. Inoltre, da quella somma, va decurtata la percentuale dell'agente che percepisce circa il 15/20% del guadagno dell'autore. A mio avviso, questa situazione è iniqua nei confronti dell'autore, che è la mente creativa dietro l'opera e che si è impegnato a lungo nella sua realizzazione.

E' facile scegliere il self publishing se si ha una certa fama e i soldi per investire in marketing, mi direte. E' vero, ma non è per questo che l'ho fatto. L'ho fatto perché sono convinto che questo percorso mi consenta di avere maggiore controllo sulla mia opera e di valorizzare al meglio il mio lavoro. Avrei potuto optare per un percorso più semplice e meno oneroso, ma il vero motivo che mi ha spinto verso il self-publishing è il rispetto che nutro per la figura dell'autore e la volontà di non accettare che siano considerati come l'ultimo anello nella catena dell'editoria. Gli autori sono il motore primigenio dell'intero settore.

Sono consapevole che il self-publishing comporta sfide e difficoltà, ma ritengo che offra agli autori l'opportunità di difendere con passione il proprio lavoro e di perseguire i propri obiettivi con determinazione. In futuro, pubblicherò un articolo che analizzerà in dettaglio i pro e i contro del self-publishing, per offrire un quadro più completo delle implicazioni di questa scelta.

Per ora, spero che questa mia "giustificazione" vi abbia offerto uno spaccato delle ragioni che mi hanno spinto a intraprendere la strada dell'autopubblicazione. Ogni autore ha le proprie motivazioni e priorità, e credo che sia fondamentale rispettare le scelte individuali in un settore così complesso e articolato come l'editoria. Il mio desiderio è che la mia esperienza possa essere d'ispirazione per altri autori e contribuisca a stimolare un dibattito costruttivo sul futuro dell'editoria e sul ruolo degli scrittori in questo panorama in continua evoluzione.

E poi... come dicono gli antichi: "Chi fa da sé, fa per tre"!

La bellezza delle idee: un viaggio oltre la forma

Nella nostra società, si tende spesso a concentrarsi sulla bellezza esteriore, sulla forma, come se fosse l'ultima frontiera della creatività. Ma è veramente così? Possiamo davvero affermare che solo ciò che è formalizzato manifesti un valore?

Durante la mia singolare carriera, mi sono imbattuto in persone che affermavano che "le idee non realizzate valgono poco", quasi relegando l'idea a un ruolo secondario rispetto al prodotto finito. Tuttavia, questo modo di pensare rispecchia un approccio distorto, influenzato dalla nostra cultura capitalista e materialista, in cui la realizzazione e il guadagno occupano il centro della scena. In un contesto dove il successo è tutto ciò che conta, produrre diventa l'unico obiettivo, e l'idea viene ridotta a un semplice tramite tra il fare e l'avere.

Ma la realtà è ben diversa, e in fondo lo sappiamo tutti, anche se raramente lo ammettiamo. L'idea è la genesi di ogni creazione. Nell'idea si cela la bellezza nella sua forma più pura e primitiva, ancora non manifesta, eppure già affascinante. L'idea è la prova che la bellezza non appartiene esclusivamente al mondo materiale, ma esiste su un piano superiore (o inferiore) dove l'energia dell'universo genera, concepisce e produce l'immateriale. Ed è in questo spazio che l'artista si immerge alla ricerca di Idee luminose.

Una buona idea racchiude in sé il potenziale di un albero rigoglioso, che crescerà forte e longevo grazie alla pioggia e al sole, senza bisogno di fertilizzanti o cure artificiali. Al contrario, un'idea debole, nonostante gli interventi esterni e le attenzioni ossessive, avrà difficoltà a competere con la sua sorella più brillante.

Perché condivido queste riflessioni? Perché credo che sia fondamentale dedicare tempo e attenzione all'idea, molto più di quanto si possa immaginare e più di quanto si dedichi alla realizzazione. L'idea è il vero motore, la vera genesi del processo creativo. Senza le idee, il nostro mondo sarebbe piatto e monotono, privo di scoperte e meraviglie.

Avere idee originali e stimolanti non è facile; richiede impegno e soprattutto una mente preparata, flessibile e disposta a correre rischi. L'amore per l'ignoto, la voglia di evadere, la rapidità nel passare da un concetto all'altro e la capacità di sfondare porte aperte sono tutte qualità necessarie per nutrire la creatività. E sappiate che sono pochi coloro che riescono a padroneggiarle senza farsi del male.

Perciò, anche se vi trovate circondati da materialisti convinti che la realizzazione dell'idea sia il vero valore, non lasciatevi influenzare. Lasciateli credere che il fine sia il prodotto, mentre voi continuate a sognare il cambiamento e a cercare ispirazione negli angoli più misteriosi dell'esistenza.

C'è qualcosa là fuori che vi attende e che, una volta scoperto, vi trasformerà per sempre.

Ricordate che la bellezza delle idee risiede nella loro capacità di dar vita a nuove prospettive, di sfidare lo status quo e di spingerci oltre i confini del noto. La bellezza delle idee è un invito a esplorare, a pensare in modo diverso e a creare qualcosa di veramente unico e significativo.

In questa pagina del Diario D'artista voglio celebrare questa bellezza, incoraggiandovi a nutrire la vostra creatività e a dare spazio alle vostre idee, per quanto audaci o rivoluzionarie possano essere. Il mondo è pieno di storie di successo, intuizioni e riflessioni che dimostrano il potere delle idee e la loro capacità di influenzare il futuro che ci aspetta.

Allora, non scoraggiatevi quando vi sembra che le vostre idee non ricevano il giusto riconoscimento o quando il mondo sembra preferire la forma alla sostanza. Continuate a coltivarle e a credere nella loro bellezza intrinseca. Perché, alla fine, è proprio la bellezza delle idee a plasmare il mondo e a renderlo un luogo di infinita meraviglia e possibilità.

Il mio Editor: un incontro inaspettato sul set

Oggi vi racconterò di come ho incontrato il mio editor, Federico, e di come ha contribuito alla stesura del mio libro, "La Divina Avventura".

Tutto è iniziato durante le riprese di una serie tv chiamata "La Lunga Notte", diretta da Giacomo Campiotti per la Rai, nella quale interpreto Umberto II di Savoia. (Più avanti ve ne parlerò. In poche parole parla dell'Italia e comincia dopo il gran consiglio, e segue la caduta del fascismo. Una "the crown" italiana.)

Tornando al mio incontro....

Federico è un assistente alla regia brillante e intelligente, e durante le pause del set ci ritrovavamo spesso a parlare della sceneggiatura del film e della storia. Un giorno, mentre ero nel mio camerino a scrivere al computer (perché ho questo "difetto", appena posso scrivo, ovunque sono, sul telefono, sul computer, su un pezzo di carta), gli ho proposto di ascoltare quello che stavo facendo: stavo scrivendo un libro di avventura fantasy a tinte spirituali, che ai tempi si chiamava "Overton". Gli ho raccontato dei miei metodi di scrittura, dei famosi 500 paragrafi e della meccanica dei 5 movimenti. Federico mi ascoltava con interesse e mi dava consigli che trovavo piuttosto azzeccati.

Verso la fine delle riprese, gli ho proposto di leggere la sinossi del mio libro, un elemento fondamentale per mettere a fuoco la storia che volevo raccontare. La sinossi Un documento di una pagina al quale avevo dedicato decine di ore. Federico ha accettato e, dopo aver letto la breve sinossi, mi ha dato alcuni consigli davvero utili. Una volta terminate le riprese, ci siamo salutati e gli ho promesso di inviargli una versione aggiornata della sinossi via WhatsApp.

Un paio di mesi dopo, gli ho inviato la nuova sinossi (che ai miei occhi ingenui era perfetta) e lui mi ha chiesto (è molto cortese) se poteva lavorarci su un po'. Naturalmente, ho accettato e mi ha rimandato una versione con delle modifiche meravigliose! A quel punto, ho scoperto che Federico è uno studioso di lettere e filologia moderna, specializzato in linguistica, il che spiegava la sua abilità nel migliorare il mio testo con una raffinatezza rara.

Convinto delle sue capacità, gli ho proposto di fare l'editing all'intero romanzo. Anche se era una cosa che non aveva mai fatto prima, l'ho persuaso con tenacia a cimentarsi in questa sfida. Federico ha accettato e da allora abbiamo lavorato insieme sulla stesura finale. Che sta ancora andando avanti, perché mancano circa 2 mesi al lancio del libro, e quindi c'è sempre tempo per migliorare!

Grazie al lavoro di editing, sia sulla forma che sul contenuto, la mia scrittura è diventata più chiara, semplice e fluida. Sto imparando molto da Federico e da questa collaborazione che mi ha insegnato l'importanza della semplicità unita alla chiarezza di intenti. Ma non senza modulare con eleganza la scrittura, in modo da non renderla banale o monotona.

E questo è un consiglio valido nell'arte e nella creatività in generale. La semplicità è un grande traguardo, sì, ma non perché si hanno poche cose da dire, ma perché si hanno solo quelle cose da dire. Come dicevo prima, "La chiarezza d'intenti." Più potente è la chiarezza d'intenti, più potente sarà il segnale: chiaro e limpido. Come una radio. E poi, quello che conta quando si raggiunge quella chiarezza, anche grazie allo studio della tecnica, è il proprio rapporto con l'anima: lasciare che ciò che è puro dentro di noi si esprima liberamente, senza pregiudizi, senza giudizi.

La vita ci riserva sempre delle sorprese: chi l'avrebbe mai detto che avrei trovato il mio Editor così, sul set di una fiction? Eppure...

Sono grato di averlo incontrato in modo così inaspettato e di poter contare sul suo talento per rendere "La Divina Avventura" un'opera ancora più speciale.

E grazie anche a voi che mi state seguendo in questo viaggio che sta solo iniziando, ma già mi piace da morire.

L'importanza della scelta dei nomi dei personaggi: significati e simbolismi

Nel post di oggi, mi soffermo sulla scelta dei nomi dei miei personaggi. Un argomento che può sembrare superficiale ma che riveste una certa importanza. Come affermava Shakespeare, "Che cosa c'è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo."

Oppure, un altro testo fondamentale sostiene che "In principio era il verbo".

La parola, dunque, ha un potere antico e profondo: quello di dare vita e di manifestare qualcosa di vero agli occhi altrui. I nomi sono un tentativo di oggettivizzare la realtà e quindi sono lo strumento di comunicazione per eccellenza. Pertanto, ho dedicato particolare attenzione ai significati dei nomi dei miei personaggi, pur cercando di non attribuire un senso a tutto, poiché la vita, l'arte e la bellezza non hanno un senso preciso, ma semplicemente esistono.

In sintesi, da un lato la nomenclatura è la ragion d'essere della realtà, dall'altro è un tentativo superficiale di spiegare tutto. Fatemi sapere cos'è per voi la nomenclatura. Conta? E' importante? Oppure è solo un addobbo?

Iniziamo con Kato, un nome giapponese. Scritto come 加藤, il primo carattere, "加" (ka), significa "aumentare", mentre il secondo, "藤" (to), si riferisce al glicine. Il nome può dunque essere inteso come "glicine che cresce". In alternativa, 加東 ha lo stesso primo carattere e il secondo, "東" (to), che significa "est"; quindi, il nome potrebbe significare "aumentare verso est". Kato è quindi un albero in crescita, che si dirige verso est, alla ricerca della fonte di tutto, della luce e della verità.

Passiamo a Overton, che fa riferimento alla "finestra di Overton", un concetto usato in sociologia che descrive il range di idee o temi ritenuti accettabili nella società. Quando si sposta la finestra di Overton, ciò che era accettabile diventa inaccettabile e viceversa. Overton quindi è colui che continua a modificare la propria visione del mondo, seguendo o spostando la propria finestra di percezione.

Poi ci sono Maya e Govin, due nomi di origine indiana. Maya si riferisce al "Velo di Maya", un concetto che nella filosofia induista indica l'illusione del mondo materiale, che nasconde la vera natura spirituale della realtà. Govin, invece, è un diminutivo di Govinda, un nome sanscrito che significa "colui che porta le mucche al pascolo" e che è associato a Krishna nella mitologia induista.

A volte, un nome si impone e il personaggio si sviluppa attorno ad esso, rendendo difficile per l'autore abbandonarlo. Tuttavia, ci sono momenti in cui è necessario cambiare nomi: ad esempio, Luna, l'amore di Kato, inizialmente si chiamava "Xena", ma il nome richiamava troppo "la principessa guerriera". Allo stesso modo, Rex, l'abile marinaio che "aiuterà" Overton nella sua avventura, ora si chiama "Argo", un nome che suona meno come quello di un famoso cane poliziotto e fa riferimento a una delle più belle storie della mitologia greca, "Giasone e gli Argonauti", che salpano su una nave chiamata Argo alla ricerca del Vello d'oro.

I nomi nel romanzo, dunque, hanno una storia e chiunque voglia approfondire ognuno di essi troverà una motivazione, sia essa emotiva, concettuale, razionale o estetica.

Per concludere, vorrei ribadire che, a mio avviso, la nomenclatura è più un lavoro di studio che di pura espressione artistica. Ho sempre avuto l'impressione che "trovare i nomi giusti" sia un tentativo, vano, di fissare la realtà e dare un senso a questa vita che, come cantava il poeta Vasco Rossi, "un senso non ce l'ha".

A presto per un altro articolo!

Tra brutto e bello: l'arte dell'editing e il suo impatto sulla scrittura

Ricordo una delle prime regole sulla scrittura che ho appreso: non fare mai editing mentre stai scrivendo. Prima completa la stesura, e poi perfezionala. Come diceva Hemingway: "Scrivi da ubriaco, fai editing da sobrio". Anche se non seguo alla lettera il consiglio di Hemingway sul bere, l'importanza dell'editing è indiscutibile.

L'editing è il processo che trasforma il brutto in bello, come si direbbe a scuola. La scrittura di un romanzo passa attraverso diverse fasi, ognuna delle quali viene analizzata criticamente, dall'idea iniziale fino al libro finale. Si fa l'editing sulla struttura della storia, sui personaggi, sulle descrizioni e persino sui segni di interpunzione. La sfida è sapere quando fermarsi per non esagerare, perché la perfezione è un prodotto del controllo, e raramente il controllo emoziona davvero.

Attualmente, il mio manoscritto è nelle mani di un editor professionista, Federico, che sta correggendo i miei errori. È un editing formale che tiene conto del mio lavoro e cerca di seguire la mia direzione. Immagino la difficoltà che Federico deve affrontare nel confrontarsi con la mia creatività in uno stato grezzo. Ovviamente, prima di arrivare a Federico, il testo è stato analizzato a fondo, scritto e riscritto, ma arriva il momento in cui è necessario l'intervento di un occhio esterno, che non conosce le fatiche e le vicissitudini in cui l'autore si è immerso.

Questo mi porta a riflettere su una discussione che ho avuto con un amico avvocato. Eravamo a Villa Borghese, in un incantevole bar vicino al lago, sorseggiando un caffè, e ci chiedevamo quale fosse la differenza tra "la bella" e "la brutta". Abbiamo scoperto di essere d'accordo nel considerare "la bella" non come la versione "pulita" della brutta, ma come una scrittura ex-novo, che emerge dalla brutta come una fenice dalle ceneri. Invece, altri al tavolo sostenevano che "la bella" non fosse altro che "la brutta" privata dei suoi difetti.

E voi, cosa ne pensate? Condividete la nostra visione o ritenete che "la bella" sia semplicemente "la brutta" migliorata?

L'arte dell'editing è un equilibrio delicato tra migliorare e conservare l'autenticità della voce dell'autore. Trovare il giusto compromesso tra queste due esigenze è fondamentale per la riuscita di un'opera letteraria. In ultima analisi, l'obiettivo dell'editing è quello di rendere il testo il più comprensibile, coinvolgente ed emozionante possibile, senza perdere la sua essenza originale.

Non vedo l'ora di condividere con voi i risultati del lavoro di Federico sul mio manoscritto e di continuare a discutere delle sfide e delle gioie del processo creativo.

Se avete domande, curiosità o suggerimenti riguardo all'editing o alla scrittura in generale, non esitate a condividerli con me e con gli altri lettori. Sarebbe interessante ascoltare le vostre esperienze e imparare gli uni dagli altri.

Alla prossima,

Flavio

Esplorando l'ignoto: l'avventura artistica tra creatività e ricerca

Benvenuti nel mio nuovo sito, spero che vi piaccia 😊 Ora sarà più semplice discutere, commentare e condividere idee insieme. Non vedo l'ora!

L'avventura artistica è un salto nell'ignoto: recitare, scrivere, cantare, dipingere. La creatività, in fondo, è intrinsecamente legata all'esplorazione dell'ignoto.

Per quanto riguarda la scrittura, avere personaggi, temi e ambientazioni ben definiti non è sufficiente per intraprendere con metodo un viaggio nella fantasia. È fondamentale creare un bagaglio di informazioni, pensieri, passato e futuro per non perdersi e non dissolversi nell'infinito. In altre parole, serve conoscenza per affrontare l'ignoto, e questo è ciò che più mi affascina nell'arte: la ricerca.

La ricerca arricchisce non solo il mio lavoro creativo, ma anche me stesso. Quando recito o scrivo, mettermi nei panni di personaggi diversi mi permette di acquisire nuove prospettive sulla realtà. Nel caso del mio ultimo romanzo, gli studi intrapresi si dividono in due categorie: quelli sulla meccanica della scrittura e quelli sul contenuto.

Mi sono aggiornato sulle ultime tecniche narrative riguardanti la strutturazione della storia e mi sono immerso in letture sul tema dell'aldilà, dalle esperienze extracorporee alle Near Death Experiences (NDE). Ho esplorato un campo affascinante, ricco di aneddoti ma privo di prove certe, un terreno metafisico e pericoloso.

Non mi sono limitato alle "classiche" religioni monoteiste, ma ho approfondito anche concetti più astratti come le vibrazioni, l'anima, le filosofie orientali e persino la fisica quantistica. Qualche mese fa, ho avuto l'opportunità di partecipare a un festival sull'innovazione e la scienza, dove ho discusso con il project manager della sonda Cassini e un esperto di integrazione tra buddismo e tecnologia. Immaginate che discussione appassionante è nata, in un territorio comune ma astratto, personale e allo stesso tempo universale: l'ignoto, ciò che non si può sapere e che sta oltre la scienza, almeno per ora.

Tutte queste esperienze hanno arricchito il mio romanzo, che è una manifestazione dei miei pensieri, paure ed emozioni. Il mondo della Divina Avventura è complesso e pervaso da un passato non detto che emerge lentamente agli occhi sbalorditi dei protagonisti. Ho dovuto quindi studiare il passato, tutto ciò che era accaduto prima dell'inizio della storia, una trama lunga e intricata.

I l romanzo porta con sé una consapevolezza: quando il passato emerge, il presente si trasforma sia per i protagonisti che per il lettore. Ho cercato di restituire al lettore quella sensazione magica dell'infanzia, quando tutto sembra incantato. Con l'avanzare dell'età (e della lettura), ciò che era magico diventa spiegabile scientificamente, ma questo non sminuisce la magia, anzi, la innalza, perché le domande si moltiplicano ancor più. La conoscenza è un percorso senza fine, poiché, come diceva Socrate: “Più so, più so di non sapere.

Alla prossima, Flavio

Amore, appartenenza e divinità

Ciao a tutti,

Oggi voglio condividere con voi alcuni dei temi principali del mio libro, "Divina Avventura", che riflettono le questioni che mi hanno sempre affascinato nella mia vita. E penso altri miliardi di esseri umani come me. Questi temi includono il senso di appartenenza, la ricerca della perfezione di cui ho già parlato in un precedente articolo, l'amore e il divino.

"La Divina Avventura" ruota molto attorno al tema del divino, esplorando le complesse relazioni dei personaggi con l'aldilà. Perché chi di noi non si è mai chiesto se un nonno, uno zio, un avo non ci sia ascoltando proprio in questo momento? E non sia lì a guardarci, con un sorriso benevolo, davanti alla nostra "beata ignoranza"?

Nel mondo di Baltica, però, gli uomini possono entrare in contatto con il Divino e accedere all'aldilà anche da vivi, in un luogo chiamato "Eden". Tuttavia, l'Eden nasconde molte sorprese inaspettate. E questo mistero è uno dei pilastri centrali del romanzo.

Tornando a me, io ho ricevuto una formazione "Agnostico Razionalista" che ha influenzato profondamente il mio approccio alla spiritualità. Pur non avendo la certezza razionale dell'esistenza o della non esistenza del divino, riconosco che la spiritualità ha un ruolo importante nella mia vita. Come diceva Woody Allen, "Non ho sposato la prima ragazza di cui mi sono innamorato, perché c'era un tremendo conflitto religioso. Lei era atea e io agnostico". A parte gli scherzi, è un tema che mi sta molto a cuore, e penso che più si cresca più il divino diventi un luogo dell'anima dal quale non possiamo fuggire.

Man mano che la storia di Kato e Overton procede, la realtà dei protagonisti si sgretola, e la crisi spirituale e divina diventa centrale nel conflitto. Il tema del divino si espande, esplorando i limiti della nostra conoscenza e delle nostre aspettative sull'aldilà. Trascendendo nell'unica forma che forse, dico forse, può sfiorare l'assoluto ignoto. La poesia. (Si tratta di una punta brevissima, ma intensa nel romanzo).

L'amore è un altro tema cruciale nel libro, manifestandosi in diverse forme. Esploriamo l'amore tra discepolo e maestro (Kato e Overton), l'amore tra amici (Kato e Argo, Overton e Govin), l'amore tra amanti, corrisposti e non (Kato e Luna, Overton e Maya) e l'amore per sé stessi e i propri desideri, che nasce dalla fonte inesauribile della nostra anima.

Tuttavia, vorrei sottolineare che, nonostante i temi spirituali e metafisici, la narrazione è ricca di azione e avventura. Perché per me, la lettura deve essere prima di tutto un viaggio emozionante per la fantasia.

E infine, c'è il senso di appartenenza, che tanto mi è mancato, essendo io cresciuto straniero in due mondi. Ma a prescindere dalla nazionalità, sono sempre stato un solitario e forse, in fondo, essere straniero non mi dispiace poi così tanto...

Ecco qua. Oggi è stato un po' più denso del solito. Ma il bello è la diversità, no?

Spero che "La Divina Avventura" vi permetterà di scoprire insieme a me questi temi affascinanti, e vi trasporterà nelle emozioni e nelle sorprese che ho vissuto e che vi attendono in questo mondo fantastico.

Alla prossima,

Flavio